A Milano si torna a parlare di affido

Il tema dell’affido torna al centro del dibattito pubblico. Dopo un primo incontro dedicato a inquadrare le sfide attuali delle famiglie affidatarie – tenutosi il 24 ottobre all’Università Cattolica – ieri, 29 ottobre, diversi esperti si sono riuniti al Centro Culturale San Fedele di Milano per discutere della reale applicazione della legge 173/2015 sulla continuità affettiva, a dieci anni dalla sua approvazione, in una conferenza dal titolo “La forza dei legami. Affido familiare e continuità affettiva”.

Foto di Nappy

La norma è infatti nata con l’obiettivo di tutelare i minori in affido familiare, garantendo che, anche quando un affido giunge al termine, il bambino o la bambina possa mantenere un legame affettivo con la famiglia affidataria.

Dal panel, tuttavia, è emerso che questo diritto non sempre trova applicazione nella pratica. Anzi. Secondo l’associazione La Carovana, co-organizzatrice dell’evento insieme al CNCA Lombardia, su 53 famiglie intervistate il 30% dichiara di essersi vista negare la possibilità di mantenere un rapporto continuativo con il minore accolto dopo la fine del periodo di affido.

A partire da questa premessa, con sguardi e prospettive diverse – giuridica, psicologica e sociale – i relatori e le relatrici si sono interrogati sul ruolo che oggi svolge questa norma e sull’utilità che può ancora avere, ricordando che l’affido e la legge sulla continuità affettiva devono sempre essere guidati dal principio del “superiore interesse del minore” e da un approccio che, per necessità, deve essere multisettoriale.

Questa conferenza, preceduta da quella di venerdì 24 ottobre sempre promossa dal CNCA Lombardia, ha riportato al centro il tema dell’affido dopo anni in cui, a causa dei fatti di Bibbiano, il sistema è stato gravemente danneggiato e oscurato. “È un bene che si torni a parlarne: l’affido familiare è finalizzato al bene pubblico e per questo anche la sua responsabilità deve essere collettiva” ha commentato Liviana Marelli, referente nazionale dell’area Nuove generazioni e famiglie del CNCA Lombardia. Solo nel 2024 il Coordinamento affidi del Comune di Milano ha gestito 346 progetti di affido. “L’auspicio è che questo tavolo sia solo l’inizio di una lunga riflessione congiunta sul tema”.

Tra gli interlocutori erano presenti anche Paolo Agnoletto dell’associazione La Carovana, Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e la Famiglia, lo psicoterapeuta Dante Ghezzi, l’avvocata e curatrice speciale Grazia Ofelia Cesaro, e le operatrici Sabrina Banfi, Silvia Chiodini e Cristina Lazzari.

Paolo Cattaneo: “Noi siamo Repubblica”

Nell’acronimo CNCA, le ultime due lettere del nostro nome sono cambiate. Da “Comunità di Accoglienza” attente ai bisogni dei singoli e alla tutela dei diritti delle persone ospitate nei servizi territoriali, alle “Comunità Accoglienti” che indicano uno sguardo che si apre al mondo intero. Abbiamo voluto tradurre così la metafora del villaggio, che cura e fa crescere.

Affinché le comunità diventino accoglienti è necessario sognarle, coltivarle e rigenerarle. Rigenerare le comunità significa prima di tutto rigenerare le relazioni tra le persone e i diversi soggetti che le abitano, per almeno due motivi:

  1. Per contrastare l’isolamento, la solitudine e l’individualismo che caratterizzano questa fase storica;
  2. Perché vogliamo mostrare e raccontare con occhi diversi i fenomeni che ora spaventano: la povertà è diventata una colpa, le migrazioni un reato e l’adolescenza una patologia, se non una pericolosa forma aggregata di violenza.

Non sono tre esempi casuali: povertà, migranti e questione giovanile sono state oggetto di tre coprogettazioni con il Comune di Milano dai risultati positivi.

Ma aprire lo sguardo al mondo significa comprendere che la tutela dei diritti non si ferma al welfare, così come non si ferma entro i confini di una singola città. I ragazzi e le ragazze della generazione Z in Marocco scendono in piazza per chiedere fognature, sanità, istruzione. Vogliono un contrasto attivo alle diseguaglianze e alla povertà, per avere la possibilità di sognare un futuro.

Il futuro si costruisce difendendo l’ambiente, la nostra grande casa comune. I giovani hanno lanciato una sfida al modello economico estrattivista del passato; una questione che è divenuta oggetto di politiche europee con il Green Deal, adesso cancellato dal riarmo e dall’economia di guerra.

Il futuro si costruisce anche immaginando insieme una città che sia possibile da vivere e abitare. Questo apre a due questioni:

  1. Il diritto alla casa non è solo un problema residenziale e di regolamenti urbanistici. Non si risolve con una (sacrosanta) richiesta di edilizia pubblica o, in scala minore, con la riqualificazione e l’assegnazione degli appartamenti sfitti alle persone in lista; non si risolve con un piano casa finito su un binario morto; tantomeno, non si risolve pensando di affidare la funzione pubblica alle multinazionali del mattone.
  2. Il diritto alla casa richiama alla questione sociale di come si vive la città, di come si vivono i quartieri, di come si vive lo spazio pubblico. Il 6 settembre migliaia di persone erano in piazza “Contro la città dei padroni”, che non sono solo i palazzinari, ma l’intero modello di sviluppo e di crescita economica pensato per le città di tutto il Paese.

Lo spazio pubblico è stato regalato al mangificio, all’overtourism, agli “eventi” e alle “esperienze” che enfatizzano la narrazione di una città attrattiva. È vero che negli ultimi 12 anni sono arrivati 600.000 nuovi cittadini, ma la popolazione è aumentata solo di qualche decine di migliaia. Ergo, sono stati espulsi almeno 500.000 abitanti.

Rigeneriamo insieme la possibilità di utilizzo dello spazio pubblico e degli spazi sociali, che non sono solo i centri sociali occupati ed autogestiti, ma sono i luoghi e gli spazi della cittadinanza, fra cui rientra il primo, timido esperimento delle case di quartiere. Ma non basta.

Se torniamo alla corresponsabilità nella tutela dei diritti, con il Comune di Milano vorremmo agire insieme per rigenerare lo spazio pubblico, per fermare un percorso che sembra inarrestabile, per desiderare un futuro diverso da quello che la finanza e la politica internazionale, nazionale e regionale ci consegnano. Facciamolo insieme, nelle forme possibili e nelle forme più dirompenti, perché di questo c’è bisogno per andare oltre le conclusioni pragmatiche e realistiche che il Consiglio europeo ha sancito il 23 ottobre per fermare il Green Deal.

Dobbiamo impegnarci nell’ascolto reciproco, anche delle sottolineature critiche e conflittuali, che devono divenire stimolo per vedere e vedersi con sguardo rinnovato. Dopo il 6 settembre il Comune di Milano ha avuto almeno due occasioni per ascoltarci ma, ahimé, le ha fallite entrambe. Ce ne saranno sicuramente altre, ma spero che si possa ripartire insieme il prima possibile.

Foto dal convegno “Noi siamo Repubblica”

Concludo con una nota distante dai temi trattati finora. La sera del 23 ottobre eravamo a Bruzzano, insieme a migliaia di persone, per rimanere vicini dopo l’ennesima donna vittima di violenza maschile. Come CNCA contrastiamo il ddl Valditara emendato dalla Lega che chiede di vietare l’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole.

Come cambiano le famiglie, come cambia l’affido

In Italia sempre meno famiglie scelgono di prendere in affido un bambino o una bambina. I motivi sono diversi ma tra questi ci sono sicuramente le trasformazioni sociali, economiche e culturali che stanno coinvolgendo i nuclei familiari. Per comprendere questi cambiamenti e il loro impatto sugli affidi, venerdì 24 e mercoledì 29 ottobre il CNCA Lombardia parteciperà a due importanti convegni sul tema dell’affidamento familiare.

Nello specifico, durante l’evento “Changing families, changing care. Le trasformazioni familiari e i cambiamenti nell’affido”, del 24 ottobre, esperti del settore italiani e internazionali discuteranno di come stanno cambiando le famiglie e quali possono essere delle strategie per supportarle durante il periodo dell’affido.

L’incontro inizierà alle 9:30 nell’aula 301 dell’Università Cattolica, largo Gemelli 1.

Il convegno del 29 ottobre, dal titolo “La forza dei legami. Affido familiare e continuità affettiva”, affronterà invece il tema degli affidi con un focus sulla legge 173/2015, a dieci anni dalla sua approvazione.

Una norma nata per garantire ai minori in affidamento la “continuità affettiva”, ovvero la possibilità di rivedere la propria famiglia affidataria anche quando il periodo di affido giunge al termine e il minore si ricongiunge con la propria famiglia di origine.

Diritto che però spesso non viene rispettato e al bambino o alla bambina è negata la possibilità di mantenere un legame continuativo con le persone con cui ha condiviso un periodo della propria vita, che spesso dura anni. Obiettivo di questo secondo evento è dunque quello di capire – da un punto di vista psicologico, giuridico e sociale – quali misure possono essere adottate per garantire la piena attuazione di questo diritto e per incoraggiare la relazione più positiva possibile tra famiglia affidataria, minore e nuovi referenti.

L’appuntamento è alle ore 8:30 presso la Sala Ricci del centro culturale San Fedele, Piazza San Fedele 4.

“In Italia sono circa 30mila i minori fuori famiglia, molti dei quali potrebbero usufruire della disponibilità dell’affido – spiega Rita Ceraolo de La Grande Casa, cooperativa che aderisce al CNCA Lombardia e che da oltre trent’anni si occupa di minorenni e famiglie in affido-. Sempre più servizi, pur facendo campagne di sensibilizzazioni territoriali, hanno difficoltà a reperire risorse di affido familiare. È un problema che riguarda anche altri Paesi europei. Con questi due convegni ci interrogheremo su come possiamo approcciare e recuperare quella disponibilità all’apertura che le famiglie, pur cambiando nella loro forma, continuano a portare con sé”.

Il progetto delle biblioteche umane a Milano: raccontare la salute mentale

Esistono delle biblioteche in cui a essere letti non sono i libri ma le persone. Le trame di saggi o romanzi lasciano spazio ai ricordi di chi ha deciso di condividere la sua storia con degli sconosciuti. 

È un esperimento sociale che si chiama “human library” -“biblioteca umana”- e verrà utilizzato sabato 11 ottobre al Teatro Franco Parenti di Milano per affrontare il tema del disagio psichico, in occasione della Giornata mondiale dedicata alla salute mentale (venerdì 10 ottobre).

Per la ricorrenza internazionale che dal 1992 sensibilizza le persone sui temi della salute mentale, la Fondazione Empatia, insieme a diverse organizzazioni partner tra cui la Cooperativa Lotta contro l’emarginazione (socia del CNCA Lombardia), ha scelto di far raccontare a 14 “libri”, ovvero persone che hanno vissuto o stanno vivendo un disagio mentale, la propria storia.

Le regole sono semplici: come in una qualsiasi biblioteca, ogni visitatore troverà all’ingresso un “bibliotecario” che gli mostrerà un catalogo di “libri-persone”, in cui con un titolo e una breve descrizione verranno presentate le storie dei 14 libri coinvolti. Il lettore potrà quindi scegliere quale “libro” ascoltare, in un colloquio individuale di circa mezz’ora, uno di fronte all’altro. 

Lo scopo è quello di promuovere l’incontro, rompendo i pregiudizi che accerchiano le persone portatrici di disagio mentale, gli operatori e le famiglie.

“Le biblioteche umane -spiega Cristina Savino, responsabile della formazione per Fondazione Empatia- ambiscono a cambiare la prospettiva della narrazione: non più riportata da tecnici, ma dal basso, da chi ha attraversato il disagio o lo sta ancora abitando”.

Per il CNCA Lombardia la forza di questo strumento sono proprio le storie raccontate: “In un’epoca in cui siamo sempre con lo sguardo basso a guardare il telefono -aggiunge Paolo Cattaneo- quest’esperienza porta a osservarsi negli occhi, a prestare attenzione, in una conversazione intima e diretta dove si conosce l’altro per poi ritornare a sé stessi arricchiti”. 

Iniziative come le biblioteche umane erano già arrivate a Milano in diversi luoghi della città, tra cui il Museo del Novecento, il Mudec, il Palazzo della Regione Lombardia e varie università. Come racconta Davide Motto, responsabile area salute mentale di Cooperativa lotta contro l’emarginazione, uno degli aspetti più interessanti delle biblioteche viventi è proprio quello di riuscire a raggiungere tantissime persone che non hanno necessariamente una correlazione con la salute mentale. “È quasi come andare a teatro, ma i racconti sono veri”.

I 14 “libri” sono inseriti in progetti cofinanziati dal Comune di Milano, come AccogliMi Plus per i più giovani e R3 insieme per Recovery per gli adulti. 

L’appuntamento è sabato 11 ottobre dalle 9:30 alle 12:30, al Teatro Franco Parenti. Per maggiori informazioni clicca qui.

SOLIDARIETÀ AI RAGAZZI ARRESTATI ALLE PROTESTE PER GAZA

“È un affronto al diritto di manifestare il proprio dissenso

Il centro sociale Lambretta ha organizzato questa mattina una conferenza stampa sull’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano, lo scorso lunedì 22 settembre. Il Cnca Lombardia, plaude l’iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai ragazzi coinvolti negli arresti, due dei quali sono minorenni. “La loro detenzione è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani”.

Foto di l’Unità

Milano, 26 settembre 2025 – Il centro sociale Lambretta di Milano ha organizzato questa mattina una conferenza stampa, alla presenza di Zerocalcare, Ilaria Cucchi, Luca Blasi, Benedetta Scuderi dalla Global Sumud Flotilla, Giulio Francini, Pietro Cusimano e tanti altri, per commentare lo sciopero indetto dall’Usb lunedì scorso, 22 settembre, e l’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano e, nello specifico, alla stazione Centrale.

Paolo Cattaneo, presidente del Cnca Lombardia, plaude questa iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai quattro ragazzi coinvolti negli arresti che hanno seguito le proteste, due dei quali sono minorenni, e a tutti i giovani scesi in piazza.

La narrazione che ha seguito la manifestazione ha parlato infatti di violenze e di devastazione, ma per il Cnca Lombardia si è trattato invece di una mobilitazione pacifica, senza precedenti, che ha dimostrato una crescente sensibilità da parte di un bacino sempre più ampio della cittadinanza su ciò che accade a Gaza e nei territori di Cisgiordania occupati, anche grazie alla mobilitazione degli attivisti a bordo delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla.

“Il fatto che questi quattro ragazzi siano stati arrestati e che due di questi, minorenni, ora si ritrovino ai domiciliari, senza la possibilità di andare a scuola, è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani -denuncia Cattaneo-. Ringraziamo tutte le persone che mettono a disposizione i loro corpi in queste occasioni pubbliche per fermare la barbarie che accade a Gaza e nei territori occupati in Palestina e quella che si verifica nel nostro Paese. Un’Italia governata da un sistema che ribadisce sempre di più che l’uso della forza è esclusivo e compete unicamente allo Stato rappresentato dalle sue forze dell’ordine, che non si sono fatte alcuno scrupolo a bloccare a manganellate i ragazzi che cercavano di entrare alla stazione Centrale per fare quello che è stato possibile fare in tutta Italia: l’occupazione simbolica di due binari. Occupazione che è stata resa possibile in tutte le città, Bologna, Roma, Napoli, ma non a Milano, come a voler mostrare una città insicura e non governata, oltre che ribadire un monopolio della forza gratuito, prerogativa solo di Stato e forze di polizia”.

Il timore è che a questi primi arresti ne possano seguire altri, sulla scia di controllo, violenza e impossibilità di manifestare il proprio dissenso, rafforzati dal decreto sicurezza, entrato in vigore a giugno 2025.

Il Cnca Lombardia rifiuta questa logica e propone e sostiene tutti i contenuti portati avanti dalla conferenza stampa di oggi al Lambretta. Ribadendo vicinanza e sostegno ai ragazzi colpiti e al popolo palestinese.

Le proposte di social housing a Milano: “E chi una casa non ce l’ha?”

Lunedì 15 settembre Palazzo Marino ha ospitato l’evento “Emergenza casa. Verso un piano europeo”, in cui stakeholder locali e figure politiche europee hanno affrontato il tema della casa, portando diverse esperienze di social housing in Italia e Europa. L’appello del CNCA Lombardia è di non dimenticare chi è rimasto senza casa e chi da anni attende invano una casa popolare. 

Si è parlato di Milano, di città italiane e di capitali europee; della relazione che deve rafforzarsi tra pubblico e privato; di risorse continue che mancano; smart working; ristrutturazioni e, velatamente, di una finanza che prende il sopravvento su economia e politica. Ma soprattutto, all’evento “Emergenza casa. Verso un piano europeo” organizzato lo scorso lunedì 15 settembre a Palazzo Marino, si è discusso il tema dell’abitare in relazione alle social housing, proposte di residenze a prezzi accessibili per intercettare alcune esigenze di chi le case le abita. Sono state menzionate strutture universitarie per gli studenti, alloggi per i lavoratori e senior housing per promuovere un invecchiamento attivo tra gli anziani. Tutto molto bello e giusto, ma per l’esperienza del CNCA Lombardia il tema dell’emergenza abitativa, in un contesto come quello di Milano, non può essere ridotto all’edilizia sociale. 

“L’housing sociale e l’accompagnamento abitativo hanno un grande valore, però non possono sostituirsi al semplice e puro bisogno di chi una casa proprio non ce l’ha. Pensare di restringere il problema ad anziani, studenti e giovani lavoratori non è realistico”, argomenta Paolo Cattaneo. “È giusto pensare alle social housing, purché queste non sottraggano tutte le risorse all’offerta pubblica”.

Per il presidente del CNCA Lombardia è inoltre difficile immaginare un vero cambiamento nella questione dell’abitare, se non si parte dall’ammettere che a Milano serve uno strappo con quel modello di città che da Expo in poi ha contribuito a creare così tanta disuguaglianza, nascondendosi dietro la retorica del Capoluogo lombardo motore del Paese e centro di attrattività economica, finanziaria e turistica. 

Durante il corso dell’evento numerosi stakeholder locali ed esponenti europei -come il vicepresidente per la coesione della Commissione Europea, Raffaele Fitto, e la presidente commissione hous Parlamento europeo, Irene Tinagli- hanno all’unisono riconosciuto il problema della casa come una questione che riguarda tutti i Paesi d’Europa e non solo l’Italia o, ancora più nel locale, Milano. 

Ma non si può ignorare che il Capoluogo lombardo ha lo stesso numero di abitanti di 15 anni fa, eppure il 60% di questi è cambiato: significa che 600 mila persone sono andate ad abitare fuori, nella maggior parte dei casi per la sua insostenibilità economica. A questo problema si aggiunge quello delle mancanza di abitazioni popolari che, come denunciato da Mattia Gatti, Segretario generale del Sindacato inquilini casa e territorio (SICET) e tra i promotori della contro-manifestazione organizzata nelle stesse ore fuori dal Comune, avrebbero i requisiti per un’abitazione popolare, ma che per via della mancanza di alloggi non riescono a ottenerne una. Basti pensare che ogni anno a Milano 17.000 famiglie presentano domanda di casa popolare, ma solo il 3% la ottiene, mentre più di 10.000 appartamenti restano vuoti perché destinati a vendite o a valorizzazioni. La priorità in questo momento dovrebbe essere dedicata a tutti quei cittadini che, da tempo, non vedono il loro diritto alla casa riconosciuto.

“Una famiglia di origine peruviana con cui abbiamo lavorato si è spostata oltre Magenta perché con l’affitto non ci stavano più dentro. Lì sono riusciti a comprare una casa con i soldi con cui a Milano avrebbero acquistato un box auto. Personalmente” aggiunge Cattaneo, “noi del CNCA Lombardia immaginiamo un modello differente di spazio urbano, che non si pieghi a rincorrere finanza, turismo, persone ricche e influencer; in cui l’abitazione non sia fonte di esclusione o un mero luogo in cui tornare a dormire e dove il discorso sulla casa non riguardi solo la costruzione di edifici, ma comprenda servizi, risorse, relazioni umane e di quartiere”. 

Sala ha aperto la conferenza sollecitando le persone presenti a non affrontare il tema dell’abitare con toni polemici e di conflitto, perché “ogni divisione rappresenta un danno”. Non si può garantire che la versione di città proposta dal sindaco sia quella condivisa da tutti i suoi concittadini, ma l’auspicio è che, al di là della mera narrazione, un modello di città diverso torni a essere una priorità dell’agenda politica del centro sinistra.

La conversione del villaggio olimpico in alloggi popolari sarebbe un bel punto di partenza

Accoglienza e residenzialità dei minori a Milano. Luci e ombre del “passo” del Comune secondo il CNCA Lombardia

Il Comune di Milano prova a cambiare passo nell’offerta residenziale per minori, lo dimostra la pubblicazione a fine luglio di due avvisi con i quali Palazzo Marino è intervenuto in tema di aggiornamento dell’“Elenco di unità di offerta residenziale per minori convenzionate” e di nuovi percorsi sperimentali. Al processo che ha portato alla pubblicazione degli avvisi pubblici ha contribuito in modo determinante anche il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza Lombardia (CNCA), che vuole evidenziare luci e ombre di questo primo, importante, risultato. 

La pubblicazione degli avvisi lo scorso 28 luglio come detto è il frutto di un tavolo di lavoro che ha visto la collaborazione del CNCA Lombardia insieme a 50 organizzazioni del Forum del Terzo Settore -di cui fa parte-, alla Caritas Ambrosiana e al Comune e che riguarda centri e comunità educative destinate a bambini e ragazzi soli, oltre che nuclei familiari genitori-figli.  

Alcuni dati di contesto aiutano a comprendere l’importanza di questo passaggio. Al 31 dicembre 2024 il Comune di Milano accoglieva 1.735 minori, di cui 427 erano stranieri non accompagnati (Msna), più della metà under 14, e oltre 373 titolari di protezione internazionale e ospitati in strutture del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI).

Da tempo il CNCA -federazione che raggruppa al suo interno 45 organizzazioni di cui diverse strutture d’accoglienza- si batte affinché il Comune di Milano riconosca una retta diversa dagli odierni 92 euro al giorno per minore nelle comunità educative convenzionate. Cifra che scende a 86,50 euro in quelle dell’hinterland. Rette troppo basse per permettere alle organizzazioni di garantire un servizio sostenibile e di affrontare perciò i costi legati dell’accoglienza, che includono ad esempio il pagamento dei beni essenziali per i residenti, i salari di operatori (almeno uno ogni cinque accolti) e personale socio-sanitario, la formazione e i costi di struttura.

Con la pubblicazione di questi nuovi due avvisi il Comune ha accolto parte delle richieste avanzate dalle organizzazioni, rideterminando al rialzo la tariffa per minore -con riferimento alle comunità educative- a 124 euro. In aggiunta, è stata accolta la richiesta di non applicare differenze di retta tra le strutture convenzionate che si trovano a Milano città e quelle nei Comuni limitrofi e di garantire la stessa tariffa anche ai fratelli dei minori ospitati, mentre prima nelle strutture che accolgono anche i genitori, al secondo figlio era garantito solo tra il 15 e il 20% della retta del primo.

“Siamo soddisfatti per gli avvisi pubblicati e per il riconoscimento che è stato finalmente prestato al lavoro sociale –commenta Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-. In questi mesi il Comune ha dimostrato ascolto e l’intenzione di iniziare una collaborazione continuativa per ripensare insieme il sistema di accoglienza residenziale”. 

Il CNCA segnala luci e ombre di questo passaggio.

Iniziamo dalle luci: la prima, senza dubbio, sta nel riconoscimento del lavoro sociale attraverso un adeguamento delle rette che prima erano scandalosamente basse. Poi c’è l’ascolto dimostrato (finalmente) dal Comune con la promessa di continuare questo cantiere di costruzione sociale anche dopo la pubblicazione degli avvisi aperti. A dimostrazione di questa volontà di costruire insieme va sottolineata anche l’introduzione di sperimentazioni innovative, come ad esempio nel campo dei minori stranieri non accompagnati, a fronte di scelte nazionali di accoglienza che vanno nella direzione opposta, nel segno della discriminazione e della segregazione. 

Riconoscendo gli aspetti positivi, non si possono però tacere alcune ombre: i 124 euro di retta rideterminata per quanto riguarda le comunità educative per minori rappresentano una cifra ancora insufficiente a garantire un servizio sostenibile, che dovrebbe invece partire da una base di 145 euro a persona. Basti pensare che con le rette attuali ogni anno le organizzazioni sono esposte, facendo una media meramente indicativa, per circa 70.000 euro. In aggiunta, il CNCA Lombardia non può non far osservare che negli ultimi 20 giorni di un percorso durato oltre un anno sono state inserite due tipologie di unità di offerta sperimentale non discusse in precedenza, di cui una comunità educativa per minori con pronto intervento sociale per 16-20enni, che a queste condizioni sembrerebbero in contrasto con quanto previsto dalla normativa regionale, ad esempio rispetto al numero di presenze di operatori a fronte dei ragazzi ospitati. Uno scivolamento problematico che richiede la messa in campo di un sistema di controllo e monitoraggio che per le unità di offerta sperimentali non può essere agito dall’ATS e che dunque deve essere garantito dal Comune di Milano. Sarà impegno del CNCA e del Forum Terzo Settore verificare che ciò avvenga.

Lavoro sociale e lavoro educativo: change makers in poor jobs

Abbiamo chiesto il permesso di sbirciare e pubblicare gli appunti su cui Paolo Cattaneo, presidente della federazione lombarda del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, si è appoggiato per intervenire all’incontro “Lavoro sociale e lavoro educativo: change makers in poor jobs” organizzato da Alleanza Verdi e Sinistra, che potete visionare qua.

Il cambio del nome da Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza a Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti sancisce un cambio di sguardo dal passato al futuro, da quello che abbiamo fatto a quello che desideriamo essere.

La nostra identità è in continua evoluzione come tutte: quelle degli adolescenti, delle persone migranti, dei bimbi che crescono e delle persone adulte che divengono anziane.

Porto tre titoli per parlare di lavoro sociale come lavoro povero ma anche come lavoro educativo.

  1. La dignità del lavoro sociale
  • Lavoro sociale come gesto politico ad alta professionalità che combina le competenze all’umanità e ad una dimensione etico-identitaria
  • Lavoro sociale che è lavoro povero. Lo scarto tra competenze, tempi, carichi e il mancato riconoscimento sociale ed economico. Come portare le pubbliche amministrazioni ad andare oltre la richiesta prestazionale?
  • La nostra funzione pubblica, che si esercita senza assumere la delega della cura e della fragilità, ma essere in grado di renderla questione politica e collettiva (creare luoghi di prossimità; curare le relazioni, il territorio e l’ambiente). Da corpo sociale a corpi nel sociale.
  1. Le sfide
  • Culturale e politica. Non siamo noi il sociale, il sociale è la vita della gente, è lo spazio collettivo. Rompere i recinti professionali e tematici. Cura delle relazioni, dei beni, dei luoghi e dell’ambiente. Sguardi dal Sud è il titolo di una delle nostre traiettorie nazionali: il sud del mondo ma anche le periferie, le aree interne, il rapporto tra generi
  • Sfida del lavoro sociale. La dignità, la democrazia organizzativa, il protagonismo delle persone, la rigenerazione urbana, il riuso, l’ambiente. Questo è quanto sta dentro le nostre organizzazioni.
  • La tutela dei diritti. Il contrasto alle ingiustizie, al razzismo. Fare movimento insieme ad altri soggetti diversi.
  • Questione giovanile. Emigrazione dal sud, ricambio generazionale, tema della formazione e dell’ascolto dei mondi giovanili.
  1. Adolescenti e giovani

Agiti violenti, manifestazioni di odio, crisi di panico, ansia, ritiro sociale sono tutte manifestazioni del disagio adulto più ancora che del mondo giovanile.

Una condizione generata dalla richiesta sociale e culturale di ipercompetitività (no limits) e iperindividualismo (Netflix). Un mondo che fa riferimento a risorse illimitate/insostenibili.

Le dita di una mano che percepiscono il calore di una fiamma: questo sono i giovani che ci stanno allertando perché sono proiettati nel futuro e quindi percepiscono le lacerazioni e chiedono no competition, il diritto a stare male, il tempo liberato, la vicinanza fisica, il dissenso nelle piazze e il dissenso nel silenzio, nell’assenza.

“Siamo state partorite dai nostri figli”, dicevano le madri di Plaza de Mayo.

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” è invece attribuito a Lao Tsu.

Per chiudere propongo tre indicazioni e impegni per Alleanza Verdi e Sinistra:

  • L’adeguamento delle tariffe all’aumento contrattuale che le nostre realtà applicano da febbraio 2024 e che vedrà l’ultima tranche di aumento ad ottobre 2025 per un totale di circa 13% di aumento del costo del lavoro che cade tutto su di noi.
  • Proseguire e migliorare nella costruzione di percorsi condivisi e coprogettati con una attenzione particolare a valorizzare il nostro sguardo che sta dentro i territori e lontano dai palazzi.
  • Proprio per questo valorizzare il radicamento territoriale delle nostre realtà, tenendo alla larga imprese che contribuiscono a costruire politiche segregazioniste e dannatamente pericolose come sta facendo e conta di fare MediHospes a cui il Comune di Milano ha inopinatamente assegnato da ormai 4 anni la gestione di Casa Jannacci.

Se poi nel frattempo si aprisse qualche piscina avremmo un po’ refrigerio per questa e le prossime estati bollenti che ci attendono.

Da un’esperienza educativa a una responsabilizzante

APS I Tetragonauti è un’associazione formata da un gruppo di persone, professionisti e volontari, con competenze e titoli curricolari in ambito educativo pedagogico ed esperienza marinaresca. Scopo dell’Associazione è realizzare interventi e progetti socio-educativi rivolti a minori in situazione di disagio, di difficoltà e a persone con disabilità: singoli, gruppi e istituzioni che a vario titolo si occupino di problematiche ad essi attinenti.

Reti che si rinnovano per aiutare Marco a immaginare un futuro diverso

“Avevo provato un progetto in un maneggio, ma fare tutti i giorni quindici chilometri in bicicletta sotto il sole estivo era un problema, e poi ero terrorizzato dai cavalli, non ne avevo mai visto uno prima. Allora ho provato con i “100 giorni” in mare“, ma non ci avevo riposto tanta speranza. Pensavo: perché in tutta Italia dovrebbero accettare proprio me?”.

A parlare è Marco (n.d.: nome di fantasia), un ragazzo proveniente dal circuito penale minorile, alle spalle una storia familiare e personale travagliata e il desiderio di guardare al futuro con una nuova prospettiva. Si riferisce all’esperienza socio-educativa di tre mesi in barca a vela per adolescenti con un passato difficile organizzata da I Tetragonauti A.P.S., a cui lui ha partecipato grazie al progetto “A scuola per mare”, co-finanziato da Con i Bambini Impresa Sociale. Francesca, psicologa di Centro Koros A.P.S., associazione di Catania e partner di progetto, spiega come Marco è stato selezionato. 

“Marco ha origini straniere, proviene da un piccolo paesino in provincia di Palermo, un contesto di estrema povertà educativa e aveva commesso dei piccoli reati. Per questo l’Ufficio Servizi Sociali Minori ce lo aveva segnalato. Di solito cerchiamo di conoscere a fondo i ragazzi, gli educatori de I Tetragonauti vengono sul territorio e facciamo due mesi di preparazione per avvicinarli all’esperienza. In questo caso non c’è stato il tempo, quindi abbiamo chiesto consiglio alla direttrice del centro professionale per elettricisti che Marco stava frequentando e lei ci ha assicurato che nell’ultimo anno Marco era molto cambiato”.

È la storia, questa, di una collaborazione tra vari servizi di welfare e associazioni socio-educative che operano in diversi contesti sul territorio nazionale e che hanno lavorato assieme per dare una nuova prospettiva di vita a Marco.

“Arrivava da un territorio senza stimoli ed era consapevole che il suo problema principale era proprio il suo paese. Aveva voglia di scappare, ma non aveva mai avuto gli strumenti per farlo, né per immaginarsi un futuro diverso”, racconta Agnese, educatrice de I Tetragonauti.

Quando con Francesca (Centro Koros) dalla Sicilia ha preso prima il treno e poi l’aereo, per lui tutto è stato una prima volta. Parlava solo in dialetto, ma dopo una settimana in barca si relazionava già in italiano (ma anche in romano, ricorda Francesca) con gli altri ragazzi dell’equipaggio.

Quando è salito a bordo non sapeva nuotare, all’inizio nemmeno provava a fare il bagno ed era a disagio quando c’era bel tempo, poi lo ha fatto prima col salvagente, poi con la muta… Dopodiché ha iniziato un corso di immersione conseguendo il brevetto OVD.

Si è reso conto così che anche le cose che non conosceva potevano essere affascinanti. Non aveva mai letto un libro, ma sulla Lady Lauren, la barca de I Tetragonauti, c’è una piccola biblioteca e partendo dai libri per bambini ha iniziato a leggere, arrivando a pensare che “i libri sono come la droga, quando inizi non riesci più a smettere”.

“La più grande sfida dei 100 giorni – ricorda lui – è stata non fumare canne. Smettere di punto in bianco è stato difficile, ma mi ha aiutato che in barca c’è sempre qualcosa da fare per tenersi in movimento, anche solo cambiare il sapone nel bagno”.

Gli operatori de I Tetragonauti e di Centro Koros ricordano quanto fossero preoccupati per il suo ritorno in Sicilia. Inizialmente aveva ripreso ad andare a scuola e spesso aiutava il padre della sua nuova ragazza lavorando come barman. “Questo lo aiutava a non ubriacarsi” dice Francesca, “e ad immaginarsi nel mondo del lavoro”, spiega Agnese: “La sua difficoltà era accettare che il lavoro potesse essere anche faticoso, per questo in passato lo hanno affascinato attività magari illegali, ma poco affaticanti”.

Dopo qualche mese dal suo ritorno a casa Marco ha manifestato nuovamente il desiderio di lasciare la Sicilia e una nuova rete si è messa in moto per proporgli una nuova esperienza, più responsabilizzante, in occasione dell’ultima parte della sua messa alla prova da minorenne. La collaborazione decennale tra I Tetragonauti e Centro Koros ha permesso loro di pensare per Marco a un progetto individualizzato, con un calendario ben definito. 

Durante i 100 giorni di navigazione Marco aveva avuto modo di sviluppare una curiosità per il mondo della nautica, mettendosi a disposizione del comandante e cercando video su YouTube nell’ora in cui era permesso utilizzare il cellulare. In occasione della sua messa alla prova avrebbe continuato a nutrire questo interesse lavorando, durante la settimana in un cantiere nautico e svolgendo attività ricreative con i volontari de I Tetragonauti nel week-end.

Dopo le prime reticenze Marco ha colto l’opportunità. Oggi spiega che rispetto ai “cento giorni” la difficoltà più grande è stata per lui non avere più un educatore che ti dice, per esempio, di non bere. “Prima avevo dei limiti – dice – mentre ora cerco di tenere da solo dei limiti mentali”.

Oggi Marco cerca ancora di autogestirsi, perché grazie al successo dell’iniziativa, una volta terminata la messa alla prova per i reati commessi da minore, si è deciso di replicare la proposta per una nuova messa alla prova adulti per reati commessi prima di iniziare il suo percorso di navigazione. Koros e I Tetragonauti hanno quindi collaborato questa volta sia con UDEPE (l’Ufficio esecuzione generale esterna per adulti), che ha convalidato il progetto, sia con La Nave di Carta A.P.S., partner storico del territorio di La Spezia. 

Il mio obiettivo in cantiere è imparare più cose possibili – spiega – come si cambia un rubinetto, come funziona una barca, i vari tipi di vela, i nodi, ci sta un po’ di tutto… qui un po’ da tutti c’è da imparare, grazie a Francesca (n.d.: psicologa di Koros), ora mi spingo a parlare e raccontare cose, grazie a Marco (n.d.: de La Nave di Carta), so fare i nodi nautici, grazie a Massimo (n.d.: comandante de I Tetragonauti) ho imparato le differenze dei fondali”.

Agnese, de I Tetragonauti, spiega che nel corso del mese trascorso su Oloferne, la barca de La Nave di Carta, Marco ha svolto lavori di routine in cantiere, ma ha anche accompagnato studenti e ragazzi con disabilità durante escursioni giornaliere. La difficoltà più grande è stata per lui proprio la conoscenza quotidiana di nuove persone, perché ha sempre avuto difficoltà a relazionarsi con gli altri. Orgoglioso oggi di raccontare la sua storia, lui stesso ricorda la fatica ad aprirsi nei momenti di condivisione durante i “cento giorni”. In quell’occasione, durante la settimana di navigazione integrata prevista, aveva anche conosciuto ragazzi non vedenti e relazionarsi con loro era stato per lui una novità. 

Finito il mese con Nave di Carta Marco trascorrerà l’estate nuovamente con I Tetragonauti, svolgendo lavori su Inae (la nuova barca dell’associazione) e navigando con ragazzi con sindrome di down. Non ne ha mai conosciuti prima d’ora, una nuova avventura si prefigura all’orizzonte!

Fare rete come cura delle relazioni di comunità

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogno al centro del nostro pensiero e del nostro agire. Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.

Abbiamo a lungo riflettuto su cosa vuol dire “fare rete” per noi della Cooperativa Calabrone. Molte sono le domande legate a questo tema che ci poniamo nel nostro lavoro quotidiano: come facciamo in modo che le reti che costruiamo siano durature, superino i tempi contingentati di un progetto, riescano ad incidere significativamente sul territorio?

Anticipiamo che non abbiamo risposte certe, ma alcuni dei progetti a cui abbiamo contribuito in questi ultimi anni ci hanno permesso di mettere in campo sperimentazioni promettenti.

Vorremmo partire da due di questi progetti per provare ad offrire alcune riflessioni più generali: DAD Differenti Approcci Didattici (finanziato da Impresa Con i Bambini e Fondazione Cariplo, con capofila Fondazione della Comunità Bresciana), esperienza nata durante la pandemia di Covid 19 per affrontare la dispersione scolastica, e Tra Zenit e Nadir (finanziato da Impresa Con i Bambini, con capofila Istituto Don Calabria e partner CNCA), percorso di promozione della cultura riparativa.

Per alcuni versi questi due progetti sono molto diversi tra di loro: il primo riguarda l’ambito della formazione, mentre il secondo si rivolge ai minori autori di reato. Nonostante ciò, abbiamo rintracciato alcuni elementi comuni che ci interrogano sul nostro ruolo e su cosa significa “fare rete”.

Innanzitutto sono entrambi progetti che riguardano i giovani, se pure da prospettive diverse. In questi tempi in cui l’individualismo è culturalmente egemone si rischia di tornare a considerare il disagio giovanile come il frutto dei comportamenti devianti dei singoli, ma i ragazzi e le ragazze si nutrono in realtà di un contesto complesso che comprende i rapporti tra pari, quelli con gli adulti, con il territorio, con le istituzioni e quelli mediati dalla rete.

Intervenire dunque in questo contesto impone un approccio sistemico, dove gli accompagnamenti individualizzati si intrecciano con il confronto e la formazione rivolta a genitori, insegnanti, istituzioni per trovare nuovi modi di relazionarsi.

Un altro rischio, quando si affrontano tematiche legate ai giovani, è quello di un paternalismo implicito e involontario. Ecco che qui entriamo nel primo aspetto qualitativo del “fare rete”: i/le giovani non possono essere semplicemente utenti e fruitori di un servizio; se vogliamo che il nostro intervento duri e sia incisivo, allora devono essere partecipi e promotori della trasformazione. Dunque, il primo polo della rete non possono che essere loro, non come attori passivi del processo, ma come protagonisti. All’interno del progetto DAD uno degli assi portanti degli interventi è stato quello di valorizzare l’autonomia, la presa di responsabilità dei ragazzi e delle ragazze all’interno dei laboratori, degli Hub territoriali e delle scuole. Questo approccio ha permesso che le reti informali virtuali e reali tra giovani crescessero, si rafforzassero, trovando un loro spazio di azione pubblica comune. Non solo: l’accumulo di saperi, punti di vista e posture maturate nel rapporto con gli operatori e le operatrici, con le istituzioni ed il territorio più in generale ha contribuito alla durata di alcune esperienze nate in seno a DAD e proseguite dopo la fine del progetto.

Dunque, fare rete a volte vuol dire comprendere che è necessario aprire spazi di possibilità in cui le relazioni esistenti possano emergere e/o nuove relazioni possano costruirsi.

Ma il ruolo dell’adulto, degli operatori e delle operatrici, delle istituzioni e del territorio non scompare, anzi. Se i ragazzi e le ragazze sono al centro del nostro agire è l’intera comunità che deve prendersi carico della cura delle relazioni nuove che costruiamo. Nel progetto Tra Zenit e Nadir consideriamo il reato che il minore compie come una ferita per tutta la collettività, di cui la comunità è allo stesso tempo vittima e responsabile. Il lavoro di promozione della giustizia riparativa che facciamo vuole tendere a ricucire questa ferita, questo strappo. È un lavoro per certi versi culturale, atto a far comprendere che i comportamenti agiti dai ragazzi e dalle ragazze non sono slegati dal contesto in cui questi avvengono e dunque anche il lavoro di cura e di reinserimento non riguarda solo gli educatori ed i giovani coinvolti, ma l’intero territorio di riferimento. È qui dunque che diventa urgente un nuovo concetto del fare rete”, uno sguardo sistemico, dove i poli da attivare non sono solo quelli delle associazioni e delle cooperative che si occupano di giustizia riparativa. Crediamo che se è il territorio, la società nel suo intero a prendersi carico del minore autore di reato allora il rischio di una recidiva dopo il percorso di reinserimento sia molto minore; se favoriamo lo sviluppo di relazioni sociali e reti di supporto formali e informali forse riusciamo ad intervenire almeno in parte non sul fenomeno in sé, ma sulle sue cause.

Il fare rete, dunque, deve essere un atto trasformativo che interroga i nostri metodi di intervento, di cooperazione e confronto. All’interno di DAD i differenti approcci che abbiamo costruito non sono stati unicamente quelli educativi, ma anche nelle relazioni tra gli enti che partecipavano al progetto, che hanno colto la sfida di mettere in discussione metodi, relazioni e punti di vista non più in una dinamica competitiva, ma collaborativa e cumulativa di esperienze, saperi e domande diverse.

In conclusione, fare rete per noi oggi è favorire l’emersione e lo sviluppo di relazioni, di incontri, di possibilità e dunque di progetti, interventi e sguardi sulla realtà che siano trasformativi e che durino nel tempo, arrivando a marciare sulle proprie gambe.