Se si criminalizza il dissenso e si taglia il welfare nulla potrà mai davvero cambiare

Dai rave alle persone migranti, dai giovani etichettati come maranza agli attivisti per il clima: negli ultimi due anni il Governo Meloni ha progressivamente individuato nuovi bersagli su cui concentrare misure repressive. Un percorso culminato nel decreto sicurezza del 2025 e nell’approvazione, il 5 febbraio 2026, di una nuova norma d’urgenza che introduce ulteriori restrizioni in materia di immigrazione, ordine pubblico e diritto di manifestare.

Secondo il CNCA Lombardia questo susseguirsi di provvedimenti contribuisce ad alimentare un clima di polarizzazione e a rafforzare la criminalizzazione del dissenso e delle fragilità sociali, in un contesto politico ulteriormente irrigidito dalle manifestazioni degli ultimi mesi.

Per Paolo Dell’Oca, membro dell’esecutivo del CNCA Lombardia e portavoce di Fondazione Arché, si tratta di una risposta politica che rischia di restringere gli spazi di partecipazione democratica: le nuove misure, anche alla luce delle mobilitazioni a sostegno della popolazione palestinese e di Gaza, finiscono per allontanare dalle piazze le persone meno politicizzate e i gruppi più ampi, rafforzando una narrazione securitaria.

“Il diritto di manifestare non riguarda solo i giovani ma chiama in causa tutte e tutti noi – commenta Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia e direttore della cooperativa sociale Diapason –. A essere messa in discussione è la libertà di espressione e la possibilità stessa di esprimere dissenso in uno spazio democratico”.

Il Coordinamento evidenzia inoltre il rischio di un circolo vizioso: agli arresti e alle denunce segue spesso il rilascio per insussistenza del reato, mentre la responsabilità viene scaricata su altri livelli istituzionali, alimentando ulteriore conflittualità pubblica.

Parallelamente manca un’analisi strutturale delle cause delle marginalità. Si assiste invece a una progressiva riduzione degli investimenti nel welfare, nei servizi territoriali e nelle comunità educative che potrebbero offrire alternative concrete a disagio e devianza. “Senza strumenti di giustizia sociale non si può fare molto – prosegue Cattaneo –. Ma chi taglia il welfare è lo stesso che poi invoca la sicurezza”.

Il recente arresto di Fares Bouzidi, a oltre un anno dalla morte di Ramy Elgaml, viene indicato come esempio emblematico di questo cortocircuito: l’assenza di un adeguato accompagnamento educativo e sociale lascia spazio all’intervento repressivo, senza incidere sulle cause profonde del disagio.

“Finché non ci si rende conto che le persone non commettono reati per piacere ma per sopravvivere – conclude Cattaneo – nulla potrà mai davvero cambiare”.

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