Il futuro, nel nostro lavoro, è un compagno silenzioso e costante, non sempre rassicurante, spesso carico di dubbi. Guardare al futuro per chi lavora nel sociale, significa fare i conti con il tema dei diritti, con quel perimetro professionale, etico e di senso, entro cui aiutiamo le persone che incontriamo e accogliamo a costruire o ricostruire una vita, possibilmente migliore. Così più di un anno e mezzo fa siamo partiti proprio da questa suggestione, dall’idea che al futuro occorresse tornare, proprio come Marty McFly – protagonista di “Ritorno al futuro” perché il perimetro di quel che le persone possono esigere è sempre più angusto e il tema dei diritti sempre più polveroso e desueto, un lontano retaggio del passato. Un mito fondativo della nostra professione, che ha perso terreno nel discorso pubblico e mordente come propellente del cambiamento sociale.
Con l’obiettivo di appianare le diseguaglianze, la campagna “Ritorno al futuro” cerca di innescare in 13 partecipanti una scintilla di riflessione e indignazione, rispetto alle condizioni del nostro stato di diritto.
Parità di genere, politiche giovanili, lavoro sociale, diritti dei migranti e delle famiglie, qualunque forma esse abbiano. Le tematiche affrontate dalla campagna non sono per nulla residuali in termini di numeri e non coinvolgono solo le cosiddette fasce “fragili” della popolazione; sono anzi trasversali e permeano il tessuto sociale che la lunghissima “grande regressione” ha segnato con disuguaglianze estreme e una diffusa delegittimazione di governi e istituzioni. Eppure questi temi, nella società dell’informazione, non riescono a entrare nel dibattito pubblico, restando spesso confinati nei circuiti degli addetti ai lavori.




Il ruolo del Terzo Settore, allora, non è solo quello di sostituire il pubblico che esternalizza la sua funzione, ma anche di fare cultura, informazione, advocacy. Stimolare le persone a prendere consapevolezza delle sfide sociali da affrontare è il primo passo nella direzione di una maggiore partecipazione. Tutti possiamo fare la nostra parte, nessuno escluso, anzi forse ormai è una scelta irrinunciabile per non vedere il terreno dei diritti erodersi del tutto e che anche il minimo benessere personale e sociale diventi miraggio per pochi.
Ma perché, per comunicare su questi temi, la cooperazione sociale dovrebbe usare un registro diverso da quello della sua prassi quotidiana? Perché è importante praticare l’irriverenza?
Per sollecitare la ricerca dell’autodeterminazione, la riflessività, e innescare quelle cosiddette pratiche generative diffuse, non si può “ricadere” in un linguaggio mutuato dall’universo simbolico delle charity anglosassoni, che dividono in privilegiati buoni del cosiddetto “nord globale” che aiutano e poveri che passivamente vengono aiutati. Un paradigma ideologico che non appartiene in termini storici e di vocazione al movimento cooperativo. “Tornare al futuro” significa esserne consapevoli e consentire a tutte e tutti, soprattutto ai più fragili, l’accesso ai servizi educativi e di cura, e il reale riconoscimento dei propri diritti, che, prima di ogni altra cosa, occorre conoscere.
Ma parallelamente, nella nostra pancia di cooperatrici e cooperatori si agita un’altra urgenza, quella di mettere a fuoco, in questo panorama di erosione del welfare, il tema del lavoro sociale, della sua ormai innegabile crisi e dei diritti, sempre più residuali, dei lavoratori del Terzo Settore. Un percorso questo più intimo, partito dal cuore della nostra compagine sociale, dal ritrovarsi di nuovo insieme faccia a faccia ad interrogarsi e confrontarsi sulle aspettative, le frustrazioni, i desideri che abitano il nostro lavoro quotidiano e su quanto garantire i nostri diritti di lavoratori sia premessa per consentire la garanzia dei diritti di chi accogliamo e accompagniamo.
Un percorso lungo un anno che ha portato alla nascita di un Manifesto per il Lavoro Sociale, che riassume in dieci punti il senso, la dignità e la necessità, che per noi significa impegnarsi nel costruire una società basata sull’esigibilità di diritti inalienabili e universali e sull’inderogabilità di doveri di solidarietà politica, economica e sociale. E come in un movimento corale l’abbiamo pensato e costruito e in un momento collettivo lo abbiamo portato fuori dal ventre della cooperativa, il 9 maggio 2025, perché potesse essere discusso e condiviso, oltre che sottoscritto da persone e organizzazioni.

“Questo di stamattina è innanzitutto un momento, un esercizio di presenza, di riflessività, di trasformazione, un momento collettivo. Collettivo come è stato il percorso che ci ha portato a questa occasione. E collettivo perché è parte del modo e delle ragioni con cui siamo arrivati qui. “Se non fossimo insieme non avrebbe senso” ha detto il nostro Presidente Valerio Molteni nell’introdurre i lavori. Le parole “collettivo” e “collettività”, così come “diritti”, sono tornate più volte nel corso della mattinata e negli interventi dei relatori, perché collettiva e condivisa vuole essere la visione del lavoro sociale che ne sortisce, come ha ben detto la nostra Direttora Liviana Marelli: “capace di tenere insieme il quotidiano e la speranza del futuro, per leggere ciò che avviene e scegliere di essere agenti del cambiamento, pazienti, tenaci, competenti, senza delega e senza sconto”.
Per leggere e firmare il manifesto: www.lagrandecasa.org/manifesto
Per vedere la campagna: www.lagrandecasa.org/ritorna-al-futuro-poverta
La Grande Casa scs nasce nel 1989 con l’obiettivo di favorire e promuovere diritti, sostenere e rispettare ogni singolo progetto di vita e favorire l’integrazione sociale e lavorativa delle persone più fragili. Operiamo in favore di donne, minorenni e famiglie, giovani, migranti e comunità locale. È stato un viaggio lungo, ricco di storie, di volti, di riflessioni. Abbiamo più di 30 anni e la voglia di condividere con chi ci ha accompagnato fino a qui, ma anche di rimettere in circolo energie, conoscenza, esperienze. Lasciare che il fermento di tutti questi ingredienti si trasformi nel nostro nuovo punto di partenza.













