Ricucire uno strappo

Arte e Riscatto: Minori in Cambiamento

Hanno commesso reati e ora devono risarcire la collettività ricucendo lo strappo che il loro gesto ha creato: è questo il principio che ispira le attività messe in campo dall’equipe della cooperativa Il Calabrone che, insieme all’USSM, si occupa dei minori autori di reato. L’occasione, questa volta, è offerta da una richiesta fatta dalla dottoressa Giuliana Tondina, Procuratore della Repubblica del Tribunale dei minorenni di Brescia, che voleva abbellire il nuovo ufficio per i Minori Stranieri Non Accompagnati: circostanza ideale per finalizzare i laboratori educativi “Polly” e “Passe-pARTout”!

I risultati li potete vedere in queste pagine: si tratta di due quadri, “il Viaggio” e “AmMare”, creati durante l’attività di gruppo da chi ha partecipato al laboratorio; un’opportunità colta dagli educatori per proporre una riflessione più ampia sul viaggio, sulle scelte e sulle loro conseguenze.

Usando un labirinto realizzato con del filo, il gruppo ha lavorato sul tema del corpo, in particolare sul corpo impedito e condizionato nel suo muoversi attraverso spazi decisi da altri; il tema del viaggio migratorio in questo caso era stato messo al centro delle discussioni e dei ragionamenti, pensando agli ostacoli come metafora del percorso di crescita, e al raggiungimento dell’obiettivo (uscire dal labirinto) come ricerca degli strumenti più adatti.

Nelle intenzioni dei partecipanti, il labirinto rappresentava la fatica del viaggio inteso come avventura nuova di cui non si conoscono né la conclusione né l’andamento; e le parole inserite nel quadro -novità, obiettivo, determinazione, imparare, fiducia- rappresentano le sensazioni legate al pensiero di un luogo sconosciuto.
I caratteri che compongono le parole sono presi da varie lingue, ucraino, russo, punjabi, albanese, arabo, cinese, portoghese, greco, per dare il benvenuto a tutti e includere le persone provenienti da diverse culture; ci sono stelle e costellazioni in tutti i percorsi, “perché sono lume di speranza ed elementi affascinanti che, un tempo, erano importanti per orientarsi. E questo quadro sarà visto da tutte le persone che avranno affrontato questo tipo di percorso dichiarano i ragazzi di Passe-pARTout.
Spesso gli adolescenti agiscono d’impulso e solo più tardi si accorgono delle conseguenze delle proprie azioni. Nel laboratorio sono stati invece sollecitati a sperimentare ed esprimere le motivazioni delle proprie scelte: quale colore scegli? Perché? Con quale colore lo abbini? Come mai? Lo spazio lasciato in bianco è intenzionale o è una dimenticanza? Questioni molto concrete, ma il modello pedagogico si basa sul coinvolgimento fisico e corporeo, molto più stimolante di qualsiasi lezione verbale.
L’uso dei fili intrecciati si è riproposto nel quadro “AmMare”, per simboleggiare i percorsi di viaggio attraverso gli stati e per cucire insieme le rive opposte.

Alla fine del laboratorio le due opere sono state consegnate alla Procura durante un piccolo evento festoso e ora sono esposte nel nuovo ufficio per i Minori Stranieri Non Accompagnati. Il commento della dottoressa Tondina – “Guardando questi quadri mi verrete sempre in mente voi” – è la conferma di come la Procura non si limiti a gestire fascicoli, ma consideri e conosca davvero i ragazzi, riconoscendone le storie e le identità.
L’evento di consegna caratterizza tutti i laboratori “Polly”, che si concludono sempre restituendo alla collettività il frutto del percorso educativo seguito dai minori autori di reato – che in tal modo diventano consapevoli di poter essere agenti di cambiamento e di poter contaminare positivamente il contesto. Non a caso, il nome dei laboratori si rifà al lavoro delle cosiddette api muratrici, che non producono miele ma raccolgono polline e lo distribuiscono contribuendo a conservare le specie vegetali.

Lavorare con i NEET è sorprendente, qualche volta.

“Chi me lo fa fare?” È una domanda che ogni tanto ritorna, specie quando il lavoro si fa duro, quando il cambiamento sembra lontano, o quando le energie non bastano. Erica, psicologa di Il Calabrone ETS, la pronuncia sorridendo. Non come segno di resa, ma come punto di partenza per una riflessione profonda: sul senso, sulle sfide e sulle sorprese che accompagnano il lavoro educativo.
Negli ultimi mesi abbiamo avviato un progetto rivolto ai NEET – quei giovani che non studiano, non lavorano, e restano ai margini della società. “Lavorare con loro è sorprendente e faticoso. È come dialogare con un altro mondo,” racconta Erica. Un mondo in cui il tempo è dilatato, la progettualità assente, il futuro evaporato. “Mi sto accorgendo che hanno un senso del tempo e dello spazio completamente diversi dal nostro. Il loro orizzonte si ferma al qui e ora.”

In un contesto in cui guerre, crisi climatiche, instabilità e sfiducia sembrano aver reso il futuro un concetto opaco anche per gli adulti, i NEET rispondono con chiusura, distacco, disincanto. Ma non è per forza una reazione politica consapevole. Non è il cambiamento climatico o l’instabilità globale a preoccuparli, perché questi temi non entrano nella loro quotidianità. Il loro sguardo è concentrato su di sé e sulla propria vita. E spesso anche sulle risposte più rapide ai propri bisogni. Lavori in nero, mal pagati, ma subito accessibili che rischiano di diventare il loro unico progetto di vita.
“Il nostro compito – aggiunge Erica – è cercare di smontare questa visione statica e impoverita di sé. Vederli, ascoltarli davvero, comprendere le loro parole senza pretendere che abbiano il nostro stesso vocabolario. È un lavoro continuo di mediazione tra mondi diversi e spesso anche di traduzione.

Le proposte educative più strutturate, come corsi o percorsi di inserimento, all’inizio non hanno avuto presa. Troppo astratte, troppo lente. Aspettare anche solo qualche mese per vedere risultati concreti sembrava insostenibile. L’atteggiamento era spesso passivo. “Ci siamo chiesti da dove partire. Quale primo passo potevamo offrire per accendere, anche solo per un attimo, il desiderio di mettersi in gioco?”.
Poi un’intuizione: un laboratorio. Un’attività semplice e concreta. E lì qualcosa si è mosso. Alcuni hanno iniziato a partecipare con diffidenza ma in quel piccolo spazio si è aperta una crepa nella loro indifferenza. “Scoprire di avere competenze, di saper fare qualcosa che viene riconosciuto dagli altri, ha avuto un effetto travolgente”, racconta Erica. “Si sono messi in gioco con entusiasmo crescente. Quando ci sono, ci sono davvero. Diventano voraci, non smetterebbero più.”
Arrivare in orario, che può sembrare la più banale delle esigenze, è già una conquista per chi ha molto tempo vuoto davanti a sé; cominciare a rispettare qualche regola può diventare accettabile anziché essere un’intollerabile imposizione.
Una delle esperienze più forti? Un gioco. Una semplice caccia al tesoro senza telefoni, con regole condivise, compiti differenziati, obiettivi comuni. “All’inizio li abbiamo quasi costretti a giocare -ammette Erica-. E ci siamo resi conto che la loro povertà educativa comprendeva anche questo: non erano abituati al gioco. Ma poi si sono divertiti.”
“Alla fine, alla domanda ‘chi me lo fa fare?’ rispondo: è l’unico lavoro che vorrei fare”, dice Erica con un sorriso sincero. Per lei è una questione di giustizia, restituzione e costruzione di senso. “Sono stata fortunata. Ho ricevuto tanto. Ora sento il dovere di rimettere in circolo ciò che ho avuto, perché nessuno dovrebbe delegare ad altri la responsabilità di costruire una società che vede le persone, che si accorge di loro e le tratta con dignità, e non come attrezzature da spostare.

La relazione interpersonale, anche informale, lascia un segno; è importante che tutti possano fare esperienza di gesti di gentilezza, generosità e fiducia”.
Si spiega con un esempio che sembra banale nel nostro mondo di “adultissimi”, come dice lei: una piadina offerta a uno dei suoi NEET senza aspettarsi niente in cambio gli ha suscitato un tale stupore da lasciare un segno, una speranza. Nel futuro, chissà, se ne ricorderà e potrà agire di conseguenza.
Perché l’obiettivo di un educatore appassionato è questo: continuare a esserci nella vita dei ragazzi che incontra, anche solo nel ricordo di un’esperienza che li ha coinvolti.

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogni al centro del nostro pensiero e del nostro agire. Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.

Una promessa per i cooperanti del futuro

Il tema del futuro è già di per sé sfidante, specie se riguarda il variegato, ricco e complesso mondo della cooperazione sociale. La nostra, come molte altre Cooperative, è nata tra la fine degli anni 70 ed i primi anni 80, da un leader carismatico nelle relazioni, profetico nelle visioni, ambizioso nella ricerca della giustizia. Accompagnarla nel domani è un’eredità di cui costantemente ci chiediamo se saremo all’altezza. Pensare al futuro quindi porta con sé, inevitabilmente intrecciata, la fortissima nostalgia di una storia passata che soprattutto si è caratterizzata per la capacità, talvolta irriverente, certamente coraggiosa, di sfidare un sistema di servizi spesso in ritardo nel formulare risposte ai bisogni dei più deboli.

Famiglia Nuova si è da sempre contraddistinta per la capacità di proiettarsi nel futuro, costruendo, un giorno alla volta, un pezzo di mondo interiore ed esteriore che valesse la pena di essere abitato, da ciascuno di noi, operatori, operatrici e persone accolte nei nostri servizi. Abbiamo provato a farlo e continueremo a provare, insieme, senza divise che distinguano chi è l’uno e chi è l’altro.

Guardare al domani ci impone quindi di non fermarci, di non spegnere il desiderio e la capacità immaginifica che da sempre ha disegnato i servizi a partire dall’osservazione e dall’ascolto attento dai bisogni sociali e sanitari dei tempi diversi che abbiamo abitato.

Sentiamo il dovere di tramandare la storia della nostra Cooperativa perché possa accendere la passione nella scoperta di ciò che è possibile, anche quando considerato utopia. Tramandare le radici di un pensiero profetico che, attraversando i luoghi ed i tempi della nostra storia, può ispirare i giovani cooperatori e le giovani cooperatrici che scelgono di camminare con noi. Dobbiamo saper infondere in loro la stessa nostalgia di futuro che ha illuminato ogni giorno il nostro presente, in un moto creativo e progettuale attraverso cui credere, con fondamento di certezza, che le speranze di giustizia sociale, bellezza e rispetto della persona in quanto tale, si possono realizzare. Per costruire, una persona alla volta, una ragionevole felicità.

E come conciliare tanta speranza con la dura e sfidante realtà del lavoro sociale, spesso sottopagato, bistrattato, poco valorizzato, financo contrastato?
Offrendo molto di più di un posto lavoro, anche se di lavoro si tratta. Accogliendo chi inizia a lavorare in Cooperativa scegliendo la persona, prima ancora che la competenza di studi e di esperienza professionale, ponendoci in ascolto per valorizzare sguardi che ci possano arricchire di chiavi di lettura nuove e sorprendenti sui bisogni sociali che siamo chiamati a rispondere, e accompagnando con l’esperienza l’attraversamento delle fatiche che il nostro lavoro comporta.

Tutto ciò senza dimenticare che spetta a noi, operatori ed operatrici sociali di oggi, il compito di chiedere in tutti i modi, con tutti i linguaggi, e in tutte le sedi, il valore della dignità del lavoro sociale, anche in termini di adeguamento del riconoscimento economico che merita. Perché, se c’è una cosa che ci stanno insegnando le giovani generazioni di cooperatori e di cooperatrici, è di non vivere il nostro lavoro come un sacrificio, preservandosi e preservandoci dal rischio dell’autoreferenzialità.
Per proteggere chi verrà domani dal rischio di spegnere le passioni e credere che “non valga la pena”.

La cooperativa sociale Famiglia Nuova dal 1981 si occupa di vulnerabilità e fragilità degli adulti, anche attraverso attività di qualificazione lavorativa, di servizi specialistici per le dipendenze, di risposte educative e scolastiche per giovani e minori. Famiglia Nuova da 45 anni rivolge attenzione, capacità di ascolto e cura agli utenti, ai loro familiari, ai soci, ai dipendenti, ai clienti, impegnandosi costantemente per soddisfare i loro bisogni, perseguendo, come Cooperativa Sociale e con spirito laico, il miglioramento della qualità della vita, sostenendoli nella realizzazione del loro potenziale.

Un impegno per persone e ambiente

CreAzioni Migranti è un progetto di Sartoria Sociale che attraverso la creatività e il lavoro artigianale cerca di tessere nuove traiettorie di crescita, integrazione e libertà.

È un luogo basato sulla collaborazione e le relazioni, in un ambiente di scambio e connessioni. Un atelier per imparare e conoscere, uno spazio dove è possibile cucire abiti dai colori allegri ma anche aggiustare drammi interiori, in cui donne fragili e con storie travagliate alle spalle, con le loro mani, dimostrano a sé stesse e al mondo che c’è la speranza per ripartire e crearsi un futuro con prospettive nuove.

La ciclofficina La Gare des Gars di Cosper si trova invece alla stazione degli autobus cittadina ed è un luogo di lavoro, formazione, incontro e promozione di attività sociali.

Tra le azioni de La Gare des Gars è prevista la sperimentazione delle consegne a domicilio della spesa di frutta e verdura tramite delivery sociale in cargo bike.

L’ obiettivo per il futuro è quello di esercitare una riduzione del danno dal punto di vista energetico e dell’inquinamento.

Cosper è una cooperativa di tipo A e B che opera su tutto il territorio della provincia di Cremona con la finalità di offrire risposte alle famiglie attraverso una filiera di servizi educativi e assistenziali, di natura sanitaria e sociosanitaria che possano garantire una presa in carico globale della persona, attraverso un approccio integrato ai suoi bisogni e fragilità.

Scoprire una passione per esprimere sé stessi. Marco e la radio

Qual è il senso delle attività che si progettano per i ragazzi accolti nelle nostre comunità, se non quello di far scattare in loro una scintilla, un’ambizione, un senso di fiducia, al di là del dolore che hanno vissuto e che li ha portati da noi?

Quella scintilla è qualcosa che si accende dentro di loro, ma è anche uno spazio nuovo che possono intravedere nel mondo: un luogo da coltivare e far crescere mentre loro stessi crescono. Un futuro, una speranza di vita diversa. I progetti nascono per offrire questa occasione, attraverso un percorso di formazione, un tirocinio, un’attività di volontariato o la realizzazione di un’installazione nel segno dell’arte e della bellezza. E ciò che accade in questi momenti è sempre imprevedibile anche per gli operatori che li accompagnano. Va oltre le aspettative, ridefinisce in meglio gli obiettivi. I protagonisti di questa sorpresa sono sempre i giovani.

È successo anche quest’anno, con un percorso di formazione dedicato alla produzione di un podcast e alla conduzione di una radio online, quella che un tempo si sarebbe definita una radio “libera”.

Il programma prevedeva la preparazione dei testi, del palinsesto e di un’intervista, oltre all’acquisizione delle tecniche comunicative di base per improvvisare una diretta, intervallata dalla scelta di brani musicali adatti e coinvolgenti.

Le attività proposte non avevano solo un carattere di intrattenimento, ma miravano all’espressione di sé, alla curiosità verso gli altri, al racconto del proprio passato e anche alla costruzione del futuro desiderato.

In tutti i giovani che hanno partecipato -in un gruppo misto composto da ospiti delle comunità e da ragazzi del territorio- la scintilla si è accesa. Per alcuni in modo particolarmente intenso.

Marco, per esempio, è riuscito a emozionare sé stesso e tutti gli adulti coinvolti. Ha 19 anni, una passione per i dispositivi elettronici, i quadri elettrici e le attività di riparazione: racconta con entusiasmo la soddisfazione che prova quando riesce a rimettere in funzione un apparecchio rotto. Ma è anche affascinato dal mondo fantasy, dai fumetti e dagli anime, un universo sempre più diffuso tra gli adolescenti.

Il laboratorio di radio e podcast gli ha offerto l’occasione di unire queste passioni e di mettersi alla prova in attività dal forte valore relazionale, comunicativo e creativo. Ha così deciso di assumere all’interno della radio il ruolo di tecnico del suono: una sfida e un’opportunità che, insieme all’esperienza di tirocinio svolta in una fumetteria, gli hanno permesso di conoscersi meglio e di entrare in confidenza con altri ragazzi.

Alla radio Marco si è appassionato alla logistica e alla registrazione dei podcast, trovando il suo spazio tra mixer e microfoni, e oggi la radio non potrebbe più fare a meno di lui.

Il percorso formativo gli ha fatto rileggere in modo nuovo certe sue inclinazioni e predisposizioni, mostrandogli come possano essere valorizzate nel mondo.

Se gli si chiede del futuro, Marco si immagina in viaggio per il mondo con un camper, una ragazza e un cane. Finora ha viaggiato solo con l’immaginazione, attraverso i fumetti e i giochi di ruolo online. Ma la voce di uno speaker alla radio -che si muove oltre i limiti del quotidiano e porta con sé chi ascolta- è diventata per lui un nuovo tassello di questo grande viaggio che lo attende: il futuro da giovane autonomo, al di fuori della comunità.

Giulia Grisolia, Educatrice della comunità
Casa di Camillo, di Arimo Cooperativa Sociale

Arimo è una cooperativa sociale che accompagna adolescenti e giovani adulti in difficoltà. Si prende cura di loro, costruendo insieme percorsi educativi personalizzati verso l’autonomia, la responsabilità e nuove possibilità di futuro. Con una rete competente, contesti sicuri e oltre vent’anni di esperienza, Arimo è uno spazio di pensiero e un centro di eccellenza nella proposta educativa per gli adolescenti.
Fondata nel 2003, ha avviato e gestisce tre comunità educative per adolescenti, nove alloggi per l’autonomia per giovani adulti e quattro per genitore-figli. Offre servizi di progettazione educativa territoriale, di accompagnamento all’autonomia e di inserimento lavorativo, laboratori formativi ergoterapeutici e consulenza pedagogica per genitori di adolescenti. Inoltre garantisce un servizio di spazio neutro e svolge attività di ricerca, informazione, formazione e divulgazione attraverso il progetto editoriale UbiMinor, supervisione, consulenza e formazione a operatori.

Costruire Prossimi Futuri

Immaginare il futuro non è mai stato semplice. Negli ultimi anni, segnati da crisi globali, pandemie e cambiamenti sociali accelerati, questa sfida è diventata ancora più evidente. Noi scegliamo di affrontarla insieme.

Ingranaggi: scoprire la forza dell’interdipendenza

Gli ingranaggi sono il primo passo verso il futuro: come in un grande orologio, ogni meccanismo funziona solo perché entra in relazione con gli altri. Così è per la società: nessuno si salva da solo, e questa consapevolezza è diventata ancora più chiara negli anni della pandemia.
Il festival ci ricorda che il bene può essere solo comune, e che la convivenza va manutenuta con cura, giorno dopo giorno con sforzo, capacità di ascolto, mediazione e soprattutto apertura all’altro. Durante gli incontri di questa tappa, i racconti di operatori sociali, famiglie e cittadini hanno fatto emergere quanto la vita di comunità sia fatta di piccole alleanze quotidiane. Ogni sguardo e gesto di aiuto diventa un componente dell’ingranaggio che permette al tutto di funzionare.

Abbiamo lavorato sul tema della comunicazione e della mediazione, mostrando come la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa indispensabile per immaginare società future più eque e resilienti. Abbiamo proiettato il film “Io capitano” per ricordarci le radici delle traiettorie che tessono le nostre comunità, costruite da ingranaggi, in cui la forza è nella relazione e mai nell’isolamento.

Lieviti: la fragilità come terreno fertile di incontro

Se gli ingranaggi sono il sistema che ci tiene insieme, i lieviti sono ciò che permette la trasformazione. Invisibile, piccolo, apparentemente fragile ma, se incontra le condizioni giuste, il lievito fa crescere la vita, la ossigena e la amplifica. Allo stesso modo, le fragilità condivise diventano luoghi di incontro e di futuro.

Nelle giornate dedicate a questa parola chiave, la riflessione è partita dal riconoscere la vulnerabilità come esperienza universale: tutti, prima o poi, viviamo momenti di fatica, transitori o permanenti. Non sempre sono malattie diagnosticate; spesso sono crepe che ci rendono più umani, spazi dove può nascere la cura reciproca.

La serata con Telmo Pievani, filosofo della scienza e divulgatore, è stata uno dei momenti più intensi del festival. Con parole semplici ma profonde, Pievani ha ricordato come la fragilità non sia un difetto da nascondere, ma una condizione naturale di ogni forma vivente che permette lo scatto evolutivo, proprio in una specie come la nostra, quella dell’Homo Sapiens, che nasce bisognosa di tutto e, proprio per questo, è estremamente propensa all’apprendimento. È la fragilità che ci rende capaci di cooperare, di prenderci cura, di trovare senso nell’incontro.

In un mondo che spesso esalta la competizione e la performance, questa riflessione diventa rivoluzionaria: la vulnerabilità può essere generativa, capace di creare legami che trasformano.

A dare concretezza a queste parole è stato il laboratorio sul tempo della cura con Marie Moise, filosofa e attivista, che ha invitato i partecipanti a interrogarsi su come viviamo e condividiamo il tempo della cura. Prendersi cura di sé e degli altri non è solo un dovere morale ma un atto di cittadinanza, un modo per abitare il mondo insieme. Dal laboratorio sono emerse immagini e pensieri che raccontano una comunità capace di rallentare, di osservare i bisogni reciproci e di trasformare la fragilità in energia sociale.

In questo senso, i lieviti del festival non sono metafore astratte, bensì esperienze reali di attenzione e prossimità che, come il lievito in un impasto, lavorano silenziosamente predisponendo la capacità di cambiamento.

Mappe: imparare a navigare l’imprevisto

Il viaggio di PROSSIMI FUTURI si è infine concluso a Bergamo con la terza parola chiave: mappe.
Viviamo in un’epoca di mutamento continuo: crisi climatiche, innovazioni tecnologiche, conflitti globali e cambiamenti sociali rapidi hanno reso evidente che le vecchie mappe non bastano più. Le coordinate con cui eravamo abituati a leggere il mondo si scompigliano e serve il coraggio di disegnare nuove mappe nuove.

Ma come se ne costruiscono di nuove in un territorio che cambia di continuo?
Durante il festival è emersa la necessità di fare domande coraggiose, aperte, capaci di accogliere la complessità senza cercare risposte rigide. L’imprevisto non va solo temuto, ma compreso e abitato, come possibilità di crescita e di immaginazione. La professoressa Nausicaa Pezzoni, con il suo lavoro sulle città e gli immaginari dei migranti di primo approdo, ha sollecitato la riflessione rispetto al sapere integrare vissuti e sguardi altri, talvolta periferici, che sfidano le prospettive consuete e allargano la possibilità di vivere gli spazi urbani.

In questo percorso, lo sguardo dei più giovani è stato fondamentale.
Ragazzi e ragazze hanno partecipato a laboratori creativi e riflessivi, portando la loro capacità di sognare un futuro ancora abbondante di possibilità. Le loro mappe non sono solo geografiche, ma emotive e sociali: disegnano reti di cura, visioni ecologiche, desideri di giustizia e inclusione dove la differenza è riconosciuta e accolta.

PROSSIMI FUTURI ha dimostrato che tracciare mappe non è mai un gesto individuale: serve il contributo di tutti, perché il futuro è uno spazio condiviso in cui ogni scelta personale abbia risonanze collettive e in cui il bene comune germogli nello spazio.

È stato un esercizio di immaginazione collettiva che ha dato voce a chi lavora ogni giorno nelle comunità e messo in dialogo esperti e cittadini appartenenti a generazioni diverse. In un mondo che cambia rapidamente, PROSSIMI FUTURI lascia la certezza che ogni domani possibile nasce dall’attenzione al presente e dalla capacità di costruire insieme.

È questa la filosofia di PROSSIMI FUTURI, il festival promosso dal Gruppo AEPER, che ha attraversato la provincia di Bergamo tra il 2024 e il 2025, come un viaggio collettivo, toccando luoghi, comunità e storie differenti. Un percorso fatto di incontri, riflessioni e laboratori, guidato da tre parole chiave che disegnano un sentiero condiviso verso il domani: ingranaggi, lieviti e mappe.

Servizio Civile: al Nord calano le candidature

Scaduti i termini per la presentazione delle domande di Servizio Civile, si può iniziare a fare qualche considerazione generale. Dall’osservatorio del CNCA emerge una tendenza ormai consolidata: nei progetti in Italia l’attrattività verso quest’esperienza procede a due velocità. Da una parte c’è il Sud che registra un elevato numero di candidature e una copertura pressoché completa dei posti disponibili. Dall’altro, invece, il Nord continua a mostrare diverse difficoltà.

A livello nazionale il CNCA ha raccolto complessivamente 652 candidature: 545 per le sedi in Italia, a fronte di 297 posizioni disponibili, e 107 per l’estero, su 32 posti. Nonostante l’elevato numero di domande, nelle sedi italiane restano però scoperti 45 posti, pari al 15% del totale. Le maggiori criticità si registrano in alcune Regioni del Centro-Nord: in particolare, in Lombardia il 19% dei posti è rimasto vacante (su 39 sedi).

Foto di fauxels/pexels

Secondo Riccardo Poli, coordinatore delle attività associative e del Servizio Civile del CNCA, questa disparità è legata a due fattori principali. Da un lato pesa lo squilibrio tra gli enti: le organizzazioni più grandi dispongono di maggiori strumenti di comunicazione e riescono a raggiungere un pubblico più ampio.

Dall’altro, nel corso degli anni il Servizio Civile è stato sempre più associato al concetto di lavoro, perdendo in parte la sua natura originaria di esperienza di cittadinanza attiva. Nato come evoluzione dell’obiezione di coscienza, il Servizio Civile universale si fonda sul diritto-dovere costituzionale di difendere la patria in modo non violento e di promuovere solidarietà e cooperazione.

Con il tempo, tuttavia, si è progressivamente trasformato in una misura di politica giovanile per l’occupazione, una sorta di apprendistato verso il mondo del lavoro, considerando anche che nei concorsi pubblici viene favorito chi lo ha svolto.

Questo cambiamento incide sulle motivazioni dei giovani che tendono a valutare l’esperienza in termini sempre più utilitaristici, rinunciando in partenza a un’occasione unica di crescita personale e di conoscenza di un mondo che non per forza altrimenti si incontrerebbe.

Non a caso proprio nelle Regioni del Nord, dove le opportunità lavorative nel settore educativo e sociale sono più numerose, si registra il calo più significativo di candidature.

A conferma di questa tendenza, purtroppo, proprio in questi giorni è stato presentato in Parlamento un disegno di legge di riforma del Servizio Civile che, secondo il CNCA, rischia di indebolirne ulteriormente la dimensione volontaria e solidaristica, orientandolo sempre più verso una funzione occupazionale, assimilabile a una politica attiva del lavoro.

Il “No” del Cnca Lombardia al referendum del 22 e 23 marzo 2026

Rocco Artifoni, rappresentante dell’associazione Micaela ODV e collaboratore della cooperativa sociale Aeper – entrambe aderenti al CNCA Lombardia –, ha incontrato per la prima volta la Costituzione negli anni Ottanta grazie a un colloquio con Rosanna Benzi, direttrice della rivista “Gli altri”.

All’epoca Benzi viveva in un polmone d’acciaio in una stanza dell’ospedale di Genova e, durante una conversazione con Artifoni, gli disse che la sua speranza per l’anno nuovo sarebbe stata l’abolizione delle barriere architettoniche, proprio come sancisce l’articolo 3, comma 2, della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

“Quella frase mi ha colpito profondamente. Com’era possibile che una persona costretta a vivere in una gabbia d’acciaio, senza poter uscire dalla sua stanza, si preoccupasse delle barriere architettoniche che le altre persone incontrano fuori?”.

Da quell’interrogativo nasce per Artifoni la consapevolezza del valore della Costituzione come “punto di riferimento su diritti e doveri condivisi”.

Inizia così una fase di studio e impegno che lo porta a far parte del Comitato per la difesa della Costituzione, a scrivere insieme al giurista Filippo Pizzolato il libro “L’ABC della Costituzione” (2014) e oggi a essere in prima linea, insieme al CNCA Lombardia, per il “Noal referendum del 22 e 23 marzo.

“Sappiamo tutti che la giustizia non funziona come dovrebbe: ha tempi lunghissimi, manca personale e non è adeguatamente digitalizzata. Al Ministro della Giustizia, secondo la Costituzione, spetta trovare soluzioni a questi problemi. Invece propone una riforma che modifica l’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo che presiede il potere giudiziario e che dovrebbe essere totalmente autonomo dal potere esecutivo. Inoltre il Governo di fatto ha imposto al Parlamento di non modificare neppure una virgola del testo: la riforma è passata senza alcun cambiamento. Già solo questo per me rappresenta un motivo sufficiente per respingerla”.

Entrando nel merito, Artifoni definisce la riforma “un pasticcio”.

“Non sono favorevole alla separazione delle carriere, ma anche se lo fossi non voterei questa proposta. Da un lato si prevede la duplicazione del CSM, con un consiglio per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Dall’altro si istituisce un’Alta Corte disciplinare nella quale giudici e pubblici ministeri restano insieme: una contraddizione evidente. Senza contare l’articolo 106, che consente al CSM dei giudici di nominare giudice di Cassazione un pubblico ministero per meriti insigni. È assurdo. Se si vogliono davvero separare le carriere, perché dare questa possibilità?”.

Il punto più pericoloso della revisione costituzionale – sottolinea Artifoni – è relativo ai collegi dell’Alta Corte disciplinare, che verranno definiti con una successiva legge ordinaria (quindi decisa dalla maggioranza che sostiene il governo), nei quali i magistrati possono risultare in minoranza. Di conseguenza i provvedimenti disciplinari nei confronti di giudici e pubblici ministeri potrebbero essere decisi da una maggioranza di rappresentanti dei politici. Il che significa la fine dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”.

Questo accade in un momento in cui la maggioranza parlamentare ha già approvato una legge sull’autonomia differenziata, successivamente ridimensionata dalla Corte costituzionale per diversi profili di incostituzionalità. È inoltre in discussione il progetto di premierato e si sta lavorando a una nuova legge elettorale che torna a puntare sul premio di maggioranza a chi rappresenta il 40 o il 35%.

“Ma la Costituzione è la regola in cui tutti si riconoscono. Fu approvata dall’88% dei membri dell’Assemblea Costituente, dopo un grande lavoro di mediazione. Idealmente tutte le riforme costituzionali dovrebbero almeno puntare a superare quella soglia”.

Per Artifoni attaccare l’autonomia della magistratura significa indebolire l’organo che dovrebbe vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali. Non si tratta quindi di un tecnicismo, ma di una riforma che riguarda tutti e tutte noi che, come le rane cucinate lentamente per evitare che saltino fuori dall’acqua, ci stiamo progressivamente abituando all’ebollizione. E la temperatura è sempre più alta.

Oltre il carcere, oltre la disuguaglianza

Per un welfare che studia, cura e costruisce futuro: il ruolo del terzo settore e l’esperienza di Fondazione Arché.

I bambini e le bambine non dovrebbero mai stare negli istituti penitenziari. Punto”.
C’è un luogo dove si incontrano tutte le disuguaglianze che attraversano il nostro tempo: il carcere. Un luogo fisico, ma anche simbolico, in cui il disagio sociale viene confinato, nascosto, e molto spesso condannato due volte. Non è un caso se i detenuti sono, in grande maggioranza, persone con una storia di marginalità economica, educativa, affettiva. Non è un caso se le donne in carcere sono per lo più vittime prima ancora che autrici di reato. E non è un caso, soprattutto, se tra quelle mura vivono ancora bambini: figli di madri detenute, ai quali è negato il diritto più elementare, quello di crescere in un ambiente libero, sano e accogliente.

Per questo, parlare di carcere significa trattare del cuore delle politiche sociali, mettere al centro il tema del futuro: il futuro delle persone, delle comunità, del welfare stesso. La domanda principale non deve essere solo “cosa fare per chi è in carcere?” ma piuttosto: “Quale tipo di futuro stiamo rendendo possibile per le persone private della libertà
e per i loro figli?”

Secondo il XXI Rapporto di Antigone il sistema carcerario italiano è in grave sofferenza. I detenuti sono oltre 62.000 a fronte di una capienza reale di poco più di 47.000 posti, con un tasso di sovraffollamento nazionale del 132,6%, che supera il 200% in istituti come San Vittore a Milano e Canton Mombello a Brescia. Questo significa celle strette, assenza di privacy, spazi comuni inadeguati e, più di tutto, assenza di prospettive.

Le operatrici di Arché impegnate in Cascina Cuccagna in un progetto dell’Area Carcere

A questa situazione si aggiunge la fragilità del sistema trattamentale: molte persone detenute non hanno accesso a percorsi formativi, educativi o lavorativi. In questo vuoto si inserisce l’altro dato drammatico del 2024: ben 91 suicidi in carcere, una persona ogni quattro giorni. Un numero mai raggiunto prima, che racconta il grado di solitudine, angoscia e disperazione che si vive dietro le sbarre.

Come Fondazione Arché, insieme ad altre realtà del CNCA, abbiamo incontrato più volte questa realtà. Operando con donne e bambini negli istituti penitenziari abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia difficile progettare un domani per chi è privato della libertà. Eppure è proprio lì, in quel punto apparentemente morto, che bisogna seminare il futuro.

Tra i nodi più delicati c’è quello della genitorialità reclusa. In Italia le madri detenute con figli piccoli possono accedere agli Istituti a Custodia Attenuata per Madri (Icam) pensati per garantire una detenzione meno impattante sui bambini. Ma questi istituti sono ancora troppo pochi, mal distribuiti sul territorio, spesso carenti di servizi strutturati.

Eppure un bambino che cresce in carcere, per quanto accompagnato, è un bambino che vede compromesso il suo sviluppo. È un’infanzia privata della possibilità di esplorare liberamente, di costruire relazioni al di fuori del perimetro ristretto di un’istituzione. Un bambino che rischia di interiorizzare come “normale” un contesto che normale non è.

Per questo, Fondazione Arché ha scelto di intervenire non solo con progetti educativi e relazionali, ma anche con una forte presa di parola pubblica. Crediamo che ogni intervento sociale debba essere anche uno sguardo sul futuro. Perché accompagnare una madre in carcere significa anche contribuire alla possibilità di un’esistenza diversa, più libera, più giusta, per lei e per suo figlio.

Nel solco del pensiero di Carlo Maria Martini, che ci ha insegnato che la carità non deve mai umiliare chi la riceve, ma deve restituire dignità, come Arché abbiamo scelto di accompagnare il nostro agire con lo studio delle cause. Non si combattono le disuguaglianze solo con l’assistenza: bisogna comprenderle, analizzarle, restituirle alla dimensione politica, sistemica, culturale.

Con questo spirito che è nato il volume “Madri detenute – dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociale sociopolitica”, pubblicato nel 2025 da La Vita Felice e scritto da Valentina De Fazio, educatrice di Arché. Il libro, frutto di anni di esperienza diretta, raccoglie dati, testimonianze e riflessioni su cosa significa essere madri in carcere oggi in Italia ed è soprattutto un documento che guarda al futuro, offrendo piste di trasformazione reali, concrete, necessarie.

Il futuro del welfare non potrà basarsi su modelli assistenzialisti, frammentari o emergenziali.

Serve un cambio di paradigma, un welfare che progetti, che sappia lavorare insieme alle istituzioni e che sia capace di immaginare un’alternativa, anche dove oggi sembra impossibile.

Il terzo settore, in questo, ha un ruolo decisivo: essere spazio di pensiero e di proposta, non solo di esecuzione. Serve una nuova stagione di coprogettazione, in cui le realtà sociali siano riconosciute come portatrici di visione. E poi serve il coraggio di prendere scelte radicali.

Una politica penale davvero orientata al futuro dovrà ridurre drasticamente il ricorso alla detenzione per reati minori, investire in misure alternative, rafforzare gli Icam -che sono comunque un modello ampiamente superabile- e le comunità educative, formare personale educativo e psicosociale all’interno delle carceri. Non per “buonismo” ma perché è l’unico modo razionale e umano per interrompere il ciclo dell’esclusione.

Il carcere, oggi, è uno dei principali produttori di recidiva, dato che si aggira intorno al 70%. Dove non c’è fiducia, progettualità, accompagnamento, non può esserci futuro.

“Può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”. Lo scriveva Adriano Sofri, ricordandoci che la responsabilità è sempre collettiva.

Se vogliamo un futuro diverso per le persone più fragili, dobbiamo iniziare oggi con scelte, parole e azioni. Come Arché, continueremo a muoverci su questa linea sottile tra cura e pensiero, tra intervento concreto e riflessione sociale. Perché ogni madre, ogni bambino, ogni persona che ha sbagliato, abbia diritto a essere pensata non per quello che è stata, ma per ciò che può diventare.

Solo così, costruiremo un welfare all’altezza delle sfide future, che non escluda, non umili, ma accompagni le persone con fiducia nel domani.

Simone Zambelli
Assistente Sociale

Fondazione Arché nasce nel 1991 su ispirazione di padre Giuseppe Bettoni, e si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura a Milano, a Roma e a San Benedetto del Tronto. A Milano, attraverso Casa Carla a Porta Venezia e Casa Adriana a Quarto Oggiaro, e a Roma, attraverso Casa Marzia, ospita mamme e bambini con problematiche legate a maltrattamenti, immigrazione, disagio sociale e fragilità personale e offre alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà attraverso i suoi appartamenti. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce il sostegno dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura.

Se si criminalizza il dissenso e si taglia il welfare nulla potrà mai davvero cambiare

Dai rave alle persone migranti, dai giovani etichettati come maranza agli attivisti per il clima: negli ultimi due anni il Governo Meloni ha progressivamente individuato nuovi bersagli su cui concentrare misure repressive. Un percorso culminato nel decreto sicurezza del 2025 e nell’approvazione, il 5 febbraio 2026, di una nuova norma d’urgenza che introduce ulteriori restrizioni in materia di immigrazione, ordine pubblico e diritto di manifestare.

Secondo il CNCA Lombardia questo susseguirsi di provvedimenti contribuisce ad alimentare un clima di polarizzazione e a rafforzare la criminalizzazione del dissenso e delle fragilità sociali, in un contesto politico ulteriormente irrigidito dalle manifestazioni degli ultimi mesi.

Per Paolo Dell’Oca, membro dell’esecutivo del CNCA Lombardia e portavoce di Fondazione Arché, si tratta di una risposta politica che rischia di restringere gli spazi di partecipazione democratica: le nuove misure, anche alla luce delle mobilitazioni a sostegno della popolazione palestinese e di Gaza, finiscono per allontanare dalle piazze le persone meno politicizzate e i gruppi più ampi, rafforzando una narrazione securitaria.

“Il diritto di manifestare non riguarda solo i giovani ma chiama in causa tutte e tutti noi – commenta Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia e direttore della cooperativa sociale Diapason –. A essere messa in discussione è la libertà di espressione e la possibilità stessa di esprimere dissenso in uno spazio democratico”.

Il Coordinamento evidenzia inoltre il rischio di un circolo vizioso: agli arresti e alle denunce segue spesso il rilascio per insussistenza del reato, mentre la responsabilità viene scaricata su altri livelli istituzionali, alimentando ulteriore conflittualità pubblica.

Parallelamente manca un’analisi strutturale delle cause delle marginalità. Si assiste invece a una progressiva riduzione degli investimenti nel welfare, nei servizi territoriali e nelle comunità educative che potrebbero offrire alternative concrete a disagio e devianza. “Senza strumenti di giustizia sociale non si può fare molto – prosegue Cattaneo –. Ma chi taglia il welfare è lo stesso che poi invoca la sicurezza”.

Il recente arresto di Fares Bouzidi, a oltre un anno dalla morte di Ramy Elgaml, viene indicato come esempio emblematico di questo cortocircuito: l’assenza di un adeguato accompagnamento educativo e sociale lascia spazio all’intervento repressivo, senza incidere sulle cause profonde del disagio.

“Finché non ci si rende conto che le persone non commettono reati per piacere ma per sopravvivere – conclude Cattaneo – nulla potrà mai davvero cambiare”.

Sosteniamo la rilevazione “Tutti contano” sulle persone senza dimora

Un’iniziativa per orientare politiche pubbliche più strutturate per le persone senza dimora

Milano, 27 gennaio 2026 – Il Cnca Lombardia sostiene e incoraggia la Rilevazione nazionale “Tutti contano”, promossa da Istat e realizzata dalla Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD). Un’iniziativa fondamentale per restituire una fotografia realistica del fenomeno delle persone senza dimora e per orientare le politiche pubbliche, a livello locale e nazionale, verso interventi strutturali e coordinati, lontani da approcci emergenziali o esclusivamente orientati alla visibilità e alla sicurezza.

La rilevazione, avviata lunedì 26 gennaio e attiva fino a giovedì 29, coinvolge 14 città italiane e ha l’obiettivo di raccogliere dati quantitativi e qualitativi aggiornati sulle persone che vivono in strada. L’indagine prevede una conta visiva notturna delle persone che dormono in strada, nei dormitori e nelle strutture di accoglienza, affiancata da interviste di approfondimento attraverso la somministrazione di questionari a un campione selezionato. Particolare attenzione è riservata ai temi della salute e alle condizioni delle donne senza dimora.

La componente femminile rappresenta infatti una minoranza ancora poco studiata all’interno del fenomeno dell’homelessness. «Al momento non esistono ricerche che quantifichino con precisione quante donne vivano in strada – spiega Eleonora Del Fabbro della Fondazione Somaschi – ma sappiamo con certezza che corrono rischi maggiori rispetto agli uomini, perché ai pericoli tipici della vita in strada si aggiunge la violenza di genere».

Per rispondere a questa esigenza, Fondazione Somaschi, realtà aderente al Cnca Lombardia, gestisce un centro diurno che ogni giovedì offre interventi ricreativi e sanitari alle donne senza dimora e, quando necessario, le orienta verso i Centri antiviolenza. «Gli episodi di aggressione non sono messi in atto solo da sconosciuti, ma anche dai partner con cui convivono. Tra le 10 e le 15 donne che accogliamo ogni settimana, quasi tutte hanno subito episodi di violenza».

Gli interventi di sostegno rivolti alle persone senza dimora restano tuttavia estremamente complessi, a causa della sovrapposizione di molteplici fragilità. Alla mancanza di una casa si affiancano spesso dipendenze da sostanze o alcol, disagio psichico, barriere linguistiche nel caso di persone straniere e condizioni di salute compromesse, che la vita in strada tende ad aggravare ulteriormente. Come evidenziato dall’ultimo rapporto di fio.PSD, La strage invisibile, nel 2025 sono morte in strada 414 persone, con un’età media di 46,3 anni, a fronte di un’aspettativa di vita della popolazione italiana pari a 81,9 anni.

Per questo le organizzazioni aderenti al Cnca Lombardia – tra cui Fondazione Somaschi, Cooperativa Lotta contro l’emarginazione e Progetto Arca – partecipano al tavolo di coprogettazione sulla grave marginalità adulta del Comune di Milano, con l’obiettivo di costruire una rete capace di offrire risposte sinergiche e coordinate ai diversi bisogni. «Nelle persone senza dimora assistiamo a una convergenza di marginalità che a Milano risulta ancora più evidente per l’elevato numero di persone che qui si concentrano, attratte dalla presenza di servizi, reti informali e opportunità lavorative – osserva Tiziana Bianchini della Cooperativa Lotta contro l’emarginazione –. Il nostro obiettivo è costruire percorsi individualizzati che partano dall’accoglienza notturna e arrivino all’aggancio con i servizi territoriali».

Un approccio coordinato che rifiuta interventi basati su logiche di decoro urbano, sicurezza o sgomberi, come quello avvenuto il 18 dicembre scorso alla Stazione Milano Tibaldi, finalizzato unicamente a produrre visibilità immediata senza affrontare le cause strutturali dell’emarginazione.