Case rifugio e centri antiviolenza: un servizio esclusivo?

Per il Cnca Lombardia e le sue  46 organizzazioni offrire una varietà di servizi, in aggiunta a quelli di accompagnamento a donne che hanno subito violenza, è un arricchimento. Oltre all’aiuto specializzato, l’esperienza delle cooperative sociali e delle altre organizzazioni in diversi settori, come quelli delle dipendenze, dei minori, delle persone senza fissa dimora e della migrazione, permette alle operatrici di dare alle donne che si rivolgono a loro un aiuto completo. 

Tuttavia, come ricorda Eleonora Del Fabbro, coordinatrice del gruppo antiviolenza del Cnca, molte delle organizzazioni che fanno cooperazione sociale implementano anche altre tipologie di attività. Un vincolo del genere rischia di generare un effetto opposto e, anziché garantire servizi di qualità, ridurre drasticamente i posti di accoglienza.

La Convenzione è al momento in uno stato di stand-by proprio perché, dopo essere stata approvata e dopo una fase di primo adeguamento, le Regioni stesse si sono accorte che alcuni requisiti sono problematici e potrebbero generare una diminuzione dei servizi. “Il rischio di chiusura però -avverte Del Fabbro- resta altissimo”.

Tra i criteri imposti dalla nuova convenzione ci sono anche quelli di avere un’esperienza almeno quinquennale nel settore, essere dotati di spazi adeguati e avere un personale costituito da sole donne, in continua formazione: requisiti condivisibili e sensati per garantire degli standard minimi per Cav e case rifugio.

L’obiezione sollevata dal Cnca Lombardia è che il criterio di esclusività del servizio non valuti davvero la qualità degli interventi offerti. “In che modo la gestione del bilancio può misurare l’efficacia del lavoro? Perché dovrebbe essere un disvalore il fatto che, con un numero adeguato di personale, un’organizzazione offra altri servizi che possono beneficiare le stesse donne che hanno sperimentato violenza? -si chiede Del Fabbro- Io la vedo solo come una risorsa che non inquina l’operato ma al contrario nobilita il servizio che offriamo”.

Dalle 88 case rifugio e dai 66 centri antiviolenza gestiti dalle organizzazioni del Cnca a livello nazionale, appare chiaro che il maltrattamento è quello che porta le donne a chiedere aiuto ma durante la permanenza nei rifugi emergono molto spesso altre fragilità nelle ospiti: problemi di dipendenza, mancanza di lavoro, disturbi psichiatrici e assenza di una casa. La violenza sulle donne che vivono in strada -sia da parte di sconosciuti che dei propri partner-, per esempio, è un tema frequentissimo ma ampiamente ignorato.

“Premesso che sposiamo a pieno i valori e le scelte politiche dei movimenti femministi che hanno portato all’apertura delle prime associazioni, per noi è una risorsa avere in seno alle organizzazioni del Cnca tante tipologie di attività che possono aiutare le donne nella complessità del problema: trovare una casa, inserirsi nel mondo del lavoro, o a ricevere delle cure personalizzate. Avere diverse progettualità non toglie valore alla professionalità delle operatrici dei Cav e delle case rifugio, così come non pregiudica in alcun modo l’utilizzo della metodologia basata sul genere”.

La stessa Convenzione di Istanbul del 2011, primo trattato internazionale giuridicamente vincolante a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza, attribuisce grande importanza a politiche integrate. “Quello a cui assistiamo con sempre maggior frequenza è una compresenza di fragilità. Pensare di poter affrontare il problema da solo -conclude Del Fabbro- è una visione anacronistica e irrealistica”.

A Milano si torna a parlare di affido

Il tema dell’affido torna al centro del dibattito pubblico. Dopo un primo incontro dedicato a inquadrare le sfide attuali delle famiglie affidatarie – tenutosi il 24 ottobre all’Università Cattolica – ieri, 29 ottobre, diversi esperti si sono riuniti al Centro Culturale San Fedele di Milano per discutere della reale applicazione della legge 173/2015 sulla continuità affettiva, a dieci anni dalla sua approvazione, in una conferenza dal titolo “La forza dei legami. Affido familiare e continuità affettiva”.

Foto di Nappy

La norma è infatti nata con l’obiettivo di tutelare i minori in affido familiare, garantendo che, anche quando un affido giunge al termine, il bambino o la bambina possa mantenere un legame affettivo con la famiglia affidataria.

Dal panel, tuttavia, è emerso che questo diritto non sempre trova applicazione nella pratica. Anzi. Secondo l’associazione La Carovana, co-organizzatrice dell’evento insieme al CNCA Lombardia, su 53 famiglie intervistate il 30% dichiara di essersi vista negare la possibilità di mantenere un rapporto continuativo con il minore accolto dopo la fine del periodo di affido.

A partire da questa premessa, con sguardi e prospettive diverse – giuridica, psicologica e sociale – i relatori e le relatrici si sono interrogati sul ruolo che oggi svolge questa norma e sull’utilità che può ancora avere, ricordando che l’affido e la legge sulla continuità affettiva devono sempre essere guidati dal principio del “superiore interesse del minore” e da un approccio che, per necessità, deve essere multisettoriale.

Questa conferenza, preceduta da quella di venerdì 24 ottobre sempre promossa dal CNCA Lombardia, ha riportato al centro il tema dell’affido dopo anni in cui, a causa dei fatti di Bibbiano, il sistema è stato gravemente danneggiato e oscurato. “È un bene che si torni a parlarne: l’affido familiare è finalizzato al bene pubblico e per questo anche la sua responsabilità deve essere collettiva” ha commentato Liviana Marelli, referente nazionale dell’area Nuove generazioni e famiglie del CNCA Lombardia. Solo nel 2024 il Coordinamento affidi del Comune di Milano ha gestito 346 progetti di affido. “L’auspicio è che questo tavolo sia solo l’inizio di una lunga riflessione congiunta sul tema”.

Tra gli interlocutori erano presenti anche Paolo Agnoletto dell’associazione La Carovana, Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e la Famiglia, lo psicoterapeuta Dante Ghezzi, l’avvocata e curatrice speciale Grazia Ofelia Cesaro, e le operatrici Sabrina Banfi, Silvia Chiodini e Cristina Lazzari.

Come cambiano le famiglie, come cambia l’affido

In Italia sempre meno famiglie scelgono di prendere in affido un bambino o una bambina. I motivi sono diversi ma tra questi ci sono sicuramente le trasformazioni sociali, economiche e culturali che stanno coinvolgendo i nuclei familiari. Per comprendere questi cambiamenti e il loro impatto sugli affidi, venerdì 24 e mercoledì 29 ottobre il CNCA Lombardia parteciperà a due importanti convegni sul tema dell’affidamento familiare.

Nello specifico, durante l’evento “Changing families, changing care. Le trasformazioni familiari e i cambiamenti nell’affido”, del 24 ottobre, esperti del settore italiani e internazionali discuteranno di come stanno cambiando le famiglie e quali possono essere delle strategie per supportarle durante il periodo dell’affido.

L’incontro inizierà alle 9:30 nell’aula 301 dell’Università Cattolica, largo Gemelli 1.

Il convegno del 29 ottobre, dal titolo “La forza dei legami. Affido familiare e continuità affettiva”, affronterà invece il tema degli affidi con un focus sulla legge 173/2015, a dieci anni dalla sua approvazione.

Una norma nata per garantire ai minori in affidamento la “continuità affettiva”, ovvero la possibilità di rivedere la propria famiglia affidataria anche quando il periodo di affido giunge al termine e il minore si ricongiunge con la propria famiglia di origine.

Diritto che però spesso non viene rispettato e al bambino o alla bambina è negata la possibilità di mantenere un legame continuativo con le persone con cui ha condiviso un periodo della propria vita, che spesso dura anni. Obiettivo di questo secondo evento è dunque quello di capire – da un punto di vista psicologico, giuridico e sociale – quali misure possono essere adottate per garantire la piena attuazione di questo diritto e per incoraggiare la relazione più positiva possibile tra famiglia affidataria, minore e nuovi referenti.

L’appuntamento è alle ore 8:30 presso la Sala Ricci del centro culturale San Fedele, Piazza San Fedele 4.

“In Italia sono circa 30mila i minori fuori famiglia, molti dei quali potrebbero usufruire della disponibilità dell’affido – spiega Rita Ceraolo de La Grande Casa, cooperativa che aderisce al CNCA Lombardia e che da oltre trent’anni si occupa di minorenni e famiglie in affido-. Sempre più servizi, pur facendo campagne di sensibilizzazioni territoriali, hanno difficoltà a reperire risorse di affido familiare. È un problema che riguarda anche altri Paesi europei. Con questi due convegni ci interrogheremo su come possiamo approcciare e recuperare quella disponibilità all’apertura che le famiglie, pur cambiando nella loro forma, continuano a portare con sé”.

Il progetto delle biblioteche umane a Milano: raccontare la salute mentale

Esistono delle biblioteche in cui a essere letti non sono i libri ma le persone. Le trame di saggi o romanzi lasciano spazio ai ricordi di chi ha deciso di condividere la sua storia con degli sconosciuti. 

È un esperimento sociale che si chiama “human library” -“biblioteca umana”- e verrà utilizzato sabato 11 ottobre al Teatro Franco Parenti di Milano per affrontare il tema del disagio psichico, in occasione della Giornata mondiale dedicata alla salute mentale (venerdì 10 ottobre).

Per la ricorrenza internazionale che dal 1992 sensibilizza le persone sui temi della salute mentale, la Fondazione Empatia, insieme a diverse organizzazioni partner tra cui la Cooperativa Lotta contro l’emarginazione (socia del CNCA Lombardia), ha scelto di far raccontare a 14 “libri”, ovvero persone che hanno vissuto o stanno vivendo un disagio mentale, la propria storia.

Le regole sono semplici: come in una qualsiasi biblioteca, ogni visitatore troverà all’ingresso un “bibliotecario” che gli mostrerà un catalogo di “libri-persone”, in cui con un titolo e una breve descrizione verranno presentate le storie dei 14 libri coinvolti. Il lettore potrà quindi scegliere quale “libro” ascoltare, in un colloquio individuale di circa mezz’ora, uno di fronte all’altro. 

Lo scopo è quello di promuovere l’incontro, rompendo i pregiudizi che accerchiano le persone portatrici di disagio mentale, gli operatori e le famiglie.

“Le biblioteche umane -spiega Cristina Savino, responsabile della formazione per Fondazione Empatia- ambiscono a cambiare la prospettiva della narrazione: non più riportata da tecnici, ma dal basso, da chi ha attraversato il disagio o lo sta ancora abitando”.

Per il CNCA Lombardia la forza di questo strumento sono proprio le storie raccontate: “In un’epoca in cui siamo sempre con lo sguardo basso a guardare il telefono -aggiunge Paolo Cattaneo- quest’esperienza porta a osservarsi negli occhi, a prestare attenzione, in una conversazione intima e diretta dove si conosce l’altro per poi ritornare a sé stessi arricchiti”. 

Iniziative come le biblioteche umane erano già arrivate a Milano in diversi luoghi della città, tra cui il Museo del Novecento, il Mudec, il Palazzo della Regione Lombardia e varie università. Come racconta Davide Motto, responsabile area salute mentale di Cooperativa lotta contro l’emarginazione, uno degli aspetti più interessanti delle biblioteche viventi è proprio quello di riuscire a raggiungere tantissime persone che non hanno necessariamente una correlazione con la salute mentale. “È quasi come andare a teatro, ma i racconti sono veri”.

I 14 “libri” sono inseriti in progetti cofinanziati dal Comune di Milano, come AccogliMi Plus per i più giovani e R3 insieme per Recovery per gli adulti. 

L’appuntamento è sabato 11 ottobre dalle 9:30 alle 12:30, al Teatro Franco Parenti. Per maggiori informazioni clicca qui.

SOLIDARIETÀ AI RAGAZZI ARRESTATI ALLE PROTESTE PER GAZA

“È un affronto al diritto di manifestare il proprio dissenso

Il centro sociale Lambretta ha organizzato questa mattina una conferenza stampa sull’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano, lo scorso lunedì 22 settembre. Il Cnca Lombardia, plaude l’iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai ragazzi coinvolti negli arresti, due dei quali sono minorenni. “La loro detenzione è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani”.

Foto di l’Unità

Milano, 26 settembre 2025 – Il centro sociale Lambretta di Milano ha organizzato questa mattina una conferenza stampa, alla presenza di Zerocalcare, Ilaria Cucchi, Luca Blasi, Benedetta Scuderi dalla Global Sumud Flotilla, Giulio Francini, Pietro Cusimano e tanti altri, per commentare lo sciopero indetto dall’Usb lunedì scorso, 22 settembre, e l’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano e, nello specifico, alla stazione Centrale.

Paolo Cattaneo, presidente del Cnca Lombardia, plaude questa iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai quattro ragazzi coinvolti negli arresti che hanno seguito le proteste, due dei quali sono minorenni, e a tutti i giovani scesi in piazza.

La narrazione che ha seguito la manifestazione ha parlato infatti di violenze e di devastazione, ma per il Cnca Lombardia si è trattato invece di una mobilitazione pacifica, senza precedenti, che ha dimostrato una crescente sensibilità da parte di un bacino sempre più ampio della cittadinanza su ciò che accade a Gaza e nei territori di Cisgiordania occupati, anche grazie alla mobilitazione degli attivisti a bordo delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla.

“Il fatto che questi quattro ragazzi siano stati arrestati e che due di questi, minorenni, ora si ritrovino ai domiciliari, senza la possibilità di andare a scuola, è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani -denuncia Cattaneo-. Ringraziamo tutte le persone che mettono a disposizione i loro corpi in queste occasioni pubbliche per fermare la barbarie che accade a Gaza e nei territori occupati in Palestina e quella che si verifica nel nostro Paese. Un’Italia governata da un sistema che ribadisce sempre di più che l’uso della forza è esclusivo e compete unicamente allo Stato rappresentato dalle sue forze dell’ordine, che non si sono fatte alcuno scrupolo a bloccare a manganellate i ragazzi che cercavano di entrare alla stazione Centrale per fare quello che è stato possibile fare in tutta Italia: l’occupazione simbolica di due binari. Occupazione che è stata resa possibile in tutte le città, Bologna, Roma, Napoli, ma non a Milano, come a voler mostrare una città insicura e non governata, oltre che ribadire un monopolio della forza gratuito, prerogativa solo di Stato e forze di polizia”.

Il timore è che a questi primi arresti ne possano seguire altri, sulla scia di controllo, violenza e impossibilità di manifestare il proprio dissenso, rafforzati dal decreto sicurezza, entrato in vigore a giugno 2025.

Il Cnca Lombardia rifiuta questa logica e propone e sostiene tutti i contenuti portati avanti dalla conferenza stampa di oggi al Lambretta. Ribadendo vicinanza e sostegno ai ragazzi colpiti e al popolo palestinese.

Le proposte di social housing a Milano: “E chi una casa non ce l’ha?”

Lunedì 15 settembre Palazzo Marino ha ospitato l’evento “Emergenza casa. Verso un piano europeo”, in cui stakeholder locali e figure politiche europee hanno affrontato il tema della casa, portando diverse esperienze di social housing in Italia e Europa. L’appello del CNCA Lombardia è di non dimenticare chi è rimasto senza casa e chi da anni attende invano una casa popolare. 

Si è parlato di Milano, di città italiane e di capitali europee; della relazione che deve rafforzarsi tra pubblico e privato; di risorse continue che mancano; smart working; ristrutturazioni e, velatamente, di una finanza che prende il sopravvento su economia e politica. Ma soprattutto, all’evento “Emergenza casa. Verso un piano europeo” organizzato lo scorso lunedì 15 settembre a Palazzo Marino, si è discusso il tema dell’abitare in relazione alle social housing, proposte di residenze a prezzi accessibili per intercettare alcune esigenze di chi le case le abita. Sono state menzionate strutture universitarie per gli studenti, alloggi per i lavoratori e senior housing per promuovere un invecchiamento attivo tra gli anziani. Tutto molto bello e giusto, ma per l’esperienza del CNCA Lombardia il tema dell’emergenza abitativa, in un contesto come quello di Milano, non può essere ridotto all’edilizia sociale. 

“L’housing sociale e l’accompagnamento abitativo hanno un grande valore, però non possono sostituirsi al semplice e puro bisogno di chi una casa proprio non ce l’ha. Pensare di restringere il problema ad anziani, studenti e giovani lavoratori non è realistico”, argomenta Paolo Cattaneo. “È giusto pensare alle social housing, purché queste non sottraggano tutte le risorse all’offerta pubblica”.

Per il presidente del CNCA Lombardia è inoltre difficile immaginare un vero cambiamento nella questione dell’abitare, se non si parte dall’ammettere che a Milano serve uno strappo con quel modello di città che da Expo in poi ha contribuito a creare così tanta disuguaglianza, nascondendosi dietro la retorica del Capoluogo lombardo motore del Paese e centro di attrattività economica, finanziaria e turistica. 

Durante il corso dell’evento numerosi stakeholder locali ed esponenti europei -come il vicepresidente per la coesione della Commissione Europea, Raffaele Fitto, e la presidente commissione hous Parlamento europeo, Irene Tinagli- hanno all’unisono riconosciuto il problema della casa come una questione che riguarda tutti i Paesi d’Europa e non solo l’Italia o, ancora più nel locale, Milano. 

Ma non si può ignorare che il Capoluogo lombardo ha lo stesso numero di abitanti di 15 anni fa, eppure il 60% di questi è cambiato: significa che 600 mila persone sono andate ad abitare fuori, nella maggior parte dei casi per la sua insostenibilità economica. A questo problema si aggiunge quello delle mancanza di abitazioni popolari che, come denunciato da Mattia Gatti, Segretario generale del Sindacato inquilini casa e territorio (SICET) e tra i promotori della contro-manifestazione organizzata nelle stesse ore fuori dal Comune, avrebbero i requisiti per un’abitazione popolare, ma che per via della mancanza di alloggi non riescono a ottenerne una. Basti pensare che ogni anno a Milano 17.000 famiglie presentano domanda di casa popolare, ma solo il 3% la ottiene, mentre più di 10.000 appartamenti restano vuoti perché destinati a vendite o a valorizzazioni. La priorità in questo momento dovrebbe essere dedicata a tutti quei cittadini che, da tempo, non vedono il loro diritto alla casa riconosciuto.

“Una famiglia di origine peruviana con cui abbiamo lavorato si è spostata oltre Magenta perché con l’affitto non ci stavano più dentro. Lì sono riusciti a comprare una casa con i soldi con cui a Milano avrebbero acquistato un box auto. Personalmente” aggiunge Cattaneo, “noi del CNCA Lombardia immaginiamo un modello differente di spazio urbano, che non si pieghi a rincorrere finanza, turismo, persone ricche e influencer; in cui l’abitazione non sia fonte di esclusione o un mero luogo in cui tornare a dormire e dove il discorso sulla casa non riguardi solo la costruzione di edifici, ma comprenda servizi, risorse, relazioni umane e di quartiere”. 

Sala ha aperto la conferenza sollecitando le persone presenti a non affrontare il tema dell’abitare con toni polemici e di conflitto, perché “ogni divisione rappresenta un danno”. Non si può garantire che la versione di città proposta dal sindaco sia quella condivisa da tutti i suoi concittadini, ma l’auspicio è che, al di là della mera narrazione, un modello di città diverso torni a essere una priorità dell’agenda politica del centro sinistra.

La conversione del villaggio olimpico in alloggi popolari sarebbe un bel punto di partenza

Accoglienza e residenzialità dei minori a Milano. Luci e ombre del “passo” del Comune secondo il CNCA Lombardia

Il Comune di Milano prova a cambiare passo nell’offerta residenziale per minori, lo dimostra la pubblicazione a fine luglio di due avvisi con i quali Palazzo Marino è intervenuto in tema di aggiornamento dell’“Elenco di unità di offerta residenziale per minori convenzionate” e di nuovi percorsi sperimentali. Al processo che ha portato alla pubblicazione degli avvisi pubblici ha contribuito in modo determinante anche il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza Lombardia (CNCA), che vuole evidenziare luci e ombre di questo primo, importante, risultato. 

La pubblicazione degli avvisi lo scorso 28 luglio come detto è il frutto di un tavolo di lavoro che ha visto la collaborazione del CNCA Lombardia insieme a 50 organizzazioni del Forum del Terzo Settore -di cui fa parte-, alla Caritas Ambrosiana e al Comune e che riguarda centri e comunità educative destinate a bambini e ragazzi soli, oltre che nuclei familiari genitori-figli.  

Alcuni dati di contesto aiutano a comprendere l’importanza di questo passaggio. Al 31 dicembre 2024 il Comune di Milano accoglieva 1.735 minori, di cui 427 erano stranieri non accompagnati (Msna), più della metà under 14, e oltre 373 titolari di protezione internazionale e ospitati in strutture del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI).

Da tempo il CNCA -federazione che raggruppa al suo interno 45 organizzazioni di cui diverse strutture d’accoglienza- si batte affinché il Comune di Milano riconosca una retta diversa dagli odierni 92 euro al giorno per minore nelle comunità educative convenzionate. Cifra che scende a 86,50 euro in quelle dell’hinterland. Rette troppo basse per permettere alle organizzazioni di garantire un servizio sostenibile e di affrontare perciò i costi legati dell’accoglienza, che includono ad esempio il pagamento dei beni essenziali per i residenti, i salari di operatori (almeno uno ogni cinque accolti) e personale socio-sanitario, la formazione e i costi di struttura.

Con la pubblicazione di questi nuovi due avvisi il Comune ha accolto parte delle richieste avanzate dalle organizzazioni, rideterminando al rialzo la tariffa per minore -con riferimento alle comunità educative- a 124 euro. In aggiunta, è stata accolta la richiesta di non applicare differenze di retta tra le strutture convenzionate che si trovano a Milano città e quelle nei Comuni limitrofi e di garantire la stessa tariffa anche ai fratelli dei minori ospitati, mentre prima nelle strutture che accolgono anche i genitori, al secondo figlio era garantito solo tra il 15 e il 20% della retta del primo.

“Siamo soddisfatti per gli avvisi pubblicati e per il riconoscimento che è stato finalmente prestato al lavoro sociale –commenta Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-. In questi mesi il Comune ha dimostrato ascolto e l’intenzione di iniziare una collaborazione continuativa per ripensare insieme il sistema di accoglienza residenziale”. 

Il CNCA segnala luci e ombre di questo passaggio.

Iniziamo dalle luci: la prima, senza dubbio, sta nel riconoscimento del lavoro sociale attraverso un adeguamento delle rette che prima erano scandalosamente basse. Poi c’è l’ascolto dimostrato (finalmente) dal Comune con la promessa di continuare questo cantiere di costruzione sociale anche dopo la pubblicazione degli avvisi aperti. A dimostrazione di questa volontà di costruire insieme va sottolineata anche l’introduzione di sperimentazioni innovative, come ad esempio nel campo dei minori stranieri non accompagnati, a fronte di scelte nazionali di accoglienza che vanno nella direzione opposta, nel segno della discriminazione e della segregazione. 

Riconoscendo gli aspetti positivi, non si possono però tacere alcune ombre: i 124 euro di retta rideterminata per quanto riguarda le comunità educative per minori rappresentano una cifra ancora insufficiente a garantire un servizio sostenibile, che dovrebbe invece partire da una base di 145 euro a persona. Basti pensare che con le rette attuali ogni anno le organizzazioni sono esposte, facendo una media meramente indicativa, per circa 70.000 euro. In aggiunta, il CNCA Lombardia non può non far osservare che negli ultimi 20 giorni di un percorso durato oltre un anno sono state inserite due tipologie di unità di offerta sperimentale non discusse in precedenza, di cui una comunità educativa per minori con pronto intervento sociale per 16-20enni, che a queste condizioni sembrerebbero in contrasto con quanto previsto dalla normativa regionale, ad esempio rispetto al numero di presenze di operatori a fronte dei ragazzi ospitati. Uno scivolamento problematico che richiede la messa in campo di un sistema di controllo e monitoraggio che per le unità di offerta sperimentali non può essere agito dall’ATS e che dunque deve essere garantito dal Comune di Milano. Sarà impegno del CNCA e del Forum Terzo Settore verificare che ciò avvenga.

I salari da fame colpiscono duramente il mondo del sociale

Il disastro dei salari italiani (-8,7% dal 2008) fotografato da ultimo dall’Organizzazione internazionale del lavoro riguarda da vicino il mondo del sociale e dell’inclusione del nostro Paese.

“I dati diffusi dall’Ilo mostrano il vero volto delle politiche economiche dei governi degli ultimi vent’anni -osserva Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-: l’accanimento contro la povertà mentre si premia chi sta già meglio”.

Il CNCA Lombardia richiama l’attenzione su un aspetto centrale che tocca la vita di milioni di persone, ovvero il riconoscimento della dignità delle professioni del mondo del sociale, dalla cura all’inclusione. Una partita che riguarda sì il piano nazionale ma anche quello locale, come dimostra il caso “emblematico” di Milano.

“Il contratto collettivo nazionale delle cooperative sociali è stato appena rinnovato e scadrà già a dicembre -riprende Cattaneo-. È stato riconosciuto un aumento del 13% ma ciò nonostante rimaniamo lontanissimi dagli standard europei. E questo incremento virtuale in busta paga già divorato dall’inflazione non è minimamente sufficiente per affrontare i costi proibitivi di una città come Milano”.

Pagare poco chi si occupa di servizi essenziali in contesti problematici -dalle comunità territoriali alle famiglie in difficoltà, fino all’accoglienza delle persone straniere- significa indebolire il tessuto sociale del Paese.

“Al Comune di Milano chiediamo da tempo un adeguamento contrattuale ma non è mai stata data una risposta positiva”, continua Cattaneo.

I numeri sono chiari: “Oggi nel mondo del sociale si può lavorare a tempo pieno per 38 ore settimanali e guadagnare 1.300 euro al mese. Con salari di questo tipo è naturale che in tanti optino per ridurre il tempo del lavoro per aggiungere una seconda occupazione o riappropriarsi del proprio tempo libero”. Dal suo osservatorio privilegiato il CNCA osserva picchi di ricorso al tempo parziale tra il 50 e l’85%. 

È anche così che si sfilaccia il tessuto sociale, culturale e politico in senso alto di una comunità. “I salari da fame nel sociale si accompagnano a una lunga stagione di odio e tempesta seminati contro gli ultimi, gli stranieri, coloro che vengono etichettati come i ‘devianti’. È difficilissimo per chi semina vicinanza e inclusione resistere. Si tratta di una battaglia che non possiamo condurre da soli”.

Ecco perché con la pubblicazione dei dati dell’Ilo il CNCA Lombardia torna a chiedere una risposta al Comune di Milano rispetto all’adeguamento delle remunerazioni e al Parlamento un intervento deciso a riconoscere la dignità del lavoro sociale.

📸 Serena Koi

“Sei la mia città”, la campagna sul diritto alla residenza a Milano

Sono oltre ottanta le sigle che promuovono l’appello “Sei la mia città” per l’estensione del diritto alla residenza nel capoluogo lombardo. Nell’appello si chiede al Sindaco Beppe Sala e alla Giunta del Comune di Milano una deroga all’articolo 5 della legge Renzi-Lupi, che ha condannato alla precarietà una vasta platea di abitanti. 

Tra gli aderenti alla campagna sindacati del lavoro, sindacati inquilini, comitati di quartiere, reti cittadine, cooperative, ong, organizzazioni studentesche, spazi sociali, associazioni civiche, collettivi.

A Roma, Palermo e Torino sono state già approvate deroghe all’articolo 5 della legge Renzi-Lupi. Pensiamo, come realtà sociali metropolitane, sia giunto il momento che anche l’amministrazione milanese orienti le proprie politiche ad una maggiore giustizia sociale, per una città più inclusiva, accessibile e accogliente.

“Riteniamo che sia arrivato il momento di riconoscere l’iscrizione anagrafica a tutte le persone che abitano stabilmente a Milano, a cui spetta la residenza ordinaria, come previsto dalla Costituzione Italiana. È necessario, tuttavia, mantenere, per tutte quelle persone che si trovino effettivamente “senza fissa dimora”, la residenza fittizia per garantire loro, in tempi celeri, tutti i diritti previsti dalla procedura”.

“Il diritto alla residenza concorre a definire l’identità di una persona e di una famiglia, la inserisce in un contesto sociale, relazionale, umano. Al diritto alla residenza sono collegati tutta una serie di diritti e di possibilità di accesso ai servizi che ben vengono illustrati nel secondo paragrafo dell’appello e nei successivi passaggi -aggiunge Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-. È un diritto che reclamiamo per i senza dimora e  per i migranti, tanto visibili quanto ‘fastidiosi’ per la nostra città, ma anche per tutte quelle famiglie che, invisibili e silenziose, sono costrette a vivere in situazioni fuori norma e così fuori norma diviene tutta la loro vita, anche quella dei loro figli e delle loro figlie. Per tutto questo e altro ancora ci siamo trovati con decine e decine di amici e compagni di strada, con cittadini, associazioni, cooperative, sindacati, gruppi spontanei e comitati. Sono le reali antenne nella città, i soggetti che più e prima di chiunque altro colgono le questioni nella loro spietatezza e, in forza dell’articolo 18 della Costituzione, si associano per cercare soluzioni e per sollecitare le istituzioni. Istituzioni a cui chiediamo di comprendere quanto sia necessario fare un passo avanti, deciso, cogliendo l’appello e l’invito a costruire insieme le necessarie risposte”.

“Sei la mia città” racconterà nelle prossime settimane il peso che hanno i diritti negati, attraverso la voce e i volti di persone reali che abitano a Milano, con un nome e un cognome, una storia, persone che possiamo incontrare tutti i giorni per strada, sui mezzi pubblici, al lavoro, a scuola. 
Attraverso questa campagna vogliamo aprire un dialogo costruttivo e proficuo con le istituzioni, per affermare con forza l’idea di una  città solidale, insieme ad un principio basilare a noi caro: l’inclusione e la coesione sociale passano necessariamente dal riconoscimento dei diritti sociali e civili e non da forme repressive o discriminatorie. 

“Sei la mia città” nasce come declinazione locale di una campagna promossa dal Social Forum dell’Abitare, la rete nazionale del diritto alla casa, e sull’impulso di ONG e associazioni del territorio che hanno coordinato e stimolato il superamento del quadro normativo sulla residenza, insieme ad Enrico Gargiulo, uno dei massimi esperti del tema, professore dell’Università degli Studi di Bologna, che ci ha coadiuvato nella stesura dell’appello, appello che alleghiamo insieme alla lista delle organizzazioni che lo sottoscrivono.

PER INFORMAZIONI

  • CNCA Lombardia • Paolo Cattaneo • 340 4530739
  • ARCI LATO B • Davide Vismara • 331 1038985
  • CASA DELLA CARITÀ • Valentina Rigoldi • 344 0674986
  • CHIEDIAMO CASA • Angelo Junior Avelli • 345 3141883
  • EMERGENCY ONG ONLUS • Alessandra Vardaro • 338 7236793

La giustizia minorile è in crisi e Regione Lombardia punta sull’apertura di “piccoli manicomi”

A un anno dalla conversione in legge del “Decreto Caivano” si misurano gli effetti deleteri dell’aumento al ricorso alla carcerazione e al sovraffollamento negli Istituti penali minorili. “La soluzione non è creare piccoli manicomi”, denuncia il Cnca Lombardia.

La giustizia minorile lombarda è in un momento estremamente complicato e paga lo scotto degli effetti del cosiddetto “Decreto Caivano” convertito in legge esattamente un anno fa.

Per contrastare questa situazione sarebbe utile incentivare la rete di comunità educative ad aumentare la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato.

Regione Lombardia punta invece sull’apertura di 3 comunità che ospiteranno ciascuna 12 giovani tutti sottoposti a misure penali e tutti portatori di problemi di malattia mentale!

“Così si mortifica un sistema che è considerato il più avanzato a livello internazionale, condannandolo a una pericolosa involuzione”. È la denuncia del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) della Lombardia, che si appella alle istituzioni regionali e nazionali affinché rimettano al centro delle politiche il recupero dei giovanissimi autori di reato, tenendo insieme il contenimento della pericolosità sociale.

“Per almeno 30 anni nel nostro Paese abbiamo raccolto risultati straordinari nella sfera della giustizia minorile -spiega Paolo Tartaglione, responsabile della cooperativa sociale Arimo e membro del Cnca Lombardia- e lo abbiamo fatto seguendo tre principi: privilegiare la riduzione della recidiva rispetto agli aspetti sanzionatori dell’intervento penale minorile, intervenire sui bisogni che stanno alla base della commissione di reato da parte dei minorenni, responsabilizzare il/la giovane in ogni momento della misura penale minorile”.

Il sistema, però, ha ingranato la retromarcia. I minorenni autori di reato vengono sempre più visti e trattati come adulti e gli Istituti penali minorili, che la Legge del 1988 ritiene debbano essere utilizzati solo a fronte di “insopprimibili esigenze di difesa sociale”, sono sempre più affollati. “Il tasso di saturazione media è pari al 110%, ma alcuni istituti raggiungono anche il 180%”, continua Tartaglione.

📸 Matteo Paciotti – Immagine dell’ex ospedale psichiatrico di Mombello (MB) “G. Antonini”

I recenti provvedimenti legislativi riducono la possibilità di utilizzare lo strumento della messa alla prova, aumentano il ricorso alla carcerazione, reintroducono l’utilizzo delle divise negli istituti penali, cancellano le progettualità e così la gestione degli Istituti è privata anche delle minime prospettive. “Così si apre la strada a nuova violenza e nuovi reati”, denuncia Tartaglione, che fa notare come mostrare la “faccia cattiva” sia di fatto controproducente. “Se andiamo a sollecitare un adolescente ponendoci come guardie e ladri ci mettiamo sul suo terreno preferito. Ed è un terreno sul quale i ragazzi si ritrovano spinti a schierarsi fin dall’ingresso in carcere, sabotando così la possibilità di una messa in discussione e distogliendo lo sguardo dagli obiettivi per il futuro “.

In Lombardia, dove la relazione con le comunità di accoglienza ha sempre dato buoni frutti, la situazione è particolarmente critica. Da qualche anno le comunità che storicamente accoglievano tanti autori di reato sono infatti entrate in crisi, soprattutto per la carenza di disponibilità di personale. Molte hanno chiuso. È una crisi generale che investe le professioni di cura (educatori, infermieri, assistenti sociali) ed è particolarmente estrema nei servizi di comunità e ancor di più per le comunità che si occupano di adolescenti e autori di reato.

“Le comunità che non hanno chiuso hanno comunque ridotto la disponibilità ad accogliere autori di reato -segnala Tartaglione- proprio per il pericolo di gestire casi esplosivi senza poter dimettere i giovani in caso di agiti che espongano a gravi rischi ospiti e operatori”.

“È necessario e urgente – aggiunge Tartaglione – un confronto improntato alla massima collaborazione tra tribunale per i minorenni, centro per la giustizia minorile e comunità lombarde per comprendere le motivazioni che hanno portato queste ultime a ridurre la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato, e mettere in atto ogni azione possibile per invertire la tendenza, e garantire così ai giovani di essere accolti in contesti educativi di qualità, e improntati al cambiamento”.

Invece Regione Lombardia ha indetto nell’agosto di quest’anno una manifestazione di interesse per aprire tre comunità che secondo Cnca rappresentano un deciso passo indietro nella cultura penale minorile!

Comunità pensate esclusivamente per autori di reato con problemi di salute mentale. Una cosa che la Legge penale minorile vietava. “Non sono comunità gestibili con criteri educativi -denuncia Tartaglione- ma con un pesantissimo contenimento di fatto farmacologico. È un piccolo carcere, un piccolo manicomio”. Il Cnca Lombardia da tempo chiede invece di sedersi a un tavolo con le istituzioni coinvolte -dalla Regione al Tribunale per i minorenni, passando per le comunità di accoglienza- per capire come affrontare la situazione. Senza scadere in sperimentazioni che mortificano l’eredità di Franco Basaglia.