Oltre il carcere, oltre la disuguaglianza

Per un welfare che studia, cura e costruisce futuro: il ruolo del terzo settore e l’esperienza di Fondazione Arché.

I bambini e le bambine non dovrebbero mai stare negli istituti penitenziari. Punto”. C’è un luogo dove si incontrano tutte le disuguaglianze che attraversano il nostro tempo: il carcere. Un luogo fisico, ma anche simbolico, in cui il disagio sociale viene confinato, nascosto, e molto spesso condannato due volte. Non è un caso se i detenuti sono, in grande maggioranza, persone con una storia di marginalità economica, educativa, affettiva. Non è un caso se le donne in carcere sono per lo più vittime prima ancora che autrici di reato. E non è un caso, soprattutto, se tra quelle mura vivono ancora bambini: figli di madri detenute, ai quali è negato il diritto più elementare, quello di crescere in un ambiente libero, sano e accogliente.

Per questo, parlare di carcere significa parlare del cuore delle politiche sociali. Significa mettere al centro il tema del futuro: il futuro delle persone, delle comunità, del welfare stesso. La domanda di fondo non è solo “cosa fare per chi è in carcere?”, ma piuttosto: che tipo di futuro stiamo rendendo possibile per le persone private della libertà e per i loro figli?

Secondo il XXI Rapporto di Antigone il sistema carcerario italiano è in grave sofferenza. I detenuti sono oltre 62.000 a fronte di una capienza reale di poco più di 47.000 posti, con un tasso di sovraffollamento nazionale del 132,6%, che supera il 200% in istituti come San Vittore a Milano e Canton Mombello a Brescia. Questo significa celle strette, assenza di privacy, spazi comuni inadeguati, ma soprattutto assenza di prospettiva.

Le operatrici di Arché impegnate in Cascina Cuccagna in un progetto dell’Area Carcere

A questa situazione si aggiunge la fragilità del sistema trattamentale: molte persone detenute non hanno accesso a percorsi formativi, educativi o lavorativi. In questo vuoto si inserisce l’altro dato drammatico del 2024: ben 91 suicidi in carcere, una persona ogni quattro giorni. Un numero mai raggiunto prima, che racconta il grado di solitudine, angoscia e disperazione che si vive dietro le sbarre.

Come Fondazione Arché, come diverse altre realtà del CNCA, abbiamo incontrato più volte questa realtà. Operando con donne e bambini negli istituti penitenziari abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia difficile progettare un domani per chi è privato della libertà. Eppure è proprio lì, in quel punto apparentemente morto, che bisogna seminare il futuro.

Tra i nodi più delicati c’è quello della genitorialità reclusa. In Italia le madri detenute con figli piccoli possono accedere agli ICAM – Istituti a Custodia Attenuata per Madri – pensati per garantire una detenzione meno impattante sui bambini. Ma questi istituti sono ancora troppo pochi, mal distribuiti sul territorio, spesso carenti di servizi strutturati.

Eppure un bambino che cresce in carcere, per quanto accompagnato, è un bambino che vede compromesso il suo sviluppo. È un’infanzia privata della possibilità di esplorare liberamente, di costruire relazioni al di fuori del perimetro ristretto di un’istituzione. Un bambino che rischia di interiorizzare come “normale” un contesto che normale non è.

Per questo, Fondazione Arché ha scelto di intervenire non solo con progetti educativi e relazionali, ma anche con una forte presa di parola pubblica. Crediamo che ogni intervento sociale debba essere anche uno sguardo sul futuro. Perché accompagnare una madre in carcere significa anche contribuire alla possibilità di un’esistenza diversa, più libera, più giusta, per lei e per suo figlio.

Nel solco del pensiero di Carlo Maria Martini, che ci ha insegnato che la carità non deve mai umiliare chi la riceve, ma deve restituire dignità, come Arché abbiamo scelto di accompagnare il nostro agire con lo studio delle cause. Non si combattono le disuguaglianze solo con l’assistenza: bisogna comprenderle, analizzarle, restituirle alla dimensione politica, sistemica, culturale.

È con questo spirito che è nato il volume “Madri detenute – dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociale sociopolitica”, pubblicato nel 2025 da La Vita Felice e scritto da Valentina De Fazio, educatrice di Arché. Il libro, frutto di anni di esperienza diretta, raccoglie dati, testimonianze e riflessioni su cosa significa essere madri in carcere oggi in Italia. Ed è soprattutto un documento che guarda al futuro, offrendo piste di trasformazione reali, concrete, necessarie.

Il futuro del welfare non potrà basarsi su modelli assistenzialisti, frammentari o emergenziali.

Serve un cambio di paradigma. Serve un welfare che progetti, che sappia lavorare insieme alle istituzioni, che sia capace di immaginare l’alternativa anche dove oggi sembra impossibile.

Il terzo settore, in questo, ha un ruolo decisivo: essere spazio di pensiero e di proposta, non solo di esecuzione. Serve una nuova stagione di coprogettazione, in cui le realtà sociali siano riconosciute come portatrici di visione. E serve, soprattutto, il coraggio di scelte radicali.

Una politica penale davvero orientata al futuro dovrà ridurre drasticamente il ricorso alla detenzione per reati minori, investire in misure alternative, rafforzare gli ICAM (che sono comunque un modello ampiamente superabile) e le comunità educative, formare personale educativo e psicosociale all’interno delle carceri. Non per “buonismo”, ma perché è l’unico modo razionale e umano per interrompere il ciclo dell’esclusione.

Il carcere, oggi, è uno dei principali produttori di recidiva, dato che si aggira intorno al 70%. Dove non c’è fiducia, progettualità, accompagnamento, non può esserci futuro.

“Può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”. Lo scriveva Adriano Sofri, ricordandoci che la responsabilità è sempre collettiva.

Se vogliamo un futuro diverso per le persone più fragili, dobbiamo iniziare oggi. Con scelte, con parole, con azioni. Come Arché, continueremo a muoverci su questa linea sottile tra cura e pensiero, tra intervento concreto e riflessione sociale. Perché ogni madre, ogni bambino, ogni persona che ha sbagliato, ha diritto a essere pensata non per quello che è stata, ma per ciò che può diventare.

Solo così, davvero, costruiremo un welfare all’altezza delle sfide future. Un welfare che non esclude, non umilia, ma accompagna. Un welfare che non dimentica, ma crede nel domani.

Simone Zambelli

Assistente Sociale

Fondazione Arché nasce nel 1991 su ispirazione di padre Giuseppe Bettoni, e si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura a Milano, a Roma e a San Benedetto del Tronto. A Milano, attraverso Casa Carla a Porta Venezia e Casa Adriana a Quarto Oggiaro, e a Roma, attraverso Casa Marzia, ospita mamme e bambini con problematiche legate a maltrattamenti, immigrazione, disagio sociale e fragilità personale e offre alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà attraverso i suoi appartamenti.

Siamo animali sociali

La Fondazione Somaschi, da oltre 500 anni, sull’esempio di San Girolamo Emiliani, offre accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili. Ai Padri Somaschi si sono aggiunti, nel tempo, educatori e volontari e nel 2011 è nata Fondazione Somaschi.

L’uomo si realizza attraverso le relazioni con l’altro e questo aspetto sta alla base di ogni tipo di azione pedagogica orientata in primo luogo alla persona.

Nasciamo e ci muoviamo nel mondo, fin da piccoli, con la necessità di creare reti e legami formali e informali che ci permettano di realizzare i nostri obiettivi di vita, personali, lavorativi,… Risulta quindi impensabile procedere e raggiungere risultati senza che ognuno possa concorrere con il proprio bagaglio di esperienze, strumenti e risorse.

Chi lavora nel sociale conosce molto bene la parola “rete”, che in senso stretto e professionale può essere definita come l’insieme di servizi che hanno in carico la persona che per un motivo o per l’altro si trova a dover affrontare anche un momento della vita di enorme complessità. Di uguale importanza parliamo di “rete” anche riferendoci a un contesto più informale, famigliare, amicale e di supporto interpersonale.

Sarebbe tuttavia da interrogarsi su diversi aspetti: in primo luogo la rete informale dovrebbe essere considerata di pari importanza a quella formale. Non è sufficiente infatti fornire strumenti se poi l’individuo si trova a gestirli nella propria solitudine e abbandono. La cura dell’individuo nella sua totalità, che tende a un concetto di benessere, non può prescindere dalla cura del contesto e dalle relazioni in cui poi si trova inserito; quante volte ci siamo resi conto che la solitudine danneggia le persone, ancora di più di un problema economico o di mancanza di risorse concrete.

Il concetto di rete non deve però essere solo la somma di professionisti e istituzioni che mettono in campo servizi, risorse e strumenti, che mantengono il proprio campo di intervento e la specifica responsabilità, bensì si dovrebbe sempre più tendere a considerarsi come un corpo unico che interagisce per raggiungere la forma migliore di supporto in ottica di lavoro condiviso e progettualità.

In un mondo in cui la solitudine e l’individualismo sono alla base delle problematiche psicosociali di una persona, diventa questo il focus centrale nell’intervento di rete e di attenzione e cura.

Martina Ziglioli
Responsabile Casa Rifugio Antigone
Fondazione Somaschi Onlus

Quanto basta per Vera

QuBì è un progetto per l’attivazione di reti territoriali di prossimità a sostegno delle famiglie povere con figli minorenni, nato a fine del 2018 in 23 quartieri periferici di Milano.

Le reti QuBì sono state finanziate per cinque anni da diverse Fondazioni, principalmente da Cariplo e Vismara. Dato il successo dell’esperienza, il Comune di Milano ha scelto di subentrare alle Fondazioni nel rapporto con le reti QuBì ormai consolidate ed ha avviato una co-progettazione per implementare questa esperienza, traghettandola dalla dimensione dei quartieri a quella dei Municipi cittadini.

La Cooperativa Sociale Diapason, da sempre attiva nel territorio del Municipio 9, è stata per cinque anni referente della Rete QuBì di Niguarda, attualmente è capofila della rete QuBì del Municipio 9. La storia che raccontiamo è solo un esempio di quello che può fare una rete di prossimità per migliorare i percorsi di vita delle persone in difficoltà.

La storia di Vera

Quando Vera arriva in Italia dalla Colombia nel 2016 è incinta, la sua speranza è di trovare una casa e un lavoro, così che suo marito Carlos e Kevin, il figlio di lui, possano raggiungerla al più presto. Vera ha un foglietto con le indicazioni: si tratta di una mappa per raggiungere Jenny, un’amica disposta ad ospitarla per un paio di settimane, che la mette in contatto con il Centro d’Ascolto della Parrocchia del suo quartiere.

Qui conosce Betta, una volontaria che le dà una mano a trovare subito lavoro come badante a casa di un anziano e le fornisce per i primi tempi un aiuto molto concreto. L’anziano presso cui Vera inizia a lavorare si chiama Mario e si trova bene con lei, perché si prende cura di lui e gli fa compagnia. Anche Vera si trova bene con Mario, perché lui le dà un tetto e un lavoro, ma soprattutto la tratta bene.

Dopo i primi mesi Carlos arriva a Milano insieme al figlio Kevin e poco dopo Carlos, Vera e Kevin vanno a vivere insieme in una stanza presso un connazionale. Nello stesso periodo nasce Jessica, ma le cose col marito non si mettono bene: quando litigano lui diventa aggressivo e anche il rapporto con Kevin è difficile, lui è ormai grande, la conosce poco e non la rispetta.

In breve tempo Vera si separa e rimane sola con la bambina; fortunatamente c’è Mario che può ospitare lei e Jessica. Tra loro tre si stabilisce un buon rapporto, Mario, Vera e la figlia sperimentano un periodo di serenità, Mario è accudito e non si sente più solo, Vera e Jessica si sentono accolte e al sicuro.

Mario, seppur non vecchissimo, è molto malato e viene a mancare nel giugno del 2022. A questo punto il periodo fortunato si interrompe nuovamente.

Subito dopo il funerale Vera viene cacciata di casa dai parenti di Mario, che la lasciano senza un tetto e non le riconoscono nemmeno una liquidazione. Vera e la bambina vagano, ospiti temporanee di conoscenti, ma non c’è spazio per loro, al punto che finiscono a dormire in una tenda canadese sul balcone di un lontano parente, che non permette loro nemmeno l’uso del bagno.

La vita si fa dura per Vera che si arrangia come può e lava la biancheria nei bagni dei bar del quartiere; in questo momento così difficile, senza casa e senza lavoro, con una neonata da crescere, Vera chiede nuovamente aiuto a Betta del Centro d’Ascolto, che per prima cosa le offre un sostegno alimentare ed economico, poi la mette in contatto con la rete QuBì del suo quartiere e con il Servizio Sociale.

La fortuna di incontrare QuBì

La rete QuBì del territorio offre a Vera un sostegno attraverso le diverse competenze: i Custodi Sociali come sempre mettono in campo tutte le proprie conoscenze, per un caso fortunato le trovano una soluzione abitativa temporanea nell’appartamento di un Parroco disponibile in un territorio limitrofo, in questo modo Vera trova una casa senza dover subito pagare l’affitto.

Contemporaneamente, la rete di prossimità di Associazione Ipazia viene a conoscenza della situazione e per prima cosa accoglie Jessica nel Coro, poi attraverso i propri volontari offre a Vera due contratti di lavoro per un impegno complessivo di 25 ore settimanali che le permettono di rinnovare il permesso di soggiorno.

L’Operatrice di Prossimità integra gli aiuti con le risorse del progetto, offre cure dentistiche e visite mediche per Jessica, infine attraverso il Fondo di Quartiere la bambina viene iscritta alle attività estive di nuoto: chi la conosce dice che per lei è una grande gioia.

Betta nel frattempo ha ottenuto per Vera un gratuito patrocinio per far causa alla famiglia dell’anziano da cui lavorava: da poco Vera ha vinto la causa! La famiglia le deve 13.000 € che verranno versati in rate da 400 €.

Per completare il quadro, dobbiamo aggiungere che Jessica ha molte difficoltà di apprendimento, la valutazione della UONPIA sarà comunicata a giorni alle insegnanti della bambina, la piccola parla male mischiando diverse lingue e dialetti ed è così in difficoltà che non è sufficiente farla partecipare a un normale doposcuola. Vera si trova inoltre in difficoltà ad organizzarsi per lavorare quando la figlia è a casa da scuola per malattia o per le festività: anche in questo caso gli aiuti per ora sono arrivati casualmente (e magicamente!) da persone della rete, ma non è garantito che si potrà sempre trovare una soluzione…  Vera sta riprendendo i contatti con Carlos, le operatrici la spingono a chiedergli di assumersi la propria parte di responsabilità per sostenere la figlia.

La situazione di Vera non è del tutto risolta, ma grazie alla rete è stato tracciato un sentiero percorribile.  Vera e la figlia hanno incontrato persone capaci di utilizzare la rete e le risorse del territorio per prendersi cura di loro, e questo è il successo di QuBì.