Sul lavoro educativo con i giovani

Sempre più spesso si parla di giovani e di periferie associandoli al degrado e alla violenza. In questi giorni la stampa nazionale riporta la notizia di un ragazzo aggredito a Bologna da tre coetanei che lo hanno accerchiato e picchiato alla fermata dell’autobus, e la storia di una sedicenne torinese violentata dal compagno. Ma perché avvengono questi episodi e cosa si potrebbe fare di diverso per proporre alternative concrete a ragazzi e ragazze?

Per comprendere il fenomeno, CNCA Lombardia – federazione che raggruppa 45 gruppi aderenti – ha promosso lo scorso 13 novembre il secondo seminario del Laboratorio dipartimentale di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa”, dal titolo “Spingere lo sguardo oltre. Migrazioni, intersezionalità e giustizia sociale”.

Da questo confronto è nato un tavolo di riflessione aperto, a cui hanno partecipato i membri del CNCA Lombardia:

Giovani, periferie e politiche pubbliche

Nel corso della discussione, Luca Sansone ha ricordato come i giovani che vivono nei quartieri popolari partano da una condizione di forte svantaggio, causata dal progressivo disinvestimento delle politiche pubbliche.

«Da decenni non si vedono interventi di ristrutturazione degli alloggi pubblici, le case popolari restano vuote e non vengono assegnate, la segregazione scolastica è sempre più presente e il costo della vita a Milano è insostenibile per molti. Tutto questo ha ovviamente delle ripercussioni su famiglie e giovani».

È quindi fondamentale, osserva Sansone, rafforzare interventi integrati a regia pubblica, sviluppando sistemi di governance territoriale a livello di quartiere.

Una possibile risposta per i giovani delle periferie è garantire proposte educative continue nel tempo, e non interventi episodici o “vetrina” che rischiano di abbandonare rapidamente ragazzi e ragazze alla situazione di partenza.
Servono invece luoghi educativi stabili, caratterizzati dalla presenza costante di adulti responsabili, capaci di ascoltare, contenere e permettere la sperimentazione, affinché i giovani possano ampliare i propri orizzonti e incontrare modelli educativi alternativi.

Accoglienza, fragilità e salute mentale

Alla discussione ha contribuito anche Raffaella Fantuzzi, portando il punto di vista della comunità di pronta accoglienza di Fondazione Asilo Mariuccia.

«Il contesto della comunità per mamme con bambini è un osservatorio privilegiato, perché consente di comprendere meglio la storia di vita della persona, della famiglia e il progetto migratorio, laddove siano presenti persone non italiane».

Sempre più spesso, spiega Fantuzzi, vengono accolte donne fortemente provate dalle difficoltà economiche, da situazioni abitative sovraffollate e di promiscuità. Molte hanno subito violenza domestica e la separazione dal partner maltrattante comporta un costo emotivo altissimo, poiché implica una rottura totale anche con il contesto familiare allargato.

Tutto questo ha inevitabili ripercussioni sui figli, che hanno assistito alla violenza del padre verso la madre e non sempre riescono a problematizzare quanto accaduto.
Negli ultimi anni, inoltre, emergono sempre più problematiche psichiatriche, spesso non adeguatamente prese in carico, per le quali l’unica risposta offerta è talvolta la massiccia prescrizione di psicofarmaci.

Educazione, politiche restrittive e alternative possibili

Un’analisi condivisa anche da Matteo Avalli, presidente e direttore sviluppo di Fuoriluoghi SCS, che ha sottolineato come nel periodo post-Covid siano emerse fragilità soprattutto sul versante psicologico e dell’abuso di sostanze, in un contesto in cui gli interventi educativi non sono integrati con il sistema sanitario e le politiche pubbliche privilegiano approcci restrittivi e punitivi.

«Il decreto Caivano rappresenta l’esempio di una politica sempre più distante dalle logiche pedagogiche. Il daspo sociale, applicato anche a minorenni segnalati per almeno due volte, comporta l’impossibilità di accedere ai plessi scolastici, ai luoghi di aggregazione e agli spazi pubblici».

Il messaggio, osserva Avalli, è chiaro: a chi fatica a vivere la socialità in modo positivo viene negata la possibilità di sperimentarsi ed essere sostenuto nei luoghi della quotidianità, escludendolo ulteriormente dalla società, senza prevedere reali processi di risocializzazione.

L’azione educativa dovrebbe invece sostenere il ragazzo anche nell’errore, accompagnarlo e aiutarlo ad affrontare le dinamiche che lo portano a sbagliare, affinché possa vivere il contesto con maggiore consapevolezza e capacità di analisi. Diventa quindi necessario creare sinergie nei luoghi educanti, favorendo la partecipazione attiva e lo scambio continuo tra tutti gli attori coinvolti.

Sbilanciamoci per un’economia di pace

La Carovana della pace fa tappa a Milano. Partita dalla Sicilia a metà ottobre con lo scopo di chiedere politiche economiche diverse, l’iniziativa prosegue nel capoluogo lombardo con un evento su sanità, educazione, lavoro, scuola e disarmo, in vista della prossima Legge di Bilancio per il 2026.

L’appuntamento “Per un’economia di pace” è mercoledì 26 novembre, alle 20:30, nella ex chiesetta del parco Trotter in via Angelo Mosso 7. L’evento è co-organizzato da Sbilanciamoci!, Rete Italiana Pace e Disarmo, Altreconomia e Cnca Lombardia.

La Legge di Bilancio dello Stato per il 2026 è alle porte, entro il prossimo 31 dicembre verrà approvata. Gli accordi per il nuovo Patto di Stabilità e gli impegni presi dal governo in sede Nato e nell’ambito dell’Unione Europea fanno intravedere per il nostro Paese un aumento vertiginoso della spesa militare e dei fondi per le armi, a scapito di stanziamenti per sanità, istruzione, ambiente, lavoro e cooperazione internazionale. 

Per dire “no” e chiedere un orientamento diverso della spesa, Cnca Lombardia e Altreconomia supportano la campagna “Carovana per un’economia di pace”, promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! con un evento a Milano, mercoledì 26 novembre, 20:30, nella ex chiesetta del Parco Trotter, in via Angelo Mosso 7.

Partita dalla Sicilia a metà ottobre, la Carovana ha portato in questo mese diverse iniziative in tanti luoghi simbolo della sofferenza sociale: ospedali, fabbriche, centri anti violenza, università, carceri, residenze per anziani, mercati rionali, per chiedere politiche economiche alternative che difendano realmente -e non con le armi- i nostri diritti. 

Non è un caso che l’appuntamento di Milano sarà in una scuola simbolo del problema abitativo del capoluogo: quella del parco Trotter, i cui banchi sono un osservatorio speciale per vedere come sempre più studenti siano costretti a lasciare l’anno scolastico a causa degli sfratti a cui le loro famiglie sono sottoposte.

Partendo da questo tema Giovanna Laguaragnella, insegnante della scuola primaria del Trotter porterà la sua esperienza, in dialogo con il medico Vittorio Agnoletto, che rifletterà sui tagli sanitari; Giorgia Sanguinetti, segretaria confederale CGIL Milano ed esperta del tema lavoro; Paolo Dell’Oca, Cnca Lombardia, attento alla tematica delle madri detenute con figli, e Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, il cui intervento si focalizzerà sul tema del disarmo.

Dopo questa tappa la Carovana continuerà il suo viaggio fino al 4 dicembre, con la presentazione in Senato della Controfinanziaria. Ti aspettiamo mercoledì 26 novembre, ore 20:30, in via Angelo Mosso 7.

Elza Daga: “Ricostruiamo un patto di fiducia tra di noi”

Abbiamo scelto di celebrare il Cinquantennale di Comin e il quarantennale di Diapason insieme; tante negli anni sono le collaborazioni, le appartenenze comuni, la sintonia di intenti. E poi siamo fratelli di CNCA.

Quello di oggi, però, non è un momento di celebrazione. Per spiegare il perché parto dal nome che abbiamo voluto dare a questo momento: “Noi siamo Repubblica”. La legge 381/91 recita che “Le cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione dei cittadini”.

Dunque siamo incaricati di pubblico esercizio. Lavoriamo per costruire bene comune. Lo facciamo con i cittadini, non solo coloro che hanno bisogno, che sono destinatari dei nostri progetti, ma anche quelli che vogliono contribuire. E sono tanti. Noi, tutti insieme, siamo Repubblica.

Siamo Repubblica da sempre al fianco delle Istituzioni, in particolare delle Amministrazioni locali. Ma spesso non siamo percepiti in questo modo, soprattutto da queste ultime. Spesso proprio le amministrazioni locali guardano a noi con diffidenza.

Oggi, quindi, non vogliamo celebrare i tanti anni di storia positiva, pure presenti e ricchi, ma vogliamo andare a guardare e nominare gli spigoli, le incongruenze, le fatiche di questa lunga collaborazione, in particolare con il Comune di Milano. Perché sentiamo che la qualità di questa collaborazione ha bisogno di essere radicalmente riscritta.

Dobbiamo farlo perché quello che andiamo a guardare oggi è un sistema in crisi: le nostre organizzazioni sono in grandissima sofferenza e sovente lo sono anche le Amministrazioni locali. E soprattutto non riusciamo a garantire ai cittadini i fondamentali diritti sociali. Spesso nella sostanza ci viene chiesto di occuparci degli scarti del turbocapitalismo, del quale, peraltro, facciamo parte anche noi come categoria di lavoratori del sociale.

Abbiamo dunque bisogno di parlarci, di confrontarci, in modo anche ruvido se è necessario.

È necessario ricostruire un patto di fiducia tra noi, rifare un contratto. Oggi, dunque, siamo proprio qui, nella sede del Comune e vogliamo uscire da qui con un piano di lavoro condiviso. La costituzione di un tavolo di lavoro che ci veda seduti insieme a costruire nuove prassi di collaborazione per superare questa crisi.

Emanuele Bana al convegno "Noi siamo Repubblica"

Emanuele Bana: “Non si fa la rivoluzione da soli”

In questa società dominata dalla speculazione, dalla solitudine, dalla dematerializzazione, dall’informazione omogeneizzata e dalla distruzione, il lavoro sociale in forma collettiva è rivoluzionario.

C’è l’educatore, che condivide la sua vita in comunità, che fa addormentare un bambino, che si sveglia all’alba per preparare la colazione, che sta seduto di fianco a un ragazzino a scuola e lo aiuta a tessere relazioni con i compagni; l’assistente sociale che accoglie le persone, che partecipa a uno sgombero, che fa un colloquio con due genitori in conflitto; il custode sociale che accompagna una persona anziana a una visita, che la aiuta nella sua igiene, che le fa compagnia; l’operatore sociale che consuma passi sui marciapiedi di un quartiere, incontra cittadini e associazioni, cuce un territorio.

Emanuele Bana al convegno "Noi siamo Repubblica"
Emanuele Bana al convegno “Noi siamo Repubblica”

Lavoriamo con i nostri corpi, incontriamo, rimbocchiamo coperte, puliamo, cuciniamo, ascoltiamo. E studiamo continuamente per fare bene tutto questo. Ma facciamo anche di più: siamo riuniti in cooperative dove cerchiamo di realizzare partecipazione, democrazia e mutualismo. Non solo perché insieme siamo più forti, ma soprattutto perché sappiamo che solo insieme si può costruire il senso del nostro lavoro.

La riprova, per me, arriva direttamente dalle parole di una volontaria di una nostra comunità diurna: dice che quando entra in quella casa «entra in un luogo pieno di cose che danno senso alla vita». Comin, così come Diapason e molte altre cooperative, si impegnano a fare solo cose piene di senso. Non lavoriamo solo per fare gli erogatori di servizi, per chiedere soldi per “pensarci noi” o per inventare bisogni che si adattino alle nostre belle idee; noi lavoriamo per il bene comune, costruendo comunità di persone insieme alle persone. In questo modo diamo dignità al lavoro sociale. Ma per farlo, abbiamo bisogno di compagni di viaggio.

Servono centrali cooperative, che difendano le organizzazioni del Terzo Settore in senso economico e politico, vigilando sul perimetro inviolabile della Costituzione, a prescindere dai colori dei governi che si succederanno e dalle stesse organizzazioni che ne faranno parte – comprendendo il grave fenomeno delle false cooperative. Non si può più fare educazione affettiva nelle scuole, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, le politiche impoveriscono le persone e desertificano i territori, le scelte urbanistiche producono gentrificazione: siamo noi a dover curare le ferite prodotte da queste azioni e siamo stufi di farlo con i pochi soldi degli stessi speculatori che, nel frattempo, sfruttano tutto ciò che è sfruttabile.

Serve un sindacato che difenda non solo il singolo lavoratore nella singola vertenza, o che pensi che la cooperazione sia un immenso dumping del lavoro pubblico. Il sindacato deve essere un alleato della cooperazione per potenziare il nostro lavoro, la sua qualità e la sua sensatezza; soprattutto per tracciare un percorso ben definito di politiche sociali insieme agli enti locali.

Servono questi soggetti alleati a noi, perché la rivoluzione non si fa e non si vince se si è da soli.

Salute mentale e sistema delle comunità: la riflessione di Davide Motto

Di Paolo Foschini

«Meno del 3,5% della spesa sanitaria totale in Italia è dedicato alla salute mentale e la maggior parte viene usata per le comunità residenziali dove però finisce solo il 3% di quanti avrebbero bisogno di essere seguiti: la prevenzione va fatta fuori». Così Davide Motto, referente del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca)

📸 Foto di Rosie Sun

Pochi soldi ma soprattutto usati male, che è anche peggio dell’esser pochi. E poco personale. Con una rete di comunità a cui si chiederebbero i miracoli, salvo scordarsi che «nessuno può esservi rinchiuso se non vuole, al netto di casi estremi regolati dai Tso», e che «la vera risposta al tema dilagante dei disturbi psichiatrici sta nella prevenzione, cioè in una rete di operatori che si occupi delle persone a casa loro: vale a dire prima, non quando arrivano in comunità».

La riflessione è di Davide Motto, referente della salute mentale per Cnca che a sua volta è il Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti. E la sua analisi parte naturalmente dall’aggressione di Piazza Gae Aulenti, a Milano, dopo l’arresto del 59enne Vincenzo Lanni che si è confessato accoltellatore di una donna che lui «non conosceva» – ha detto in sintesi – ma sulla quale ha scaricato la sua rabbia contro la comunità da cui era stato cacciato dopo aver scontato una pena precedente per una aggressione analoga compiuta anni fa. E come sempre avviene in questi casi a finire nel tritacarne dei commenti è il «sistema» – di cui la maggior parte parla senza sapere come funziona – che a quell’uomo aveva consentito un percorso o almeno un tentativo di recupero: perché costui era in giro libero anziché rinchiuso?

La premessa di Davide Motto è che sul tema «esiste un Piano nazionale di azioni per la salute mentale (Pans) per il periodo 2025-2030 e il testo della Legge di Bilancio vi si riferisce esplicitamente con uno stanziamento di 80 milioni di euro nel 2026 per la sua implementazione. Ma due questioni – dice il referente di Cnca – restano aperte. La prima è che l’Italia destina alla salute mentale meno del 3,5% della spesa sanitaria totale. L’obiettivo doveva essere il 5% a cui aggiungere un ulteriore 2% per la neuropsichiatria d’infanzia e adolescenza più un altro 1,5% per le dipendenze patologiche. La seconda è una carenza di personale stimabile almeno al 30%».

Questo per il quanto. Dopodiché ci sono il come e il cosa: «La fetta maggiore della spesa è destinata al mantenimento delle comunità residenziali. Quasi il 43% a livello nazionale, addirittura il 70% in regioni come la Lombardia. Peccato che in comunità poi finisce solo il 3% delle persone che avrebbero bisogno di essere seguite. Tutte le altre sono sparse sul territorio. E in molti casi neppure riconosciute, perché per farlo servirebbero operatori che entrino in contatto con le famiglie in modo regolare. Si chiama prevenzione». E di quella finora ce n’è poca o zero.

E così restano le comunità. Ma come si fa per accedervi e chi decide chi ci va? «Sono i Servizi di salute mentale e i Centri psicosociali a fare le valutazioni delle persone che hanno in carico. Che a loro volta possono essere inviate in una comunità solo esprimendo un consenso: nessuno può esservi costretto salvo i casi di Trattamento sanitario obbligatorio, che prevedono procedure molto precise». Argomento di cui le pagine di Buone Notizie si sono peraltro occupate a più riprese. Il problema però, più che l’ingresso dei pazienti, è la difficoltà di seguirli dopo l’uscita: «Le comunità sono o almeno dovrebbero essere concepite come luoghi di passaggio. Con funzioni non di reclusione bensì di riabilitazione verso la riconquista di sistemazioni di vita indipendenti. Ma è proprio lì che viene il difficile: perché fuori le persone sono sole. E infatti dal 2015 al 2023 la durata media di permanenza nelle strutture è passata da 756 a 1097 giorni».

Articolo apparso sulla rubrica Buone Notizie del Corriere della Sera.

Paolo Cattaneo: “Noi siamo Repubblica”

Nell’acronimo CNCA, le ultime due lettere del nostro nome sono cambiate. Da “Comunità di Accoglienza” attente ai bisogni dei singoli e alla tutela dei diritti delle persone ospitate nei servizi territoriali, alle “Comunità Accoglienti” che indicano uno sguardo che si apre al mondo intero. Abbiamo voluto tradurre così la metafora del villaggio, che cura e fa crescere.

Affinché le comunità diventino accoglienti è necessario sognarle, coltivarle e rigenerarle. Rigenerare le comunità significa prima di tutto rigenerare le relazioni tra le persone e i diversi soggetti che le abitano, per almeno due motivi:

  1. Per contrastare l’isolamento, la solitudine e l’individualismo che caratterizzano questa fase storica;
  2. Perché vogliamo mostrare e raccontare con occhi diversi i fenomeni che ora spaventano: la povertà è diventata una colpa, le migrazioni un reato e l’adolescenza una patologia, se non una pericolosa forma aggregata di violenza.

Non sono tre esempi casuali: povertà, migranti e questione giovanile sono state oggetto di tre coprogettazioni con il Comune di Milano dai risultati positivi.

Ma aprire lo sguardo al mondo significa comprendere che la tutela dei diritti non si ferma al welfare, così come non si ferma entro i confini di una singola città. I ragazzi e le ragazze della generazione Z in Marocco scendono in piazza per chiedere fognature, sanità, istruzione. Vogliono un contrasto attivo alle diseguaglianze e alla povertà, per avere la possibilità di sognare un futuro.

Il futuro si costruisce difendendo l’ambiente, la nostra grande casa comune. I giovani hanno lanciato una sfida al modello economico estrattivista del passato; una questione che è divenuta oggetto di politiche europee con il Green Deal, adesso cancellato dal riarmo e dall’economia di guerra.

Il futuro si costruisce anche immaginando insieme una città che sia possibile da vivere e abitare. Questo apre a due questioni:

  1. Il diritto alla casa non è solo un problema residenziale e di regolamenti urbanistici. Non si risolve con una (sacrosanta) richiesta di edilizia pubblica o, in scala minore, con la riqualificazione e l’assegnazione degli appartamenti sfitti alle persone in lista; non si risolve con un piano casa finito su un binario morto; tantomeno, non si risolve pensando di affidare la funzione pubblica alle multinazionali del mattone.
  2. Il diritto alla casa richiama alla questione sociale di come si vive la città, di come si vivono i quartieri, di come si vive lo spazio pubblico. Il 6 settembre migliaia di persone erano in piazza “Contro la città dei padroni”, che non sono solo i palazzinari, ma l’intero modello di sviluppo e di crescita economica pensato per le città di tutto il Paese.

Lo spazio pubblico è stato regalato al mangificio, all’overtourism, agli “eventi” e alle “esperienze” che enfatizzano la narrazione di una città attrattiva. È vero che negli ultimi 12 anni sono arrivati 600.000 nuovi cittadini, ma la popolazione è aumentata solo di qualche decine di migliaia. Ergo, sono stati espulsi almeno 500.000 abitanti.

Rigeneriamo insieme la possibilità di utilizzo dello spazio pubblico e degli spazi sociali, che non sono solo i centri sociali occupati ed autogestiti, ma sono i luoghi e gli spazi della cittadinanza, fra cui rientra il primo, timido esperimento delle case di quartiere. Ma non basta.

Se torniamo alla corresponsabilità nella tutela dei diritti, con il Comune di Milano vorremmo agire insieme per rigenerare lo spazio pubblico, per fermare un percorso che sembra inarrestabile, per desiderare un futuro diverso da quello che la finanza e la politica internazionale, nazionale e regionale ci consegnano. Facciamolo insieme, nelle forme possibili e nelle forme più dirompenti, perché di questo c’è bisogno per andare oltre le conclusioni pragmatiche e realistiche che il Consiglio europeo ha sancito il 23 ottobre per fermare il Green Deal.

Dobbiamo impegnarci nell’ascolto reciproco, anche delle sottolineature critiche e conflittuali, che devono divenire stimolo per vedere e vedersi con sguardo rinnovato. Dopo il 6 settembre il Comune di Milano ha avuto almeno due occasioni per ascoltarci ma, ahimé, le ha fallite entrambe. Ce ne saranno sicuramente altre, ma spero che si possa ripartire insieme il prima possibile.

Foto dal convegno “Noi siamo Repubblica”

Concludo con una nota distante dai temi trattati finora. La sera del 23 ottobre eravamo a Bruzzano, insieme a migliaia di persone, per rimanere vicini dopo l’ennesima donna vittima di violenza maschile. Come CNCA contrastiamo il ddl Valditara emendato dalla Lega che chiede di vietare l’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole.

Lavoro sociale e lavoro educativo: change makers in poor jobs

Abbiamo chiesto il permesso di sbirciare e pubblicare gli appunti su cui Paolo Cattaneo, presidente della federazione lombarda del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, si è appoggiato per intervenire all’incontro “Lavoro sociale e lavoro educativo: change makers in poor jobs” organizzato da Alleanza Verdi e Sinistra, che potete visionare qua.

Il cambio del nome da Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza a Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti sancisce un cambio di sguardo dal passato al futuro, da quello che abbiamo fatto a quello che desideriamo essere.

La nostra identità è in continua evoluzione come tutte: quelle degli adolescenti, delle persone migranti, dei bimbi che crescono e delle persone adulte che divengono anziane.

Porto tre titoli per parlare di lavoro sociale come lavoro povero ma anche come lavoro educativo.

  1. La dignità del lavoro sociale
  • Lavoro sociale come gesto politico ad alta professionalità che combina le competenze all’umanità e ad una dimensione etico-identitaria
  • Lavoro sociale che è lavoro povero. Lo scarto tra competenze, tempi, carichi e il mancato riconoscimento sociale ed economico. Come portare le pubbliche amministrazioni ad andare oltre la richiesta prestazionale?
  • La nostra funzione pubblica, che si esercita senza assumere la delega della cura e della fragilità, ma essere in grado di renderla questione politica e collettiva (creare luoghi di prossimità; curare le relazioni, il territorio e l’ambiente). Da corpo sociale a corpi nel sociale.
  1. Le sfide
  • Culturale e politica. Non siamo noi il sociale, il sociale è la vita della gente, è lo spazio collettivo. Rompere i recinti professionali e tematici. Cura delle relazioni, dei beni, dei luoghi e dell’ambiente. Sguardi dal Sud è il titolo di una delle nostre traiettorie nazionali: il sud del mondo ma anche le periferie, le aree interne, il rapporto tra generi
  • Sfida del lavoro sociale. La dignità, la democrazia organizzativa, il protagonismo delle persone, la rigenerazione urbana, il riuso, l’ambiente. Questo è quanto sta dentro le nostre organizzazioni.
  • La tutela dei diritti. Il contrasto alle ingiustizie, al razzismo. Fare movimento insieme ad altri soggetti diversi.
  • Questione giovanile. Emigrazione dal sud, ricambio generazionale, tema della formazione e dell’ascolto dei mondi giovanili.
  1. Adolescenti e giovani

Agiti violenti, manifestazioni di odio, crisi di panico, ansia, ritiro sociale sono tutte manifestazioni del disagio adulto più ancora che del mondo giovanile.

Una condizione generata dalla richiesta sociale e culturale di ipercompetitività (no limits) e iperindividualismo (Netflix). Un mondo che fa riferimento a risorse illimitate/insostenibili.

Le dita di una mano che percepiscono il calore di una fiamma: questo sono i giovani che ci stanno allertando perché sono proiettati nel futuro e quindi percepiscono le lacerazioni e chiedono no competition, il diritto a stare male, il tempo liberato, la vicinanza fisica, il dissenso nelle piazze e il dissenso nel silenzio, nell’assenza.

“Siamo state partorite dai nostri figli”, dicevano le madri di Plaza de Mayo.

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” è invece attribuito a Lao Tsu.

Per chiudere propongo tre indicazioni e impegni per Alleanza Verdi e Sinistra:

  • L’adeguamento delle tariffe all’aumento contrattuale che le nostre realtà applicano da febbraio 2024 e che vedrà l’ultima tranche di aumento ad ottobre 2025 per un totale di circa 13% di aumento del costo del lavoro che cade tutto su di noi.
  • Proseguire e migliorare nella costruzione di percorsi condivisi e coprogettati con una attenzione particolare a valorizzare il nostro sguardo che sta dentro i territori e lontano dai palazzi.
  • Proprio per questo valorizzare il radicamento territoriale delle nostre realtà, tenendo alla larga imprese che contribuiscono a costruire politiche segregazioniste e dannatamente pericolose come sta facendo e conta di fare MediHospes a cui il Comune di Milano ha inopinatamente assegnato da ormai 4 anni la gestione di Casa Jannacci.

Se poi nel frattempo si aprisse qualche piscina avremmo un po’ refrigerio per questa e le prossime estati bollenti che ci attendono.

Capitale umano e capacità di costruire legami con le comunità: quando i bandi degli enti pubblici non ne riconoscono il valore

È stato assestato un duro colpo alla cooperazione sociale cremonese coinvolta nella gestione del servizio di educativa scolastica, nello specifico di assistenza a minori e giovani con disabilità che, dopo dieci anni viene rilevato da una cooperativa estranea al territorio. L’aggiudicazione del bando di gara indetto dal Comune di Cremona è avvenuta con uno scarto minimo, riconducibile esclusivamente ad una proposta economica più bassa rispetto alle cooperative locali, che da anni gestiscono un servizio in cui il rapporto interpersonale è determinante.

Nella complessiva valutazione tecnico/economica il riconoscimento delle competenze delle cooperative del territorio, in particolare quelle relative alla capacità di fare sistema e di costruire legami con le comunità e le loro organizzazioni, sono passate in secondo piano.

La compagine delle cooperative cremonesi, aggregate da dieci anni in una stabile alleanza finalizzata alla progettazione e realizzazione di un sistema di azioni e di interventi per minori ben radicati sul territorio, è pervasa da una forte preoccupazione.

Gli investimenti di questi anni rivolti allo sviluppo di una filiera di servizi, che vanno dalla scuola all’inserimento lavorativo, di cui il Saap è uno snodo centrale, rischiano di venire depotenziati. Questo va a discapito dei percorsi di vita delle persone disabili in una fase, quella scolastica, molto delicata, con l’aggravante di un cambiamento drastico in corso d’anno educativo.

I percorsi di vita penalizzati da azioni come questa non sono solo quelli degli utenti, ma anche quelli dei lavoratori della cooperazione sociale che rischiano di non veder riconosciuto il loro valore in termini di capitale umano.

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