Il potere delle vulnerabilità

Fondazione Arché Onlus accompagna i bambini e le famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce la cura dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura.

L’importanza del lavoro di rete per il benessere delle comunità

“È un super potere essere vulnerabili” canta Vasco Brondi, e queste parole risuonano profondamente quando si pensa all’importanza del lavoro di rete nel settore sociale. La vulnerabilità, spesso vista come una debolezza, può diventare una forza se supportata da una rete solida e interconnessa di enti e persone. Come Fondazione Arché, attraverso le nostre comunità mamma bambino, cerchiamo di rappresentare questa visione, dimostrando come il lavoro di rete possa trasformare vite e comunità.

Nel terzo settore il lavoro di rete tra vari enti è cruciale. La collaborazione tra organizzazioni non profit, istituzioni pubbliche, servizi sanitari, enti locali e altri attori del sociale crea un tessuto di supporto che amplifica l’efficacia degli interventi. Questo approccio collaborativo permette di affrontare le sfide sociali in modo più completo e integrato, rispondendo meglio alle esigenze complesse delle persone.

Ad esempio, nel contesto delle comunità mamma bambino gestite da Arché, il lavoro di rete con i servizi sociali garantisce che le madri e i loro bambini ricevano supporto continuativo e personalizzato. La cooperazione con le scuole, i servizi sanitari e altre organizzazioni del territorio facilita l’accesso a risorse essenziali e promuove il benessere complessivo delle famiglie coinvolte.

Oltre alle reti formali tra enti, le reti informali giocano un ruolo altrettanto cruciale. I legami di amicizia, familiari e di vicinato offrono un sostegno emotivo e pratico che completa l’intervento degli operatori professionali. Queste reti informali aiutano a costruire una comunità solidale, dove le persone si sentono connesse e supportate non solo da istituzioni, ma anche da relazioni personali significative.

In questo contesto il ruolo del volontariato emerge come fondamentale. I volontari non solo offrono tempo e competenze, ma creano anche legami umani preziosi, contribuendo a costruire un senso di appartenenza e comunità. Le storie delle mamme ospiti delle comunità Arché testimoniano spesso quanto queste relazioni possano essere trasformative.

Un esempio significativo della potenza del lavoro di rete è rappresentato dal recente caso di Anaya, una giovane madre africana di 23 anni. Anaya è arrivata a Milano dopo essere stata vittima della tratta. Accolta inizialmente in un centro Caritas in provincia di Lodi, è poi entrata in una Comunità di Fondazione Arché grazie ai Servizi Sociali comunali.

Appena arrivata in Comunità, Anaya era totalmente sfiduciata, e manifestava un comportamento aggressivo sia nei confronti delle altre mamme che degli educatori. Tuttavia, grazie all’assiduo lavoro di rete, Anaya ha iniziato un percorso di trasformazione che l’ha portata a crescere una maggiore fiducia in sé stessa e negli altri, pur mantenendo un carattere non semplice. Parallelamente, sua figlia Jamila, di 8 anni, che inizialmente non parlava e a tavola si limitava a indicare le posate, è stata seguita da un Servizio pubblico di neuropsichiatria infantile, ricevendo anche un prezioso supporto nei compiti da una nostra storica volontaria. Il ruolo dei volontari si è rivelato fondamentale nel garantire a Jamila un sostegno continuativo e personalizzato, aiutandola a diventare molto più socievole.

Parallelamente, una nostra educatrice ha fornito ad Anaya un importante supporto nel percorso di formazione e successivamente nella ricerca di un lavoro. Questo ha permesso ad Anaya di ottenere un impiego stabile in un laboratorio dolciario, un traguardo che ha recentemente festeggiato con la firma di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Contestualmente, Jamila ha ottenuto una promozione a pieni voti, segno del suo grande impegno e delle cure ricevute.

Questo successo è il risultato di un’efficace rete socioeducativa, dove diversi soggetti hanno collaborato sinergicamente per supportare Anaya e Jamila nel loro percorso verso l’autonomia. Ogni ingranaggio di questa rete, dalle istituzioni ai volontari, ha giocato un ruolo cruciale, dimostrando come l’unione di forze e competenze diverse possa davvero fare la differenza nella vita delle persone.

Il lavoro di rete, sia formale che informale, costruisce un welfare societario e comunitario che rende le città luoghi più coesi e solidali. Questa costruzione di solidarietà avviene sia nei piccoli centri che nelle grandi città come Milano, che, pur nella sua vastità, è un insieme di quartieri che possono diventare comunità vive e interconnesse.

Dalla Maggiolina a Quarto Oggiaro, due quartieri meneghini, l’esperienza di Arché dimostra che è possibile creare reti di supporto efficaci e umane anche in un contesto urbano complesso. La vulnerabilità, come suggerisce Vasco Brondi, diventa così un punto di forza quando viene accolta e sostenuta da una rete di relazioni solide e collaborative.

Il lavoro di rete è essenziale per costruire una società più giusta e inclusiva. Le reti tra enti del terzo settore, servizi sociali, volontariato e legami informali tra persone contribuiscono a creare un welfare comunitario che rende le città luoghi più accoglienti e solidali. Vorremmo esserne testimoni, superando gli egoismi che purtroppo ancora incrostano anche il terzo settore, dimostrarlo con il nostro impegno quotidiano, mostrando che insieme si può fare, davvero, la differenza.

Simone Zambelli
Fondazione Arché

Tante foto per mostrarela bellezza della diversità!

Cosper è una cooperativa sociale nata dalla fusione di tre storiche cooperative: Ginestra, Iride e Prontocura. Diamo risposte concrete ai bisogni delle persone, offrendo servizi per i minori e le loro famiglie, gli anziani e le persone non autosufficienti, creando reti di supporto sul territorio di Cremona.

Lavorare in rete significa fondarsi sul senso di corresponsabilità che deve accomunare i soggetti che incontrano e si interfacciano con le famiglie, in particolare quelle vulnerabili. Per questo è fondamentale progettare in modo che le famiglie non si sentano frammentate tra i vari servizi, bensì accompagnate in modo integrato da tutti gli attori del territorio che hanno un compito rispetto al loro sostegno.

Il confronto continuo costruisce relazioni funzionali rispetto ai progetti di vita delle famiglie e la comunità deve essere intesa come una trama (rete) di servizi che mette a disposizione risorse per mobilitare i potenziali o interrompere cicli di svantaggio sociale.

Siamo animali sociali

La Fondazione Somaschi, da oltre 500 anni, sull’esempio di San Girolamo Emiliani, offre accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili. Ai Padri Somaschi si sono aggiunti, nel tempo, educatori e volontari e nel 2011 è nata Fondazione Somaschi.

L’uomo si realizza attraverso le relazioni con l’altro e questo aspetto sta alla base di ogni tipo di azione pedagogica orientata in primo luogo alla persona.

Nasciamo e ci muoviamo nel mondo, fin da piccoli, con la necessità di creare reti e legami formali e informali che ci permettano di realizzare i nostri obiettivi di vita, personali, lavorativi,… Risulta quindi impensabile procedere e raggiungere risultati senza che ognuno possa concorrere con il proprio bagaglio di esperienze, strumenti e risorse.

Chi lavora nel sociale conosce molto bene la parola “rete”, che in senso stretto e professionale può essere definita come l’insieme di servizi che hanno in carico la persona che per un motivo o per l’altro si trova a dover affrontare anche un momento della vita di enorme complessità. Di uguale importanza parliamo di “rete” anche riferendoci a un contesto più informale, famigliare, amicale e di supporto interpersonale.

Sarebbe tuttavia da interrogarsi su diversi aspetti: in primo luogo la rete informale dovrebbe essere considerata di pari importanza a quella formale. Non è sufficiente infatti fornire strumenti se poi l’individuo si trova a gestirli nella propria solitudine e abbandono. La cura dell’individuo nella sua totalità, che tende a un concetto di benessere, non può prescindere dalla cura del contesto e dalle relazioni in cui poi si trova inserito; quante volte ci siamo resi conto che la solitudine danneggia le persone, ancora di più di un problema economico o di mancanza di risorse concrete.

Il concetto di rete non deve però essere solo la somma di professionisti e istituzioni che mettono in campo servizi, risorse e strumenti, che mantengono il proprio campo di intervento e la specifica responsabilità, bensì si dovrebbe sempre più tendere a considerarsi come un corpo unico che interagisce per raggiungere la forma migliore di supporto in ottica di lavoro condiviso e progettualità.

In un mondo in cui la solitudine e l’individualismo sono alla base delle problematiche psicosociali di una persona, diventa questo il focus centrale nell’intervento di rete e di attenzione e cura.

Martina Ziglioli
Responsabile Casa Rifugio Antigone
Fondazione Somaschi Onlus

L’esperienza della rete nel Centro Diurno Diffuso di Arimo

Arimo è una cooperativa sociale fondata nel 2003. Accoglie e accompagna verso l’autonomia lavorativa, abitativa, relazionale, emotiva, adolescenti in difficoltà. Gestisce comunità e appartamenti educativi per neomaggiorenni e per genitori e figli, realizza percorsi per l’inserimento lavorativo e attività di consulenza e formazione pedagogica.
Le sue attività sono tutte ispirate dal proposito di rompere il cerchio di un destino già scritto da contesti sociali emarginanti o da esperienze di fallimento e sopruso, per ristabilire diritti e per promuovere nei giovani il senso di responsabilità verso se stessi e verso la comunità.

Come Arimo abbiamo sempre considerato fondamentale, a livello educativo, il rapporto con la realtà – e dunque con la rete delle possibili relazioni territoriali – in quanto promotore di trasformazione e cambiamento. La dimensione sociale, quella della vita reale, è fondamentale per realizzare progetti che riescano a intercettare bisogni e problematiche degli adolescenti, agevolando o sbloccando il loro processo evolutivo,

In questa direzione, abbiamo ideato e stiamo sperimentando da qualche anno un servizio innovativo di presa in carico dei ragazzi a rischio di marginalità, servizio che nel lavoro di rete ha il punto di forza della sua visione e azione pedagogica: il Centro Diurno Diffuso – CDD (avviato all’interno del progetto Tra Zenit e Nadir sulla giustizia riparativa, finanziato da “Con i Bambini”).

Il nostro intento è quello di fare sintesi tra la non residenzialità dell’azione educativa e un’idea di intervento diurno e diffuso sul territorio, realizzato in un ambito sociale, attraverso un lavoro svolto con il coinvolgimento di una pluralità di attori.

Felipe

Felipe è uno dei molti ragazzi accolti. È arrivato da noi quando aveva diciassette anni. Nato in Italia, di origine sudamericana. Alto, forte, dava un’impressione di grande potenza fisica, alla quale però corrispondeva una altrettanto marcata fragilità e vulnerabilità interiore. È stato segnalato al nostro Centro dal Servizio sociale del Tribunale per i Minorenni di Milano.

Aveva commesso un reato pesante, una rapina aggravata, e aveva trascorso diversi mesi al carcere minorile Beccaria, prima di ricevere un provvedimento di messa alla prova.

Era stato disposto un collocamento in comunità. Felipe ha provato il dispositivo comunitario per due volte, senza riuscire a reggerlo. Si è fatto espellere entrambe le volte, mettendo in atto comportamenti aggressivi, rendendosi responsabile di illeciti, scatenando risse e rifiutando regole. Provocava gli educatori, rispondeva male, scappava, faceva costante uso di cannabinoidi, risultando sempre positivo ai test. La comunità educativa, in altre parole, non era lo strumento adatto per promuovere un suo recupero e raggiungere l’obiettivo pedagogico e giuridico della messa prova.

Perché il Centro Diurno Diffuso per Felipe

Felipe se ne andava dalla comunità e tornava a casa. La sua famiglia non poteva garantire da sola un presidio educativo. Il nucleo familiare, in quel momento, viveva in un contesto di housing sociale.

Felipe era una testa calda, se si può dire così. Un fratello maggiore in carcere, una sorella più grande con problemi psichiatrici e un fratello minore con una diagnosi di autismo. Una situazione molto difficile. Il padre un ingombrantissimo assente, lo ha anche cacciato di casa, insieme alla mamma, costringendoli per un periodo a vivere di espedienti.

La madre è una donna con grandi problemi di gestione del quotidiano. Felipe con lei ha un rapporto simbiotico. Hanno affrontato insieme le difficoltà più estreme.  Il legame di co-dipendenza con la madre era troppo forte perché Felipe potesse accettare il collocamento in comunità. Ha messo in atto tutto quello che era in suo potere per far fallire il progetto e tornare a casa da lei, unico tra i fratelli in grado di aiutarla, il solo che potesse “salvarla” – e lei, da parte sua, faceva affidamento su questo.

Il percorso di recupero stabilito dal Tribunale aveva bisogno di uno strumento diverso, più flessibile e allo stesso tempo più forte, per agganciare e sostenere la motivazione di Felipe. Il ragazzo doveva sentirsi non vincolato da una struttura così rigida come la comunità e vivere da protagonista le nuove esperienze che doveva affrontare. Su questo bisogno di autonomia si può far leva, educativamente, per generare responsabilità.

L’avvio del progetto

Felipe ha espresso da subito il bisogno di lavorare. Lavorare, guadagnare. Ha espresso anche il desiderio di riprendere a studiare. Ci ha poi spiegato che aveva commesso reati solo per soldi, spinto dal bisogno di un periodo di stenti, con la madre disoccupata.

Felipe aveva un grosso problema di gestione della rabbia e delle emozioni, una cosa su cui tutti gli attori coinvolti nel suo progetto hanno da subito iniziato a lavorare.

Il percorso

Il percorso di Felipe presso il nostro Centro è iniziato con un orientamento, sia sulla parte scolastica che su quella lavorativa. Mentre era rinchiuso al Beccaria, aveva partecipato a un corso di caffetteria. Dichiarava ambizioni molte alte, voleva addirittura diventare medico. Ma abbiamo deciso di partire da lì, dall’attività di barista, per vedere come avrebbe reagito.

Abbiamo trovato un esercizio adatto a lui, con un titolare molto presente, una figura caratterialmente importante per affidabilità, senso di sicurezza. Speravamo che Felipe si agganciasse a lui. All’inizio con le figure maschili aveva un grosso problema di fiducia, ma con quell’uomo è entrato subito in una relazione positiva. Un tirocinio che doveva durare due mesi in realtà è proseguito per sette mesi. Quel locale è stato una sorta di porto sicuro per il ragazzo.

La rete e i primi cambiamenti di Felipe

La rete di persone e organizzazioni che hanno lavorato con Felipe era composta dagli operatori istituzionali e da quelli attivi sul territorio. Il Servizio sociale, la psicologa, il Sert, gli educatori domiciliari, la scuola, gli imprenditori dei tirocini e noi del Centro. Tutti fortemente coinvolti nel progetto e in relazione tra loro.

All’inizio c’era anche un professore di riferimento nella scuola che Felipe aveva voluto tentare, un istituto a indirizzo commerciale, progetto poi abbandonato perché quella scuola era troppo impegnativa per poter essere gestita contemporaneamente al lavoro. Ora è iscritto a un corso da barman, ha sostenuto un colloquio per un nuovo tirocinio in un locale, questa volta sostenuto da una borsa lavoro. Con la prospettiva di essere finalmente in grado di aspirare a un’assunzione stabile.

Come funziona la rete

Il regista è sempre l’assistente sociale. Periodicamente facciamo degli incontri con tutti gli attori coinvolti, per avere uno sguardo sul ragazzo da prospettive differenti, valutare i risultati, ridefinire gli obiettivi. È uno scambio molto positivo.

Sentiamo regolarmente l’educatrice domiciliare, la psicologa, ovviamente l’assistente sociale e il datore di lavoro. Ci aggiorniamo costantemente. L’assistente sociale guida un progetto comune che viene portato avanti su più fronti. Ci confrontiamo con la psicoterapeuta. Che cosa sta emergendo? Quali sono le difficoltà che Felipe riporta e che potrebbero avere un valore anche rispetto al lavoro, alla scuola? E per il servizio domiciliare, invece: quali sono i temi legati alla famiglia che stanno emergendo? E quali sono i temi del lavoro, della scuola che possono essere connessi agli altri aspetti del percorso?

Inizialmente Felipe non realizzava la gravità di quello che aveva fatto. Non esprimeva minimamente né rimorso né senso di colpa. Non aveva la capacità di mettersi nei panni della vittima.

A un certo punto, però, entrando in relazione con altre persone, sia a scuola che, soprattutto, al lavoro, ha iniziato a riflettere e maturare. Sul posto di lavoro sono sorti momenti di confronto sulla reciprocità: quando fai qualcosa a qualcuno, devi pensare che quell’altro potresti essere tu.

È stato un punto di partenza che ha permesso a Felipe di iniziare a immaginare se stesso in altri ruoli, oltre a quello che aveva da sempre avuto. Questo sforzo di mettersi nei panni degli altri ha dato i suoi frutti, gli ha permesso di immaginare cosa significa avere a che fare con una persona che si approfitta della tua debolezza e, questo, lo ha portato a ripensare anche al suo ruolo nei contesti di marginalità che lo avevano portato al reato.

Tra poco andrà a lavorare in un nuovo bar. Gli è piaciuto molto il titolare, un ragazzo che si è fatto da solo. Abbiamo scelto per lui aziende guidate da persone che possono fargli un po’ da esempio. Persone che hanno messo su un locale da soli, non con i soldi di famiglia. Si sono date da fare, hanno fatto sacrifici per arrivare dove sono. Felipe è uscito dal colloquio dicendo: “Pensa che bello se un giorno io riuscirò ad aprire il mio locale e tu potrai portarmi dei ragazzi messi male come me, per fare delle esperienze e cambiare vita”.

Sempre sul piano della riparazione, Felipe all’inizio ha svolto attività di volontario con i ragazzi disabili al CRH. Ha fatto un accompagnamento ai ragazzi disabili, lui che ha un fratello disabile e una sorella con disagio psichico. Ha capito da subito che proprio per questo era importante che lo facesse.

Forse adesso sarebbe anche pronto a un incontro di riparazione con la vittima.

Tutto questo, siamo convinti, è il frutto di un dispositivo come il CDD che non si occupa solo di lavoro, di scuola, di orientamento, ma integra tutte le varie componenti che riguardano il percorso evolutivo di un giovane autore di reato, inserendolo in un tessuto sociale nuovo, fatto di relazioni significative. Affrontiamo la fragilità interiore con la psicoterapia e, allo stesso tempo, interveniamo sulla gestione della rabbia iscrivendolo a un corso di boxe. Gli effetti delle varie componenti del percorso e delle azioni dei diversi attori della rete si riversano sulle altre.

Felipe da poco ha fatto il passaggio agli appartamenti per l’autonomia. Il suo obiettivo ora è stabilizzarsi sulla parte lavorativa. Una volta che ci sarà riuscito, capiremo se ci sono margini per riprendere anche il percorso scolastico.

Il rapporto sviluppato sul territorio, in una relazione senza filtri con la realtà, ci ha consentito di vedere Felipe in forma molto libera, e a lui di vedere in modo molto libero noi e gli altri protagonisti del suo percorso. Sta facendo un’esperienza diretta del senso migliore della vita sociale, gettando le basi per quando dovrà viverci in piena autonomia.

Alberto Dal Pozzo, responsabile della comunità Terzo Spazio e del Centro Diurno Diffuso di Arimo

Lia Ferrario, tutor per l’autonomia di Arimo

Contro il Remigration Summit, oltre 70 realtà in piazza il 17 maggio a Milano

Milano – Oltre 70 realtà associative, sindacali e partitiche hanno aderito alla manifestazione che si terrà sabato 17 maggio alle ore 14:30 in Piazza San Babila, in risposta al Remigration Summit,
raduno internazionale promosso da esponenti dell’estrema destra europea.
Un evento che, dietro la formula del convegno, rilancia teorie pericolose e discriminatorie, come
quella della “remigrazione”, che prevede l’espulsione di migranti regolari e persino cittadini
italiani di seconda e terza generazione, ritenuti “non assimilabili” per via delle loro origini.
La mobilitazione nasce per difendere i principi costituzionali di uguaglianza, convivenza e
democrazia, e per ribadire che Milano non può essere vetrina dell’intolleranza. La città ha una
lunga storia di resistenza civile e antifascista e non può restare silente di fronte al tentativo di
normalizzare parole e pratiche che mettono in discussione i diritti fondamentali.
L’invito a partecipare alla manifestazione resta aperto: le realtà interessate possono scrivere a
stopremigrationsummit@gmail.com per aderire.
Appuntamento: sabato 17 maggio, ore 14:30, Piazza San Babila – Milano.

+Europa Milano
A.N.Amicizia ItaliaCuba Milano
ACLI
ActionAid
AGESCI Milano
Ambiente Diritti Uguaglianza Valle D’Aosta (ADU VDA)
ANPI Crescenzago
ANPI Milano
arci milano
Arci Riuso
Arcigay
Area Democratica Gauche Autonomiste
Associazione 99%
Associazione Eva
Associazione GenitoriAttivi ics. Italo Calvino Milano
Associazione Todo Cambia
Associazione USDLI – Unione Solidale Donne Latinoamericane in Italia
Azione
Casa Comune
Casa della Carità
CGIL Milano
CNCA Lombardia
Comunità curda
Comunità dei Russi Liberi
Comunità georgiana
Cooperativa DAR = Casa
Cooperativa il Melograno
Donne Democratiche di Milano Metropolitana
Europa Verde
GEV
Giovani Democratici della Lombardia
Giovani Democratici di Milano Metropolitana
Giovani Musulmani Italiani
Italia Viva
italiani senza cittadinanza
Libera
Link Milano
M5S
Mai più Lager – No ai CPR
Mamme per la pelle
Mediterranea
Milano Prossima
MInteGRA Mobilità Internazionale – Integrazione Sociale ETS
Movimento 5 Stelle Valle D’Aosta
Movimento Le Veglie Contro Le Morti in Mare
Naga
Oltre I Confini ODV
Open arms
Osservatorio democratico sulle nuove destre
PD Lombardia
PD Milano Metropolitana
Porti Aperti Milano
Possibile Milano
Refugees Welcome
RESQ
Rete della conoscenza Milano
Rete Scuole Senza Permesso
Rete Sostenere Riace
Rifondazione Comunista Valle D’Aosta
Risorgimento Socialista Valle D’Aosta
scuola Binari – centro Filippo Buonarroti
Scuola di formazione Antonio Caponnetto
SeaWatch
Sentinelli
Sezione ANPI Angelo Poletti e Caduti di Trenno
Sinistra Italiana Milano
Sinistra Ucraina
Terre des hommes
TİP – Partito dei Lavoratori di Turchia
UAMÏ
UDU – Unione degli universitari
UGS Lombardia
Unione degli studenti Milano
Unisì
Valle D’Aosta Aperta
Volt

La forza generativa dei legami: l’esperienza del lavoro in rete nel territorio di Sondrio

Partita dal contrasto ai processi di emarginazione negli anni ’80, Cooperativa Lotta è cresciuta, ha attraversato le sfide e le novità dei cambiamenti sociali e del welfare regionale e nazionale diventando una realtà multiforme che interviene nei settori delle dipendenze e consumi giovanili, salute mentale, disabilità, protagonismo giovanile, vulnerabilità sociale, maltrattamento, infanzia, immigrazione e tratta degli esseri umani, scuola, Hiv, penale minorile, esecuzione penale interna ed esterna.

Un piccolo raggio di sole cambia la temperatura e Giovanni se ne accorge subito. La notte è stata più fredda del solito. Con un po’ di resistenza si dirige verso il Drop-in. Non ci è mai stato. Gli è stato consigliato la sera prima da un ragazzo dei City Angels. Appena entra viene accolto da Patrick, l’operatore che gli offre un caffè e gli fa compilare diverse carte. Doccia calda. Maddalena, l’a.s. del Drop-in sente Margherita del Centro di Prima Accoglienza e fortunatamente c’è un posto. Questa sera si dorme al caldo.

Stazione di Sondrio, novembre, ore 16:30, 8 gradi celsius. Dal treno proveniente da Milano Centrale – perennemente in ritardo – scende Precious, 29 anni, nigeriana con la numerosa famiglia al seguito: Alvin di 3 anni, Melody di 5, Andrew di 6 e… un pancione di ormai 7 mesi. Precious si fa strada tra le persone che si accalcano per salire controllando a fatica i bimbi, rapiti dalla curiosità. Tre giorni dopo il telefono di Graziella (operatrice di Cooperativa Lotta) squilla. È l’assistente sociale del Comune di Sondrio, che le comunica di avere un caso da presentarle, e le chiede se sia possibile fare una valutazione come ente anti tratta. In pochi minuti racconta di Precious, arrivata in un pomeriggio autunnale a Sondrio.

La donna con i figli si è presentata in Questura per chiedere aiuto: non ha residenza in Italia, non sa dove dormire e cosa dare da mangiare ai suoi bambini, ha speso i suoi ultimi soldi per fuggire dalla Spagna e da un marito violento per tornare dopo molti anni in Italia, luogo dello sbarco e della richiesta di asilo. Dopo accesso in Pronto Soccorso per un piccolo problema del figlio piccolo, la famiglia è stata ospitata in via emergenziale presso un albergo. Claudia, l’assistente sociale, mi dice che una rete di aiuto sta iniziando a muoversi: la Croce Rossa sta provvedendo alla consegna dei pasti mentre il Centro Aiuto alla Vita fornisce i pannolini. I bisogni sono molti ma urgente è la necessità di ascolto per poter capire come aiutare al meglio queste persone. Iniziano quindi una serie di colloqui con Precious, emergono molte cose: un’infanzia disperata e interrotta, un viaggio dove viene venduta e sfruttata sessualmente…

La rete si allarga: Precious e i bambini conoscono la mensa sociale Immensa della città. Nasce il quarto figlio, la donna e i figli entrano in accoglienza di housing sociale, il progetto anti tratta la tiene agganciata territorialmente e continua il lavoro condiviso dell’équipe allargata in rete.

“Caffè?”

Max si avvicina al “ragazzo” brizzolato che da qualche giorno gira attorno alla stazione ma che non ha mai incontrato nelle uscite con l’Unità Mobile. Andrea non è di tante parole ma con il passare dei giorni si apre. È tornato in valle dopo anni di eccessi con alcool e sostanze. Poi la forte depressione…

Pronto, Giuliana? C’è un posto al container della Croce Rossa? C’è un ragazzo che avrebbe bisogno per qualche giorno perché vive in strada”.

Andrea è molto preoccupato perché non riesce a trovare un lavoro. Max lo accompagna al Centro Servizi Contrasto Povertà e qui le operatrici lo aiutano ad individuare un’offerta di lavoro che potrebbe fare al caso suo. Andrea non esita: invia il curriculum e dopo alcuni giorni inizia un lavoro… Andrea sa che il percorso sarà in salita ma sa anche che potrà frequentare il Drop-in quando ne sentirà il bisogno e potrà rivolgersi all’assistente sociale dell’Ufficio di Piano che ha conosciuto negli ultimi mesi. Sa di non essere solo.

Negli ultimi anni il territorio dell’Ambito di Sondrio e in particolare del Comune ha visto aumentare il numero di situazioni di emarginazione che necessitano di attenzione e cura. Parallelamente – grazie anche alla specificità territoriale – si è creato un sistema in cui le collaborazioni e gli scambi tra organizzazioni che si occupano delle povertà, risulta quotidiano, seppure necessita sempre di coordinamento e continua manutenzione affinché le azioni messe in campo siano continuative ed efficaci. Grazie alle risorse del PrInS – Progetti Intervento Sociale (risorse PON iniziativa REACT-EU) le realtà dell’ambito hanno lavorato alla costituzione di un Centro Servizi per il Contrasto alle Povertà. Le organizzazioni che lavorano sui temi della marginalità si stanno trovando con regolarità per costruire interventi che vanno oltre l’emergenza e si stanno organizzando in sottosistemi reticolari che si occupano delle varie necessità (alimentari, relazionali, sanitarie, grave emarginazione). Si sta implementando un sistema strutturato che collabora nella programmazione condivisa di servizi rivolti alla grave marginalità in modo integrato. Sul territorio si è sviluppato un sistema coeso e integrato tra sociale e socio-sanitario e tra pubblico e privato sociale. Enti, Cooperative e Associazioni stanno contribuendo, con azioni che permettono di mappare il fenomeno, sperimentare un sistema di pronto intervento sociale di aggancio di persone con problematicità diversificate per poi avviare interventi di presa in carico integrato tra vari soggetti.

Il lavoro da fare è ancora molto ma grazie alla fitta rete territoriale e alle alleanze costruite si sta facilitando le relazioni tra utenza/servizi/opportunità del territorio agevolando la gestione delle situazioni critiche, favorendo la circolarità delle informazioni tra gli enti ed evitando la duplicazione di interventi. Seppur la sfida sia sempre più impegnativa, ci si adopera quotidianamente nella lotta contro le emarginazioni.

I salari da fame colpiscono duramente il mondo del sociale

Il disastro dei salari italiani (-8,7% dal 2008) fotografato da ultimo dall’Organizzazione internazionale del lavoro riguarda da vicino il mondo del sociale e dell’inclusione del nostro Paese.

“I dati diffusi dall’Ilo mostrano il vero volto delle politiche economiche dei governi degli ultimi vent’anni -osserva Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-: l’accanimento contro la povertà mentre si premia chi sta già meglio”.

Il CNCA Lombardia richiama l’attenzione su un aspetto centrale che tocca la vita di milioni di persone, ovvero il riconoscimento della dignità delle professioni del mondo del sociale, dalla cura all’inclusione. Una partita che riguarda sì il piano nazionale ma anche quello locale, come dimostra il caso “emblematico” di Milano.

“Il contratto collettivo nazionale delle cooperative sociali è stato appena rinnovato e scadrà già a dicembre -riprende Cattaneo-. È stato riconosciuto un aumento del 13% ma ciò nonostante rimaniamo lontanissimi dagli standard europei. E questo incremento virtuale in busta paga già divorato dall’inflazione non è minimamente sufficiente per affrontare i costi proibitivi di una città come Milano”.

Pagare poco chi si occupa di servizi essenziali in contesti problematici -dalle comunità territoriali alle famiglie in difficoltà, fino all’accoglienza delle persone straniere- significa indebolire il tessuto sociale del Paese.

“Al Comune di Milano chiediamo da tempo un adeguamento contrattuale ma non è mai stata data una risposta positiva”, continua Cattaneo.

I numeri sono chiari: “Oggi nel mondo del sociale si può lavorare a tempo pieno per 38 ore settimanali e guadagnare 1.300 euro al mese. Con salari di questo tipo è naturale che in tanti optino per ridurre il tempo del lavoro per aggiungere una seconda occupazione o riappropriarsi del proprio tempo libero”. Dal suo osservatorio privilegiato il CNCA osserva picchi di ricorso al tempo parziale tra il 50 e l’85%. 

È anche così che si sfilaccia il tessuto sociale, culturale e politico in senso alto di una comunità. “I salari da fame nel sociale si accompagnano a una lunga stagione di odio e tempesta seminati contro gli ultimi, gli stranieri, coloro che vengono etichettati come i ‘devianti’. È difficilissimo per chi semina vicinanza e inclusione resistere. Si tratta di una battaglia che non possiamo condurre da soli”.

Ecco perché con la pubblicazione dei dati dell’Ilo il CNCA Lombardia torna a chiedere una risposta al Comune di Milano rispetto all’adeguamento delle remunerazioni e al Parlamento un intervento deciso a riconoscere la dignità del lavoro sociale.

📸 Serena Koi

Quanto basta per Vera

QuBì è un progetto per l’attivazione di reti territoriali di prossimità a sostegno delle famiglie povere con figli minorenni, nato a fine del 2018 in 23 quartieri periferici di Milano.

Le reti QuBì sono state finanziate per cinque anni da diverse Fondazioni, principalmente da Cariplo e Vismara. Dato il successo dell’esperienza, il Comune di Milano ha scelto di subentrare alle Fondazioni nel rapporto con le reti QuBì ormai consolidate ed ha avviato una co-progettazione per implementare questa esperienza, traghettandola dalla dimensione dei quartieri a quella dei Municipi cittadini.

La Cooperativa Sociale Diapason, da sempre attiva nel territorio del Municipio 9, è stata per cinque anni referente della Rete QuBì di Niguarda, attualmente è capofila della rete QuBì del Municipio 9. La storia che raccontiamo è solo un esempio di quello che può fare una rete di prossimità per migliorare i percorsi di vita delle persone in difficoltà.

La storia di Vera

Quando Vera arriva in Italia dalla Colombia nel 2016 è incinta, la sua speranza è di trovare una casa e un lavoro, così che suo marito Carlos e Kevin, il figlio di lui, possano raggiungerla al più presto. Vera ha un foglietto con le indicazioni: si tratta di una mappa per raggiungere Jenny, un’amica disposta ad ospitarla per un paio di settimane, che la mette in contatto con il Centro d’Ascolto della Parrocchia del suo quartiere.

Qui conosce Betta, una volontaria che le dà una mano a trovare subito lavoro come badante a casa di un anziano e le fornisce per i primi tempi un aiuto molto concreto. L’anziano presso cui Vera inizia a lavorare si chiama Mario e si trova bene con lei, perché si prende cura di lui e gli fa compagnia. Anche Vera si trova bene con Mario, perché lui le dà un tetto e un lavoro, ma soprattutto la tratta bene.

Dopo i primi mesi Carlos arriva a Milano insieme al figlio Kevin e poco dopo Carlos, Vera e Kevin vanno a vivere insieme in una stanza presso un connazionale. Nello stesso periodo nasce Jessica, ma le cose col marito non si mettono bene: quando litigano lui diventa aggressivo e anche il rapporto con Kevin è difficile, lui è ormai grande, la conosce poco e non la rispetta.

In breve tempo Vera si separa e rimane sola con la bambina; fortunatamente c’è Mario che può ospitare lei e Jessica. Tra loro tre si stabilisce un buon rapporto, Mario, Vera e la figlia sperimentano un periodo di serenità, Mario è accudito e non si sente più solo, Vera e Jessica si sentono accolte e al sicuro.

Mario, seppur non vecchissimo, è molto malato e viene a mancare nel giugno del 2022. A questo punto il periodo fortunato si interrompe nuovamente.

Subito dopo il funerale Vera viene cacciata di casa dai parenti di Mario, che la lasciano senza un tetto e non le riconoscono nemmeno una liquidazione. Vera e la bambina vagano, ospiti temporanee di conoscenti, ma non c’è spazio per loro, al punto che finiscono a dormire in una tenda canadese sul balcone di un lontano parente, che non permette loro nemmeno l’uso del bagno.

La vita si fa dura per Vera che si arrangia come può e lava la biancheria nei bagni dei bar del quartiere; in questo momento così difficile, senza casa e senza lavoro, con una neonata da crescere, Vera chiede nuovamente aiuto a Betta del Centro d’Ascolto, che per prima cosa le offre un sostegno alimentare ed economico, poi la mette in contatto con la rete QuBì del suo quartiere e con il Servizio Sociale.

La fortuna di incontrare QuBì

La rete QuBì del territorio offre a Vera un sostegno attraverso le diverse competenze: i Custodi Sociali come sempre mettono in campo tutte le proprie conoscenze, per un caso fortunato le trovano una soluzione abitativa temporanea nell’appartamento di un Parroco disponibile in un territorio limitrofo, in questo modo Vera trova una casa senza dover subito pagare l’affitto.

Contemporaneamente, la rete di prossimità di Associazione Ipazia viene a conoscenza della situazione e per prima cosa accoglie Jessica nel Coro, poi attraverso i propri volontari offre a Vera due contratti di lavoro per un impegno complessivo di 25 ore settimanali che le permettono di rinnovare il permesso di soggiorno.

L’Operatrice di Prossimità integra gli aiuti con le risorse del progetto, offre cure dentistiche e visite mediche per Jessica, infine attraverso il Fondo di Quartiere la bambina viene iscritta alle attività estive di nuoto: chi la conosce dice che per lei è una grande gioia.

Betta nel frattempo ha ottenuto per Vera un gratuito patrocinio per far causa alla famiglia dell’anziano da cui lavorava: da poco Vera ha vinto la causa! La famiglia le deve 13.000 € che verranno versati in rate da 400 €.

Per completare il quadro, dobbiamo aggiungere che Jessica ha molte difficoltà di apprendimento, la valutazione della UONPIA sarà comunicata a giorni alle insegnanti della bambina, la piccola parla male mischiando diverse lingue e dialetti ed è così in difficoltà che non è sufficiente farla partecipare a un normale doposcuola. Vera si trova inoltre in difficoltà ad organizzarsi per lavorare quando la figlia è a casa da scuola per malattia o per le festività: anche in questo caso gli aiuti per ora sono arrivati casualmente (e magicamente!) da persone della rete, ma non è garantito che si potrà sempre trovare una soluzione…  Vera sta riprendendo i contatti con Carlos, le operatrici la spingono a chiedergli di assumersi la propria parte di responsabilità per sostenere la figlia.

La situazione di Vera non è del tutto risolta, ma grazie alla rete è stato tracciato un sentiero percorribile.  Vera e la figlia hanno incontrato persone capaci di utilizzare la rete e le risorse del territorio per prendersi cura di loro, e questo è il successo di QuBì.

“Sei la mia città”, la campagna sul diritto alla residenza a Milano

Sono oltre ottanta le sigle che promuovono l’appello “Sei la mia città” per l’estensione del diritto alla residenza nel capoluogo lombardo. Nell’appello si chiede al Sindaco Beppe Sala e alla Giunta del Comune di Milano una deroga all’articolo 5 della legge Renzi-Lupi, che ha condannato alla precarietà una vasta platea di abitanti. 

Tra gli aderenti alla campagna sindacati del lavoro, sindacati inquilini, comitati di quartiere, reti cittadine, cooperative, ong, organizzazioni studentesche, spazi sociali, associazioni civiche, collettivi.

A Roma, Palermo e Torino sono state già approvate deroghe all’articolo 5 della legge Renzi-Lupi. Pensiamo, come realtà sociali metropolitane, sia giunto il momento che anche l’amministrazione milanese orienti le proprie politiche ad una maggiore giustizia sociale, per una città più inclusiva, accessibile e accogliente.

“Riteniamo che sia arrivato il momento di riconoscere l’iscrizione anagrafica a tutte le persone che abitano stabilmente a Milano, a cui spetta la residenza ordinaria, come previsto dalla Costituzione Italiana. È necessario, tuttavia, mantenere, per tutte quelle persone che si trovino effettivamente “senza fissa dimora”, la residenza fittizia per garantire loro, in tempi celeri, tutti i diritti previsti dalla procedura”.

“Il diritto alla residenza concorre a definire l’identità di una persona e di una famiglia, la inserisce in un contesto sociale, relazionale, umano. Al diritto alla residenza sono collegati tutta una serie di diritti e di possibilità di accesso ai servizi che ben vengono illustrati nel secondo paragrafo dell’appello e nei successivi passaggi -aggiunge Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-. È un diritto che reclamiamo per i senza dimora e  per i migranti, tanto visibili quanto ‘fastidiosi’ per la nostra città, ma anche per tutte quelle famiglie che, invisibili e silenziose, sono costrette a vivere in situazioni fuori norma e così fuori norma diviene tutta la loro vita, anche quella dei loro figli e delle loro figlie. Per tutto questo e altro ancora ci siamo trovati con decine e decine di amici e compagni di strada, con cittadini, associazioni, cooperative, sindacati, gruppi spontanei e comitati. Sono le reali antenne nella città, i soggetti che più e prima di chiunque altro colgono le questioni nella loro spietatezza e, in forza dell’articolo 18 della Costituzione, si associano per cercare soluzioni e per sollecitare le istituzioni. Istituzioni a cui chiediamo di comprendere quanto sia necessario fare un passo avanti, deciso, cogliendo l’appello e l’invito a costruire insieme le necessarie risposte”.

“Sei la mia città” racconterà nelle prossime settimane il peso che hanno i diritti negati, attraverso la voce e i volti di persone reali che abitano a Milano, con un nome e un cognome, una storia, persone che possiamo incontrare tutti i giorni per strada, sui mezzi pubblici, al lavoro, a scuola. 
Attraverso questa campagna vogliamo aprire un dialogo costruttivo e proficuo con le istituzioni, per affermare con forza l’idea di una  città solidale, insieme ad un principio basilare a noi caro: l’inclusione e la coesione sociale passano necessariamente dal riconoscimento dei diritti sociali e civili e non da forme repressive o discriminatorie. 

“Sei la mia città” nasce come declinazione locale di una campagna promossa dal Social Forum dell’Abitare, la rete nazionale del diritto alla casa, e sull’impulso di ONG e associazioni del territorio che hanno coordinato e stimolato il superamento del quadro normativo sulla residenza, insieme ad Enrico Gargiulo, uno dei massimi esperti del tema, professore dell’Università degli Studi di Bologna, che ci ha coadiuvato nella stesura dell’appello, appello che alleghiamo insieme alla lista delle organizzazioni che lo sottoscrivono.

PER INFORMAZIONI

  • CNCA Lombardia • Paolo Cattaneo • 340 4530739
  • ARCI LATO B • Davide Vismara • 331 1038985
  • CASA DELLA CARITÀ • Valentina Rigoldi • 344 0674986
  • CHIEDIAMO CASA • Angelo Junior Avelli • 345 3141883
  • EMERGENCY ONG ONLUS • Alessandra Vardaro • 338 7236793

Capitale umano e capacità di costruire legami con le comunità: quando i bandi degli enti pubblici non ne riconoscono il valore

È stato assestato un duro colpo alla cooperazione sociale cremonese coinvolta nella gestione del servizio di educativa scolastica, nello specifico di assistenza a minori e giovani con disabilità che, dopo dieci anni viene rilevato da una cooperativa estranea al territorio. L’aggiudicazione del bando di gara indetto dal Comune di Cremona è avvenuta con uno scarto minimo, riconducibile esclusivamente ad una proposta economica più bassa rispetto alle cooperative locali, che da anni gestiscono un servizio in cui il rapporto interpersonale è determinante.

Nella complessiva valutazione tecnico/economica il riconoscimento delle competenze delle cooperative del territorio, in particolare quelle relative alla capacità di fare sistema e di costruire legami con le comunità e le loro organizzazioni, sono passate in secondo piano.

La compagine delle cooperative cremonesi, aggregate da dieci anni in una stabile alleanza finalizzata alla progettazione e realizzazione di un sistema di azioni e di interventi per minori ben radicati sul territorio, è pervasa da una forte preoccupazione.

Gli investimenti di questi anni rivolti allo sviluppo di una filiera di servizi, che vanno dalla scuola all’inserimento lavorativo, di cui il Saap è uno snodo centrale, rischiano di venire depotenziati. Questo va a discapito dei percorsi di vita delle persone disabili in una fase, quella scolastica, molto delicata, con l’aggravante di un cambiamento drastico in corso d’anno educativo.

I percorsi di vita penalizzati da azioni come questa non sono solo quelli degli utenti, ma anche quelli dei lavoratori della cooperazione sociale che rischiano di non veder riconosciuto il loro valore in termini di capitale umano.

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