Salute mentale e sistema delle comunità: la riflessione di Davide Motto

Di Paolo Foschini

«Meno del 3,5% della spesa sanitaria totale in Italia è dedicato alla salute mentale e la maggior parte viene usata per le comunità residenziali dove però finisce solo il 3% di quanti avrebbero bisogno di essere seguiti: la prevenzione va fatta fuori». Così Davide Motto, referente del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca)

📸 Foto di Rosie Sun

Pochi soldi ma soprattutto usati male, che è anche peggio dell’esser pochi. E poco personale. Con una rete di comunità a cui si chiederebbero i miracoli, salvo scordarsi che «nessuno può esservi rinchiuso se non vuole, al netto di casi estremi regolati dai Tso», e che «la vera risposta al tema dilagante dei disturbi psichiatrici sta nella prevenzione, cioè in una rete di operatori che si occupi delle persone a casa loro: vale a dire prima, non quando arrivano in comunità».

La riflessione è di Davide Motto, referente della salute mentale per Cnca che a sua volta è il Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti. E la sua analisi parte naturalmente dall’aggressione di Piazza Gae Aulenti, a Milano, dopo l’arresto del 59enne Vincenzo Lanni che si è confessato accoltellatore di una donna che lui «non conosceva» – ha detto in sintesi – ma sulla quale ha scaricato la sua rabbia contro la comunità da cui era stato cacciato dopo aver scontato una pena precedente per una aggressione analoga compiuta anni fa. E come sempre avviene in questi casi a finire nel tritacarne dei commenti è il «sistema» – di cui la maggior parte parla senza sapere come funziona – che a quell’uomo aveva consentito un percorso o almeno un tentativo di recupero: perché costui era in giro libero anziché rinchiuso?

La premessa di Davide Motto è che sul tema «esiste un Piano nazionale di azioni per la salute mentale (Pans) per il periodo 2025-2030 e il testo della Legge di Bilancio vi si riferisce esplicitamente con uno stanziamento di 80 milioni di euro nel 2026 per la sua implementazione. Ma due questioni – dice il referente di Cnca – restano aperte. La prima è che l’Italia destina alla salute mentale meno del 3,5% della spesa sanitaria totale. L’obiettivo doveva essere il 5% a cui aggiungere un ulteriore 2% per la neuropsichiatria d’infanzia e adolescenza più un altro 1,5% per le dipendenze patologiche. La seconda è una carenza di personale stimabile almeno al 30%».

Questo per il quanto. Dopodiché ci sono il come e il cosa: «La fetta maggiore della spesa è destinata al mantenimento delle comunità residenziali. Quasi il 43% a livello nazionale, addirittura il 70% in regioni come la Lombardia. Peccato che in comunità poi finisce solo il 3% delle persone che avrebbero bisogno di essere seguite. Tutte le altre sono sparse sul territorio. E in molti casi neppure riconosciute, perché per farlo servirebbero operatori che entrino in contatto con le famiglie in modo regolare. Si chiama prevenzione». E di quella finora ce n’è poca o zero.

E così restano le comunità. Ma come si fa per accedervi e chi decide chi ci va? «Sono i Servizi di salute mentale e i Centri psicosociali a fare le valutazioni delle persone che hanno in carico. Che a loro volta possono essere inviate in una comunità solo esprimendo un consenso: nessuno può esservi costretto salvo i casi di Trattamento sanitario obbligatorio, che prevedono procedure molto precise». Argomento di cui le pagine di Buone Notizie si sono peraltro occupate a più riprese. Il problema però, più che l’ingresso dei pazienti, è la difficoltà di seguirli dopo l’uscita: «Le comunità sono o almeno dovrebbero essere concepite come luoghi di passaggio. Con funzioni non di reclusione bensì di riabilitazione verso la riconquista di sistemazioni di vita indipendenti. Ma è proprio lì che viene il difficile: perché fuori le persone sono sole. E infatti dal 2015 al 2023 la durata media di permanenza nelle strutture è passata da 756 a 1097 giorni».

Articolo apparso sulla rubrica Buone Notizie del Corriere della Sera.

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