SOLIDARIETÀ AI RAGAZZI ARRESTATI ALLE PROTESTE PER GAZA

“È un affronto al diritto di manifestare il proprio dissenso

Il centro sociale Lambretta ha organizzato questa mattina una conferenza stampa sull’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano, lo scorso lunedì 22 settembre. Il Cnca Lombardia, plaude l’iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai ragazzi coinvolti negli arresti, due dei quali sono minorenni. “La loro detenzione è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani”.

Foto di l’Unità

Milano, 26 settembre 2025 – Il centro sociale Lambretta di Milano ha organizzato questa mattina una conferenza stampa, alla presenza di Zerocalcare, Ilaria Cucchi, Luca Blasi, Benedetta Scuderi dalla Global Sumud Flotilla, Giulio Francini, Pietro Cusimano e tanti altri, per commentare lo sciopero indetto dall’Usb lunedì scorso, 22 settembre, e l’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano e, nello specifico, alla stazione Centrale.

Paolo Cattaneo, presidente del Cnca Lombardia, plaude questa iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai quattro ragazzi coinvolti negli arresti che hanno seguito le proteste, due dei quali sono minorenni, e a tutti i giovani scesi in piazza.

La narrazione che ha seguito la manifestazione ha parlato infatti di violenze e di devastazione, ma per il Cnca Lombardia si è trattato invece di una mobilitazione pacifica, senza precedenti, che ha dimostrato una crescente sensibilità da parte di un bacino sempre più ampio della cittadinanza su ciò che accade a Gaza e nei territori di Cisgiordania occupati, anche grazie alla mobilitazione degli attivisti a bordo delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla.

“Il fatto che questi quattro ragazzi siano stati arrestati e che due di questi, minorenni, ora si ritrovino ai domiciliari, senza la possibilità di andare a scuola, è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani -denuncia Cattaneo-. Ringraziamo tutte le persone che mettono a disposizione i loro corpi in queste occasioni pubbliche per fermare la barbarie che accade a Gaza e nei territori occupati in Palestina e quella che si verifica nel nostro Paese. Un’Italia governata da un sistema che ribadisce sempre di più che l’uso della forza è esclusivo e compete unicamente allo Stato rappresentato dalle sue forze dell’ordine, che non si sono fatte alcuno scrupolo a bloccare a manganellate i ragazzi che cercavano di entrare alla stazione Centrale per fare quello che è stato possibile fare in tutta Italia: l’occupazione simbolica di due binari. Occupazione che è stata resa possibile in tutte le città, Bologna, Roma, Napoli, ma non a Milano, come a voler mostrare una città insicura e non governata, oltre che ribadire un monopolio della forza gratuito, prerogativa solo di Stato e forze di polizia”.

Il timore è che a questi primi arresti ne possano seguire altri, sulla scia di controllo, violenza e impossibilità di manifestare il proprio dissenso, rafforzati dal decreto sicurezza, entrato in vigore a giugno 2025.

Il Cnca Lombardia rifiuta questa logica e propone e sostiene tutti i contenuti portati avanti dalla conferenza stampa di oggi al Lambretta. Ribadendo vicinanza e sostegno ai ragazzi colpiti e al popolo palestinese.

Le proposte di social housing a Milano: “E chi una casa non ce l’ha?”

Lunedì 15 settembre Palazzo Marino ha ospitato l’evento “Emergenza casa. Verso un piano europeo”, in cui stakeholder locali e figure politiche europee hanno affrontato il tema della casa, portando diverse esperienze di social housing in Italia e Europa. L’appello del CNCA Lombardia è di non dimenticare chi è rimasto senza casa e chi da anni attende invano una casa popolare. 

Si è parlato di Milano, di città italiane e di capitali europee; della relazione che deve rafforzarsi tra pubblico e privato; di risorse continue che mancano; smart working; ristrutturazioni e, velatamente, di una finanza che prende il sopravvento su economia e politica. Ma soprattutto, all’evento “Emergenza casa. Verso un piano europeo” organizzato lo scorso lunedì 15 settembre a Palazzo Marino, si è discusso il tema dell’abitare in relazione alle social housing, proposte di residenze a prezzi accessibili per intercettare alcune esigenze di chi le case le abita. Sono state menzionate strutture universitarie per gli studenti, alloggi per i lavoratori e senior housing per promuovere un invecchiamento attivo tra gli anziani. Tutto molto bello e giusto, ma per l’esperienza del CNCA Lombardia il tema dell’emergenza abitativa, in un contesto come quello di Milano, non può essere ridotto all’edilizia sociale. 

“L’housing sociale e l’accompagnamento abitativo hanno un grande valore, però non possono sostituirsi al semplice e puro bisogno di chi una casa proprio non ce l’ha. Pensare di restringere il problema ad anziani, studenti e giovani lavoratori non è realistico”, argomenta Paolo Cattaneo. “È giusto pensare alle social housing, purché queste non sottraggano tutte le risorse all’offerta pubblica”.

Per il presidente del CNCA Lombardia è inoltre difficile immaginare un vero cambiamento nella questione dell’abitare, se non si parte dall’ammettere che a Milano serve uno strappo con quel modello di città che da Expo in poi ha contribuito a creare così tanta disuguaglianza, nascondendosi dietro la retorica del Capoluogo lombardo motore del Paese e centro di attrattività economica, finanziaria e turistica. 

Durante il corso dell’evento numerosi stakeholder locali ed esponenti europei -come il vicepresidente per la coesione della Commissione Europea, Raffaele Fitto, e la presidente commissione hous Parlamento europeo, Irene Tinagli- hanno all’unisono riconosciuto il problema della casa come una questione che riguarda tutti i Paesi d’Europa e non solo l’Italia o, ancora più nel locale, Milano. 

Ma non si può ignorare che il Capoluogo lombardo ha lo stesso numero di abitanti di 15 anni fa, eppure il 60% di questi è cambiato: significa che 600 mila persone sono andate ad abitare fuori, nella maggior parte dei casi per la sua insostenibilità economica. A questo problema si aggiunge quello delle mancanza di abitazioni popolari che, come denunciato da Mattia Gatti, Segretario generale del Sindacato inquilini casa e territorio (SICET) e tra i promotori della contro-manifestazione organizzata nelle stesse ore fuori dal Comune, avrebbero i requisiti per un’abitazione popolare, ma che per via della mancanza di alloggi non riescono a ottenerne una. Basti pensare che ogni anno a Milano 17.000 famiglie presentano domanda di casa popolare, ma solo il 3% la ottiene, mentre più di 10.000 appartamenti restano vuoti perché destinati a vendite o a valorizzazioni. La priorità in questo momento dovrebbe essere dedicata a tutti quei cittadini che, da tempo, non vedono il loro diritto alla casa riconosciuto.

“Una famiglia di origine peruviana con cui abbiamo lavorato si è spostata oltre Magenta perché con l’affitto non ci stavano più dentro. Lì sono riusciti a comprare una casa con i soldi con cui a Milano avrebbero acquistato un box auto. Personalmente” aggiunge Cattaneo, “noi del CNCA Lombardia immaginiamo un modello differente di spazio urbano, che non si pieghi a rincorrere finanza, turismo, persone ricche e influencer; in cui l’abitazione non sia fonte di esclusione o un mero luogo in cui tornare a dormire e dove il discorso sulla casa non riguardi solo la costruzione di edifici, ma comprenda servizi, risorse, relazioni umane e di quartiere”. 

Sala ha aperto la conferenza sollecitando le persone presenti a non affrontare il tema dell’abitare con toni polemici e di conflitto, perché “ogni divisione rappresenta un danno”. Non si può garantire che la versione di città proposta dal sindaco sia quella condivisa da tutti i suoi concittadini, ma l’auspicio è che, al di là della mera narrazione, un modello di città diverso torni a essere una priorità dell’agenda politica del centro sinistra.

La conversione del villaggio olimpico in alloggi popolari sarebbe un bel punto di partenza

I salari da fame colpiscono duramente il mondo del sociale

Il disastro dei salari italiani (-8,7% dal 2008) fotografato da ultimo dall’Organizzazione internazionale del lavoro riguarda da vicino il mondo del sociale e dell’inclusione del nostro Paese.

“I dati diffusi dall’Ilo mostrano il vero volto delle politiche economiche dei governi degli ultimi vent’anni -osserva Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-: l’accanimento contro la povertà mentre si premia chi sta già meglio”.

Il CNCA Lombardia richiama l’attenzione su un aspetto centrale che tocca la vita di milioni di persone, ovvero il riconoscimento della dignità delle professioni del mondo del sociale, dalla cura all’inclusione. Una partita che riguarda sì il piano nazionale ma anche quello locale, come dimostra il caso “emblematico” di Milano.

“Il contratto collettivo nazionale delle cooperative sociali è stato appena rinnovato e scadrà già a dicembre -riprende Cattaneo-. È stato riconosciuto un aumento del 13% ma ciò nonostante rimaniamo lontanissimi dagli standard europei. E questo incremento virtuale in busta paga già divorato dall’inflazione non è minimamente sufficiente per affrontare i costi proibitivi di una città come Milano”.

Pagare poco chi si occupa di servizi essenziali in contesti problematici -dalle comunità territoriali alle famiglie in difficoltà, fino all’accoglienza delle persone straniere- significa indebolire il tessuto sociale del Paese.

“Al Comune di Milano chiediamo da tempo un adeguamento contrattuale ma non è mai stata data una risposta positiva”, continua Cattaneo.

I numeri sono chiari: “Oggi nel mondo del sociale si può lavorare a tempo pieno per 38 ore settimanali e guadagnare 1.300 euro al mese. Con salari di questo tipo è naturale che in tanti optino per ridurre il tempo del lavoro per aggiungere una seconda occupazione o riappropriarsi del proprio tempo libero”. Dal suo osservatorio privilegiato il CNCA osserva picchi di ricorso al tempo parziale tra il 50 e l’85%. 

È anche così che si sfilaccia il tessuto sociale, culturale e politico in senso alto di una comunità. “I salari da fame nel sociale si accompagnano a una lunga stagione di odio e tempesta seminati contro gli ultimi, gli stranieri, coloro che vengono etichettati come i ‘devianti’. È difficilissimo per chi semina vicinanza e inclusione resistere. Si tratta di una battaglia che non possiamo condurre da soli”.

Ecco perché con la pubblicazione dei dati dell’Ilo il CNCA Lombardia torna a chiedere una risposta al Comune di Milano rispetto all’adeguamento delle remunerazioni e al Parlamento un intervento deciso a riconoscere la dignità del lavoro sociale.

📸 Serena Koi

“Sei la mia città”, la campagna sul diritto alla residenza a Milano

Sono oltre ottanta le sigle che promuovono l’appello “Sei la mia città” per l’estensione del diritto alla residenza nel capoluogo lombardo. Nell’appello si chiede al Sindaco Beppe Sala e alla Giunta del Comune di Milano una deroga all’articolo 5 della legge Renzi-Lupi, che ha condannato alla precarietà una vasta platea di abitanti. 

Tra gli aderenti alla campagna sindacati del lavoro, sindacati inquilini, comitati di quartiere, reti cittadine, cooperative, ong, organizzazioni studentesche, spazi sociali, associazioni civiche, collettivi.

A Roma, Palermo e Torino sono state già approvate deroghe all’articolo 5 della legge Renzi-Lupi. Pensiamo, come realtà sociali metropolitane, sia giunto il momento che anche l’amministrazione milanese orienti le proprie politiche ad una maggiore giustizia sociale, per una città più inclusiva, accessibile e accogliente.

“Riteniamo che sia arrivato il momento di riconoscere l’iscrizione anagrafica a tutte le persone che abitano stabilmente a Milano, a cui spetta la residenza ordinaria, come previsto dalla Costituzione Italiana. È necessario, tuttavia, mantenere, per tutte quelle persone che si trovino effettivamente “senza fissa dimora”, la residenza fittizia per garantire loro, in tempi celeri, tutti i diritti previsti dalla procedura”.

“Il diritto alla residenza concorre a definire l’identità di una persona e di una famiglia, la inserisce in un contesto sociale, relazionale, umano. Al diritto alla residenza sono collegati tutta una serie di diritti e di possibilità di accesso ai servizi che ben vengono illustrati nel secondo paragrafo dell’appello e nei successivi passaggi -aggiunge Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-. È un diritto che reclamiamo per i senza dimora e  per i migranti, tanto visibili quanto ‘fastidiosi’ per la nostra città, ma anche per tutte quelle famiglie che, invisibili e silenziose, sono costrette a vivere in situazioni fuori norma e così fuori norma diviene tutta la loro vita, anche quella dei loro figli e delle loro figlie. Per tutto questo e altro ancora ci siamo trovati con decine e decine di amici e compagni di strada, con cittadini, associazioni, cooperative, sindacati, gruppi spontanei e comitati. Sono le reali antenne nella città, i soggetti che più e prima di chiunque altro colgono le questioni nella loro spietatezza e, in forza dell’articolo 18 della Costituzione, si associano per cercare soluzioni e per sollecitare le istituzioni. Istituzioni a cui chiediamo di comprendere quanto sia necessario fare un passo avanti, deciso, cogliendo l’appello e l’invito a costruire insieme le necessarie risposte”.

“Sei la mia città” racconterà nelle prossime settimane il peso che hanno i diritti negati, attraverso la voce e i volti di persone reali che abitano a Milano, con un nome e un cognome, una storia, persone che possiamo incontrare tutti i giorni per strada, sui mezzi pubblici, al lavoro, a scuola. 
Attraverso questa campagna vogliamo aprire un dialogo costruttivo e proficuo con le istituzioni, per affermare con forza l’idea di una  città solidale, insieme ad un principio basilare a noi caro: l’inclusione e la coesione sociale passano necessariamente dal riconoscimento dei diritti sociali e civili e non da forme repressive o discriminatorie. 

“Sei la mia città” nasce come declinazione locale di una campagna promossa dal Social Forum dell’Abitare, la rete nazionale del diritto alla casa, e sull’impulso di ONG e associazioni del territorio che hanno coordinato e stimolato il superamento del quadro normativo sulla residenza, insieme ad Enrico Gargiulo, uno dei massimi esperti del tema, professore dell’Università degli Studi di Bologna, che ci ha coadiuvato nella stesura dell’appello, appello che alleghiamo insieme alla lista delle organizzazioni che lo sottoscrivono.

PER INFORMAZIONI

  • CNCA Lombardia • Paolo Cattaneo • 340 4530739
  • ARCI LATO B • Davide Vismara • 331 1038985
  • CASA DELLA CARITÀ • Valentina Rigoldi • 344 0674986
  • CHIEDIAMO CASA • Angelo Junior Avelli • 345 3141883
  • EMERGENCY ONG ONLUS • Alessandra Vardaro • 338 7236793

La giustizia minorile è in crisi e Regione Lombardia punta sull’apertura di “piccoli manicomi”

A un anno dalla conversione in legge del “Decreto Caivano” si misurano gli effetti deleteri dell’aumento al ricorso alla carcerazione e al sovraffollamento negli Istituti penali minorili. “La soluzione non è creare piccoli manicomi”, denuncia il Cnca Lombardia.

La giustizia minorile lombarda è in un momento estremamente complicato e paga lo scotto degli effetti del cosiddetto “Decreto Caivano” convertito in legge esattamente un anno fa.

Per contrastare questa situazione sarebbe utile incentivare la rete di comunità educative ad aumentare la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato.

Regione Lombardia punta invece sull’apertura di 3 comunità che ospiteranno ciascuna 12 giovani tutti sottoposti a misure penali e tutti portatori di problemi di malattia mentale!

“Così si mortifica un sistema che è considerato il più avanzato a livello internazionale, condannandolo a una pericolosa involuzione”. È la denuncia del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) della Lombardia, che si appella alle istituzioni regionali e nazionali affinché rimettano al centro delle politiche il recupero dei giovanissimi autori di reato, tenendo insieme il contenimento della pericolosità sociale.

“Per almeno 30 anni nel nostro Paese abbiamo raccolto risultati straordinari nella sfera della giustizia minorile -spiega Paolo Tartaglione, responsabile della cooperativa sociale Arimo e membro del Cnca Lombardia- e lo abbiamo fatto seguendo tre principi: privilegiare la riduzione della recidiva rispetto agli aspetti sanzionatori dell’intervento penale minorile, intervenire sui bisogni che stanno alla base della commissione di reato da parte dei minorenni, responsabilizzare il/la giovane in ogni momento della misura penale minorile”.

Il sistema, però, ha ingranato la retromarcia. I minorenni autori di reato vengono sempre più visti e trattati come adulti e gli Istituti penali minorili, che la Legge del 1988 ritiene debbano essere utilizzati solo a fronte di “insopprimibili esigenze di difesa sociale”, sono sempre più affollati. “Il tasso di saturazione media è pari al 110%, ma alcuni istituti raggiungono anche il 180%”, continua Tartaglione.

📸 Matteo Paciotti – Immagine dell’ex ospedale psichiatrico di Mombello (MB) “G. Antonini”

I recenti provvedimenti legislativi riducono la possibilità di utilizzare lo strumento della messa alla prova, aumentano il ricorso alla carcerazione, reintroducono l’utilizzo delle divise negli istituti penali, cancellano le progettualità e così la gestione degli Istituti è privata anche delle minime prospettive. “Così si apre la strada a nuova violenza e nuovi reati”, denuncia Tartaglione, che fa notare come mostrare la “faccia cattiva” sia di fatto controproducente. “Se andiamo a sollecitare un adolescente ponendoci come guardie e ladri ci mettiamo sul suo terreno preferito. Ed è un terreno sul quale i ragazzi si ritrovano spinti a schierarsi fin dall’ingresso in carcere, sabotando così la possibilità di una messa in discussione e distogliendo lo sguardo dagli obiettivi per il futuro “.

In Lombardia, dove la relazione con le comunità di accoglienza ha sempre dato buoni frutti, la situazione è particolarmente critica. Da qualche anno le comunità che storicamente accoglievano tanti autori di reato sono infatti entrate in crisi, soprattutto per la carenza di disponibilità di personale. Molte hanno chiuso. È una crisi generale che investe le professioni di cura (educatori, infermieri, assistenti sociali) ed è particolarmente estrema nei servizi di comunità e ancor di più per le comunità che si occupano di adolescenti e autori di reato.

“Le comunità che non hanno chiuso hanno comunque ridotto la disponibilità ad accogliere autori di reato -segnala Tartaglione- proprio per il pericolo di gestire casi esplosivi senza poter dimettere i giovani in caso di agiti che espongano a gravi rischi ospiti e operatori”.

“È necessario e urgente – aggiunge Tartaglione – un confronto improntato alla massima collaborazione tra tribunale per i minorenni, centro per la giustizia minorile e comunità lombarde per comprendere le motivazioni che hanno portato queste ultime a ridurre la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato, e mettere in atto ogni azione possibile per invertire la tendenza, e garantire così ai giovani di essere accolti in contesti educativi di qualità, e improntati al cambiamento”.

Invece Regione Lombardia ha indetto nell’agosto di quest’anno una manifestazione di interesse per aprire tre comunità che secondo Cnca rappresentano un deciso passo indietro nella cultura penale minorile!

Comunità pensate esclusivamente per autori di reato con problemi di salute mentale. Una cosa che la Legge penale minorile vietava. “Non sono comunità gestibili con criteri educativi -denuncia Tartaglione- ma con un pesantissimo contenimento di fatto farmacologico. È un piccolo carcere, un piccolo manicomio”. Il Cnca Lombardia da tempo chiede invece di sedersi a un tavolo con le istituzioni coinvolte -dalla Regione al Tribunale per i minorenni, passando per le comunità di accoglienza- per capire come affrontare la situazione. Senza scadere in sperimentazioni che mortificano l’eredità di Franco Basaglia.

Il problema della casa a Milano investe anche il Terzo settore

Il problema della casa a Milano è drammatico e investe anche il lavoro degli operatori sociali del Terzo settore, mettendo in discussione percorsi di inclusione e integrazione. “Serve una risposta pubblica, sia da parte dello Stato sia da parte del Comune di Milano e della Città metropolitana”.

È l’appello che rilancia il Coordinamento nazionale comunità accoglienti (CNCA) della Lombardia.

“Con quasi 110mila abitazioni non occupate e un aumento molto significativo del numero di case utilizzate per turismo invece che per abitazione, non si può ridurre il problema a un semplice ‘fallimento del mercato’ legato alla carenza di offerta, come hanno fatto di recente Aspesi, Assimpredil Ance e Confindustria Assoimmobiliare”, spiega Vincenzo Salvi del Comitato abitare Via Padova e membro del Forum nazionale dell’abitare tra i cui promotori c’è anche il CNCA.

L’Istat ci dice infatti che Milano è la città metropolitana con il più alto numero di abitazioni recenti dopo il 2016. Ma la produzione di edilizia sociale e la tassazione sulla rendita fondiaria sono state bassissime.
“Le politiche pubbliche per la casa vanno riattivate a livello statale -continua Salvi-. Il 30% di chi non è proprietario di casa, a Milano così come a Bologna, a Firenze, a Torino o a Roma, è tagliato fuori”.

Senza la casa anche i progetti sociali rischiano di andare a sbattere. I prezzi fuori controllo e il predominio della rendita costringono ad esempio gli operatori del Terzo settore e inserire famiglie accompagnate in abitazioni dallo spazio insufficiente. “Quando si creano situazioni del genere -osserva Salvi- il lavoro di integrazione è un fallimento annunciato”.
Il CNCA si è attivato in questi anni per creare una rete del Terzo settore attenta al tema della casa. Da tempo lo stiamo ripetendo: attenzione perché la casa è centrale per qualsiasi tipo di accompagnamento sociale ed educativo. “Il patrimonio pubblico dovrebbe essere tutelato, non venduto o dismesso nella pancia di qualche fondo immobiliare speculativo, perché è l’unico calmiere dei prezzi di fatto”.

dalla pagina Facebook Abitare in Via Padova

Salvi evidenzia anche un cortocircuito che riguarda la rigenerazione urbana in atto a Milano. Un processo sulla carta estremamente positivo ma che presenta delle dinamiche preoccupanti. “Spesso come realtà del Terzo settore lavoriamo per la riqualificazione di quartieri degradati, dando vita a nuove piazze o a percorsi di pedonalizzazione. A livello cittadino vengono coinvolte associazioni e cittadini per favorire la dimensione e la possibilità di vivere insieme uno spazio della città. Poi però con queste attuali ‘regole’ di mercato tutto questo comporta un aumento dei valori delle case incontrollato. Con il paradossale risultato di espellere le fasce meno abbienti dai quartieri. Anche in periferia”.

Come intervenire? Puntando su maggiori requisiti di edilizia pubblica e sociale, e su maggiori prelievi sulla rendita per poter aumentare quantità e qualità degli alloggi sociali e dei servizi pubblici connessi.

La crisi della sanità pubblica e il fallimento del “modello lombardo”

Roberto Formigoni (📸 Bruno Cordioli)

Boom della spesa sanitaria privata a carico delle famiglie, quasi 4,5 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure, di cui 2,5 milioni per motivi economici. Come si è arrivati fin qui e come uscirne. Il punto di vista del CNCA Lombardia

Milano, 22 ottobre 2024 – La tenuta del Servizio sanitario nazionale è a un punto di non ritorno, ha confermato anche l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe. Il divario della spesa sanitaria pubblica pro capite rispetto alla media dei Paesi Ocse membri dell’Unione europea sfiora i 900 euro. Una parte sempre più rilevante del personale abbandona il SSN. Esplode la spesa a carico delle famiglie e nel 2023 hanno rinunciato alle cure quasi 4,5 milioni di persone, di cui 2,5 milioni per motivi economici.

“Siamo all’esasperazione, all’accelerazione di una grande crisi che ci portiamo dietro da almeno vent’anni. È come una valanga”, riflette Giovanni Gaiera, medico infettivologo e voce nel campo della salute del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti (CNCA) della Lombardia.

Il Covid-19 è stata la cartina al tornasole, che ha fatto emergere la debolezza di un sistema che è stato volutamente portato a questa situazione di sofferenza. Il modello formigoniano della libera scelta, dell’apertura ai privati, della competizione, dell’aziendalizzazione della sanità territoriale e ospedaliera, era inserito integralmente nella logica che la sanità è un business. Che con la sanità si fanno i soldi. Ed ecco dove ci ritroviamo.

La sanità intesa come prestazioni erogate ci ha portato al punto di non ritorno. “I dipartimenti di prevenzione sono espressioni geografiche, o poco più, e la medicina di base continua ad essere massacrata: non si è imparato proprio nulla dalla terribile lezione della pandemia da Covid-19, che qui in Lombardia ha infierito più che altrove in Italia”, continua Gaiera. La politica in atto è infatti quella di non rimettere a bando i posti di Medico di Medicina Generale divenuti vacanti per i tanti pensionamenti, ma di caricare i pazienti sugli altri medici rimasti. “E se non ci stanno, arrangiatevi”, sintetizza Gaiera, che tocca un punto drammatico nella vita quotidiana dei cittadini lombardi.

Tantissime persone in Lombardia sono senza Medico di Base o lo sono state per parecchio tempo. Ma il Medico di Base è l’accesso a tutto il sistema di cure, e non certo le Case di Comunità, che così come sono state troppo rapidamente organizzate quanto meno in Lombardia sono spesso una foglia di fico: sono i vecchi poliambulatori a cui si è cambiato solo la targa all’esterno e che si è lasciati con pochissimo personale”.

Gaiera fa un altro esempio di come in Lombardia si lavori per rendere difficile l’accesso alle cure nel sistema pubblico. “Pensiamo alle liste d’attesa che sono esplose e continuano a esserlo. Anche il Servizio Pubblico ha ridotto gli spazi per le prestazioni erogate con il Sistema Sanitario Regionale: perché avendo ricevuto dalla Regione meno risorse, a parità di personale e di strutture, anche la Sanità Pubblica deve trovare da altre parti la possibilità di finanziarsi”.

A peggiorare la situazione è arrivata il primo ottobre dello scorso anno la decisione sempre regionale di ridurre da 12 a 6 mesi la validità delle ricette per visite e prestazioni: “Tenendo conto delle liste d’attesa – riprende Gaiera – questo porta al boom delle visite private. È plateale e vergognoso che questa iniziativa di Regione Lombardia vada chiaramente nella direzione di favorire la prestazione privata. Sia del privato e sia paradossalmente del pubblico. Per fare uno dei tanti esempi concreti che vediamo ormai da anni e ancora più dall’ottobre del 2023, è il caso una Visita Oculistica prescritta ad una mia paziente, che oggi in Lombardia potrebbe fare in regime privato in pochi giorni e che nel sistema pubblico, con l’impegnativa regionale, è riuscita a prenotare solo per l’inizio del 2026. E intanto la sua vista peggiora.”

Ecco perché il CNCA Lombardia torna a invocare un cambio di rotta, che si fondi sull’investimento nella prevenzione e nella sanità territoriale, abbandonando quella logica mercantile per la quale investire in prevenzione non rende, ma rende la cura e soprattutto quella specialistica centrata sugli ospedali.

Numeri, storie e immagini: la bellezza del lavoro sociale

Il dossier 2023 del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti della Lombardia racconta la quotidianità del lavoro sociale di 39 organizzazioni che si sono prese cura di più di 100.000 persone nel 2022.

100.220 beneficiari (37.865 minori e 38.810 adulti, oltre a 23.545 nuclei familiari che scombinano il conteggio) in un dossier che mostra la faccia bella del lavoro sociale, mentre si moltiplicano le voci di crisi del settore con il conseguente esodo di operatori e operatrici. È questo l’obbiettivo del documento pubblicato oggi dal Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti (CNCA) dellaLombardia, intitolato proprio “La grande bellezza e la nostra fragile forza”: nelle sue 90 pagine i numeri, i grafici, le immagini e le storie a condividere le attività che le 39 organizzazioni svolgono quotidianamente a sostegno delle persone più fragili.

A rendere possibile la realizzazione del documento è stato il capillare lavoro di raccolta dei dati: il numero dei dipendenti, dei servizi per adulti e minori, degli utenti per tipologia dei servizi, sono alcune delle informazioni che danno un’idea del lavoro quotidiano del CNCA, del suo imprescindibile contributo al welfare lombardo.

Foto gentilmente messa a disposizione da Cooperativa Cosper

Circa 5.000 lavoratori (e, soprattutto, lavoratrici) e 2.000 volontari e volontarie per un’attività che non conosce sosta, non si può fermare il lavoro di una comunità terapeutica per alcol e polidipendenti, non si può chiudere per ferie una comunità educativa per minori stranieri non accompagnati.

Più significative delle cifre sono le storie riportate nel dossier, che conducono il lettore nel cuore delle realtà sociali, di quando un corriere arriva in una cooperativa, in questo caso di Lotta contro l’emarginazione, e indugia, fino a trovare il coraggio: “Io vi conosco”, dice, “mi avete aiutato qualche anno fa. Sono stato da voi per un po’ di tempo, mi avete aiutato ad avere i documenti in regola e a trovare un lavoro. Lavoravo in un ristorante, mi piaceva. Poi il ristorante ha chiuso per la pandemia e ora lavoro da solo. Non divento ricco, ma ho quello che mi serve per vivere e sono contento. Senza di voi non so se sarebbe andata bene. Vi voglio ringraziare perché avete fatto cose importanti per me e non so che cosa sarebbe successo senza di voi”.

In vicende come questa il presidente del CNCA Lombardia, Paolo Cattaneo, indica l’autentica bellezza del lavoro educativo, dando la possibilità a chi legge il dossier “di ispirarci, di osservare ed ammirare ciò che non siamo capaci di vedere, ciò che fatichiamo a riconoscere, ciò che abbiamo perduto o che non abbiamo mai nemmeno pensato”.

Foto gentilmente messa a disposizione da La Grande Casa

*La foto di copertina è stata gentilmente messa a disposizione da Associazione Agathà Onlus

La sanità lombarda non si può cambiare

Il voto contrario della maggioranza in Consiglio Regionale ha dichiarato inammissibili i quesiti referendari per cambiare la sanità in Lombardia. “È una vergogna”, è il giudizio del presidente del CNCA Lombardia Paolo Cattaneo.

Il CNCA Lombardia apprende con preoccupazione la decisione del Consiglio Regionale di non ammettere i quesiti referendari presentati a fine luglio per cambiare la sanità lombarda, mettendo in discussione la parità tra pubblico e privato.

Il voto di non ammissibilità del testo proposto è uno schiaffo alla democrazia: i quarantacinque parlamentari del centrodestra ieri (martedì 12 settembre) hanno votato contro, adducendo risibili questioni tecniche, un testo pensato e presentato da alcuni cittadini e cittadine lombardi la cui bontà sarebbe stata sottoposta al voto di tutto l’elettorato regionale.

I tre quesiti firmati da un centinaio di cittadini e cittadine lombardi avevano l’obbiettivo di riscrivere le regole della sanità lombarda: il primo avrebbe eliminato il richiamo all’equivalenza tra l’offerta sanitaria e socio-sanitaria delle strutture pubbliche e private accreditate, il secondo avrebbe impedito alle ATS di autorizzare la stipula di accordi anche con soggetti privati accreditati, il terzo avrebbe escluso i soggetti erogatori privati dalla possibilità di istituire degli ospedali di comunità e delle case di comunità previste dal piano nazionale di ripresa e resilienza. Il voto contrario del Consiglio Regionale li ha affossati tutti, impedendo agli elettori di esprimersi sulle evidenti mancanze del sistema sanitario regionale.

Di fronte a quanto accaduto ieri a Palazzo Lombardia, il comitato referendario ha reagito immediatamente, invitando cittadini e realtà promotrici a incontrarsi al Pirellone oggi, mercoledì 13 settembre, alle 17:00. L’obiettivo è organizzare una risposta al voto della maggioranza, sia per ribadire il valore intrinseco delle consultazioni democratiche sia per confermare la volontà di cambiare il sistema sanitario regionale. Il primo passo annunciato è il ricorso amministrativo al TAR.

“Il centrodestra ha avuto paura di uscire sconfitto e di vedere ridisegnati gli equilibri di un settore in cui fa da padrone da quasi trent’anni”, commenta Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia e tra i promotori del referendum sulla sanità. “È un settore così centrale nella vita quotidiana delle persone che nasconderne i difetti sotto il tappeto non sarebbe stato per nulla facile. Chi non si è mai trovato nella necessità di doversi rivolgersi al privato e sborsare dei soldi perché nel pubblico ci sono file interminabili e il primo posto disponibile è a settimane, se non mesi, di distanza? Come CNCA Lombardia crediamo che il voto del Consiglio Regionale di ieri sia una vergogna: non solo non si dà la possibilità ai cittadini e alle cittadine di esprimersi democraticamente ma, soprattutto, si impedisce loro di dire la propria su un tema come la gestione della salute pubblica con cui tutti e tutte hanno inevitabilmente a che fare. Confidiamo che il ricorso amministrativo al TAR possa essere l’occasione per ribaltare la decisione del Consiglio e dare voce all’elettorato”.

La foto utilizzata nell’articolo proviene dalla pagina Facebook di Pierfrancesco Majorino.

I 25 aprile del CNCA Lombardia

Il 25 aprile il Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti della Lombardia ha festeggiato la Liberazione: un giorno per ricordare chi ha condotto il nostro Paese fuori dall’orrore nazifascista, sarà un giorno per ribadire i valori che ci accomunano: uguaglianza, libertà, democrazia. Gli stessi che hanno trovato spazio negli articoli della Carta Costituzionale, e che le organizzazioni della federazione del CNCA declinano in ogni ascolto, in ogni sorriso, in ogni lacrima che segna il loro impegno quotidiano.

Paolo Cattaneo, Presidente CNCA Lombardia, alla manifestazione nazionale della Giornata della Liberazione

Il 25 aprile per noi è stato il 4 aprile, quando Charles, ex ospite della comunità per adolescenti Millesoli, ha debuttato da attore sul piccolo grande schermo nella serie di Rocco Schiavone. E l’ha fatto nonostante la sera precedente avesse partecipato ad un rave.

Il 25 aprile è stato per noi l’11 ottobre: Elizabeth, accolta in uno degli appartamenti di semiautonomia della Corte di Quarto, ha superato l’esame di italiano dopo un’estate in cui, a giro, i volontari e i vicini di casa l’hanno affiancata nello studio. Lei ricambiava con delle salatissime tortillas; la sostituzione etnica una tortilla alla volta.

Il 25 aprile è stato per noi il 29 febbraio, quando Casa Rugiada, comunità per minori stranieri non accompagnati, ha ricevuto la candidatura di un motivatissimo Andrea, disposto a scegliere un lavoro riconosciuto pochissimo per impegnarsi professionalmente per un’Italia migliore possibile. Resistiamo, lo facciamo per noi stessi, non possiamo fare altrimenti, siamo comunità e siamo accoglienti.

Proviamo a onorare il 25 aprile tutti i giorni, per un’Italia più solidale e giusta, nelle piccole vittorie e nelle grandi fatiche. Anche nelle sconfitte. Anche quando apriamo il calendario e realizziamo che febbraio ha soltanto 28 giorni. Ma sul più bello, quando ormai tutto sembra perduto, arriva l’anno bisestile, e gli educatori e le educatrici tornano a voler lavorare in comunità e tutte le cittadine e ii cittadini italiani si riscoprono antifascisti.

P.S.: I nomi di persona e di Casa Rugiada sono nomi di fantasia. Soltanto quelli.