Scoprire una passione per esprimere sé stessi. Marco e la radio

Qual è il senso delle attività che si progettano per i ragazzi accolti nelle nostre comunità, se non quello di far scattare in loro una scintilla, un’ambizione, un senso di fiducia, al di là del dolore che hanno vissuto e che li ha portati da noi?

Quella scintilla è qualcosa che si accende dentro di loro, ma è anche uno spazio nuovo che possono intravedere nel mondo: un luogo da coltivare e far crescere mentre loro stessi crescono. Un futuro, una speranza di vita diversa. I progetti nascono per offrire questa occasione, attraverso un percorso di formazione, un tirocinio, un’attività di volontariato o la realizzazione di un’installazione nel segno dell’arte e della bellezza. E ciò che accade in questi momenti è sempre imprevedibile anche per gli operatori che li accompagnano. Va oltre le aspettative, ridefinisce in meglio gli obiettivi. I protagonisti di questa sorpresa sono sempre i giovani.

È successo anche quest’anno, con un percorso di formazione dedicato alla produzione di un podcast e alla conduzione di una radio online, quella che un tempo si sarebbe definita una radio “libera”.

Il programma prevedeva la preparazione dei testi, del palinsesto e di un’intervista, oltre all’acquisizione delle tecniche comunicative di base per improvvisare una diretta, intervallata dalla scelta di brani musicali adatti e coinvolgenti.

Le attività proposte non avevano solo un carattere di intrattenimento, ma miravano all’espressione di sé, alla curiosità verso gli altri, al racconto del proprio passato e anche alla costruzione del futuro desiderato.

In tutti i giovani che hanno partecipato -in un gruppo misto composto da ospiti delle comunità e da ragazzi del territorio- la scintilla si è accesa. Per alcuni in modo particolarmente intenso.

Marco, per esempio, è riuscito a emozionare sé stesso e tutti gli adulti coinvolti. Ha 19 anni, una passione per i dispositivi elettronici, i quadri elettrici e le attività di riparazione: racconta con entusiasmo la soddisfazione che prova quando riesce a rimettere in funzione un apparecchio rotto. Ma è anche affascinato dal mondo fantasy, dai fumetti e dagli anime, un universo sempre più diffuso tra gli adolescenti.

Il laboratorio di radio e podcast gli ha offerto l’occasione di unire queste passioni e di mettersi alla prova in attività dal forte valore relazionale, comunicativo e creativo. Ha così deciso di assumere all’interno della radio il ruolo di tecnico del suono: una sfida e un’opportunità che, insieme all’esperienza di tirocinio svolta in una fumetteria, gli hanno permesso di conoscersi meglio e di entrare in confidenza con altri ragazzi.

Alla radio Marco si è appassionato alla logistica e alla registrazione dei podcast, trovando il suo spazio tra mixer e microfoni, e oggi la radio non potrebbe più fare a meno di lui.

Il percorso formativo gli ha fatto rileggere in modo nuovo certe sue inclinazioni e predisposizioni, mostrandogli come possano essere valorizzate nel mondo.

Se gli si chiede del futuro, Marco si immagina in viaggio per il mondo con un camper, una ragazza e un cane. Finora ha viaggiato solo con l’immaginazione, attraverso i fumetti e i giochi di ruolo online. Ma la voce di uno speaker alla radio -che si muove oltre i limiti del quotidiano e porta con sé chi ascolta- è diventata per lui un nuovo tassello di questo grande viaggio che lo attende: il futuro da giovane autonomo, al di fuori della comunità.

Giulia Grisolia, Educatrice della comunità
Casa di Camillo, di Arimo Cooperativa Sociale

Arimo è una cooperativa sociale che accompagna adolescenti e giovani adulti in difficoltà. Si prende cura di loro, costruendo insieme percorsi educativi personalizzati verso l’autonomia, la responsabilità e nuove possibilità di futuro. Con una rete competente, contesti sicuri e oltre vent’anni di esperienza, Arimo è uno spazio di pensiero e un centro di eccellenza nella proposta educativa per gli adolescenti.
Fondata nel 2003, ha avviato e gestisce tre comunità educative per adolescenti, nove alloggi per l’autonomia per giovani adulti e quattro per genitore-figli. Offre servizi di progettazione educativa territoriale, di accompagnamento all’autonomia e di inserimento lavorativo, laboratori formativi ergoterapeutici e consulenza pedagogica per genitori di adolescenti. Inoltre garantisce un servizio di spazio neutro e svolge attività di ricerca, informazione, formazione e divulgazione attraverso il progetto editoriale UbiMinor, supervisione, consulenza e formazione a operatori.

Costruire Prossimi Futuri

Immaginare il futuro non è mai stato semplice. Negli ultimi anni, segnati da crisi globali, pandemie e cambiamenti sociali accelerati, questa sfida è diventata ancora più evidente. Noi scegliamo di affrontarla insieme.

Ingranaggi: scoprire la forza dell’interdipendenza

Gli ingranaggi sono il primo passo verso il futuro: come in un grande orologio, ogni meccanismo funziona solo perché entra in relazione con gli altri. Così è per la società: nessuno si salva da solo, e questa consapevolezza è diventata ancora più chiara negli anni della pandemia.
Il festival ci ricorda che il bene può essere solo comune, e che la convivenza va manutenuta con cura, giorno dopo giorno con sforzo, capacità di ascolto, mediazione e soprattutto apertura all’altro. Durante gli incontri di questa tappa, i racconti di operatori sociali, famiglie e cittadini hanno fatto emergere quanto la vita di comunità sia fatta di piccole alleanze quotidiane. Ogni sguardo e gesto di aiuto diventa un componente dell’ingranaggio che permette al tutto di funzionare.

Abbiamo lavorato sul tema della comunicazione e della mediazione, mostrando come la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa indispensabile per immaginare società future più eque e resilienti. Abbiamo proiettato il film “Io capitano” per ricordarci le radici delle traiettorie che tessono le nostre comunità, costruite da ingranaggi, in cui la forza è nella relazione e mai nell’isolamento.

Lieviti: la fragilità come terreno fertile di incontro

Se gli ingranaggi sono il sistema che ci tiene insieme, i lieviti sono ciò che permette la trasformazione. Invisibile, piccolo, apparentemente fragile ma, se incontra le condizioni giuste, il lievito fa crescere la vita, la ossigena e la amplifica. Allo stesso modo, le fragilità condivise diventano luoghi di incontro e di futuro.

Nelle giornate dedicate a questa parola chiave, la riflessione è partita dal riconoscere la vulnerabilità come esperienza universale: tutti, prima o poi, viviamo momenti di fatica, transitori o permanenti. Non sempre sono malattie diagnosticate; spesso sono crepe che ci rendono più umani, spazi dove può nascere la cura reciproca.

La serata con Telmo Pievani, filosofo della scienza e divulgatore, è stata uno dei momenti più intensi del festival. Con parole semplici ma profonde, Pievani ha ricordato come la fragilità non sia un difetto da nascondere, ma una condizione naturale di ogni forma vivente che permette lo scatto evolutivo, proprio in una specie come la nostra, quella dell’Homo Sapiens, che nasce bisognosa di tutto e, proprio per questo, è estremamente propensa all’apprendimento. È la fragilità che ci rende capaci di cooperare, di prenderci cura, di trovare senso nell’incontro.

In un mondo che spesso esalta la competizione e la performance, questa riflessione diventa rivoluzionaria: la vulnerabilità può essere generativa, capace di creare legami che trasformano.

A dare concretezza a queste parole è stato il laboratorio sul tempo della cura con Marie Moise, filosofa e attivista, che ha invitato i partecipanti a interrogarsi su come viviamo e condividiamo il tempo della cura. Prendersi cura di sé e degli altri non è solo un dovere morale ma un atto di cittadinanza, un modo per abitare il mondo insieme. Dal laboratorio sono emerse immagini e pensieri che raccontano una comunità capace di rallentare, di osservare i bisogni reciproci e di trasformare la fragilità in energia sociale.

In questo senso, i lieviti del festival non sono metafore astratte, bensì esperienze reali di attenzione e prossimità che, come il lievito in un impasto, lavorano silenziosamente predisponendo la capacità di cambiamento.

Mappe: imparare a navigare l’imprevisto

Il viaggio di PROSSIMI FUTURI si è infine concluso a Bergamo con la terza parola chiave: mappe.
Viviamo in un’epoca di mutamento continuo: crisi climatiche, innovazioni tecnologiche, conflitti globali e cambiamenti sociali rapidi hanno reso evidente che le vecchie mappe non bastano più. Le coordinate con cui eravamo abituati a leggere il mondo si scompigliano e serve il coraggio di disegnare nuove mappe nuove.

Ma come se ne costruiscono di nuove in un territorio che cambia di continuo?
Durante il festival è emersa la necessità di fare domande coraggiose, aperte, capaci di accogliere la complessità senza cercare risposte rigide. L’imprevisto non va solo temuto, ma compreso e abitato, come possibilità di crescita e di immaginazione. La professoressa Nausicaa Pezzoni, con il suo lavoro sulle città e gli immaginari dei migranti di primo approdo, ha sollecitato la riflessione rispetto al sapere integrare vissuti e sguardi altri, talvolta periferici, che sfidano le prospettive consuete e allargano la possibilità di vivere gli spazi urbani.

In questo percorso, lo sguardo dei più giovani è stato fondamentale.
Ragazzi e ragazze hanno partecipato a laboratori creativi e riflessivi, portando la loro capacità di sognare un futuro ancora abbondante di possibilità. Le loro mappe non sono solo geografiche, ma emotive e sociali: disegnano reti di cura, visioni ecologiche, desideri di giustizia e inclusione dove la differenza è riconosciuta e accolta.

PROSSIMI FUTURI ha dimostrato che tracciare mappe non è mai un gesto individuale: serve il contributo di tutti, perché il futuro è uno spazio condiviso in cui ogni scelta personale abbia risonanze collettive e in cui il bene comune germogli nello spazio.

È stato un esercizio di immaginazione collettiva che ha dato voce a chi lavora ogni giorno nelle comunità e messo in dialogo esperti e cittadini appartenenti a generazioni diverse. In un mondo che cambia rapidamente, PROSSIMI FUTURI lascia la certezza che ogni domani possibile nasce dall’attenzione al presente e dalla capacità di costruire insieme.

È questa la filosofia di PROSSIMI FUTURI, il festival promosso dal Gruppo AEPER, che ha attraversato la provincia di Bergamo tra il 2024 e il 2025, come un viaggio collettivo, toccando luoghi, comunità e storie differenti. Un percorso fatto di incontri, riflessioni e laboratori, guidato da tre parole chiave che disegnano un sentiero condiviso verso il domani: ingranaggi, lieviti e mappe.

Servizio Civile: al Nord calano le candidature

Scaduti i termini per la presentazione delle domande di Servizio Civile, si può iniziare a fare qualche considerazione generale. Dall’osservatorio del CNCA emerge una tendenza ormai consolidata: nei progetti in Italia l’attrattività verso quest’esperienza procede a due velocità. Da una parte c’è il Sud che registra un elevato numero di candidature e una copertura pressoché completa dei posti disponibili. Dall’altro, invece, il Nord continua a mostrare diverse difficoltà.

A livello nazionale il CNCA ha raccolto complessivamente 652 candidature: 545 per le sedi in Italia, a fronte di 297 posizioni disponibili, e 107 per l’estero, su 32 posti. Nonostante l’elevato numero di domande, nelle sedi italiane restano però scoperti 45 posti, pari al 15% del totale. Le maggiori criticità si registrano in alcune Regioni del Centro-Nord: in particolare, in Lombardia il 19% dei posti è rimasto vacante (su 39 sedi).

Foto di fauxels/pexels

Secondo Riccardo Poli, coordinatore delle attività associative e del Servizio Civile del CNCA, questa disparità è legata a due fattori principali. Da un lato pesa lo squilibrio tra gli enti: le organizzazioni più grandi dispongono di maggiori strumenti di comunicazione e riescono a raggiungere un pubblico più ampio.

Dall’altro, nel corso degli anni il Servizio Civile è stato sempre più associato al concetto di lavoro, perdendo in parte la sua natura originaria di esperienza di cittadinanza attiva. Nato come evoluzione dell’obiezione di coscienza, il Servizio Civile universale si fonda sul diritto-dovere costituzionale di difendere la patria in modo non violento e di promuovere solidarietà e cooperazione.

Con il tempo, tuttavia, si è progressivamente trasformato in una misura di politica giovanile per l’occupazione, una sorta di apprendistato verso il mondo del lavoro, considerando anche che nei concorsi pubblici viene favorito chi lo ha svolto.

Questo cambiamento incide sulle motivazioni dei giovani che tendono a valutare l’esperienza in termini sempre più utilitaristici, rinunciando in partenza a un’occasione unica di crescita personale e di conoscenza di un mondo che non per forza altrimenti si incontrerebbe.

Non a caso proprio nelle Regioni del Nord, dove le opportunità lavorative nel settore educativo e sociale sono più numerose, si registra il calo più significativo di candidature.

A conferma di questa tendenza, purtroppo, proprio in questi giorni è stato presentato in Parlamento un disegno di legge di riforma del Servizio Civile che, secondo il CNCA, rischia di indebolirne ulteriormente la dimensione volontaria e solidaristica, orientandolo sempre più verso una funzione occupazionale, assimilabile a una politica attiva del lavoro.

Il “No” del Cnca Lombardia al referendum del 22 e 23 marzo 2026

Rocco Artifoni, rappresentante dell’associazione Micaela ODV e collaboratore della cooperativa sociale Aeper – entrambe aderenti al CNCA Lombardia –, ha incontrato per la prima volta la Costituzione negli anni Ottanta grazie a un colloquio con Rosanna Benzi, direttrice della rivista “Gli altri”.

All’epoca Benzi viveva in un polmone d’acciaio in una stanza dell’ospedale di Genova e, durante una conversazione con Artifoni, gli disse che la sua speranza per l’anno nuovo sarebbe stata l’abolizione delle barriere architettoniche, proprio come sancisce l’articolo 3, comma 2, della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

“Quella frase mi ha colpito profondamente. Com’era possibile che una persona costretta a vivere in una gabbia d’acciaio, senza poter uscire dalla sua stanza, si preoccupasse delle barriere architettoniche che le altre persone incontrano fuori?”.

Da quell’interrogativo nasce per Artifoni la consapevolezza del valore della Costituzione come “punto di riferimento su diritti e doveri condivisi”.

Inizia così una fase di studio e impegno che lo porta a far parte del Comitato per la difesa della Costituzione, a scrivere insieme al giurista Filippo Pizzolato il libro “L’ABC della Costituzione” (2014) e oggi a essere in prima linea, insieme al CNCA Lombardia, per il “Noal referendum del 22 e 23 marzo.

“Sappiamo tutti che la giustizia non funziona come dovrebbe: ha tempi lunghissimi, manca personale e non è adeguatamente digitalizzata. Al Ministro della Giustizia, secondo la Costituzione, spetta trovare soluzioni a questi problemi. Invece propone una riforma che modifica l’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo che presiede il potere giudiziario e che dovrebbe essere totalmente autonomo dal potere esecutivo. Inoltre il Governo di fatto ha imposto al Parlamento di non modificare neppure una virgola del testo: la riforma è passata senza alcun cambiamento. Già solo questo per me rappresenta un motivo sufficiente per respingerla”.

Entrando nel merito, Artifoni definisce la riforma “un pasticcio”.

“Non sono favorevole alla separazione delle carriere, ma anche se lo fossi non voterei questa proposta. Da un lato si prevede la duplicazione del CSM, con un consiglio per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Dall’altro si istituisce un’Alta Corte disciplinare nella quale giudici e pubblici ministeri restano insieme: una contraddizione evidente. Senza contare l’articolo 106, che consente al CSM dei giudici di nominare giudice di Cassazione un pubblico ministero per meriti insigni. È assurdo. Se si vogliono davvero separare le carriere, perché dare questa possibilità?”.

Il punto più pericoloso della revisione costituzionale – sottolinea Artifoni – è relativo ai collegi dell’Alta Corte disciplinare, che verranno definiti con una successiva legge ordinaria (quindi decisa dalla maggioranza che sostiene il governo), nei quali i magistrati possono risultare in minoranza. Di conseguenza i provvedimenti disciplinari nei confronti di giudici e pubblici ministeri potrebbero essere decisi da una maggioranza di rappresentanti dei politici. Il che significa la fine dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”.

Questo accade in un momento in cui la maggioranza parlamentare ha già approvato una legge sull’autonomia differenziata, successivamente ridimensionata dalla Corte costituzionale per diversi profili di incostituzionalità. È inoltre in discussione il progetto di premierato e si sta lavorando a una nuova legge elettorale che torna a puntare sul premio di maggioranza a chi rappresenta il 40 o il 35%.

“Ma la Costituzione è la regola in cui tutti si riconoscono. Fu approvata dall’88% dei membri dell’Assemblea Costituente, dopo un grande lavoro di mediazione. Idealmente tutte le riforme costituzionali dovrebbero almeno puntare a superare quella soglia”.

Per Artifoni attaccare l’autonomia della magistratura significa indebolire l’organo che dovrebbe vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali. Non si tratta quindi di un tecnicismo, ma di una riforma che riguarda tutti e tutte noi che, come le rane cucinate lentamente per evitare che saltino fuori dall’acqua, ci stiamo progressivamente abituando all’ebollizione. E la temperatura è sempre più alta.

Oltre il carcere, oltre la disuguaglianza

Per un welfare che studia, cura e costruisce futuro: il ruolo del terzo settore e l’esperienza di Fondazione Arché.

I bambini e le bambine non dovrebbero mai stare negli istituti penitenziari. Punto”.
C’è un luogo dove si incontrano tutte le disuguaglianze che attraversano il nostro tempo: il carcere. Un luogo fisico, ma anche simbolico, in cui il disagio sociale viene confinato, nascosto, e molto spesso condannato due volte. Non è un caso se i detenuti sono, in grande maggioranza, persone con una storia di marginalità economica, educativa, affettiva. Non è un caso se le donne in carcere sono per lo più vittime prima ancora che autrici di reato. E non è un caso, soprattutto, se tra quelle mura vivono ancora bambini: figli di madri detenute, ai quali è negato il diritto più elementare, quello di crescere in un ambiente libero, sano e accogliente.

Per questo, parlare di carcere significa trattare del cuore delle politiche sociali, mettere al centro il tema del futuro: il futuro delle persone, delle comunità, del welfare stesso. La domanda principale non deve essere solo “cosa fare per chi è in carcere?” ma piuttosto: “Quale tipo di futuro stiamo rendendo possibile per le persone private della libertà
e per i loro figli?”

Secondo il XXI Rapporto di Antigone il sistema carcerario italiano è in grave sofferenza. I detenuti sono oltre 62.000 a fronte di una capienza reale di poco più di 47.000 posti, con un tasso di sovraffollamento nazionale del 132,6%, che supera il 200% in istituti come San Vittore a Milano e Canton Mombello a Brescia. Questo significa celle strette, assenza di privacy, spazi comuni inadeguati e, più di tutto, assenza di prospettive.

Le operatrici di Arché impegnate in Cascina Cuccagna in un progetto dell’Area Carcere

A questa situazione si aggiunge la fragilità del sistema trattamentale: molte persone detenute non hanno accesso a percorsi formativi, educativi o lavorativi. In questo vuoto si inserisce l’altro dato drammatico del 2024: ben 91 suicidi in carcere, una persona ogni quattro giorni. Un numero mai raggiunto prima, che racconta il grado di solitudine, angoscia e disperazione che si vive dietro le sbarre.

Come Fondazione Arché, insieme ad altre realtà del CNCA, abbiamo incontrato più volte questa realtà. Operando con donne e bambini negli istituti penitenziari abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia difficile progettare un domani per chi è privato della libertà. Eppure è proprio lì, in quel punto apparentemente morto, che bisogna seminare il futuro.

Tra i nodi più delicati c’è quello della genitorialità reclusa. In Italia le madri detenute con figli piccoli possono accedere agli Istituti a Custodia Attenuata per Madri (Icam) pensati per garantire una detenzione meno impattante sui bambini. Ma questi istituti sono ancora troppo pochi, mal distribuiti sul territorio, spesso carenti di servizi strutturati.

Eppure un bambino che cresce in carcere, per quanto accompagnato, è un bambino che vede compromesso il suo sviluppo. È un’infanzia privata della possibilità di esplorare liberamente, di costruire relazioni al di fuori del perimetro ristretto di un’istituzione. Un bambino che rischia di interiorizzare come “normale” un contesto che normale non è.

Per questo, Fondazione Arché ha scelto di intervenire non solo con progetti educativi e relazionali, ma anche con una forte presa di parola pubblica. Crediamo che ogni intervento sociale debba essere anche uno sguardo sul futuro. Perché accompagnare una madre in carcere significa anche contribuire alla possibilità di un’esistenza diversa, più libera, più giusta, per lei e per suo figlio.

Nel solco del pensiero di Carlo Maria Martini, che ci ha insegnato che la carità non deve mai umiliare chi la riceve, ma deve restituire dignità, come Arché abbiamo scelto di accompagnare il nostro agire con lo studio delle cause. Non si combattono le disuguaglianze solo con l’assistenza: bisogna comprenderle, analizzarle, restituirle alla dimensione politica, sistemica, culturale.

Con questo spirito che è nato il volume “Madri detenute – dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociale sociopolitica”, pubblicato nel 2025 da La Vita Felice e scritto da Valentina De Fazio, educatrice di Arché. Il libro, frutto di anni di esperienza diretta, raccoglie dati, testimonianze e riflessioni su cosa significa essere madri in carcere oggi in Italia ed è soprattutto un documento che guarda al futuro, offrendo piste di trasformazione reali, concrete, necessarie.

Il futuro del welfare non potrà basarsi su modelli assistenzialisti, frammentari o emergenziali.

Serve un cambio di paradigma, un welfare che progetti, che sappia lavorare insieme alle istituzioni e che sia capace di immaginare un’alternativa, anche dove oggi sembra impossibile.

Il terzo settore, in questo, ha un ruolo decisivo: essere spazio di pensiero e di proposta, non solo di esecuzione. Serve una nuova stagione di coprogettazione, in cui le realtà sociali siano riconosciute come portatrici di visione. E poi serve il coraggio di prendere scelte radicali.

Una politica penale davvero orientata al futuro dovrà ridurre drasticamente il ricorso alla detenzione per reati minori, investire in misure alternative, rafforzare gli Icam -che sono comunque un modello ampiamente superabile- e le comunità educative, formare personale educativo e psicosociale all’interno delle carceri. Non per “buonismo” ma perché è l’unico modo razionale e umano per interrompere il ciclo dell’esclusione.

Il carcere, oggi, è uno dei principali produttori di recidiva, dato che si aggira intorno al 70%. Dove non c’è fiducia, progettualità, accompagnamento, non può esserci futuro.

“Può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”. Lo scriveva Adriano Sofri, ricordandoci che la responsabilità è sempre collettiva.

Se vogliamo un futuro diverso per le persone più fragili, dobbiamo iniziare oggi con scelte, parole e azioni. Come Arché, continueremo a muoverci su questa linea sottile tra cura e pensiero, tra intervento concreto e riflessione sociale. Perché ogni madre, ogni bambino, ogni persona che ha sbagliato, abbia diritto a essere pensata non per quello che è stata, ma per ciò che può diventare.

Solo così, costruiremo un welfare all’altezza delle sfide future, che non escluda, non umili, ma accompagni le persone con fiducia nel domani.

Simone Zambelli
Assistente Sociale

Fondazione Arché nasce nel 1991 su ispirazione di padre Giuseppe Bettoni, e si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura a Milano, a Roma e a San Benedetto del Tronto. A Milano, attraverso Casa Carla a Porta Venezia e Casa Adriana a Quarto Oggiaro, e a Roma, attraverso Casa Marzia, ospita mamme e bambini con problematiche legate a maltrattamenti, immigrazione, disagio sociale e fragilità personale e offre alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà attraverso i suoi appartamenti. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce il sostegno dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura.

Se si criminalizza il dissenso e si taglia il welfare nulla potrà mai davvero cambiare

Dai rave alle persone migranti, dai giovani etichettati come maranza agli attivisti per il clima: negli ultimi due anni il Governo Meloni ha progressivamente individuato nuovi bersagli su cui concentrare misure repressive. Un percorso culminato nel decreto sicurezza del 2025 e nell’approvazione, il 5 febbraio 2026, di una nuova norma d’urgenza che introduce ulteriori restrizioni in materia di immigrazione, ordine pubblico e diritto di manifestare.

Secondo il CNCA Lombardia questo susseguirsi di provvedimenti contribuisce ad alimentare un clima di polarizzazione e a rafforzare la criminalizzazione del dissenso e delle fragilità sociali, in un contesto politico ulteriormente irrigidito dalle manifestazioni degli ultimi mesi.

Per Paolo Dell’Oca, membro dell’esecutivo del CNCA Lombardia e portavoce di Fondazione Arché, si tratta di una risposta politica che rischia di restringere gli spazi di partecipazione democratica: le nuove misure, anche alla luce delle mobilitazioni a sostegno della popolazione palestinese e di Gaza, finiscono per allontanare dalle piazze le persone meno politicizzate e i gruppi più ampi, rafforzando una narrazione securitaria.

“Il diritto di manifestare non riguarda solo i giovani ma chiama in causa tutte e tutti noi – commenta Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia e direttore della cooperativa sociale Diapason –. A essere messa in discussione è la libertà di espressione e la possibilità stessa di esprimere dissenso in uno spazio democratico”.

Il Coordinamento evidenzia inoltre il rischio di un circolo vizioso: agli arresti e alle denunce segue spesso il rilascio per insussistenza del reato, mentre la responsabilità viene scaricata su altri livelli istituzionali, alimentando ulteriore conflittualità pubblica.

Parallelamente manca un’analisi strutturale delle cause delle marginalità. Si assiste invece a una progressiva riduzione degli investimenti nel welfare, nei servizi territoriali e nelle comunità educative che potrebbero offrire alternative concrete a disagio e devianza. “Senza strumenti di giustizia sociale non si può fare molto – prosegue Cattaneo –. Ma chi taglia il welfare è lo stesso che poi invoca la sicurezza”.

Il recente arresto di Fares Bouzidi, a oltre un anno dalla morte di Ramy Elgaml, viene indicato come esempio emblematico di questo cortocircuito: l’assenza di un adeguato accompagnamento educativo e sociale lascia spazio all’intervento repressivo, senza incidere sulle cause profonde del disagio.

“Finché non ci si rende conto che le persone non commettono reati per piacere ma per sopravvivere – conclude Cattaneo – nulla potrà mai davvero cambiare”.

Sosteniamo la rilevazione “Tutti contano” sulle persone senza dimora

Un’iniziativa per orientare politiche pubbliche più strutturate per le persone senza dimora

Milano, 27 gennaio 2026 – Il Cnca Lombardia sostiene e incoraggia la Rilevazione nazionale “Tutti contano”, promossa da Istat e realizzata dalla Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD). Un’iniziativa fondamentale per restituire una fotografia realistica del fenomeno delle persone senza dimora e per orientare le politiche pubbliche, a livello locale e nazionale, verso interventi strutturali e coordinati, lontani da approcci emergenziali o esclusivamente orientati alla visibilità e alla sicurezza.

La rilevazione, avviata lunedì 26 gennaio e attiva fino a giovedì 29, coinvolge 14 città italiane e ha l’obiettivo di raccogliere dati quantitativi e qualitativi aggiornati sulle persone che vivono in strada. L’indagine prevede una conta visiva notturna delle persone che dormono in strada, nei dormitori e nelle strutture di accoglienza, affiancata da interviste di approfondimento attraverso la somministrazione di questionari a un campione selezionato. Particolare attenzione è riservata ai temi della salute e alle condizioni delle donne senza dimora.

La componente femminile rappresenta infatti una minoranza ancora poco studiata all’interno del fenomeno dell’homelessness. «Al momento non esistono ricerche che quantifichino con precisione quante donne vivano in strada – spiega Eleonora Del Fabbro della Fondazione Somaschi – ma sappiamo con certezza che corrono rischi maggiori rispetto agli uomini, perché ai pericoli tipici della vita in strada si aggiunge la violenza di genere».

Per rispondere a questa esigenza, Fondazione Somaschi, realtà aderente al Cnca Lombardia, gestisce un centro diurno che ogni giovedì offre interventi ricreativi e sanitari alle donne senza dimora e, quando necessario, le orienta verso i Centri antiviolenza. «Gli episodi di aggressione non sono messi in atto solo da sconosciuti, ma anche dai partner con cui convivono. Tra le 10 e le 15 donne che accogliamo ogni settimana, quasi tutte hanno subito episodi di violenza».

Gli interventi di sostegno rivolti alle persone senza dimora restano tuttavia estremamente complessi, a causa della sovrapposizione di molteplici fragilità. Alla mancanza di una casa si affiancano spesso dipendenze da sostanze o alcol, disagio psichico, barriere linguistiche nel caso di persone straniere e condizioni di salute compromesse, che la vita in strada tende ad aggravare ulteriormente. Come evidenziato dall’ultimo rapporto di fio.PSD, La strage invisibile, nel 2025 sono morte in strada 414 persone, con un’età media di 46,3 anni, a fronte di un’aspettativa di vita della popolazione italiana pari a 81,9 anni.

Per questo le organizzazioni aderenti al Cnca Lombardia – tra cui Fondazione Somaschi, Cooperativa Lotta contro l’emarginazione e Progetto Arca – partecipano al tavolo di coprogettazione sulla grave marginalità adulta del Comune di Milano, con l’obiettivo di costruire una rete capace di offrire risposte sinergiche e coordinate ai diversi bisogni. «Nelle persone senza dimora assistiamo a una convergenza di marginalità che a Milano risulta ancora più evidente per l’elevato numero di persone che qui si concentrano, attratte dalla presenza di servizi, reti informali e opportunità lavorative – osserva Tiziana Bianchini della Cooperativa Lotta contro l’emarginazione –. Il nostro obiettivo è costruire percorsi individualizzati che partano dall’accoglienza notturna e arrivino all’aggancio con i servizi territoriali».

Un approccio coordinato che rifiuta interventi basati su logiche di decoro urbano, sicurezza o sgomberi, come quello avvenuto il 18 dicembre scorso alla Stazione Milano Tibaldi, finalizzato unicamente a produrre visibilità immediata senza affrontare le cause strutturali dell’emarginazione.

A Milano la segregazione scolastica ostacola il diritto allo studio

In occasione della Giornata internazionale dell’educazione, il CNCA Lombardia accende i riflettori sul fenomeno del white flight e sui progetti che promuovono un’educazione inclusiva e di qualità per tutte e tutti.

Milano, 24 gennaio – In occasione della Giornata internazionale dell’educazione, il CNCA Lombardia richiama l’attenzione su un fenomeno sempre più diffuso nel sistema scolastico milanese: il white flight, ovvero lo spostamento di studenti – prevalentemente italiani – da scuole percepite come “di serie B” verso istituti ritenuti più prestigiosi. Una dinamica che alimenta la segregazione scolastica e produce classi con una concentrazione di alunni con background migratorio che può arrivare fino al 70% o al 100%.

«I numeri vanno maneggiati con cautela – spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP – Scuola Cooperativa di Prossimità –. La presenza di studenti di seconda o terza generazione non è di per sé un problema. Il vero nodo è la fuga dalla povertà e dalle periferie: chi ha risorse si sposta, chi non le ha resta». Una dinamica che priva ragazze e ragazzi della possibilità di crescere in contesti socialmente ed economicamente eterogenei, fondamentali per lo sviluppo educativo e relazionale.

SCooP è uno dei 23 progetti nazionali selezionati dal bando Vicini di scuola, promosso da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. A Milano opera nel Municipio 6, mettendo in rete otto istituti comprensivi e promuovendo la cooperazione tra scuole, istituzioni ed enti del Terzo Settore. «Le scuole riflettono i processi di gentrificazione e segregazione urbana – continua Berti –. Il nostro è un progetto educativo e politico: l’educazione è un diritto e deve garantire pari qualità per tutte e tutti».

Sempre nell’ambito del bando “Vicini di scuola”, a Milano è attivo anche il progetto Mixité, guidato da Diapason, che coinvolge quattro istituti comprensivi caratterizzati da un’elevata presenza di studenti di origine straniera. L’obiettivo è rafforzare l’attrattività delle scuole attraverso attività extrascolastiche, come il doposcuola, e percorsi di sensibilizzazione rivolti a famiglie e studenti, valorizzando le competenze delle scuole e contrastando stereotipi e pregiudizi.

«Persistono ancora convinzioni errate – sottolinea Elisabetta Cargnelutti, project manager di Diapason – secondo cui le classi multiculturali rallenterebbero l’apprendimento. In realtà, gli insegnanti sono formati per lavorare in contesti multilingue e queste scuole offrono importanti opportunità di potenziamento linguistico. Raccontare ciò che accade davvero nelle scuole può fare la differenza».

In un contesto in cui il tema dei giovani viene spesso affrontato in chiave securitaria, anche nel dibattito pubblico nazionale, esperienze come SCooP e Mixité dimostrano che investire in educazione, inclusione e collaborazione territoriale è la strada più efficace per contrastare le disuguaglianze alla radice, ben oltre ogni risposta emergenziale.

Chiediamo un incontro al prefetto di Milano

CNCA Lombardia si unisce alla richiesta urgente di incontro inviata al prefetto di Milano, Claudio Sgaraglia, da diverse organizzazioni attive sul territorio, a seguito delle recenti operazioni interforze nei quartieri popolari di ERP San Siro, Giambellino/Lorenteggio e Baggio.

L’ultimo blitz risale a martedì 16 dicembre, in via Quarti a Baggio, con lo sgombero di nove appartamenti e il distacco delle utenze di luce e gas in pieno inverno.

“Le azioni si stanno susseguendo. Quello a cui assistiamo è una criminalizzazione indiscriminata nei confronti degli abitanti dei quartieri popolari. Una modalità terrorizzante che non aiuta nessuno e che, al contrario, rischia di vanificare tutto il lavoro che le reti territoriali hanno portato avanti in questi anni”, spiega Luca Sansone, del Laboratorio di Quartiere Giambellino–Lorenteggio e operatore di Azione Solidale.

Percorsi di tutela messi a rischio

Durante un blitz avvenuto a fine novembre in via degli Apuli, un uomo con disabilità e fragilità psichiatrica riconosciuta è stato sgomberato perché al momento dei controlli non si trovava in casa, ma era in visita alla madre. Al suo rientro l’abitazione era stata svuotata e blindata.

“In poche ore si è rischiato di far saltare un intero percorso costruito insieme a lui. Lo sgombero è stato un trauma e anche il suo incarico lavorativo ora è a rischio. Senza una casa non si può lavorare”.

Il taglio delle utenze rappresenta un’ulteriore forma di pressione sulle famiglie rimaste, insieme alle minacce di denuncia, spingendole di fatto ad abbandonare gli alloggi.

Politiche securitarie e diritto all’abitare

Per lungo tempo le operazioni securitarie sono state presentate come l’unica soluzione per contrastare l’occupazione abusiva delle case popolari. Si è così scelto di ignorare i percorsi di tutela per le famiglie in stato di necessità, spesso descritte in modo distorto come “colpevoli”.

In realtà si tratta di persone che vivono condizioni di estrema fragilità e che occupano un alloggio come ultima possibilità per non finire in strada. Sono individui che avrebbero bisogno di risposte strutturali, ma che ricevono sempre meno sostegno a causa dei continui tagli alle politiche pubbliche per la casa.

Case popolari vuote e famiglie divise

Gli immobili coinvolti nei blitz sono case popolari gestite da Aler e quindi di competenza di Regione Lombardia. Per anni molti di questi alloggi sono rimasti vuoti e inutilizzati: solo nel quartiere Giambellino si stima che circa un quarto delle abitazioni non sia assegnato, alimentando il fenomeno delle occupazioni.

L’alternativa più frequentemente proposta dalle istituzioni a chi viene sfrattato è la separazione dei nuclei familiari: madri e figli minori in comunità, padri e figli maggiorenni lasciati senza soluzioni. Una scelta che aumenta marginalità e isolamento sociale.

Le richieste alle istituzioni

Le realtà coinvolte chiedono:

  • l’assegnazione di tutti gli alloggi popolari disponibili;
  • nuove risorse per la riqualificazione del patrimonio ERP a Milano;
  • la revisione dell’articolo 23, comma 13, della legge regionale 16/2016, che con una recente modifica ha eliminato la possibilità per le famiglie senza contratto, ma in stato di necessità, di rientrare in un percorso di legalità abitativa.

A seguito di questa modifica normativa, chi vive in un alloggio senza contratto non viene più valutato per la propria condizione di bisogno, ma esclusivamente come “colpevole”, senza alcuna possibilità di ricevere supporto.

Sul lavoro educativo con i giovani

Sempre più spesso si parla di giovani e di periferie associandoli al degrado e alla violenza. In questi giorni la stampa nazionale riporta la notizia di un ragazzo aggredito a Bologna da tre coetanei che lo hanno accerchiato e picchiato alla fermata dell’autobus, e la storia di una sedicenne torinese violentata dal compagno. Ma perché avvengono questi episodi e cosa si potrebbe fare di diverso per proporre alternative concrete a ragazzi e ragazze?

Per comprendere il fenomeno, CNCA Lombardia – federazione che raggruppa 45 gruppi aderenti – ha promosso lo scorso 13 novembre il secondo seminario del Laboratorio dipartimentale di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa”, dal titolo “Spingere lo sguardo oltre. Migrazioni, intersezionalità e giustizia sociale”.

Da questo confronto è nato un tavolo di riflessione aperto, a cui hanno partecipato i membri del CNCA Lombardia:

Giovani, periferie e politiche pubbliche

Nel corso della discussione, Luca Sansone ha ricordato come i giovani che vivono nei quartieri popolari partano da una condizione di forte svantaggio, causata dal progressivo disinvestimento delle politiche pubbliche.

«Da decenni non si vedono interventi di ristrutturazione degli alloggi pubblici, le case popolari restano vuote e non vengono assegnate, la segregazione scolastica è sempre più presente e il costo della vita a Milano è insostenibile per molti. Tutto questo ha ovviamente delle ripercussioni su famiglie e giovani».

È quindi fondamentale, osserva Sansone, rafforzare interventi integrati a regia pubblica, sviluppando sistemi di governance territoriale a livello di quartiere.

Una possibile risposta per i giovani delle periferie è garantire proposte educative continue nel tempo, e non interventi episodici o “vetrina” che rischiano di abbandonare rapidamente ragazzi e ragazze alla situazione di partenza.
Servono invece luoghi educativi stabili, caratterizzati dalla presenza costante di adulti responsabili, capaci di ascoltare, contenere e permettere la sperimentazione, affinché i giovani possano ampliare i propri orizzonti e incontrare modelli educativi alternativi.

Accoglienza, fragilità e salute mentale

Alla discussione ha contribuito anche Raffaella Fantuzzi, portando il punto di vista della comunità di pronta accoglienza di Fondazione Asilo Mariuccia.

«Il contesto della comunità per mamme con bambini è un osservatorio privilegiato, perché consente di comprendere meglio la storia di vita della persona, della famiglia e il progetto migratorio, laddove siano presenti persone non italiane».

Sempre più spesso, spiega Fantuzzi, vengono accolte donne fortemente provate dalle difficoltà economiche, da situazioni abitative sovraffollate e di promiscuità. Molte hanno subito violenza domestica e la separazione dal partner maltrattante comporta un costo emotivo altissimo, poiché implica una rottura totale anche con il contesto familiare allargato.

Tutto questo ha inevitabili ripercussioni sui figli, che hanno assistito alla violenza del padre verso la madre e non sempre riescono a problematizzare quanto accaduto.
Negli ultimi anni, inoltre, emergono sempre più problematiche psichiatriche, spesso non adeguatamente prese in carico, per le quali l’unica risposta offerta è talvolta la massiccia prescrizione di psicofarmaci.

Educazione, politiche restrittive e alternative possibili

Un’analisi condivisa anche da Matteo Avalli, presidente e direttore sviluppo di Fuoriluoghi SCS, che ha sottolineato come nel periodo post-Covid siano emerse fragilità soprattutto sul versante psicologico e dell’abuso di sostanze, in un contesto in cui gli interventi educativi non sono integrati con il sistema sanitario e le politiche pubbliche privilegiano approcci restrittivi e punitivi.

«Il decreto Caivano rappresenta l’esempio di una politica sempre più distante dalle logiche pedagogiche. Il daspo sociale, applicato anche a minorenni segnalati per almeno due volte, comporta l’impossibilità di accedere ai plessi scolastici, ai luoghi di aggregazione e agli spazi pubblici».

Il messaggio, osserva Avalli, è chiaro: a chi fatica a vivere la socialità in modo positivo viene negata la possibilità di sperimentarsi ed essere sostenuto nei luoghi della quotidianità, escludendolo ulteriormente dalla società, senza prevedere reali processi di risocializzazione.

L’azione educativa dovrebbe invece sostenere il ragazzo anche nell’errore, accompagnarlo e aiutarlo ad affrontare le dinamiche che lo portano a sbagliare, affinché possa vivere il contesto con maggiore consapevolezza e capacità di analisi. Diventa quindi necessario creare sinergie nei luoghi educanti, favorendo la partecipazione attiva e lo scambio continuo tra tutti gli attori coinvolti.