Il “No” del Cnca Lombardia al referendum del 22 e 23 marzo 2026

Rocco Artifoni, rappresentante dell’associazione Micaela ODV e collaboratore della cooperativa sociale Aeper – entrambe aderenti al CNCA Lombardia –, ha incontrato per la prima volta la Costituzione negli anni Ottanta grazie a un colloquio con Rosanna Benzi, direttrice della rivista “Gli altri”.

All’epoca Benzi viveva in un polmone d’acciaio in una stanza dell’ospedale di Genova e, durante una conversazione con Artifoni, gli disse che la sua speranza per l’anno nuovo sarebbe stata l’abolizione delle barriere architettoniche, proprio come sancisce l’articolo 3, comma 2, della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

“Quella frase mi ha colpito profondamente. Com’era possibile che una persona costretta a vivere in una gabbia d’acciaio, senza poter uscire dalla sua stanza, si preoccupasse delle barriere architettoniche che le altre persone incontrano fuori?”.

Da quell’interrogativo nasce per Artifoni la consapevolezza del valore della Costituzione come “punto di riferimento su diritti e doveri condivisi”.

Inizia così una fase di studio e impegno che lo porta a far parte del Comitato per la difesa della Costituzione, a scrivere insieme al giurista Filippo Pizzolato il libro “L’ABC della Costituzione” (2014) e oggi a essere in prima linea, insieme al CNCA Lombardia, per il “Noal referendum del 22 e 23 marzo.

“Sappiamo tutti che la giustizia non funziona come dovrebbe: ha tempi lunghissimi, manca personale e non è adeguatamente digitalizzata. Al Ministro della Giustizia, secondo la Costituzione, spetta trovare soluzioni a questi problemi. Invece propone una riforma che modifica l’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo che presiede il potere giudiziario e che dovrebbe essere totalmente autonomo dal potere esecutivo. Inoltre il Governo di fatto ha imposto al Parlamento di non modificare neppure una virgola del testo: la riforma è passata senza alcun cambiamento. Già solo questo per me rappresenta un motivo sufficiente per respingerla”.

Entrando nel merito, Artifoni definisce la riforma “un pasticcio”.

“Non sono favorevole alla separazione delle carriere, ma anche se lo fossi non voterei questa proposta. Da un lato si prevede la duplicazione del CSM, con un consiglio per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Dall’altro si istituisce un’Alta Corte disciplinare nella quale giudici e pubblici ministeri restano insieme: una contraddizione evidente. Senza contare l’articolo 106, che consente al CSM dei giudici di nominare giudice di Cassazione un pubblico ministero per meriti insigni. È assurdo. Se si vogliono davvero separare le carriere, perché dare questa possibilità?”.

Il punto più pericoloso della revisione costituzionale – sottolinea Artifoni – è relativo ai collegi dell’Alta Corte disciplinare, che verranno definiti con una successiva legge ordinaria (quindi decisa dalla maggioranza che sostiene il governo), nei quali i magistrati possono risultare in minoranza. Di conseguenza i provvedimenti disciplinari nei confronti di giudici e pubblici ministeri potrebbero essere decisi da una maggioranza di rappresentanti dei politici. Il che significa la fine dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”.

Questo accade in un momento in cui la maggioranza parlamentare ha già approvato una legge sull’autonomia differenziata, successivamente ridimensionata dalla Corte costituzionale per diversi profili di incostituzionalità. È inoltre in discussione il progetto di premierato e si sta lavorando a una nuova legge elettorale che torna a puntare sul premio di maggioranza a chi rappresenta il 40 o il 35%.

“Ma la Costituzione è la regola in cui tutti si riconoscono. Fu approvata dall’88% dei membri dell’Assemblea Costituente, dopo un grande lavoro di mediazione. Idealmente tutte le riforme costituzionali dovrebbero almeno puntare a superare quella soglia”.

Per Artifoni attaccare l’autonomia della magistratura significa indebolire l’organo che dovrebbe vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali. Non si tratta quindi di un tecnicismo, ma di una riforma che riguarda tutti e tutte noi che, come le rane cucinate lentamente per evitare che saltino fuori dall’acqua, ci stiamo progressivamente abituando all’ebollizione. E la temperatura è sempre più alta.

Oltre il carcere, oltre la disuguaglianza

Per un welfare che studia, cura e costruisce futuro: il ruolo del terzo settore e l’esperienza di Fondazione Arché.

I bambini e le bambine non dovrebbero mai stare negli istituti penitenziari. Punto”. C’è un luogo dove si incontrano tutte le disuguaglianze che attraversano il nostro tempo: il carcere. Un luogo fisico, ma anche simbolico, in cui il disagio sociale viene confinato, nascosto, e molto spesso condannato due volte. Non è un caso se i detenuti sono, in grande maggioranza, persone con una storia di marginalità economica, educativa, affettiva. Non è un caso se le donne in carcere sono per lo più vittime prima ancora che autrici di reato. E non è un caso, soprattutto, se tra quelle mura vivono ancora bambini: figli di madri detenute, ai quali è negato il diritto più elementare, quello di crescere in un ambiente libero, sano e accogliente.

Per questo, parlare di carcere significa parlare del cuore delle politiche sociali. Significa mettere al centro il tema del futuro: il futuro delle persone, delle comunità, del welfare stesso. La domanda di fondo non è solo “cosa fare per chi è in carcere?”, ma piuttosto: che tipo di futuro stiamo rendendo possibile per le persone private della libertà e per i loro figli?

Secondo il XXI Rapporto di Antigone il sistema carcerario italiano è in grave sofferenza. I detenuti sono oltre 62.000 a fronte di una capienza reale di poco più di 47.000 posti, con un tasso di sovraffollamento nazionale del 132,6%, che supera il 200% in istituti come San Vittore a Milano e Canton Mombello a Brescia. Questo significa celle strette, assenza di privacy, spazi comuni inadeguati, ma soprattutto assenza di prospettiva.

Le operatrici di Arché impegnate in Cascina Cuccagna in un progetto dell’Area Carcere

A questa situazione si aggiunge la fragilità del sistema trattamentale: molte persone detenute non hanno accesso a percorsi formativi, educativi o lavorativi. In questo vuoto si inserisce l’altro dato drammatico del 2024: ben 91 suicidi in carcere, una persona ogni quattro giorni. Un numero mai raggiunto prima, che racconta il grado di solitudine, angoscia e disperazione che si vive dietro le sbarre.

Come Fondazione Arché, come diverse altre realtà del CNCA, abbiamo incontrato più volte questa realtà. Operando con donne e bambini negli istituti penitenziari abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia difficile progettare un domani per chi è privato della libertà. Eppure è proprio lì, in quel punto apparentemente morto, che bisogna seminare il futuro.

Tra i nodi più delicati c’è quello della genitorialità reclusa. In Italia le madri detenute con figli piccoli possono accedere agli ICAM – Istituti a Custodia Attenuata per Madri – pensati per garantire una detenzione meno impattante sui bambini. Ma questi istituti sono ancora troppo pochi, mal distribuiti sul territorio, spesso carenti di servizi strutturati.

Eppure un bambino che cresce in carcere, per quanto accompagnato, è un bambino che vede compromesso il suo sviluppo. È un’infanzia privata della possibilità di esplorare liberamente, di costruire relazioni al di fuori del perimetro ristretto di un’istituzione. Un bambino che rischia di interiorizzare come “normale” un contesto che normale non è.

Per questo, Fondazione Arché ha scelto di intervenire non solo con progetti educativi e relazionali, ma anche con una forte presa di parola pubblica. Crediamo che ogni intervento sociale debba essere anche uno sguardo sul futuro. Perché accompagnare una madre in carcere significa anche contribuire alla possibilità di un’esistenza diversa, più libera, più giusta, per lei e per suo figlio.

Nel solco del pensiero di Carlo Maria Martini, che ci ha insegnato che la carità non deve mai umiliare chi la riceve, ma deve restituire dignità, come Arché abbiamo scelto di accompagnare il nostro agire con lo studio delle cause. Non si combattono le disuguaglianze solo con l’assistenza: bisogna comprenderle, analizzarle, restituirle alla dimensione politica, sistemica, culturale.

È con questo spirito che è nato il volume “Madri detenute – dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociale sociopolitica”, pubblicato nel 2025 da La Vita Felice e scritto da Valentina De Fazio, educatrice di Arché. Il libro, frutto di anni di esperienza diretta, raccoglie dati, testimonianze e riflessioni su cosa significa essere madri in carcere oggi in Italia. Ed è soprattutto un documento che guarda al futuro, offrendo piste di trasformazione reali, concrete, necessarie.

Il futuro del welfare non potrà basarsi su modelli assistenzialisti, frammentari o emergenziali.

Serve un cambio di paradigma. Serve un welfare che progetti, che sappia lavorare insieme alle istituzioni, che sia capace di immaginare l’alternativa anche dove oggi sembra impossibile.

Il terzo settore, in questo, ha un ruolo decisivo: essere spazio di pensiero e di proposta, non solo di esecuzione. Serve una nuova stagione di coprogettazione, in cui le realtà sociali siano riconosciute come portatrici di visione. E serve, soprattutto, il coraggio di scelte radicali.

Una politica penale davvero orientata al futuro dovrà ridurre drasticamente il ricorso alla detenzione per reati minori, investire in misure alternative, rafforzare gli ICAM (che sono comunque un modello ampiamente superabile) e le comunità educative, formare personale educativo e psicosociale all’interno delle carceri. Non per “buonismo”, ma perché è l’unico modo razionale e umano per interrompere il ciclo dell’esclusione.

Il carcere, oggi, è uno dei principali produttori di recidiva, dato che si aggira intorno al 70%. Dove non c’è fiducia, progettualità, accompagnamento, non può esserci futuro.

“Può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”. Lo scriveva Adriano Sofri, ricordandoci che la responsabilità è sempre collettiva.

Se vogliamo un futuro diverso per le persone più fragili, dobbiamo iniziare oggi. Con scelte, con parole, con azioni. Come Arché, continueremo a muoverci su questa linea sottile tra cura e pensiero, tra intervento concreto e riflessione sociale. Perché ogni madre, ogni bambino, ogni persona che ha sbagliato, ha diritto a essere pensata non per quello che è stata, ma per ciò che può diventare.

Solo così, davvero, costruiremo un welfare all’altezza delle sfide future. Un welfare che non esclude, non umilia, ma accompagna. Un welfare che non dimentica, ma crede nel domani.

Simone Zambelli

Assistente Sociale

Fondazione Arché nasce nel 1991 su ispirazione di padre Giuseppe Bettoni, e si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura a Milano, a Roma e a San Benedetto del Tronto. A Milano, attraverso Casa Carla a Porta Venezia e Casa Adriana a Quarto Oggiaro, e a Roma, attraverso Casa Marzia, ospita mamme e bambini con problematiche legate a maltrattamenti, immigrazione, disagio sociale e fragilità personale e offre alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà attraverso i suoi appartamenti.

Se si criminalizza il dissenso e si taglia il welfare nulla potrà mai davvero cambiare

Dai rave alle persone migranti, dai giovani etichettati come maranza agli attivisti per il clima: negli ultimi due anni il Governo Meloni ha progressivamente individuato nuovi bersagli su cui concentrare misure repressive. Un percorso culminato nel decreto sicurezza del 2025 e nell’approvazione, il 5 febbraio 2026, di una nuova norma d’urgenza che introduce ulteriori restrizioni in materia di immigrazione, ordine pubblico e diritto di manifestare.

Secondo il CNCA Lombardia questo susseguirsi di provvedimenti contribuisce ad alimentare un clima di polarizzazione e a rafforzare la criminalizzazione del dissenso e delle fragilità sociali, in un contesto politico ulteriormente irrigidito dalle manifestazioni degli ultimi mesi.

Per Paolo Dell’Oca, membro dell’esecutivo del CNCA Lombardia e portavoce di Fondazione Arché, si tratta di una risposta politica che rischia di restringere gli spazi di partecipazione democratica: le nuove misure, anche alla luce delle mobilitazioni a sostegno della popolazione palestinese e di Gaza, finiscono per allontanare dalle piazze le persone meno politicizzate e i gruppi più ampi, rafforzando una narrazione securitaria.

“Il diritto di manifestare non riguarda solo i giovani ma chiama in causa tutte e tutti noi – commenta Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia e direttore della cooperativa sociale Diapason –. A essere messa in discussione è la libertà di espressione e la possibilità stessa di esprimere dissenso in uno spazio democratico”.

Il Coordinamento evidenzia inoltre il rischio di un circolo vizioso: agli arresti e alle denunce segue spesso il rilascio per insussistenza del reato, mentre la responsabilità viene scaricata su altri livelli istituzionali, alimentando ulteriore conflittualità pubblica.

Parallelamente manca un’analisi strutturale delle cause delle marginalità. Si assiste invece a una progressiva riduzione degli investimenti nel welfare, nei servizi territoriali e nelle comunità educative che potrebbero offrire alternative concrete a disagio e devianza. “Senza strumenti di giustizia sociale non si può fare molto – prosegue Cattaneo –. Ma chi taglia il welfare è lo stesso che poi invoca la sicurezza”.

Il recente arresto di Fares Bouzidi, a oltre un anno dalla morte di Ramy Elgaml, viene indicato come esempio emblematico di questo cortocircuito: l’assenza di un adeguato accompagnamento educativo e sociale lascia spazio all’intervento repressivo, senza incidere sulle cause profonde del disagio.

“Finché non ci si rende conto che le persone non commettono reati per piacere ma per sopravvivere – conclude Cattaneo – nulla potrà mai davvero cambiare”.

Sosteniamo la rilevazione “Tutti contano” sulle persone senza dimora

Un’iniziativa per orientare politiche pubbliche più strutturate per le persone senza dimora

Milano, 27 gennaio 2026 – Il Cnca Lombardia sostiene e incoraggia la Rilevazione nazionale “Tutti contano”, promossa da Istat e realizzata dalla Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD). Un’iniziativa fondamentale per restituire una fotografia realistica del fenomeno delle persone senza dimora e per orientare le politiche pubbliche, a livello locale e nazionale, verso interventi strutturali e coordinati, lontani da approcci emergenziali o esclusivamente orientati alla visibilità e alla sicurezza.

La rilevazione, avviata lunedì 26 gennaio e attiva fino a giovedì 29, coinvolge 14 città italiane e ha l’obiettivo di raccogliere dati quantitativi e qualitativi aggiornati sulle persone che vivono in strada. L’indagine prevede una conta visiva notturna delle persone che dormono in strada, nei dormitori e nelle strutture di accoglienza, affiancata da interviste di approfondimento attraverso la somministrazione di questionari a un campione selezionato. Particolare attenzione è riservata ai temi della salute e alle condizioni delle donne senza dimora.

La componente femminile rappresenta infatti una minoranza ancora poco studiata all’interno del fenomeno dell’homelessness. «Al momento non esistono ricerche che quantifichino con precisione quante donne vivano in strada – spiega Eleonora Del Fabbro della Fondazione Somaschi – ma sappiamo con certezza che corrono rischi maggiori rispetto agli uomini, perché ai pericoli tipici della vita in strada si aggiunge la violenza di genere».

Per rispondere a questa esigenza, Fondazione Somaschi, realtà aderente al Cnca Lombardia, gestisce un centro diurno che ogni giovedì offre interventi ricreativi e sanitari alle donne senza dimora e, quando necessario, le orienta verso i Centri antiviolenza. «Gli episodi di aggressione non sono messi in atto solo da sconosciuti, ma anche dai partner con cui convivono. Tra le 10 e le 15 donne che accogliamo ogni settimana, quasi tutte hanno subito episodi di violenza».

Gli interventi di sostegno rivolti alle persone senza dimora restano tuttavia estremamente complessi, a causa della sovrapposizione di molteplici fragilità. Alla mancanza di una casa si affiancano spesso dipendenze da sostanze o alcol, disagio psichico, barriere linguistiche nel caso di persone straniere e condizioni di salute compromesse, che la vita in strada tende ad aggravare ulteriormente. Come evidenziato dall’ultimo rapporto di fio.PSD, La strage invisibile, nel 2025 sono morte in strada 414 persone, con un’età media di 46,3 anni, a fronte di un’aspettativa di vita della popolazione italiana pari a 81,9 anni.

Per questo le organizzazioni aderenti al Cnca Lombardia – tra cui Fondazione Somaschi, Cooperativa Lotta contro l’emarginazione e Progetto Arca – partecipano al tavolo di coprogettazione sulla grave marginalità adulta del Comune di Milano, con l’obiettivo di costruire una rete capace di offrire risposte sinergiche e coordinate ai diversi bisogni. «Nelle persone senza dimora assistiamo a una convergenza di marginalità che a Milano risulta ancora più evidente per l’elevato numero di persone che qui si concentrano, attratte dalla presenza di servizi, reti informali e opportunità lavorative – osserva Tiziana Bianchini della Cooperativa Lotta contro l’emarginazione –. Il nostro obiettivo è costruire percorsi individualizzati che partano dall’accoglienza notturna e arrivino all’aggancio con i servizi territoriali».

Un approccio coordinato che rifiuta interventi basati su logiche di decoro urbano, sicurezza o sgomberi, come quello avvenuto il 18 dicembre scorso alla Stazione Milano Tibaldi, finalizzato unicamente a produrre visibilità immediata senza affrontare le cause strutturali dell’emarginazione.

A Milano la segregazione scolastica ostacola il diritto allo studio

In occasione della Giornata internazionale dell’educazione, il CNCA Lombardia accende i riflettori sul fenomeno del white flight e sui progetti che promuovono un’educazione inclusiva e di qualità per tutte e tutti.

Milano, 24 gennaio – In occasione della Giornata internazionale dell’educazione, il CNCA Lombardia richiama l’attenzione su un fenomeno sempre più diffuso nel sistema scolastico milanese: il white flight, ovvero lo spostamento di studenti – prevalentemente italiani – da scuole percepite come “di serie B” verso istituti ritenuti più prestigiosi. Una dinamica che alimenta la segregazione scolastica e produce classi con una concentrazione di alunni con background migratorio che può arrivare fino al 70% o al 100%.

«I numeri vanno maneggiati con cautela – spiega Marta Berti, responsabile del progetto SCooP – Scuola Cooperativa di Prossimità –. La presenza di studenti di seconda o terza generazione non è di per sé un problema. Il vero nodo è la fuga dalla povertà e dalle periferie: chi ha risorse si sposta, chi non le ha resta». Una dinamica che priva ragazze e ragazzi della possibilità di crescere in contesti socialmente ed economicamente eterogenei, fondamentali per lo sviluppo educativo e relazionale.

SCooP è uno dei 23 progetti nazionali selezionati dal bando Vicini di scuola, promosso da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. A Milano opera nel Municipio 6, mettendo in rete otto istituti comprensivi e promuovendo la cooperazione tra scuole, istituzioni ed enti del Terzo Settore. «Le scuole riflettono i processi di gentrificazione e segregazione urbana – continua Berti –. Il nostro è un progetto educativo e politico: l’educazione è un diritto e deve garantire pari qualità per tutte e tutti».

Sempre nell’ambito del bando “Vicini di scuola”, a Milano è attivo anche il progetto Mixité, guidato da Diapason, che coinvolge quattro istituti comprensivi caratterizzati da un’elevata presenza di studenti di origine straniera. L’obiettivo è rafforzare l’attrattività delle scuole attraverso attività extrascolastiche, come il doposcuola, e percorsi di sensibilizzazione rivolti a famiglie e studenti, valorizzando le competenze delle scuole e contrastando stereotipi e pregiudizi.

«Persistono ancora convinzioni errate – sottolinea Elisabetta Cargnelutti, project manager di Diapason – secondo cui le classi multiculturali rallenterebbero l’apprendimento. In realtà, gli insegnanti sono formati per lavorare in contesti multilingue e queste scuole offrono importanti opportunità di potenziamento linguistico. Raccontare ciò che accade davvero nelle scuole può fare la differenza».

In un contesto in cui il tema dei giovani viene spesso affrontato in chiave securitaria, anche nel dibattito pubblico nazionale, esperienze come SCooP e Mixité dimostrano che investire in educazione, inclusione e collaborazione territoriale è la strada più efficace per contrastare le disuguaglianze alla radice, ben oltre ogni risposta emergenziale.

Chiediamo un incontro al prefetto di Milano

CNCA Lombardia si unisce alla richiesta urgente di incontro inviata al prefetto di Milano, Claudio Sgaraglia, da diverse organizzazioni attive sul territorio, a seguito delle recenti operazioni interforze nei quartieri popolari di ERP San Siro, Giambellino/Lorenteggio e Baggio.

L’ultimo blitz risale a martedì 16 dicembre, in via Quarti a Baggio, con lo sgombero di nove appartamenti e il distacco delle utenze di luce e gas in pieno inverno.

“Le azioni si stanno susseguendo. Quello a cui assistiamo è una criminalizzazione indiscriminata nei confronti degli abitanti dei quartieri popolari. Una modalità terrorizzante che non aiuta nessuno e che, al contrario, rischia di vanificare tutto il lavoro che le reti territoriali hanno portato avanti in questi anni”, spiega Luca Sansone, del Laboratorio di Quartiere Giambellino–Lorenteggio e operatore di Azione Solidale.

Percorsi di tutela messi a rischio

Durante un blitz avvenuto a fine novembre in via degli Apuli, un uomo con disabilità e fragilità psichiatrica riconosciuta è stato sgomberato perché al momento dei controlli non si trovava in casa, ma era in visita alla madre. Al suo rientro l’abitazione era stata svuotata e blindata.

“In poche ore si è rischiato di far saltare un intero percorso costruito insieme a lui. Lo sgombero è stato un trauma e anche il suo incarico lavorativo ora è a rischio. Senza una casa non si può lavorare”.

Il taglio delle utenze rappresenta un’ulteriore forma di pressione sulle famiglie rimaste, insieme alle minacce di denuncia, spingendole di fatto ad abbandonare gli alloggi.

Politiche securitarie e diritto all’abitare

Per lungo tempo le operazioni securitarie sono state presentate come l’unica soluzione per contrastare l’occupazione abusiva delle case popolari. Si è così scelto di ignorare i percorsi di tutela per le famiglie in stato di necessità, spesso descritte in modo distorto come “colpevoli”.

In realtà si tratta di persone che vivono condizioni di estrema fragilità e che occupano un alloggio come ultima possibilità per non finire in strada. Sono individui che avrebbero bisogno di risposte strutturali, ma che ricevono sempre meno sostegno a causa dei continui tagli alle politiche pubbliche per la casa.

Case popolari vuote e famiglie divise

Gli immobili coinvolti nei blitz sono case popolari gestite da Aler e quindi di competenza di Regione Lombardia. Per anni molti di questi alloggi sono rimasti vuoti e inutilizzati: solo nel quartiere Giambellino si stima che circa un quarto delle abitazioni non sia assegnato, alimentando il fenomeno delle occupazioni.

L’alternativa più frequentemente proposta dalle istituzioni a chi viene sfrattato è la separazione dei nuclei familiari: madri e figli minori in comunità, padri e figli maggiorenni lasciati senza soluzioni. Una scelta che aumenta marginalità e isolamento sociale.

Le richieste alle istituzioni

Le realtà coinvolte chiedono:

  • l’assegnazione di tutti gli alloggi popolari disponibili;
  • nuove risorse per la riqualificazione del patrimonio ERP a Milano;
  • la revisione dell’articolo 23, comma 13, della legge regionale 16/2016, che con una recente modifica ha eliminato la possibilità per le famiglie senza contratto, ma in stato di necessità, di rientrare in un percorso di legalità abitativa.

A seguito di questa modifica normativa, chi vive in un alloggio senza contratto non viene più valutato per la propria condizione di bisogno, ma esclusivamente come “colpevole”, senza alcuna possibilità di ricevere supporto.

Sul lavoro educativo con i giovani

Sempre più spesso si parla di giovani e di periferie associandoli al degrado e alla violenza. In questi giorni la stampa nazionale riporta la notizia di un ragazzo aggredito a Bologna da tre coetanei che lo hanno accerchiato e picchiato alla fermata dell’autobus, e la storia di una sedicenne torinese violentata dal compagno. Ma perché avvengono questi episodi e cosa si potrebbe fare di diverso per proporre alternative concrete a ragazzi e ragazze?

Per comprendere il fenomeno, CNCA Lombardia – federazione che raggruppa 45 gruppi aderenti – ha promosso lo scorso 13 novembre il secondo seminario del Laboratorio dipartimentale di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa”, dal titolo “Spingere lo sguardo oltre. Migrazioni, intersezionalità e giustizia sociale”.

Da questo confronto è nato un tavolo di riflessione aperto, a cui hanno partecipato i membri del CNCA Lombardia:

Giovani, periferie e politiche pubbliche

Nel corso della discussione, Luca Sansone ha ricordato come i giovani che vivono nei quartieri popolari partano da una condizione di forte svantaggio, causata dal progressivo disinvestimento delle politiche pubbliche.

«Da decenni non si vedono interventi di ristrutturazione degli alloggi pubblici, le case popolari restano vuote e non vengono assegnate, la segregazione scolastica è sempre più presente e il costo della vita a Milano è insostenibile per molti. Tutto questo ha ovviamente delle ripercussioni su famiglie e giovani».

È quindi fondamentale, osserva Sansone, rafforzare interventi integrati a regia pubblica, sviluppando sistemi di governance territoriale a livello di quartiere.

Una possibile risposta per i giovani delle periferie è garantire proposte educative continue nel tempo, e non interventi episodici o “vetrina” che rischiano di abbandonare rapidamente ragazzi e ragazze alla situazione di partenza.
Servono invece luoghi educativi stabili, caratterizzati dalla presenza costante di adulti responsabili, capaci di ascoltare, contenere e permettere la sperimentazione, affinché i giovani possano ampliare i propri orizzonti e incontrare modelli educativi alternativi.

Accoglienza, fragilità e salute mentale

Alla discussione ha contribuito anche Raffaella Fantuzzi, portando il punto di vista della comunità di pronta accoglienza di Fondazione Asilo Mariuccia.

«Il contesto della comunità per mamme con bambini è un osservatorio privilegiato, perché consente di comprendere meglio la storia di vita della persona, della famiglia e il progetto migratorio, laddove siano presenti persone non italiane».

Sempre più spesso, spiega Fantuzzi, vengono accolte donne fortemente provate dalle difficoltà economiche, da situazioni abitative sovraffollate e di promiscuità. Molte hanno subito violenza domestica e la separazione dal partner maltrattante comporta un costo emotivo altissimo, poiché implica una rottura totale anche con il contesto familiare allargato.

Tutto questo ha inevitabili ripercussioni sui figli, che hanno assistito alla violenza del padre verso la madre e non sempre riescono a problematizzare quanto accaduto.
Negli ultimi anni, inoltre, emergono sempre più problematiche psichiatriche, spesso non adeguatamente prese in carico, per le quali l’unica risposta offerta è talvolta la massiccia prescrizione di psicofarmaci.

Educazione, politiche restrittive e alternative possibili

Un’analisi condivisa anche da Matteo Avalli, presidente e direttore sviluppo di Fuoriluoghi SCS, che ha sottolineato come nel periodo post-Covid siano emerse fragilità soprattutto sul versante psicologico e dell’abuso di sostanze, in un contesto in cui gli interventi educativi non sono integrati con il sistema sanitario e le politiche pubbliche privilegiano approcci restrittivi e punitivi.

«Il decreto Caivano rappresenta l’esempio di una politica sempre più distante dalle logiche pedagogiche. Il daspo sociale, applicato anche a minorenni segnalati per almeno due volte, comporta l’impossibilità di accedere ai plessi scolastici, ai luoghi di aggregazione e agli spazi pubblici».

Il messaggio, osserva Avalli, è chiaro: a chi fatica a vivere la socialità in modo positivo viene negata la possibilità di sperimentarsi ed essere sostenuto nei luoghi della quotidianità, escludendolo ulteriormente dalla società, senza prevedere reali processi di risocializzazione.

L’azione educativa dovrebbe invece sostenere il ragazzo anche nell’errore, accompagnarlo e aiutarlo ad affrontare le dinamiche che lo portano a sbagliare, affinché possa vivere il contesto con maggiore consapevolezza e capacità di analisi. Diventa quindi necessario creare sinergie nei luoghi educanti, favorendo la partecipazione attiva e lo scambio continuo tra tutti gli attori coinvolti.

AIDS: se le Case Alloggio lombarde scompaiono?

Nel 2024 le nuove diagnosi di infezione da HIV sono state 2.379, quelle di AIDS 450. Nell’83,6% di queste ultime, la scoperta di aver contratto l’HIV è avvenuta nei sei mesi precedenti la diagnosi di AIDS: un dato preoccupante che indica un accesso al test tardivo, spesso solo dopo la comparsa dei sintomi delle varie patologie che definiscono la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita. Sono i dati che emergono dal Bollettino pubblicato pochi giorni fa, come tutti gli anni, dal Centro Operativo AIDS (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità, con il contributo di alcuni componenti del Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della Salute e i referenti di questo stesso Ministero.

Nella Giornata Mondiale contro l’AIDS, lunedì 1° dicembre, l’Infettivologo Giovanni Gaiera, Presidente pro-tempore del CRCA Lombardia, Area territoriale del C.I.C.A,  Coordinamento Italiano Case Alloggio per persone con HIV/ AIDS, e rappresentante del  CNCA Lombardia all’interno della Commissione Regionale AIDS della Lombardia, ricorda che “l’infezione da HIV non è scomparsa” e che “di AIDS si muore ancora”: principalmente per neoplasie, più difficilmente trattabili in persone con un sistema immunitario compromesso, o per cirrosi epatica dovuta a epatiti e/o alcool, o ormai sempre più raramente per alcune malattie infettive per cui non esiste ancora una cura efficace.

Non sono scomparse neppure le persone sopravvissute all’ultima pandemia del secolo scorso, scoppiata a metà degli anni Ottanta. Alcune di queste, quelle che portano gli esiti più invalidanti soprattutto di patologie neurologiche ed assommano nella loro storia numerose fragilità (tossicodipendenza, vita di strada senza dimora, carcere,…) sono state e continuano ad essere accolte nelle Case Alloggio, strutture residenziali di piccole dimensioni – al massimo di dieci posti ciascuna – che offrono loro assistenza extraospedaliera sociosanitaria in un ambiente che è stato pensato dalla metà degli anni ’80 e vuole continuare ad essere una “casa” .

Questi spazi preziosi e unici oggi rischiano però di scomparire. In tutta Italia ce ne sono circa 50, di cui 21 in Lombardia. La chiusura all’inizio del 2025 per motivi economici di una delle cinque Case di Milano ne evidenzia la crisi.

Le Case Alloggio lombarde sono convenzionate con la Regione secondo quanto indicato da una delibera del lontano febbraio 2005, che fissa le rette giornaliere a 135 Euro per quelle ad alta integrazione sanitaria (per persone fisicamente più compromesse) e a 105 Euro per quelle a  bassa intensità assistenziale (destinate a chi ha principalmente problemi sociali ed è rimasto senza lavoro e senza casa per via delle sue condizioni di salute o viene dai circuiti infernali della strada e del carcere). Nonostante un aumento -che Gaiera definisce “un’elemosina”- del 2,5% ottenuto nel dicembre 2023 dopo la protesta organizzata da ospiti e operatori davanti alla sede della Regione Lombardia, le rette sono rimaste sostanzialmente ferme al 2005.

Ma il costo della vita non è più quello di vent’anni fa: le spese e i salari di operatrici ed operatori sono notevolmente aumentati – denuncia il medico -. Siamo sempre più affaticati e di questo passo ne va della nostra stessa sopravvivenza. Diverse Case stanno valutando da tempo di chiudere, perché la sostenibilità in queste condizioni è giunta al limite, se non oltre”.

Il bisogno di queste strutture residenziali è in realtà ancora molto presente: lo testimoniano le continue richieste da parte delle ATS e degli ospedali, che provengono talvolta anche da fuori Regione, e le liste d’attesa più o meno lunghe che la maggior parte delle Case si trova a gestire. 

Accanto al personale sanitario, costituito principalmente da infermieri e OSS, nelle Case Alloggio operano anche educatori e psicologi, che cercano di accompagnare gli ospiti, per quanto lo permette le loro condizioni di salute, a prendere coscienza e a recuperare le possibili autonomie, in vista in alcuni casi di un loro ritorno ad una vita autonoma. In un contesto, peraltro, in cui le persone con infezione da HIV e AIDS continuano ad affrontare un forte stigma nei loro confronti.

“Buona parte dei nostri ospiti arriva da storie di tossicodipendenza, di carcere, di strada e di prostituzione. Ancora oggi ci sono dentisti che si rifiutano di mettere le mani in bocca ai nostri ospiti: conosco diversi pazienti che hanno dovuto girare vari studi per poter essere curati, se non addirittura visitati. E quando devono sostenere un esame di tipo invasivo, come una gastroscopia o una colonscopia, nella maggior parte delle strutture sanitarie continuano ad essere esaminati per ultimi”.

Anche per questo è importante proteggere questi spazi di cura, che non sono e non vogliono essere ospedali, ma “case”, luoghi familiari. Per mantenerne l’identità, il CRCA Lombardia ha rifiutato e rifiuta la proposta, avanzata in alcune riunioni dai funzionari della Regione Lombardia, di accorpare le Case Alloggio per crearne di più grandi, dai 50 ospiti in su, così da poter godere delle economie di scala. “Sarebbe come avere delle case di riposo per persone con l’HIV e l’AIDS -commenta l’Infettivologo- con scarsa capacità di rispondere ai bisogni dei singoli”. CRCA Lombardia, CICA nazionale e CNCA Lombardia chiedono alla Regione di porre fattivamente attenzione alla difficile situazione economica in cui versano le Case Alloggio e al tema non più rinviabile dell’adeguamento delle loro rette. Per garantire la continuità di un servizio consolidato ed efficace, che negli anni ha dimostrato di saper gestire la complessità, la cronicità e le riacutizzazioni della malattia, seguendo gli ospiti con HIV e AIDS in maniera efficace e  puntuale.

Sbilanciamoci per un’economia di pace

La Carovana della pace fa tappa a Milano. Partita dalla Sicilia a metà ottobre con lo scopo di chiedere politiche economiche diverse, l’iniziativa prosegue nel capoluogo lombardo con un evento su sanità, educazione, lavoro, scuola e disarmo, in vista della prossima Legge di Bilancio per il 2026.

L’appuntamento “Per un’economia di pace” è mercoledì 26 novembre, alle 20:30, nella ex chiesetta del parco Trotter in via Angelo Mosso 7. L’evento è co-organizzato da Sbilanciamoci!, Rete Italiana Pace e Disarmo, Altreconomia e Cnca Lombardia.

La Legge di Bilancio dello Stato per il 2026 è alle porte, entro il prossimo 31 dicembre verrà approvata. Gli accordi per il nuovo Patto di Stabilità e gli impegni presi dal governo in sede Nato e nell’ambito dell’Unione Europea fanno intravedere per il nostro Paese un aumento vertiginoso della spesa militare e dei fondi per le armi, a scapito di stanziamenti per sanità, istruzione, ambiente, lavoro e cooperazione internazionale. 

Per dire “no” e chiedere un orientamento diverso della spesa, Cnca Lombardia e Altreconomia supportano la campagna “Carovana per un’economia di pace”, promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! con un evento a Milano, mercoledì 26 novembre, 20:30, nella ex chiesetta del Parco Trotter, in via Angelo Mosso 7.

Partita dalla Sicilia a metà ottobre, la Carovana ha portato in questo mese diverse iniziative in tanti luoghi simbolo della sofferenza sociale: ospedali, fabbriche, centri anti violenza, università, carceri, residenze per anziani, mercati rionali, per chiedere politiche economiche alternative che difendano realmente -e non con le armi- i nostri diritti. 

Non è un caso che l’appuntamento di Milano sarà in una scuola simbolo del problema abitativo del capoluogo: quella del parco Trotter, i cui banchi sono un osservatorio speciale per vedere come sempre più studenti siano costretti a lasciare l’anno scolastico a causa degli sfratti a cui le loro famiglie sono sottoposte.

Partendo da questo tema Giovanna Laguaragnella, insegnante della scuola primaria del Trotter porterà la sua esperienza, in dialogo con il medico Vittorio Agnoletto, che rifletterà sui tagli sanitari; Giorgia Sanguinetti, segretaria confederale CGIL Milano ed esperta del tema lavoro; Paolo Dell’Oca, Cnca Lombardia, attento alla tematica delle madri detenute con figli, e Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, il cui intervento si focalizzerà sul tema del disarmo.

Dopo questa tappa la Carovana continuerà il suo viaggio fino al 4 dicembre, con la presentazione in Senato della Controfinanziaria. Ti aspettiamo mercoledì 26 novembre, ore 20:30, in via Angelo Mosso 7.

Case rifugio e centri antiviolenza: un servizio esclusivo?

Per il Cnca Lombardia e le sue  46 organizzazioni offrire una varietà di servizi, in aggiunta a quelli di accompagnamento a donne che hanno subito violenza, è un arricchimento. Oltre all’aiuto specializzato, l’esperienza delle cooperative sociali e delle altre organizzazioni in diversi settori, come quelli delle dipendenze, dei minori, delle persone senza fissa dimora e della migrazione, permette alle operatrici di dare alle donne che si rivolgono a loro un aiuto completo. 

Tuttavia, come ricorda Eleonora Del Fabbro, coordinatrice del gruppo antiviolenza del Cnca, molte delle organizzazioni che fanno cooperazione sociale implementano anche altre tipologie di attività. Un vincolo del genere rischia di generare un effetto opposto e, anziché garantire servizi di qualità, ridurre drasticamente i posti di accoglienza.

La Convenzione è al momento in uno stato di stand-by proprio perché, dopo essere stata approvata e dopo una fase di primo adeguamento, le Regioni stesse si sono accorte che alcuni requisiti sono problematici e potrebbero generare una diminuzione dei servizi. “Il rischio di chiusura però -avverte Del Fabbro- resta altissimo”.

Tra i criteri imposti dalla nuova convenzione ci sono anche quelli di avere un’esperienza almeno quinquennale nel settore, essere dotati di spazi adeguati e avere un personale costituito da sole donne, in continua formazione: requisiti condivisibili e sensati per garantire degli standard minimi per Cav e case rifugio.

L’obiezione sollevata dal Cnca Lombardia è che il criterio di esclusività del servizio non valuti davvero la qualità degli interventi offerti. “In che modo la gestione del bilancio può misurare l’efficacia del lavoro? Perché dovrebbe essere un disvalore il fatto che, con un numero adeguato di personale, un’organizzazione offra altri servizi che possono beneficiare le stesse donne che hanno sperimentato violenza? -si chiede Del Fabbro- Io la vedo solo come una risorsa che non inquina l’operato ma al contrario nobilita il servizio che offriamo”.

Dalle 88 case rifugio e dai 66 centri antiviolenza gestiti dalle organizzazioni del Cnca a livello nazionale, appare chiaro che il maltrattamento è quello che porta le donne a chiedere aiuto ma durante la permanenza nei rifugi emergono molto spesso altre fragilità nelle ospiti: problemi di dipendenza, mancanza di lavoro, disturbi psichiatrici e assenza di una casa. La violenza sulle donne che vivono in strada -sia da parte di sconosciuti che dei propri partner-, per esempio, è un tema frequentissimo ma ampiamente ignorato.

“Premesso che sposiamo a pieno i valori e le scelte politiche dei movimenti femministi che hanno portato all’apertura delle prime associazioni, per noi è una risorsa avere in seno alle organizzazioni del Cnca tante tipologie di attività che possono aiutare le donne nella complessità del problema: trovare una casa, inserirsi nel mondo del lavoro, o a ricevere delle cure personalizzate. Avere diverse progettualità non toglie valore alla professionalità delle operatrici dei Cav e delle case rifugio, così come non pregiudica in alcun modo l’utilizzo della metodologia basata sul genere”.

La stessa Convenzione di Istanbul del 2011, primo trattato internazionale giuridicamente vincolante a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza, attribuisce grande importanza a politiche integrate. “Quello a cui assistiamo con sempre maggior frequenza è una compresenza di fragilità. Pensare di poter affrontare il problema da solo -conclude Del Fabbro- è una visione anacronistica e irrealistica”.