Rocco Artifoni, rappresentante dell’associazione Micaela ODV e collaboratore della cooperativa sociale Aeper – entrambe aderenti al CNCA Lombardia –, ha incontrato per la prima volta la Costituzione negli anni Ottanta grazie a un colloquio con Rosanna Benzi, direttrice della rivista “Gli altri”.
All’epoca Benzi viveva in un polmone d’acciaio in una stanza dell’ospedale di Genova e, durante una conversazione con Artifoni, gli disse che la sua speranza per l’anno nuovo sarebbe stata l’abolizione delle barriere architettoniche, proprio come sancisce l’articolo 3, comma 2, della Costituzione, che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
“Quella frase mi ha colpito profondamente. Com’era possibile che una persona costretta a vivere in una gabbia d’acciaio, senza poter uscire dalla sua stanza, si preoccupasse delle barriere architettoniche che le altre persone incontrano fuori?”.
Da quell’interrogativo nasce per Artifoni la consapevolezza del valore della Costituzione come “punto di riferimento su diritti e doveri condivisi”.
Inizia così una fase di studio e impegno che lo porta a far parte del Comitato per la difesa della Costituzione, a scrivere insieme al giurista Filippo Pizzolato il libro “L’ABC della Costituzione” (2014) e oggi a essere in prima linea, insieme al CNCA Lombardia, per il “No” al referendum del 22 e 23 marzo.

“Sappiamo tutti che la giustizia non funziona come dovrebbe: ha tempi lunghissimi, manca personale e non è adeguatamente digitalizzata. Al Ministro della Giustizia, secondo la Costituzione, spetta trovare soluzioni a questi problemi. Invece propone una riforma che modifica l’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo che presiede il potere giudiziario e che dovrebbe essere totalmente autonomo dal potere esecutivo. Inoltre il Governo di fatto ha imposto al Parlamento di non modificare neppure una virgola del testo: la riforma è passata senza alcun cambiamento. Già solo questo per me rappresenta un motivo sufficiente per respingerla”.
Entrando nel merito, Artifoni definisce la riforma “un pasticcio”.
“Non sono favorevole alla separazione delle carriere, ma anche se lo fossi non voterei questa proposta. Da un lato si prevede la duplicazione del CSM, con un consiglio per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Dall’altro si istituisce un’Alta Corte disciplinare nella quale giudici e pubblici ministeri restano insieme: una contraddizione evidente. Senza contare l’articolo 106, che consente al CSM dei giudici di nominare giudice di Cassazione un pubblico ministero per meriti insigni. È assurdo. Se si vogliono davvero separare le carriere, perché dare questa possibilità?”.
“Il punto più pericoloso della revisione costituzionale – sottolinea Artifoni – è relativo ai collegi dell’Alta Corte disciplinare, che verranno definiti con una successiva legge ordinaria (quindi decisa dalla maggioranza che sostiene il governo), nei quali i magistrati possono risultare in minoranza. Di conseguenza i provvedimenti disciplinari nei confronti di giudici e pubblici ministeri potrebbero essere decisi da una maggioranza di rappresentanti dei politici. Il che significa la fine dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”.
Questo accade in un momento in cui la maggioranza parlamentare ha già approvato una legge sull’autonomia differenziata, successivamente ridimensionata dalla Corte costituzionale per diversi profili di incostituzionalità. È inoltre in discussione il progetto di premierato e si sta lavorando a una nuova legge elettorale che torna a puntare sul premio di maggioranza a chi rappresenta il 40 o il 35%.
“Ma la Costituzione è la regola in cui tutti si riconoscono. Fu approvata dall’88% dei membri dell’Assemblea Costituente, dopo un grande lavoro di mediazione. Idealmente tutte le riforme costituzionali dovrebbero almeno puntare a superare quella soglia”.
Per Artifoni attaccare l’autonomia della magistratura significa indebolire l’organo che dovrebbe vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali. Non si tratta quindi di un tecnicismo, ma di una riforma che riguarda tutti e tutte noi che, come le rane cucinate lentamente per evitare che saltino fuori dall’acqua, ci stiamo progressivamente abituando all’ebollizione. E la temperatura è sempre più alta.
