La realtà che ci si palesa davanti agli occhi non invita certo all’ottimismo. Guerre, povertà, varie forme di disagio sono tutti elementi che rendono più pesante il vivere sociale e, di conseguenza, le esistenze di ciascuno di noi. Da sottolineare anche i rapidi cambiamenti “che hanno investito i paesi cosiddetti sviluppati, (che) costituiscono delle vere e proprie rotture, non solo per l’economia e il lavoro, ma anche per le ideologie, le culture, le relazioni tra le persone1”. Ci sentiamo quindi spesso impotenti di fronte a un mondo sofferente e con fatica riusciamo a trovare dei solidi punti di riferimento in una realtà così instabile; è come se la complessità del presente finisca per annebbiare lo sguardo di chi tenta di rivolgersi al futuro.
Per chi lavora in ambito educativo, questa lettura sociologica si rende concreta nella quotidianità delle nostre organizzazioni. Da una parte, il crescente manifestarsi di nuove forme di disagio – sintomo di un mondo fragile in continua trasformazione – e il conseguente sopraggiungere di bisogni cui si è chiamati a far fronte; dall’altra, istituzioni e politiche sociali precarie che, spesso adducendo alla mancanza di risorse, non sono in grado di pensare progettualità di ampio respiro.
La sfiducia e il disfattismo possono prendere facilmente il sopravvento: come reagire?
In primo luogo, mi sembra importante riflettere sulla nostra forma mentis: il modo in cui approcciamo la realtà, il nostro lavoro, i volti e le storie che incontriamo. Italo Calvino in “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”, parlando di letteratura, propone un punto di vista interessante: la risposta alla pesantezza del vivere è la leggerezza. Essa non è né superficialità, né menefreghismo ma l’attitudine di chi è in grado di guardare alla realtà con coscienza e responsabilità senza farsi trascinare dalle fatiche che essa porta con sé. Dal punto di vista educativo, uno sguardo leggero sul presente riempie di valore e di significato il qui ed ora e ci libera dalla presunzione di poter controllare le vite degli altri; nell’incontro quotidiano gettiamo costantemente semi che tuttavia non sappiamo quando e in che modo fioriranno.

In secondo luogo, invito a credere fermamente nel valore e nella necessità di ogni intervento educativo, partendo da quello più semplice, pensando alla pedagogia come a un reale motore di cambiamento: strumento per raggiungere una giustizia sociale: “Ogni atto educativamente connotato è un atto di costruzione di una società di uomini e di donne diverse e migliori, perché ‘nell’educazione si celebra la sintesi tra il momento di critica della società e quello di costruzione della nuova realtà’2”.
“Lavorare professionalmente con storie familiari che generano sofferenza e fatica significa […] non inseguire il cambiamento o il raggiungimento di un’evoluzione pre-stabilita, ma perseguire l’apertura a nuove visioni del mondo […]. Sarà questa apertura visionaria che darà origine, eventualmente, a cambiamenti e trasformazioni, a movimenti nuovi e forse più utili3”.
Elisabeth, sette anni, gioca con le bambole in mezzo alle siringhe e vorrebbe avere la forza per difendere la mamma dalle botte del papà. Amin, diciassette anni, ha attraversato a piedi il Sahara e il Mediterraneo su un gommone. L’Italia è diversa da come se l’aspettava e si sente terribilmente solo. Matteo, dodici anni, ha visto la madre andarsene dalla comunità dove vivono e si guarda allo specchio chiedendosi cos’ha di sbagliato. Francesco, quindici anni, anche oggi non andrà a scuola e non potrà uscire con i suoi amici: da quando suo padre è rimasto paralizzato a causa di un incidente, si occupa di lui giorno e notte. In comunità minori immaginiamo con ogni ragazzo il futuro partendo dalla costruzione del presente dove ogni attimo è un possibile evento educativo. Lo facciamo garantendo loro un contesto relazionale sano dove si possano sentire amati, liberi di esprimersi e dove i conflitti vengono risolti in modo funzionale, aiutandoli a prendersi cura di sé e dei propri spazi, imparando a riconoscersi come individui dotati di dignità e a rispettare ciò che li circonda. La scuola e la formazione professionale possono essere strumenti essenziali di emancipazione sociale; proponendo esperienze in cui i partecipanti si possono sentire capaci.
Lo facciamo provando ad accompagnare e a lavorare con la famiglia di origine, trasmettendo con umiltà i valori del bello e del buono con l’auspicio che vengano portati nel mondo.
Se il terreno è ricco di sostanze nutritive, è irrigato e ossigenato, qualche seme fiorisce. Possiamo intravedere speranza in una realtà che si trasforma: Elisabeth si sta affidando a mani che sanno curare; Amin ha ottenuto il diploma e ha trovato lavoro; Matteo ha pianto ed è riuscito a sfogarsi dopo anni di gelo emotivo. Gettiamo tuttavia anche semi che non riusciamo subito a far germogliare. Molti ragazzi intraprendono anche strade da noi non attese: Francesco è tornato a casa dal padre perché non ce l’ha fatta a chiedere il prosieguo amministrativo ma ha comunque vissuto per due anni con adulti che si sono presi cura di lui.
Un religioso somasco, che ha dedicato gran parte della sua vita alla cura dei più fragili, ricorda spesso a noi educatori che in trent’anni di comunità ha visto passare tantissimi ragazzi; qualcuno ce l’ha fatta, qualcuno no; lui, dice, ha sempre voluto bene a tutti. Custodiamo questa passione di accogliere, manteniamo uno sguardo aperto, critico e leggero e superiamo l’incertezza del futuro sapendo che nel lavoro educativo si costruisce davvero una nuova realtà. Sogniamo e speriamo che per ogni ragazzo incontrato possa esserci giustizia, che ognuno possa realizzarsi in quanto individuo ed essere felice; desideriamo e lavoriamo affinché la sofferenza vissuta possa diventare occasione di riscatto, trasformandosi in qualcosa di speciale, come per l’ostrica che, attorno ai pezzi di predatore che rimangono incastrati nella sua conchiglia, crea la madreperla.
Stefano Bonfanti
Educatore comunità per minori Casa San Girolamo, Somasca di Vercurago (LC)
La Fondazione Somaschi, da oltre 500 anni, sull’esempio di San Girolamo Emiliani, offre accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili. Ai Padri Somaschi si sono aggiunti, nel tempo, educatori e volontari e nel 2011 è nata Fondazione.
Bbliografia
- Bobbo N., Moretto B. (a cura di), 2020, La progettazione educativa in ambito sanitario e sociale, Carocci, Roma
- Calvino I., 2016, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano
- Catarci M., 2012, La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, in “Studium Educationis”, n.1, pp. 37-50
- Formenti L., 2008a, La relazione professionale tra esperienza e cura in Formenti L., Caruso A., Gini D. (a cura di), Il diciottesimo cammello. Cornici sistemiche per il counselling, Raffaello Cortina, Milano, pp. 4-32
- Formenti L. (a cura di), 2012, Re-inventare la famiglia, Apogeo, Milano
- Tramma S., 2015, Pedagogia della contemporaneità. Educare al tempo della crisi, Carocci, Roma
Note
- Tramma S., 2015, Pedagogia della contemporaneità. Educare al tempo della crisi, Carocci, Roma, p.11 ↩︎
- Catarci M., 2012, La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, in “Studium Educationis”, n.1, pp. 37-50 in Bobbo N., Moretto B. (a cura di), 2020, La progettazione educativa in ambito sanitario e sociale, Carocci, Roma ↩︎
- Formenti L., 2008a, La relazione professionale tra esperienza e cura in Formenti L., Caruso A., Gini D. (a cura di), Il diciottesimo cammello. Cornici sistemiche per il counselling, Raffaello Cortina, Milano, pp. 4-32 in Formenti L. (a cura di), 2012, Re-inventare la famiglia, Apogeo, Milano p.154 ↩︎



























