CNCA Lombardia si unisce alla richiesta urgente di incontro inviata al prefetto di Milano, Claudio Sgaraglia, da diverse organizzazioni attive sul territorio, a seguito delle recenti operazioni interforze nei quartieri popolari di ERP San Siro, Giambellino/Lorenteggio e Baggio.
L’ultimo blitz risale a martedì 16 dicembre, in via Quarti a Baggio, con lo sgombero di nove appartamenti e il distacco delle utenze di luce e gas in pieno inverno.
“Le azioni si stanno susseguendo. Quello a cui assistiamo è una criminalizzazione indiscriminata nei confronti degli abitanti dei quartieri popolari. Una modalità terrorizzante che non aiuta nessuno e che, al contrario, rischia di vanificare tutto il lavoro che le reti territoriali hanno portato avanti in questi anni”, spiega Luca Sansone, del Laboratorio di Quartiere Giambellino–Lorenteggio e operatore di Azione Solidale.
Percorsi di tutela messi a rischio
Durante un blitz avvenuto a fine novembre in via degli Apuli, un uomo con disabilità e fragilità psichiatrica riconosciuta è stato sgomberato perché al momento dei controlli non si trovava in casa, ma era in visita alla madre. Al suo rientro l’abitazione era stata svuotata e blindata.
“In poche ore si è rischiato di far saltare un intero percorso costruito insieme a lui. Lo sgombero è stato un trauma e anche il suo incarico lavorativo ora è a rischio. Senza una casa non si può lavorare”.
Il taglio delle utenze rappresenta un’ulteriore forma di pressione sulle famiglie rimaste, insieme alle minacce di denuncia, spingendole di fatto ad abbandonare gli alloggi.
Politiche securitarie e diritto all’abitare
Per lungo tempo le operazioni securitarie sono state presentate come l’unica soluzione per contrastare l’occupazione abusiva delle case popolari. Si è così scelto di ignorare i percorsi di tutela per le famiglie in stato di necessità, spesso descritte in modo distorto come “colpevoli”.
In realtà si tratta di persone che vivono condizioni di estrema fragilità e che occupano un alloggio come ultima possibilità per non finire in strada. Sono individui che avrebbero bisogno di risposte strutturali, ma che ricevono sempre meno sostegno a causa dei continui tagli alle politiche pubbliche per la casa.
Case popolari vuote e famiglie divise
Gli immobili coinvolti nei blitz sono case popolari gestite da Aler e quindi di competenza di Regione Lombardia. Per anni molti di questi alloggi sono rimasti vuoti e inutilizzati: solo nel quartiere Giambellino si stima che circa un quarto delle abitazioni non sia assegnato, alimentando il fenomeno delle occupazioni.
L’alternativa più frequentemente proposta dalle istituzioni a chi viene sfrattato è la separazione dei nuclei familiari: madri e figli minori in comunità, padri e figli maggiorenni lasciati senza soluzioni. Una scelta che aumenta marginalità e isolamento sociale.
Le richieste alle istituzioni
Le realtà coinvolte chiedono:
l’assegnazione di tutti gli alloggi popolari disponibili;
nuove risorse per la riqualificazione del patrimonio ERP a Milano;
la revisione dell’articolo 23, comma 13, della legge regionale 16/2016, che con una recente modifica ha eliminato la possibilità per le famiglie senza contratto, ma in stato di necessità, di rientrare in un percorso di legalità abitativa.
A seguito di questa modifica normativa, chi vive in un alloggio senza contratto non viene più valutato per la propria condizione di bisogno, ma esclusivamente come “colpevole”, senza alcuna possibilità di ricevere supporto.
Sempre più spesso si parla di giovani e di periferie associandoli al degrado e alla violenza. In questi giorni la stampa nazionale riporta la notizia di un ragazzo aggredito a Bologna da tre coetanei che lo hanno accerchiato e picchiato alla fermata dell’autobus, e la storia di una sedicenne torinese violentata dal compagno. Ma perché avvengono questi episodi e cosa si potrebbe fare di diverso per proporre alternative concrete a ragazzi e ragazze?
Per comprendere il fenomeno, CNCA Lombardia – federazione che raggruppa 45 gruppi aderenti – ha promosso lo scorso 13 novembre il secondo seminario del Laboratorio dipartimentale di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa”, dal titolo “Spingere lo sguardo oltre. Migrazioni, intersezionalità e giustizia sociale”.
Da questo confronto è nato un tavolo di riflessione aperto, a cui hanno partecipato i membri del CNCA Lombardia:
Matteo Avalli, presidente e direttore sviluppo di Fuoriluoghi SCS;
Luca Sansone, educatore del centro di aggregazione giovanile Cde Creta e coordinatore QuBì Municipio 6.
Giovani, periferie e politiche pubbliche
Nel corso della discussione, Luca Sansone ha ricordato come i giovani che vivono nei quartieri popolari partano da una condizione di forte svantaggio, causata dal progressivo disinvestimento delle politiche pubbliche.
«Da decenni non si vedono interventi di ristrutturazione degli alloggi pubblici, le case popolari restano vuote e non vengono assegnate, la segregazione scolastica è sempre più presente e il costo della vita a Milano è insostenibile per molti. Tutto questo ha ovviamente delle ripercussioni su famiglie e giovani».
È quindi fondamentale, osserva Sansone, rafforzare interventi integrati a regia pubblica, sviluppando sistemi di governance territoriale a livello di quartiere.
Una possibile risposta per i giovani delle periferie è garantire proposte educative continue nel tempo, e non interventi episodici o “vetrina” che rischiano di abbandonare rapidamente ragazzi e ragazze alla situazione di partenza. Servono invece luoghi educativi stabili, caratterizzati dalla presenza costante di adulti responsabili, capaci di ascoltare, contenere e permettere la sperimentazione, affinché i giovani possano ampliare i propri orizzonti e incontrare modelli educativi alternativi.
Accoglienza, fragilità e salute mentale
Alla discussione ha contribuito anche Raffaella Fantuzzi, portando il punto di vista della comunità di pronta accoglienza di Fondazione Asilo Mariuccia.
«Il contesto della comunità per mamme con bambini è un osservatorio privilegiato, perché consente di comprendere meglio la storia di vita della persona, della famiglia e il progetto migratorio, laddove siano presenti persone non italiane».
Sempre più spesso, spiega Fantuzzi, vengono accolte donne fortemente provate dalle difficoltà economiche, da situazioni abitative sovraffollate e di promiscuità. Molte hanno subito violenza domestica e la separazione dal partner maltrattante comporta un costo emotivo altissimo, poiché implica una rottura totale anche con il contesto familiare allargato.
Tutto questo ha inevitabili ripercussioni sui figli, che hanno assistito alla violenza del padre verso la madre e non sempre riescono a problematizzare quanto accaduto. Negli ultimi anni, inoltre, emergono sempre più problematiche psichiatriche, spesso non adeguatamente prese in carico, per le quali l’unica risposta offerta è talvolta la massiccia prescrizione di psicofarmaci.
Educazione, politiche restrittive e alternative possibili
Un’analisi condivisa anche da Matteo Avalli, presidente e direttore sviluppo di Fuoriluoghi SCS, che ha sottolineato come nel periodo post-Covid siano emerse fragilità soprattutto sul versante psicologico e dell’abuso di sostanze, in un contesto in cui gli interventi educativi non sono integrati con il sistema sanitario e le politiche pubbliche privilegiano approcci restrittivi e punitivi.
«Il decreto Caivano rappresenta l’esempio di una politica sempre più distante dalle logiche pedagogiche. Il daspo sociale, applicato anche a minorenni segnalati per almeno due volte, comporta l’impossibilità di accedere ai plessi scolastici, ai luoghi di aggregazione e agli spazi pubblici».
Il messaggio, osserva Avalli, è chiaro: a chi fatica a vivere la socialità in modo positivo viene negata la possibilità di sperimentarsi ed essere sostenuto nei luoghi della quotidianità, escludendolo ulteriormente dalla società, senza prevedere reali processi di risocializzazione.
L’azione educativa dovrebbe invece sostenere il ragazzo anche nell’errore, accompagnarlo e aiutarlo ad affrontare le dinamiche che lo portano a sbagliare, affinché possa vivere il contesto con maggiore consapevolezza e capacità di analisi. Diventa quindi necessario creare sinergie nei luoghi educanti, favorendo la partecipazione attiva e lo scambio continuo tra tutti gli attori coinvolti.
Nel 2024 le nuove diagnosi di infezione da HIV sono state 2.379, quelle di AIDS 450. Nell’83,6% di queste ultime, la scoperta di aver contratto l’HIV è avvenuta nei sei mesi precedenti la diagnosi di AIDS: un dato preoccupante che indica un accesso al test tardivo, spesso solo dopo la comparsa dei sintomi delle varie patologie che definiscono la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita. Sono i dati che emergono dal Bollettino pubblicato pochi giorni fa, come tutti gli anni, dal Centro Operativo AIDS (COA) dell’Istituto Superiore di Sanità, con il contributo di alcuni componenti del Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della Salute e i referenti di questo stesso Ministero.
Nella Giornata Mondiale contro l’AIDS, lunedì 1° dicembre, l’Infettivologo Giovanni Gaiera, Presidente pro-tempore del CRCA Lombardia, Area territoriale del C.I.C.A, Coordinamento Italiano Case Alloggio per persone con HIV/ AIDS, e rappresentante del CNCA Lombardia all’interno della Commissione Regionale AIDS della Lombardia, ricorda che “l’infezione da HIV non è scomparsa” e che “di AIDS si muore ancora”: principalmente per neoplasie, più difficilmente trattabili in persone con un sistema immunitario compromesso, o per cirrosi epatica dovuta a epatiti e/o alcool, o ormai sempre più raramente per alcune malattie infettive per cui non esiste ancora una cura efficace.
Non sono scomparse neppure le persone sopravvissute all’ultima pandemia del secolo scorso, scoppiata a metà degli anni Ottanta. Alcune di queste, quelle che portano gli esiti più invalidanti soprattutto di patologie neurologiche ed assommano nella loro storia numerose fragilità (tossicodipendenza, vita di strada senza dimora, carcere,…) sono state e continuano ad essere accolte nelle Case Alloggio, strutture residenziali di piccole dimensioni – al massimo di dieci posti ciascuna – che offrono loro assistenza extraospedaliera sociosanitaria in un ambiente che è stato pensato dalla metà degli anni ’80 e vuole continuare ad essere una “casa” .
Questi spazi preziosi e unici oggi rischiano però di scomparire. In tutta Italia ce ne sono circa 50, di cui 21 in Lombardia. La chiusura all’inizio del 2025 per motivi economici di una delle cinque Case di Milano ne evidenzia la crisi.
Le Case Alloggio lombarde sono convenzionate con la Regione secondo quanto indicato da una delibera del lontano febbraio 2005, che fissa le rette giornaliere a 135 Euro per quelle ad alta integrazione sanitaria (per persone fisicamente più compromesse) e a 105 Euro per quelle a bassa intensità assistenziale (destinate a chi ha principalmente problemi sociali ed è rimasto senza lavoro e senza casa per via delle sue condizioni di salute o viene dai circuiti infernali della strada e del carcere). Nonostante un aumento -che Gaiera definisce “un’elemosina”- del 2,5% ottenuto nel dicembre 2023 dopo la protesta organizzata da ospiti e operatori davanti alla sede della Regione Lombardia, le rette sono rimaste sostanzialmente ferme al 2005.
“Ma il costo della vita non è più quello di vent’anni fa: le spese e i salari di operatrici ed operatori sono notevolmente aumentati – denuncia il medico -. Siamo sempre più affaticati e di questo passo ne va della nostra stessa sopravvivenza. Diverse Case stanno valutando da tempo di chiudere, perché la sostenibilità in queste condizioni è giunta al limite, se non oltre”.
Il bisogno di queste strutture residenziali è in realtà ancora molto presente: lo testimoniano le continue richieste da parte delle ATS e degli ospedali, che provengono talvolta anche da fuori Regione, e le liste d’attesa più o meno lunghe che la maggior parte delle Case si trova a gestire.
Accanto al personale sanitario, costituito principalmente da infermieri e OSS, nelle Case Alloggio operano anche educatori e psicologi, che cercano di accompagnare gli ospiti, per quanto lo permette le loro condizioni di salute, a prendere coscienza e a recuperare le possibili autonomie, in vista in alcuni casi di un loro ritorno ad una vita autonoma. In un contesto, peraltro, in cui le persone con infezione da HIV e AIDS continuano ad affrontare un forte stigma nei loro confronti.
“Buona parte dei nostri ospiti arriva da storie di tossicodipendenza, di carcere, di strada e di prostituzione. Ancora oggi ci sono dentisti che si rifiutano di mettere le mani in bocca ai nostri ospiti: conosco diversi pazienti che hanno dovuto girare vari studi per poter essere curati, se non addirittura visitati. E quando devono sostenere un esame di tipo invasivo, come una gastroscopia o una colonscopia, nella maggior parte delle strutture sanitarie continuano ad essere esaminati per ultimi”.
Anche per questo è importante proteggere questi spazi di cura, che non sono e non vogliono essere ospedali, ma “case”, luoghi familiari. Per mantenerne l’identità, il CRCA Lombardia ha rifiutato e rifiuta la proposta, avanzata in alcune riunioni dai funzionari della Regione Lombardia, di accorpare le Case Alloggio per crearne di più grandi, dai 50 ospiti in su, così da poter godere delle economie di scala. “Sarebbe come avere delle case di riposo per persone con l’HIV e l’AIDS -commenta l’Infettivologo- con scarsa capacità di rispondere ai bisogni dei singoli”. CRCA Lombardia, CICA nazionale e CNCA Lombardia chiedono alla Regione di porre fattivamente attenzione alla difficile situazione economica in cui versano le Case Alloggio e al tema non più rinviabile dell’adeguamento delle loro rette. Per garantire la continuità di un servizio consolidato ed efficace, che negli anni ha dimostrato di saper gestire la complessità, la cronicità e le riacutizzazioni della malattia, seguendo gli ospiti con HIV e AIDS in maniera efficace e puntuale.
La Carovana della pace fa tappa a Milano. Partita dalla Sicilia a metà ottobre con lo scopo di chiedere politiche economiche diverse, l’iniziativa prosegue nel capoluogo lombardo con un evento su sanità, educazione, lavoro, scuola e disarmo, in vista della prossima Legge di Bilancio per il 2026.
La Legge di Bilancio dello Stato per il 2026 è alle porte, entro il prossimo 31 dicembre verrà approvata. Gli accordi per il nuovo Patto di Stabilità e gli impegni presi dal governo in sede Nato e nell’ambito dell’Unione Europea fanno intravedere per il nostro Paeseun aumento vertiginoso della spesa militare e dei fondi per le armi, a scapito di stanziamenti per sanità, istruzione, ambiente, lavoro e cooperazione internazionale.
Per dire “no” e chiedere un orientamento diverso della spesa, Cnca Lombardia e Altreconomia supportano la campagna “Carovana per un’economia di pace”, promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! con un evento a Milano, mercoledì 26 novembre, 20:30, nella ex chiesetta del Parco Trotter, in via Angelo Mosso 7.
Partita dalla Sicilia a metà ottobre, la Carovana ha portato in questo mese diverse iniziative in tanti luoghi simbolo della sofferenza sociale: ospedali, fabbriche, centri anti violenza, università, carceri, residenze per anziani, mercati rionali, per chiedere politiche economiche alternativeche difendano realmente -e non con le armi- i nostri diritti.
Partendo da questo tema Giovanna Laguaragnella,insegnante della scuola primaria del Trotter porterà la sua esperienza, in dialogo con il medico Vittorio Agnoletto, che rifletterà sui tagli sanitari; Giorgia Sanguinetti, segretaria confederale CGIL Milano ed esperta del tema lavoro; Paolo Dell’Oca, Cnca Lombardia, attento alla tematica delle madri detenute con figli, e Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, il cui intervento si focalizzerà sul tema del disarmo.
Dopo questa tappa la Carovana continuerà il suo viaggio fino al 4 dicembre, con la presentazione in Senato della Controfinanziaria. Ti aspettiamo mercoledì 26 novembre, ore 20:30, in via Angelo Mosso 7.
Per il Cnca Lombardia e le sue 46 organizzazioni offrire una varietà di servizi, in aggiunta a quelli di accompagnamento a donne che hanno subito violenza, è un arricchimento. Oltre all’aiuto specializzato, l’esperienza delle cooperative sociali e delle altre organizzazioni in diversi settori, come quelli delle dipendenze, dei minori, delle persone senza fissa dimora e della migrazione, permette alle operatrici di dare alle donne che si rivolgono a loro un aiuto completo.
Quello che però è considerato un merito dalle organizzazioni rischia di divenire uno svantaggio. L’Intesa Stato-Regioni del 2022 che regolamenta i centri antiviolenza (Cav) e le case rifugio ha infatti stabilito come criterio fondamentale per gestire o aprire queste strutture che il loro bilancio debba essere totalmente ed esclusivamente dedicato al solo tema della violenza di genere.
Tuttavia, come ricorda Eleonora Del Fabbro, coordinatrice del gruppo antiviolenza del Cnca, molte delle organizzazioni che fanno cooperazione sociale implementano anche altre tipologie di attività. Un vincolo del genere rischia di generare un effetto opposto e, anziché garantire servizi di qualità, ridurre drasticamente i posti di accoglienza.
La Convenzione è al momento in uno stato di stand-by proprio perché, dopo essere stata approvata e dopo una fase di primo adeguamento, le Regioni stesse si sono accorte che alcuni requisiti sono problematici e potrebbero generare una diminuzione dei servizi. “Il rischio di chiusura però -avverte Del Fabbro- resta altissimo”.
Tra i criteri imposti dalla nuova convenzione ci sono anche quelli di avere un’esperienza almeno quinquennale nel settore, essere dotati di spazi adeguati e avere un personale costituito da sole donne, in continua formazione: requisiti condivisibili e sensati per garantire degli standard minimi per Cav e case rifugio.
L’obiezione sollevata dal Cnca Lombardia è che il criterio di esclusività del servizio non valuti davvero la qualità degli interventi offerti.“In che modo la gestione del bilancio può misurare l’efficacia del lavoro? Perché dovrebbe essere un disvalore il fatto che, con un numero adeguato di personale, un’organizzazione offra altri servizi che possono beneficiare le stesse donne che hanno sperimentato violenza? -si chiede Del Fabbro- Io la vedo solo come una risorsa che non inquina l’operato ma al contrario nobilita il servizio che offriamo”.
Dalle 88 case rifugio e dai 66 centri antiviolenza gestiti dalle organizzazioni del Cnca a livello nazionale, appare chiaro che il maltrattamento è quello che porta le donne a chiedere aiuto ma durante la permanenza nei rifugi emergono molto spesso altre fragilità nelle ospiti: problemi di dipendenza, mancanza di lavoro, disturbi psichiatrici e assenza di una casa. La violenza sulle donne che vivono in strada -sia da parte di sconosciuti che dei propri partner-, per esempio, è un tema frequentissimo ma ampiamente ignorato.
“Premesso che sposiamo a pieno i valori e le scelte politiche dei movimenti femministi che hanno portato all’apertura delle prime associazioni, per noi è una risorsa avere in seno alle organizzazioni del Cnca tante tipologie di attività che possono aiutare le donne nella complessità del problema: trovare una casa, inserirsi nel mondo del lavoro, o a ricevere delle cure personalizzate. Avere diverse progettualità non toglie valore alla professionalità delle operatrici dei Cav e delle case rifugio, così come non pregiudica in alcun modo l’utilizzo della metodologia basata sul genere”.
La stessa Convenzione di Istanbul del 2011, primo trattato internazionale giuridicamente vincolante a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza, attribuisce grande importanza a politiche integrate.“Quello a cui assistiamo con sempre maggior frequenza è una compresenza di fragilità. Pensare di poter affrontare il problema da solo -conclude Del Fabbro- è una visione anacronistica e irrealistica”.
Abbiamo scelto di celebrare il Cinquantennale di Comin e il quarantennale di Diapason insieme; tante negli anni sono le collaborazioni, le appartenenze comuni, la sintonia di intenti. E poi siamo fratelli di CNCA.
Quello di oggi, però, non è un momento di celebrazione. Per spiegare il perché parto dal nome che abbiamo voluto dare a questo momento: “Noi siamo Repubblica”. La legge 381/91 recita che “Le cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione dei cittadini”.
Dunque siamo incaricati di pubblico esercizio. Lavoriamo per costruire bene comune. Lo facciamo con i cittadini, non solo coloro che hanno bisogno, che sono destinatari dei nostri progetti, ma anche quelli che vogliono contribuire. E sono tanti. Noi, tutti insieme, siamo Repubblica.
Siamo Repubblica da sempre al fianco delle Istituzioni, in particolare delle Amministrazioni locali. Ma spesso non siamo percepiti in questo modo, soprattutto da queste ultime. Spesso proprio le amministrazioni locali guardano a noi con diffidenza.
Oggi, quindi, non vogliamo celebrare i tanti anni di storia positiva, pure presenti e ricchi, ma vogliamo andare a guardare e nominare gli spigoli, le incongruenze, le fatiche di questa lunga collaborazione, in particolare con il Comune di Milano. Perché sentiamo che la qualità di questa collaborazione ha bisogno di essere radicalmente riscritta.
Dobbiamo farlo perché quello che andiamo a guardare oggi è un sistema in crisi: le nostre organizzazioni sono in grandissima sofferenza e sovente lo sono anche le Amministrazioni locali. E soprattutto non riusciamo a garantire ai cittadini i fondamentali diritti sociali. Spesso nella sostanza ci viene chiesto di occuparci degli scarti del turbocapitalismo, del quale, peraltro, facciamo parte anche noi come categoria di lavoratori del sociale.
Abbiamo dunque bisogno di parlarci, di confrontarci, in modo anche ruvido se è necessario.
È necessario ricostruire un patto di fiducia tra noi, rifare un contratto. Oggi, dunque, siamo proprio qui, nella sede del Comune e vogliamo uscire da qui con un piano di lavoro condiviso. La costituzione di un tavolo di lavoro che ci veda seduti insieme a costruire nuove prassi di collaborazione per superare questa crisi.
In questa società dominata dalla speculazione, dalla solitudine, dalla dematerializzazione, dall’informazione omogeneizzata e dalla distruzione, il lavoro sociale in forma collettiva è rivoluzionario.
C’è l’educatore, che condivide la sua vita in comunità, che fa addormentare un bambino, che si sveglia all’alba per preparare la colazione, che sta seduto di fianco a un ragazzino a scuola e lo aiuta a tessere relazioni con i compagni; l’assistente sociale che accoglie le persone, che partecipa a uno sgombero, che fa un colloquio con due genitori in conflitto; il custode sociale che accompagna una persona anziana a una visita, che la aiuta nella sua igiene, che le fa compagnia; l’operatore sociale che consuma passi sui marciapiedi di un quartiere, incontra cittadini e associazioni, cuce un territorio.
Emanuele Bana al convegno “Noi siamo Repubblica”
Lavoriamo con i nostri corpi, incontriamo, rimbocchiamo coperte, puliamo, cuciniamo, ascoltiamo. E studiamo continuamente per fare bene tutto questo. Ma facciamo anche di più: siamo riuniti in cooperative dove cerchiamo di realizzare partecipazione, democrazia e mutualismo. Non solo perché insieme siamo più forti, ma soprattutto perché sappiamo che solo insieme si può costruire il senso del nostro lavoro.
La riprova, per me, arriva direttamente dalle parole di una volontaria di una nostra comunità diurna: dice che quando entra in quella casa «entra in un luogo pieno di cose che danno senso alla vita». Comin, così come Diapason e molte altre cooperative, si impegnano a fare solo cose piene di senso. Non lavoriamo solo per fare gli erogatori di servizi, per chiedere soldi per “pensarci noi” o per inventare bisogni che si adattino alle nostre belle idee; noi lavoriamo per il bene comune, costruendo comunità di persone insieme alle persone. In questo modo diamo dignità al lavoro sociale. Ma per farlo, abbiamo bisogno di compagni di viaggio.
Servono centrali cooperative, che difendano le organizzazioni del Terzo Settore in senso economico e politico, vigilando sul perimetro inviolabile della Costituzione, a prescindere dai colori dei governi che si succederanno e dalle stesse organizzazioni che ne faranno parte – comprendendo il grave fenomeno delle false cooperative. Non si può più fare educazione affettiva nelle scuole, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, le politiche impoveriscono le persone e desertificano i territori, le scelte urbanistiche producono gentrificazione: siamo noi a dover curare le ferite prodotte da queste azioni e siamo stufi di farlo con i pochi soldi degli stessi speculatori che, nel frattempo, sfruttano tutto ciò che è sfruttabile.
Serve un sindacato che difenda non solo il singolo lavoratore nella singola vertenza, o che pensi che la cooperazione sia un immenso dumping del lavoro pubblico. Il sindacato deve essere un alleato della cooperazione per potenziare il nostro lavoro, la sua qualità e la sua sensatezza; soprattutto per tracciare un percorso ben definito di politiche sociali insieme agli enti locali.
Servono questi soggetti alleati a noi, perché la rivoluzione non si fa e non si vince se si è da soli.
«Meno del 3,5% della spesa sanitaria totale in Italia è dedicato alla salute mentale e la maggior parte viene usata per le comunità residenziali dove però finisce solo il 3% di quanti avrebbero bisogno di essere seguiti: la prevenzione va fatta fuori». Così Davide Motto, referente del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca)
📸 Foto di Rosie Sun
Pochi soldi ma soprattutto usati male,che è anche peggio dell’esser pochi. E poco personale. Con una rete di comunità a cui si chiederebbero i miracoli, salvo scordarsi che «nessuno può esservi rinchiuso se non vuole, al netto di casi estremi regolati dai Tso», e che «la vera risposta al tema dilagante dei disturbi psichiatrici sta nella prevenzione, cioè in una rete di operatori che si occupi delle persone a casa loro: vale a dire prima, non quando arrivano in comunità».
La riflessione è di Davide Motto, referente della salute mentale per Cnca che a sua volta è il Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti. E la sua analisi parte naturalmente dall’aggressione di Piazza Gae Aulenti, a Milano, dopo l’arresto del 59enne Vincenzo Lanni che si è confessato accoltellatore di una donna che lui «non conosceva» – ha detto in sintesi – ma sulla quale ha scaricato la sua rabbia contro la comunità da cui era stato cacciato dopo aver scontato una pena precedente per una aggressione analoga compiuta anni fa. E come sempre avviene in questi casi a finire nel tritacarne dei commenti è il «sistema» – di cui la maggior parte parla senza sapere come funziona – che a quell’uomo aveva consentito un percorso o almeno un tentativo di recupero: perché costui era in giro libero anziché rinchiuso?
La premessa di Davide Motto è che sul tema «esiste un Piano nazionale di azioni per la salute mentale (Pans) per il periodo 2025-2030 e il testo della Legge di Bilancio vi si riferisce esplicitamente con uno stanziamento di 80 milioni di euro nel 2026 per la sua implementazione. Ma due questioni – dice il referente di Cnca – restano aperte. La prima è che l’Italia destina alla salute mentale meno del 3,5% della spesa sanitaria totale. L’obiettivo doveva essere il 5% a cui aggiungere un ulteriore 2% per la neuropsichiatria d’infanzia e adolescenza più un altro 1,5% per le dipendenze patologiche. La seconda è una carenza di personale stimabile almeno al 30%».
Questo per il quanto. Dopodiché ci sono il come e il cosa: «La fetta maggiore della spesa è destinata al mantenimento delle comunità residenziali. Quasi il 43% a livello nazionale, addirittura il 70% in regioni come la Lombardia. Peccato che in comunità poi finisce solo il 3% delle persone che avrebbero bisogno di essere seguite. Tutte le altre sono sparse sul territorio. E in molti casi neppure riconosciute, perché per farlo servirebbero operatori che entrino in contatto con le famiglie in modo regolare. Si chiama prevenzione». E di quella finora ce n’è poca o zero.
E così restano le comunità. Ma come si fa per accedervi e chi decide chi ci va? «Sono i Servizi di salute mentale e i Centri psicosociali a fare le valutazioni delle persone che hanno in carico. Che a loro volta possono essere inviate in una comunità solo esprimendo un consenso: nessuno può esservi costretto salvo i casi di Trattamento sanitario obbligatorio, che prevedono procedure molto precise». Argomento di cui le pagine di Buone Notizie si sono peraltro occupate a più riprese. Il problema però, più che l’ingresso dei pazienti, è la difficoltà di seguirli dopo l’uscita: «Le comunità sono o almeno dovrebbero essere concepite come luoghi di passaggio. Con funzioni non di reclusione bensì di riabilitazione verso la riconquista di sistemazioni di vita indipendenti. Ma è proprio lì che viene il difficile: perché fuori le persone sono sole. E infatti dal 2015 al 2023 la durata media di permanenza nelle strutture è passata da 756 a 1097 giorni».
Il tema dell’affido torna al centro del dibattito pubblico. Dopo un primo incontro dedicato a inquadrare le sfide attuali delle famiglie affidatarie – tenutosi il 24 ottobre all’Università Cattolica – ieri, 29 ottobre, diversi esperti si sono riuniti al Centro Culturale San Fedele di Milano per discutere della reale applicazione della legge 173/2015 sulla continuità affettiva, a dieci anni dalla sua approvazione, in una conferenza dal titolo “La forza dei legami. Affido familiare e continuità affettiva”.
Foto di Nappy
La norma è infatti nata con l’obiettivo di tutelare i minori in affido familiare, garantendo che, anche quando un affido giunge al termine, il bambino o la bambina possa mantenere un legame affettivo con la famiglia affidataria.
Dal panel, tuttavia, è emerso che questo diritto non sempre trova applicazione nella pratica. Anzi. Secondo l’associazione La Carovana, co-organizzatrice dell’evento insieme al CNCA Lombardia, su 53 famiglie intervistate il 30% dichiara di essersi vista negare la possibilità di mantenere un rapporto continuativo con il minore accolto dopo la fine del periodo di affido.
A partire da questa premessa, con sguardi e prospettive diverse – giuridica, psicologica e sociale – i relatori e le relatrici si sono interrogati sul ruolo che oggi svolge questa norma e sull’utilità che può ancora avere, ricordando che l’affido e la legge sulla continuità affettiva devono sempre essere guidati dal principio del “superiore interesse del minore” e da un approccio che, per necessità, deve essere multisettoriale.
Questa conferenza, preceduta da quella di venerdì 24 ottobre sempre promossa dal CNCA Lombardia, ha riportato al centro il tema dell’affido dopo anni in cui, a causa dei fatti di Bibbiano, il sistema è stato gravemente danneggiato e oscurato. “È un bene che si torni a parlarne: l’affido familiare è finalizzato al bene pubblico e per questo anche la sua responsabilità deve essere collettiva” ha commentato Liviana Marelli, referente nazionale dell’area Nuove generazioni e famiglie del CNCA Lombardia. Solo nel 2024 il Coordinamento affidi del Comune di Milano ha gestito 346 progetti di affido. “L’auspicio è che questo tavolo sia solo l’inizio di una lunga riflessione congiunta sul tema”.
Tra gli interlocutori erano presenti anche Paolo Agnoletto dell’associazione La Carovana, Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e la Famiglia, lo psicoterapeuta Dante Ghezzi, l’avvocata e curatrice speciale Grazia Ofelia Cesaro, e le operatrici Sabrina Banfi, Silvia Chiodini e Cristina Lazzari.
Nell’acronimo CNCA, le ultime due lettere del nostro nome sono cambiate. Da “Comunità di Accoglienza” attente ai bisogni dei singoli e alla tutela dei diritti delle persone ospitate nei servizi territoriali, alle “Comunità Accoglienti” che indicano uno sguardo che si apre al mondo intero. Abbiamo voluto tradurre così la metafora del villaggio, che cura e fa crescere.
Affinché le comunità diventino accoglienti è necessario sognarle, coltivarle e rigenerarle. Rigenerare le comunità significa prima di tutto rigenerare le relazioni tra le persone e i diversi soggetti che le abitano, per almeno due motivi:
Per contrastare l’isolamento, la solitudine e l’individualismo che caratterizzano questa fase storica;
Perché vogliamo mostrare e raccontare con occhi diversi i fenomeni che ora spaventano: la povertà è diventata una colpa, le migrazioni un reato e l’adolescenza una patologia, se non una pericolosa forma aggregata di violenza.
Non sono tre esempi casuali: povertà, migranti e questione giovanile sono state oggetto di tre coprogettazioni con il Comune di Milano dai risultati positivi.
Ma aprire lo sguardo al mondo significa comprendere che la tutela dei diritti non si ferma al welfare, così come non si ferma entro i confini di una singola città. I ragazzi e le ragazze della generazione Z in Marocco scendono in piazza per chiedere fognature, sanità, istruzione. Vogliono un contrasto attivo alle diseguaglianze e alla povertà, per avere la possibilità di sognare un futuro.
Il futuro si costruisce difendendo l’ambiente, la nostra grande casa comune. I giovani hanno lanciato una sfida al modello economico estrattivista del passato; una questione che è divenuta oggetto di politiche europee con il Green Deal, adesso cancellato dal riarmo e dall’economia di guerra.
Il futuro si costruisce anche immaginando insieme una città che sia possibile da vivere e abitare. Questo apre a due questioni:
Il diritto alla casa non è solo un problema residenziale e di regolamenti urbanistici. Non si risolve con una (sacrosanta) richiesta di edilizia pubblica o, in scala minore, con la riqualificazione e l’assegnazione degli appartamenti sfitti alle persone in lista; non si risolve con un piano casa finito su un binario morto; tantomeno, non si risolve pensando di affidare la funzione pubblica alle multinazionali del mattone.
Il diritto alla casa richiama alla questione sociale di come si vive la città, di come si vivono i quartieri, di come si vive lo spazio pubblico. Il 6 settembre migliaia di persone erano in piazza “Contro la città dei padroni”, che non sono solo i palazzinari, ma l’intero modello di sviluppo e di crescita economica pensato per le città di tutto il Paese.
Lo spazio pubblico è stato regalato al mangificio, all’overtourism, agli “eventi” e alle “esperienze” che enfatizzano la narrazione di una città attrattiva. È vero che negli ultimi 12 anni sono arrivati 600.000 nuovi cittadini, ma la popolazione è aumentata solo di qualche decine di migliaia. Ergo, sono stati espulsi almeno 500.000 abitanti.
Rigeneriamo insieme la possibilità di utilizzo dello spazio pubblico e degli spazi sociali, che non sono solo i centri sociali occupati ed autogestiti, ma sono i luoghi e gli spazi della cittadinanza, fra cui rientra il primo, timido esperimento delle case di quartiere. Ma non basta.
Se torniamo alla corresponsabilità nella tutela dei diritti, con il Comune di Milano vorremmo agire insieme per rigenerare lo spazio pubblico, per fermare un percorso che sembra inarrestabile, per desiderare un futuro diverso da quello che la finanza e la politica internazionale, nazionale e regionale ci consegnano. Facciamolo insieme, nelle forme possibili e nelle forme più dirompenti, perché di questo c’è bisogno per andare oltre le conclusioni pragmatiche e realistiche che il Consiglio europeo ha sancito il 23 ottobre per fermare il Green Deal.
Dobbiamo impegnarci nell’ascolto reciproco, anche delle sottolineature critiche e conflittuali, che devono divenire stimolo per vedere e vedersi con sguardo rinnovato. Dopo il 6 settembre il Comune di Milano ha avuto almeno due occasioni per ascoltarci ma, ahimé, le ha fallite entrambe. Ce ne saranno sicuramente altre, ma spero che si possa ripartire insieme il prima possibile.
Foto dal convegno “Noi siamo Repubblica”
Concludo con una nota distante dai temi trattati finora. La sera del 23 ottobre eravamo a Bruzzano, insieme a migliaia di persone, per rimanere vicini dopo l’ennesima donna vittima di violenza maschile. Come CNCA contrastiamo il ddl Valditara emendato dalla Lega che chiede di vietare l’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole.