Nell’acronimo CNCA, le ultime due lettere del nostro nome sono cambiate. Da “Comunità di Accoglienza” attente ai bisogni dei singoli e alla tutela dei diritti delle persone ospitate nei servizi territoriali, alle “Comunità Accoglienti” che indicano uno sguardo che si apre al mondo intero. Abbiamo voluto tradurre così la metafora del villaggio, che cura e fa crescere.
Affinché le comunità diventino accoglienti è necessario sognarle, coltivarle e rigenerarle. Rigenerare le comunità significa prima di tutto rigenerare le relazioni tra le persone e i diversi soggetti che le abitano, per almeno due motivi:
Per contrastare l’isolamento, la solitudine e l’individualismo che caratterizzano questa fase storica;
Perché vogliamo mostrare e raccontare con occhi diversi i fenomeni che ora spaventano: la povertà è diventata una colpa, le migrazioni un reato e l’adolescenza una patologia, se non una pericolosa forma aggregata di violenza.
Non sono tre esempi casuali: povertà, migranti e questione giovanile sono state oggetto di tre coprogettazioni con il Comune di Milano dai risultati positivi.
Ma aprire lo sguardo al mondo significa comprendere che la tutela dei diritti non si ferma al welfare, così come non si ferma entro i confini di una singola città. I ragazzi e le ragazze della generazione Z in Marocco scendono in piazza per chiedere fognature, sanità, istruzione. Vogliono un contrasto attivo alle diseguaglianze e alla povertà, per avere la possibilità di sognare un futuro.
Il futuro si costruisce difendendo l’ambiente, la nostra grande casa comune. I giovani hanno lanciato una sfida al modello economico estrattivista del passato; una questione che è divenuta oggetto di politiche europee con il Green Deal, adesso cancellato dal riarmo e dall’economia di guerra.
Il futuro si costruisce anche immaginando insieme una città che sia possibile da vivere e abitare. Questo apre a due questioni:
Il diritto alla casa non è solo un problema residenziale e di regolamenti urbanistici. Non si risolve con una (sacrosanta) richiesta di edilizia pubblica o, in scala minore, con la riqualificazione e l’assegnazione degli appartamenti sfitti alle persone in lista; non si risolve con un piano casa finito su un binario morto; tantomeno, non si risolve pensando di affidare la funzione pubblica alle multinazionali del mattone.
Il diritto alla casa richiama alla questione sociale di come si vive la città, di come si vivono i quartieri, di come si vive lo spazio pubblico. Il 6 settembre migliaia di persone erano in piazza “Contro la città dei padroni”, che non sono solo i palazzinari, ma l’intero modello di sviluppo e di crescita economica pensato per le città di tutto il Paese.
Lo spazio pubblico è stato regalato al mangificio, all’overtourism, agli “eventi” e alle “esperienze” che enfatizzano la narrazione di una città attrattiva. È vero che negli ultimi 12 anni sono arrivati 600.000 nuovi cittadini, ma la popolazione è aumentata solo di qualche decine di migliaia. Ergo, sono stati espulsi almeno 500.000 abitanti.
Rigeneriamo insieme la possibilità di utilizzo dello spazio pubblico e degli spazi sociali, che non sono solo i centri sociali occupati ed autogestiti, ma sono i luoghi e gli spazi della cittadinanza, fra cui rientra il primo, timido esperimento delle case di quartiere. Ma non basta.
Se torniamo alla corresponsabilità nella tutela dei diritti, con il Comune di Milano vorremmo agire insieme per rigenerare lo spazio pubblico, per fermare un percorso che sembra inarrestabile, per desiderare un futuro diverso da quello che la finanza e la politica internazionale, nazionale e regionale ci consegnano. Facciamolo insieme, nelle forme possibili e nelle forme più dirompenti, perché di questo c’è bisogno per andare oltre le conclusioni pragmatiche e realistiche che il Consiglio europeo ha sancito il 23 ottobre per fermare il Green Deal.
Dobbiamo impegnarci nell’ascolto reciproco, anche delle sottolineature critiche e conflittuali, che devono divenire stimolo per vedere e vedersi con sguardo rinnovato. Dopo il 6 settembre il Comune di Milano ha avuto almeno due occasioni per ascoltarci ma, ahimé, le ha fallite entrambe. Ce ne saranno sicuramente altre, ma spero che si possa ripartire insieme il prima possibile.
Foto dal convegno “Noi siamo Repubblica”
Concludo con una nota distante dai temi trattati finora. La sera del 23 ottobre eravamo a Bruzzano, insieme a migliaia di persone, per rimanere vicini dopo l’ennesima donna vittima di violenza maschile. Come CNCA contrastiamo il ddl Valditara emendato dalla Lega che chiede di vietare l’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole.
In Italia sempre meno famiglie scelgono di prendere in affido un bambino o una bambina. I motivi sono diversi ma tra questi ci sono sicuramente le trasformazioni sociali, economiche e culturali che stanno coinvolgendo i nuclei familiari. Per comprendere questi cambiamenti e il loro impatto sugli affidi, venerdì 24 e mercoledì 29 ottobre il CNCA Lombardia parteciperà a due importanti convegni sul tema dell’affidamento familiare.
Nello specifico, durante l’evento “Changing families, changing care. Le trasformazioni familiari e i cambiamenti nell’affido”, del 24 ottobre, esperti del settore italiani e internazionali discuteranno di come stanno cambiando le famiglie e quali possono essere delle strategie per supportarle durante il periodo dell’affido.
L’incontro inizierà alle 9:30 nell’aula 301 dell’Università Cattolica, largo Gemelli 1.
Il convegno del 29 ottobre, dal titolo “La forza dei legami. Affido familiare e continuità affettiva”, affronterà invece il tema degli affidi con un focus sulla legge 173/2015, a dieci anni dalla sua approvazione.
Una norma nata per garantire ai minori in affidamento la “continuità affettiva”, ovvero la possibilità di rivedere la propria famiglia affidataria anche quando il periodo di affido giunge al termine e il minore si ricongiunge con la propria famiglia di origine.
Diritto che però spesso non viene rispettato e al bambino o alla bambina è negata la possibilità di mantenere un legame continuativo con le persone con cui ha condiviso un periodo della propria vita, che spesso dura anni. Obiettivo di questo secondo evento è dunque quello di capire – da un punto di vista psicologico, giuridico e sociale – quali misure possono essere adottate per garantire la piena attuazione di questo diritto e per incoraggiare la relazione più positiva possibile tra famiglia affidataria, minore e nuovi referenti.
L’appuntamento è alle ore 8:30 presso la Sala Ricci del centro culturale San Fedele, Piazza San Fedele 4.
“In Italia sono circa 30mila i minori fuori famiglia, molti dei quali potrebbero usufruire della disponibilità dell’affido – spiega Rita Ceraolo de La Grande Casa, cooperativa che aderisce al CNCA Lombardia e che da oltre trent’anni si occupa di minorenni e famiglie in affido-. Sempre più servizi, pur facendo campagne di sensibilizzazioni territoriali, hanno difficoltà a reperire risorse di affido familiare. È un problema che riguarda anche altri Paesi europei. Con questi due convegni ci interrogheremo su come possiamo approcciare e recuperare quella disponibilità all’apertura che le famiglie, pur cambiando nella loro forma, continuano a portare con sé”.
“È un affronto al diritto di manifestare il proprio dissenso“
Il centro sociale Lambretta ha organizzato questa mattina una conferenza stampa sull’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano, lo scorso lunedì 22 settembre. Il Cnca Lombardia, plaude l’iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai ragazzi coinvolti negli arresti, due dei quali sono minorenni. “La loro detenzione è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani”.
Foto di l’Unità
Milano, 26 settembre 2025 – Il centro sociale Lambretta di Milano ha organizzato questa mattina una conferenza stampa, alla presenza di Zerocalcare, Ilaria Cucchi, Luca Blasi, Benedetta Scuderi dalla Global Sumud Flotilla, Giulio Francini, Pietro Cusimano e tanti altri, per commentare lo sciopero indetto dall’Usb lunedì scorso, 22 settembre, e l’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano e, nello specifico, alla stazione Centrale.
Paolo Cattaneo, presidente del Cnca Lombardia, plaude questa iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai quattro ragazzi coinvolti negli arresti che hanno seguito le proteste, due dei quali sono minorenni, e a tutti i giovani scesi in piazza.
La narrazione che ha seguito la manifestazione ha parlato infatti di violenze e di devastazione, ma per il Cnca Lombardia si è trattato invece di una mobilitazione pacifica, senza precedenti, che ha dimostrato una crescente sensibilità da parte di un bacino sempre più ampio della cittadinanza su ciò che accade a Gaza e nei territori di Cisgiordania occupati, anche grazie alla mobilitazione degli attivisti a bordo delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla.
“Il fatto che questi quattro ragazzi siano stati arrestati e che due di questi, minorenni, ora si ritrovino ai domiciliari, senza la possibilità di andare a scuola, è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani -denuncia Cattaneo-. Ringraziamo tutte le persone che mettono a disposizione i loro corpi in queste occasioni pubbliche per fermare la barbarie che accade a Gaza e nei territori occupati in Palestina e quella che si verifica nel nostro Paese. Un’Italia governata da un sistema che ribadisce sempre di più che l’uso della forza è esclusivo e compete unicamente allo Stato rappresentato dalle sue forze dell’ordine, che non si sono fatte alcuno scrupolo a bloccare a manganellate i ragazzi che cercavano di entrare alla stazione Centrale per fare quello che è stato possibile fare in tutta Italia: l’occupazione simbolica di due binari. Occupazione che è stata resa possibile in tutte le città, Bologna, Roma, Napoli, ma non a Milano, come a voler mostrare una città insicura e non governata, oltre che ribadire un monopolio della forza gratuito, prerogativa solo di Stato e forze di polizia”.
Il timore è che a questi primi arresti ne possano seguire altri, sulla scia di controllo, violenza e impossibilità di manifestare il proprio dissenso, rafforzati dal decreto sicurezza, entrato in vigore a giugno 2025.
Il Cnca Lombardia rifiuta questa logica e propone e sostiene tutti i contenuti portati avanti dalla conferenza stampa di oggi al Lambretta. Ribadendo vicinanza e sostegno ai ragazzi colpiti e al popolo palestinese.
QuBì è un progetto per l’attivazione di reti territoriali di prossimità a sostegno delle famiglie povere con figli minorenni, nato a fine del 2018 in 23 quartieri periferici di Milano.
Le reti QuBì sono state finanziate per cinque anni da diverse Fondazioni, principalmente da Cariplo e Vismara. Dato il successo dell’esperienza, il Comune di Milano ha scelto di subentrare alle Fondazioni nel rapporto con le reti QuBì ormai consolidate ed ha avviato una co-progettazione per implementare questa esperienza, traghettandola dalla dimensione dei quartieri a quella dei Municipi cittadini.
La Cooperativa Sociale Diapason, da sempre attiva nel territorio del Municipio 9, è stata per cinque anni referente della Rete QuBì di Niguarda, attualmente è capofila della rete QuBì del Municipio 9. La storia che raccontiamo è solo un esempio di quello che può fare una rete di prossimità per migliorare i percorsi di vita delle persone in difficoltà.
La storia di Vera
Quando Vera arriva in Italia dalla Colombia nel 2016 è incinta, la sua speranza è di trovare una casa e un lavoro, così che suo marito Carlos e Kevin, il figlio di lui, possano raggiungerla al più presto. Vera ha un foglietto con le indicazioni: si tratta di una mappa per raggiungere Jenny, un’amica disposta ad ospitarla per un paio di settimane, che la mette in contatto con il Centro d’Ascolto della Parrocchia del suo quartiere.
Qui conosce Betta, una volontaria che le dà una mano a trovare subito lavoro come badante a casa di un anziano e le fornisce per i primi tempi un aiuto molto concreto. L’anziano presso cui Vera inizia a lavorare si chiama Mario e si trova bene con lei, perché si prende cura di lui e gli fa compagnia. Anche Vera si trova bene con Mario, perché lui le dà un tetto e un lavoro, ma soprattutto la tratta bene.
Dopo i primi mesi Carlos arriva a Milano insieme al figlio Kevin e poco dopo Carlos, Vera e Kevin vanno a vivere insieme in una stanza presso un connazionale. Nello stesso periodo nasce Jessica, ma le cose col marito non si mettono bene: quando litigano lui diventa aggressivo e anche il rapporto con Kevin è difficile, lui è ormai grande, la conosce poco e non la rispetta.
In breve tempo Vera si separa e rimane sola con la bambina; fortunatamente c’è Mario che può ospitare lei e Jessica. Tra loro tre si stabilisce un buon rapporto, Mario, Vera e la figlia sperimentano un periodo di serenità, Mario è accudito e non si sente più solo, Vera e Jessica si sentono accolte e al sicuro.
Mario, seppur non vecchissimo, è molto malato e viene a mancare nel giugno del 2022. A questo punto il periodo fortunato si interrompe nuovamente.
Subito dopo il funerale Vera viene cacciata di casa dai parenti di Mario, che la lasciano senza un tetto e non le riconoscono nemmeno una liquidazione. Vera e la bambina vagano, ospiti temporanee di conoscenti, ma non c’è spazio per loro, al punto che finiscono a dormire in una tenda canadese sul balcone di un lontano parente, che non permette loro nemmeno l’uso del bagno.
La vita si fa dura per Vera che si arrangia come può e lava la biancheria nei bagni dei bar del quartiere; in questo momento così difficile, senza casa e senza lavoro, con una neonata da crescere, Vera chiede nuovamente aiuto a Betta del Centro d’Ascolto, che per prima cosa le offre un sostegno alimentare ed economico, poi la mette in contatto con la rete QuBì del suo quartiere e con il Servizio Sociale.
La fortuna di incontrare QuBì
La rete QuBì del territorio offre a Vera un sostegno attraverso le diverse competenze: i Custodi Sociali come sempre mettono in campo tutte le proprie conoscenze, per un caso fortunato le trovano una soluzione abitativa temporanea nell’appartamento di un Parroco disponibile in un territorio limitrofo, in questo modo Vera trova una casa senza dover subito pagare l’affitto.
Contemporaneamente, la rete di prossimità di Associazione Ipazia viene a conoscenza della situazione e per prima cosa accoglie Jessica nel Coro, poi attraverso i propri volontari offre a Vera due contratti di lavoro per un impegno complessivo di 25 ore settimanali che le permettono di rinnovare il permesso di soggiorno.
L’Operatrice di Prossimità integra gli aiuti con le risorse del progetto, offre cure dentistiche e visite mediche per Jessica, infine attraverso il Fondo di Quartiere la bambina viene iscritta alle attività estive di nuoto: chi la conosce dice che per lei è una grande gioia.
Betta nel frattempo ha ottenuto per Vera un gratuito patrocinio per far causa alla famiglia dell’anziano da cui lavorava: da poco Vera ha vinto la causa! La famiglia le deve 13.000 € che verranno versati in rate da 400 €.
Per completare il quadro, dobbiamo aggiungere che Jessica ha molte difficoltà di apprendimento, la valutazione della UONPIA sarà comunicata a giorni alle insegnanti della bambina, la piccola parla male mischiando diverse lingue e dialetti ed è così in difficoltà che non è sufficiente farla partecipare a un normale doposcuola. Vera si trova inoltre in difficoltà ad organizzarsi per lavorare quando la figlia è a casa da scuola per malattia o per le festività: anche in questo caso gli aiuti per ora sono arrivati casualmente (e magicamente!) da persone della rete, ma non è garantito che si potrà sempre trovare una soluzione… Vera sta riprendendo i contatti con Carlos, le operatrici la spingono a chiedergli di assumersi la propria parte di responsabilità per sostenere la figlia.
La situazione di Vera non è del tutto risolta, ma grazie alla rete è stato tracciato un sentiero percorribile. Vera e la figlia hanno incontrato persone capaci di utilizzare la rete e le risorse del territorio per prendersi cura di loro, e questo è il successo di QuBì.
A un anno dalla conversione in legge del “Decreto Caivano” si misurano gli effetti deleteri dell’aumento al ricorso alla carcerazione e al sovraffollamento negli Istituti penali minorili. “La soluzione non è creare piccoli manicomi”, denuncia il Cnca Lombardia.
La giustizia minorile lombarda è in un momento estremamente complicato e paga lo scotto degli effetti del cosiddetto “Decreto Caivano” convertito in legge esattamente un anno fa.
Per contrastare questa situazione sarebbe utile incentivare la rete di comunità educative ad aumentare la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato.
Regione Lombardia punta invece sull’apertura di 3 comunità che ospiteranno ciascuna 12 giovani tutti sottoposti a misure penali e tutti portatori di problemi di malattia mentale!
“Così si mortifica un sistema che è considerato il più avanzato a livello internazionale, condannandolo a una pericolosa involuzione”. È la denuncia del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) della Lombardia, che si appella alle istituzioni regionali e nazionali affinché rimettano al centro delle politiche il recupero dei giovanissimi autori di reato, tenendo insieme il contenimento della pericolosità sociale.
“Per almeno 30 anni nel nostro Paese abbiamo raccolto risultati straordinari nella sfera della giustizia minorile -spiega Paolo Tartaglione, responsabile della cooperativa sociale Arimo e membro del Cnca Lombardia- e lo abbiamo fatto seguendo tre principi: privilegiare la riduzione della recidiva rispetto agli aspetti sanzionatori dell’intervento penale minorile, intervenire sui bisogni che stanno alla base della commissione di reato da parte dei minorenni, responsabilizzare il/la giovane in ogni momento della misura penale minorile”.
Il sistema, però, ha ingranato la retromarcia. I minorenni autori di reato vengono sempre più visti e trattati come adulti e gli Istituti penali minorili, che la Legge del 1988 ritiene debbano essere utilizzati solo a fronte di “insopprimibili esigenze di difesa sociale”, sono sempre più affollati. “Il tasso di saturazione media è pari al 110%, ma alcuni istituti raggiungono anche il 180%”, continua Tartaglione.
I recenti provvedimenti legislativi riducono la possibilità di utilizzare lo strumento della messa alla prova, aumentano il ricorso alla carcerazione, reintroducono l’utilizzo delle divise negli istituti penali, cancellano le progettualità e così la gestione degli Istituti è privata anche delle minime prospettive. “Così si apre la strada a nuova violenza e nuovi reati”, denuncia Tartaglione, che fa notare come mostrare la “faccia cattiva” sia di fatto controproducente. “Se andiamo a sollecitare un adolescente ponendoci come guardie e ladri ci mettiamo sul suo terreno preferito. Ed è un terreno sul quale i ragazzi si ritrovano spinti a schierarsi fin dall’ingresso in carcere, sabotando così la possibilità di una messa in discussione e distogliendo lo sguardo dagli obiettivi per il futuro “.
In Lombardia, dove la relazione con le comunità di accoglienza ha sempre dato buoni frutti, la situazione è particolarmente critica. Da qualche anno le comunità che storicamente accoglievano tanti autori di reato sono infatti entrate in crisi, soprattutto per la carenza di disponibilità di personale. Molte hanno chiuso. È una crisi generale che investe le professioni di cura (educatori, infermieri, assistenti sociali) ed è particolarmente estrema nei servizi di comunità e ancor di più per le comunità che si occupano di adolescenti e autori di reato.
“Le comunità che non hanno chiuso hanno comunque ridotto la disponibilità ad accogliere autori di reato -segnala Tartaglione- proprio per il pericolo di gestire casi esplosivi senza poter dimettere i giovani in caso di agiti che espongano a gravi rischi ospiti e operatori”.
“È necessario e urgente – aggiunge Tartaglione – un confronto improntato alla massima collaborazione tra tribunale per i minorenni, centro per la giustizia minorile e comunità lombarde per comprendere le motivazioni che hanno portato queste ultime a ridurre la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato, e mettere in atto ogni azione possibile per invertire la tendenza, e garantire così ai giovani di essere accolti in contesti educativi di qualità, e improntati al cambiamento”.
Invece Regione Lombardia ha indetto nell’agosto di quest’anno una manifestazione di interesse per aprire tre comunità che secondo Cnca rappresentano un deciso passo indietro nella cultura penale minorile!
Comunità pensate esclusivamente per autori di reato con problemi di salute mentale. Una cosa che la Legge penale minorile vietava. “Non sono comunità gestibili con criteri educativi -denuncia Tartaglione- ma con un pesantissimo contenimento di fatto farmacologico. È un piccolo carcere, un piccolo manicomio”. Il Cnca Lombardia da tempo chiede invece di sedersi a un tavolo con le istituzioni coinvolte -dalla Regione al Tribunale per i minorenni, passando per le comunità di accoglienza- per capire come affrontare la situazione. Senza scadere in sperimentazioni che mortificano l’eredità di Franco Basaglia.
Il 25 aprile il Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti della Lombardia ha festeggiato la Liberazione: un giorno per ricordare chi ha condotto il nostro Paese fuori dall’orrore nazifascista, sarà un giorno per ribadire i valori che ci accomunano: uguaglianza, libertà, democrazia. Gli stessi che hanno trovato spazio negli articoli della Carta Costituzionale, e che le organizzazioni della federazione del CNCA declinano in ogni ascolto, in ogni sorriso, in ogni lacrima che segna il loro impegno quotidiano.
Paolo Cattaneo, Presidente CNCA Lombardia, alla manifestazione nazionale della Giornata della Liberazione
Il 25 aprile per noi è stato il 4 aprile, quando Charles, ex ospite della comunità per adolescenti Millesoli, ha debuttato da attore sul piccolo grande schermo nella serie di Rocco Schiavone. E l’ha fatto nonostante la sera precedente avesse partecipato ad un rave.
Il 25 aprile è stato per noi l’11 ottobre: Elizabeth, accolta in uno degli appartamenti di semiautonomia della Corte di Quarto, ha superato l’esame di italiano dopo un’estate in cui, a giro, i volontari e i vicini di casa l’hanno affiancata nello studio. Lei ricambiava con delle salatissime tortillas; la sostituzione etnica una tortilla alla volta.
Il 25 aprile è stato per noi il 29 febbraio, quando Casa Rugiada, comunità per minori stranieri non accompagnati, ha ricevuto la candidatura di un motivatissimo Andrea, disposto a scegliere un lavoro riconosciuto pochissimo per impegnarsi professionalmente per un’Italia migliore possibile. Resistiamo, lo facciamo per noi stessi, non possiamo fare altrimenti, siamo comunità e siamo accoglienti.
Proviamo a onorare il 25 aprile tutti i giorni, per un’Italia più solidale e giusta, nelle piccole vittorie e nelle grandi fatiche. Anche nelle sconfitte. Anche quando apriamo il calendario e realizziamo che febbraio ha soltanto 28 giorni. Ma sul più bello, quando ormai tutto sembra perduto, arriva l’anno bisestile, e gli educatori e le educatrici tornano a voler lavorare in comunità e tutte le cittadine e ii cittadini italiani si riscoprono antifascisti.
P.S.: I nomi di persona e di Casa Rugiada sono nomi di fantasia. Soltanto quelli.
Volevamo scrivere qualcosa a commento degli esiti della Commissione di inchiesta sulle comunità per minorenni, che ha recentemente concluso le sue fatiche. L’ipotesi iniziale era di intitolare il pezzo “la montagna ha partorito un topolino”. Ma a ben vedere non è esatto.
La verità è che non ha partorito proprio niente.
Cosa vi aspettereste da una Commissione Parlamentare che si chiama “Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori”?
Di avere chiara evidenza delle attività illecite connesse alle comunità!
Nell’apprestarsi a seguire la conferenza stampa di presentazione degli esiti della Commissione pensavamo che finalmente sarebbe stata fatta chiarezza. Dopo anni passati ad accusare le comunità per minori delle peggiori nefandezze, la Commissione Parlamentare avrebbe potuto finalmente dare sostanza a quanto urlato ai quattro venti da molti Onorevoli: “le comunità fanno business sulla pelle dei bambini”.
Ricordate la straordinaria strumentalizzazione politica su Bibbiano?
La prima cosa da segnalare, su diretta ammissione della Presidente, è che la Commissione ha iniziato i lavori con ritardo straordinario, riducendo il tempo di attività a circa un anno; e che, benché composta da 40 Parlamentari, ha visto la partecipazione reale di qualcosa che somiglia a 5 persone. Il che, diciamola tutta, non solo denota con chiarezza quale sia l’importanza che rivestono i problemi dei minorenni nelle priorità del nostro Parlamento, ma costituisce una pietra tombale sulla credibilità di questa Commissione Parlamentare.
Se c’è una cosa che la Commissione ha plasticamente dimostrato è il pieno disinteresse del Parlamento per la condizione dei minorenni più fragili! Una Commissione Parlamentare che è stata condotta solo da un numero scandalosamente minimo di Onorevoli, alcune delle quali animate da posizioni di estrema disistima rispetto al Sistema della Tutela dei Minorenni, già espresse pubblicamente in ogni dove.
Nella conferenza stampa di presentazione degli esiti dei lavori[1], la stessa Presidente Cavaldoli, e l’On.Giannone hanno lamentato il fatto che, benché composta da 40 Parlamentari, ai lavori della Commissione abbiano partecipato in sostanza solo i presenti alla conferenza stampa, cioè 5 persone.
Questo piccolo ma agguerrito manipolo di Onorevoli ha potuto contare su alcuni consulenti, 4 avvocati e un medico, alcuni dei quali molto noti per la propria ostilità verso Tribunali per i Minorenni e le comunità.
Quindi una Commissione che ha lavorato in un tempo che essa stessa definisce “largamente inadeguato”[2], con una partecipazione così platealmente insufficiente da consigliare grande prudenza nel considerarla seriamente frutto di una autorità bicamerale, partecipata solo da circa 5 Onorevoli che avevano maturato le loro convinzioni prima dell’inizio dei lavori, e accompagnati da consulenti tra i più noti per l’opposizione alle comunità.
Premesse poco incoraggianti, certo. Ma abbiamo deciso di leggere ugualmente con la massima cura le 132 pagine di cui è composta la relazione conclusiva, che sappiamo essere stata approvata all’unanimità dalla Commissione.
Cosa emerge?
Innanzitutto il metodo che hanno scelto di utilizzare. La Commissione sostiene di aver proceduto appoggiandosi a 3 strumenti: l’acquisizione di dati, l’ascolto di persone esperte, e l’acquisizione di segnalazioni o esposti da cittadini e famiglie, attivando sul sito della Commissione stessa un modulo per la ricezione di esposti provenienti da privati cittadini.
Stante che la mancanza di dati nazionali coerenti è uno dei primi problemi sollevati dalla Commissione stessa, e che della dichiarata “autonoma raccolta di dati”[3] nella relazione non c’è traccia; e visto che la stragrande parte delle persone ascoltate non ha parlato di comunità o lo ha fatto in modo positivo, resta che le convinzioni dichiarate dal piccolo manipolo nella conferenza stampa fossero consolidate in precedenza, o siano maturate nell’ascolto di cittadini e famiglie che hanno sollevato gli esposti alla Commissione.
Nella conferenza stampa del 5 ottobre u.s. echeggiano infatti affermazioni forti:
“Bambini che vengono allontanati dai genitori senza motivo. E non parliamo di pochi casi, ma di migliaia di casi”[4], “Mamme che hanno visto l’allontanamento dei propri bambini da anni e ancora non sanno dove si trovano i figli”[5], “Il sistema ha opacità e collusione con i servizi”[6], “C’è tanta di quella violenza nei provvedimenti, che si può dire che si sia voluto correggere il genitore punendo il bambino”[7], e via dicendo.
Leggendo la relazione conclusiva della Commissione non si trova nessun elemento a conforto di queste affermazioni, mentre è frequente il riferimento alle audizioni delle famiglie che hanno sollevato gli esposti; che, con tutta evidenza, è stato lo strumento che è andato a consolidare convinzioni già maturate in precedenza. Si legge nella relazione conclusiva che “si è ritenuto di privilegiare lo strumento della segnalazione e dell’audizione libera rispetto all’acquisizione di testimonianze formali, tenuto conto anche del fatto che molte delle famiglie e delle persone interessate hanno manifestato un bisogno di ascolto che non si è realizzato nel rapporto con i Servizi sociali e le Autorità giudiziarie”[8].
La Commissione avoca a sé anche compiti di supplenza di Tribunali e Servizi Sociali! E per farlo ha deciso di attuare “approfondimenti attraverso specifiche audizioni, prevalentemente svolte in forma segreta […] audizioni segrete, delle quali in questa sede non è possibile dare conto del contenuto”[9]. Cosa è dato sapere di queste audizioni segrete sulle quali la Commissione basa le proprie conclusioni? Ovviamente niente, se non che – dice l’On.Tripodi nella conferenza stampa – “siamo spesso usciti con le lacrime agli occhi…abbiamo visto tanta sofferenza”.
Ma quindi? Questa “Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori”, benché abbia lavorato per un tempo ridottissimo, in una formazione minima e composta per lo più da persone animate da pregiudizi, appoggiandosi agli esposti di cittadini arrabbiati, avrà pur qualcosa da dire sulle comunità per minori?
E invece no.
Chi ha avuto la pazienza di leggere la relazione conclusiva ha atteso pagina dopo pagina di veder comparire la parola comunità, così enfaticamente presente nel nome della Commissione. E invece di comunità si accenna qualcosa solo in 6 delle 132 pagine; la prima volta che vengono citate è a pagina 51, quando finalmente la Commissione riporta gli esiti della propria indagine.
In premessa la relazione ricorda che “l’organo parlamentare, con tutta evidenza, non dispone della struttura amministrativa sufficiente a una verifica a tappeto”[10], e che quindi è stato “necessario adottare un approccio di tipo qualitativo, basato su una pluralità di strumenti: acquisizione di informazione tramite esposti e segnalazioni; richieste di documentazione su iniziativa della Commissione; ispezioni delegate al NAS dei Carabinieri”. Quindi la Commissione non ha inteso fare controlli a campione, come ci si sarebbe potuto aspettare, bensì ha deciso di effettuare controlli nelle comunità per le quali hanno ricevuto esposti e segnalazioni. Quelle in cui, pertanto, la Commissione aveva motivo di ritenere che avrebbe trovato le “attività illecite” per cui è stata costituita.
E come è andata?
Laconicamente la Commissione deve riconoscere che “le ispezioni delegate hanno verificato una generale conformità delle strutture ispezionate alle prescrizioni di legge, con alcune eccezioni”[11]. E più avanti: ”In 10 delle 21 strutture ispezionate sono state riscontrate lievi irregolarità o inadeguatezze, per lo più necessitanti di ulteriori verifiche e approfondimenti documentali”. Quindi dalle ispezioni nelle comunità che erano state segnalate dagli esposti è stato trovato tutt’al più qualche piccola inadeguatezza, e si è dovuto concludere che “nel complesso, un quadro caratterizzato da esiti prevalentemente regolari rispetto ai requisiti di legge”.
In sostanza, pur andando a fare le ispezioni solo nelle comunità segnalate dagli esposti, la Commissione ha trovato una situazione in pieno rispetto delle norme.
E a nessuno è venuto in mente che basare una Commissione di inchiesta sulle testimonianze di chi si sente danneggiato dalle decisioni assunte dai Tribunali per i Minorenni possa non essere una buona idea?!
Evidentemente no. Perché nella lunga conferenza stampa del 5 ottobre Onorevoli e consulenti hanno fatto a gara per chi la sparava più grossa contro il sistema di Tutela dei Minorenni.
Eppure, anche in questa lunga conferenza stampa non si è mai parlato di comunità. Nella pagina di Radio Radicale dove è possibile ascoltarla[12], vengono segnalati ben 22 argomenti[13] trattati nelle 2 ore di collegamento. Ma tra questi le comunità non compaiono…
Di cosa si è parlato in questa conferenza stampa? Di affido sine die, di articolo 403, rito camerale, ascolto dei minori, contraddittorio, addirittura di sindrome da alienazione parentale.
Che responsabilità hanno le comunità su questi argomenti?
Sono i temi che da anni irritano una parte degli Avvocati che si occupano di Famiglia, e che vedono nella approvazione della recente Riforma del diritto processuale della famiglia una svolta positiva. Non a caso nella conferenza stampa si è parlato molto delle novità introdotte da questa scelta del Legislatore. La posizione della Commissione mi sembra ben espressa dal suo consulente Avvocato Morcavallo che, parlando della Riforma, sentenzia soddisfatto:” Alcuni Giudici Minorili hanno protestato, il che ci dice che la Riforma ha un suo profilo di virtù!”.
In effetti i Giudici Minorili non hanno solo protestato, ma hanno cercato in tutti i modi di interloquire con Parlamento e Ministero perché venissero prese in considerazione le opinioni di chi quella Riforma dovrà applicare. Ma non hanno ottenuto alcun ascolto. In questa sede non intendiamo soffermarmi sulla Riforma – legge 206/21 – sul cui contenuto peraltro abbiamo già avuto modo di esprimerci, limitandoci a richiamare la conclusione dell’ultimo comunicato stampa dell’Associazione Nazionale Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, che recita:” Una riforma reazionaria che “snatura” il sistema della giustizia minorile “per ragioni che nulla hanno a che vedere” con la tutela dei “soggetti più deboli” e che è del tutto “irrealizzabile”.
Ancora una volta le comunità diventano oggetto di aggressioni che nulla hanno a che fare con la funzione pubblica che ogni giorno sono chiamate a svolgere. I pochi punti davvero “dolenti” sollevati dalla Commissione (ad esempio quello della mancanza di un sistema di rilevazione dei dati, o il mancato recepimento da parte delle Regioni delle linee di indirizzo nazionali sulle comunità – dicembre 2017) sono sottolineati da molti anni dalle comunità stesse (e in tutti i report di monitoraggio dello stato di attuazione della CRC in Italia) che sono al limite parte lesa di queste inadempienze Istituzionali.
Tutto il resto del lavoro svolto dalla Commissione non riguarda le comunità, che sono diventate il terminale di un attacco al sistema di protezione dei Minorenni, guidato da persone che ritengono che lo Stato non debba mettere il naso in ciò che accade nelle Famiglie.
Dice bene Joëlle Long, grande esperta di Diritto Minorile, in una recente intervista a Vita:” Si passa dalla tutela prioritaria dell’interesse del minore a quella degli interessi della famiglia d’origine, dalla proclamazione del diritto del bambino a crescere in una famiglia al diritto dei genitori a crescere i propri figli. […] La narrazione oggi non infrequente che veda negli assistenti sociali e nei giudici minorili dei “ladri di bambini” si nutre dell’idea tradizionale che i panni sporchi vanno lavati in famiglia, al massimo nella famiglia allargata… fino al quarto grado. È stata invece una conquista di civiltà quella del riconoscimento del dovere dello Stato di intervenire per garantire ai minori cure adeguate nel caso di incapacità dei genitori. Così dice tra l’altro l’articolo 30 della nostra Costituzione”[14].
Chi sono le vere vittime di questa campagna di disinformazione sulle comunità e sul sistema di Tutela dei minorenni?
Questa campagna denigratoria è iniziata da una decina di anni. Si sono susseguite trasmissioni televisive che hanno raccolto in maniera acritica il racconto di famiglie con figli allontanati, e soprattutto quello dei loro avvocati, e hanno dipinto le comunità come terminale di un presunto “business sulla pelle dei bambini”. Niente naturalmente è stato mai verificato. Ma queste storie sono state confezionate in maniera affascinante, e hanno colpito al cuore le persone che le hanno ascoltate. Magistrati Minorili e Comunità non hanno saputo imbastire una risposta altrettanto suggestiva, nella convinzione di non voler esporre bambini e famiglie alla pubblica opinione. Fatto sta che la reputazione delle comunità, che pure lavorano molto meglio di un tempo proprio sulle cose che vengono loro contestate (il rapporto con le famiglie, ad esempio), ne ha fortemente risentito.
A pagare il conto sono innanzitutto le famiglie in difficoltà: seguendo la finta equivalenza “se sollevo un problema mi allontanano i figli”, molte famiglie hanno rinunciato a chiedere aiuto ai Servizi Sociali; con l’ovvia conseguenza di un aggravamento di situazioni alle quali si sarebbe potuto trovare rimedio.
A pagare il contro sono gli ospiti di comunità: un tempo dovevano difendersi solo dal pregiudizio sulle loro famiglie; oggi si trovano anche a dover giustificare il fatto che nelle comunità possono aver trovato una risposta di cui avevano bisogno.
Oggi, pagano il conto anche gli educatori: cresciuti in una rappresentazione così deteriorata delle comunità, non le considerano più un luogo di lavoro appassionante; con ciò – credeteci – perdendo una grandissima occasione!
E certamente quest’ultimo aspetto lo pagano le comunità, che stanno chiudendo a causa della carenza di personale.
Con ciò non danneggiando il presunto business (che, dev’essere chiaro a tutti, non esiste: le comunità quando va bene sono in pari), ma privando bambini e adolescenti in difficolta di una opportunità che si è rivelata importantissima per molti minorenni e neomaggiorenni.