Costruire Prossimi Futuri

Immaginare il futuro non è mai stato semplice. Negli ultimi anni, segnati da crisi globali, pandemie e cambiamenti sociali accelerati, questa sfida è diventata ancora più evidente. Noi scegliamo di affrontarla insieme.

Ingranaggi: scoprire la forza dell’interdipendenza

Gli ingranaggi sono il primo passo verso il futuro: come in un grande orologio, ogni meccanismo funziona solo perché entra in relazione con gli altri. Così è per la società: nessuno si salva da solo, e questa consapevolezza è diventata ancora più chiara negli anni della pandemia.
Il festival ci ricorda che il bene può essere solo comune, e che la convivenza va manutenuta con cura, giorno dopo giorno con sforzo, capacità di ascolto, mediazione e soprattutto apertura all’altro. Durante gli incontri di questa tappa, i racconti di operatori sociali, famiglie e cittadini hanno fatto emergere quanto la vita di comunità sia fatta di piccole alleanze quotidiane. Ogni sguardo e gesto di aiuto diventa un componente dell’ingranaggio che permette al tutto di funzionare.

Abbiamo lavorato sul tema della comunicazione e della mediazione, mostrando come la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa indispensabile per immaginare società future più eque e resilienti. Abbiamo proiettato il film “Io capitano” per ricordarci le radici delle traiettorie che tessono le nostre comunità, costruite da ingranaggi, in cui la forza è nella relazione e mai nell’isolamento.

Lieviti: la fragilità come terreno fertile di incontro

Se gli ingranaggi sono il sistema che ci tiene insieme, i lieviti sono ciò che permette la trasformazione. Invisibile, piccolo, apparentemente fragile ma, se incontra le condizioni giuste, il lievito fa crescere la vita, la ossigena e la amplifica. Allo stesso modo, le fragilità condivise diventano luoghi di incontro e di futuro.

Nelle giornate dedicate a questa parola chiave, la riflessione è partita dal riconoscere la vulnerabilità come esperienza universale: tutti, prima o poi, viviamo momenti di fatica, transitori o permanenti. Non sempre sono malattie diagnosticate; spesso sono crepe che ci rendono più umani, spazi dove può nascere la cura reciproca.

La serata con Telmo Pievani, filosofo della scienza e divulgatore, è stata uno dei momenti più intensi del festival. Con parole semplici ma profonde, Pievani ha ricordato come la fragilità non sia un difetto da nascondere, ma una condizione naturale di ogni forma vivente che permette lo scatto evolutivo, proprio in una specie come la nostra, quella dell’Homo Sapiens, che nasce bisognosa di tutto e, proprio per questo, è estremamente propensa all’apprendimento. È la fragilità che ci rende capaci di cooperare, di prenderci cura, di trovare senso nell’incontro.

In un mondo che spesso esalta la competizione e la performance, questa riflessione diventa rivoluzionaria: la vulnerabilità può essere generativa, capace di creare legami che trasformano.

A dare concretezza a queste parole è stato il laboratorio sul tempo della cura con Marie Moise, filosofa e attivista, che ha invitato i partecipanti a interrogarsi su come viviamo e condividiamo il tempo della cura. Prendersi cura di sé e degli altri non è solo un dovere morale ma un atto di cittadinanza, un modo per abitare il mondo insieme. Dal laboratorio sono emerse immagini e pensieri che raccontano una comunità capace di rallentare, di osservare i bisogni reciproci e di trasformare la fragilità in energia sociale.

In questo senso, i lieviti del festival non sono metafore astratte, bensì esperienze reali di attenzione e prossimità che, come il lievito in un impasto, lavorano silenziosamente predisponendo la capacità di cambiamento.

Mappe: imparare a navigare l’imprevisto

Il viaggio di PROSSIMI FUTURI si è infine concluso a Bergamo con la terza parola chiave: mappe.
Viviamo in un’epoca di mutamento continuo: crisi climatiche, innovazioni tecnologiche, conflitti globali e cambiamenti sociali rapidi hanno reso evidente che le vecchie mappe non bastano più. Le coordinate con cui eravamo abituati a leggere il mondo si scompigliano e serve il coraggio di disegnare nuove mappe nuove.

Ma come se ne costruiscono di nuove in un territorio che cambia di continuo?
Durante il festival è emersa la necessità di fare domande coraggiose, aperte, capaci di accogliere la complessità senza cercare risposte rigide. L’imprevisto non va solo temuto, ma compreso e abitato, come possibilità di crescita e di immaginazione. La professoressa Nausicaa Pezzoni, con il suo lavoro sulle città e gli immaginari dei migranti di primo approdo, ha sollecitato la riflessione rispetto al sapere integrare vissuti e sguardi altri, talvolta periferici, che sfidano le prospettive consuete e allargano la possibilità di vivere gli spazi urbani.

In questo percorso, lo sguardo dei più giovani è stato fondamentale.
Ragazzi e ragazze hanno partecipato a laboratori creativi e riflessivi, portando la loro capacità di sognare un futuro ancora abbondante di possibilità. Le loro mappe non sono solo geografiche, ma emotive e sociali: disegnano reti di cura, visioni ecologiche, desideri di giustizia e inclusione dove la differenza è riconosciuta e accolta.

PROSSIMI FUTURI ha dimostrato che tracciare mappe non è mai un gesto individuale: serve il contributo di tutti, perché il futuro è uno spazio condiviso in cui ogni scelta personale abbia risonanze collettive e in cui il bene comune germogli nello spazio.

È stato un esercizio di immaginazione collettiva che ha dato voce a chi lavora ogni giorno nelle comunità e messo in dialogo esperti e cittadini appartenenti a generazioni diverse. In un mondo che cambia rapidamente, PROSSIMI FUTURI lascia la certezza che ogni domani possibile nasce dall’attenzione al presente e dalla capacità di costruire insieme.

È questa la filosofia di PROSSIMI FUTURI, il festival promosso dal Gruppo AEPER, che ha attraversato la provincia di Bergamo tra il 2024 e il 2025, come un viaggio collettivo, toccando luoghi, comunità e storie differenti. Un percorso fatto di incontri, riflessioni e laboratori, guidato da tre parole chiave che disegnano un sentiero condiviso verso il domani: ingranaggi, lieviti e mappe.

Oltre il carcere, oltre la disuguaglianza

Per un welfare che studia, cura e costruisce futuro: il ruolo del terzo settore e l’esperienza di Fondazione Arché.

I bambini e le bambine non dovrebbero mai stare negli istituti penitenziari. Punto”.
C’è un luogo dove si incontrano tutte le disuguaglianze che attraversano il nostro tempo: il carcere. Un luogo fisico, ma anche simbolico, in cui il disagio sociale viene confinato, nascosto, e molto spesso condannato due volte. Non è un caso se i detenuti sono, in grande maggioranza, persone con una storia di marginalità economica, educativa, affettiva. Non è un caso se le donne in carcere sono per lo più vittime prima ancora che autrici di reato. E non è un caso, soprattutto, se tra quelle mura vivono ancora bambini: figli di madri detenute, ai quali è negato il diritto più elementare, quello di crescere in un ambiente libero, sano e accogliente.

Per questo, parlare di carcere significa trattare del cuore delle politiche sociali, mettere al centro il tema del futuro: il futuro delle persone, delle comunità, del welfare stesso. La domanda principale non deve essere solo “cosa fare per chi è in carcere?” ma piuttosto: “Quale tipo di futuro stiamo rendendo possibile per le persone private della libertà
e per i loro figli?”

Secondo il XXI Rapporto di Antigone il sistema carcerario italiano è in grave sofferenza. I detenuti sono oltre 62.000 a fronte di una capienza reale di poco più di 47.000 posti, con un tasso di sovraffollamento nazionale del 132,6%, che supera il 200% in istituti come San Vittore a Milano e Canton Mombello a Brescia. Questo significa celle strette, assenza di privacy, spazi comuni inadeguati e, più di tutto, assenza di prospettive.

Le operatrici di Arché impegnate in Cascina Cuccagna in un progetto dell’Area Carcere

A questa situazione si aggiunge la fragilità del sistema trattamentale: molte persone detenute non hanno accesso a percorsi formativi, educativi o lavorativi. In questo vuoto si inserisce l’altro dato drammatico del 2024: ben 91 suicidi in carcere, una persona ogni quattro giorni. Un numero mai raggiunto prima, che racconta il grado di solitudine, angoscia e disperazione che si vive dietro le sbarre.

Come Fondazione Arché, insieme ad altre realtà del CNCA, abbiamo incontrato più volte questa realtà. Operando con donne e bambini negli istituti penitenziari abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia difficile progettare un domani per chi è privato della libertà. Eppure è proprio lì, in quel punto apparentemente morto, che bisogna seminare il futuro.

Tra i nodi più delicati c’è quello della genitorialità reclusa. In Italia le madri detenute con figli piccoli possono accedere agli Istituti a Custodia Attenuata per Madri (Icam) pensati per garantire una detenzione meno impattante sui bambini. Ma questi istituti sono ancora troppo pochi, mal distribuiti sul territorio, spesso carenti di servizi strutturati.

Eppure un bambino che cresce in carcere, per quanto accompagnato, è un bambino che vede compromesso il suo sviluppo. È un’infanzia privata della possibilità di esplorare liberamente, di costruire relazioni al di fuori del perimetro ristretto di un’istituzione. Un bambino che rischia di interiorizzare come “normale” un contesto che normale non è.

Per questo, Fondazione Arché ha scelto di intervenire non solo con progetti educativi e relazionali, ma anche con una forte presa di parola pubblica. Crediamo che ogni intervento sociale debba essere anche uno sguardo sul futuro. Perché accompagnare una madre in carcere significa anche contribuire alla possibilità di un’esistenza diversa, più libera, più giusta, per lei e per suo figlio.

Nel solco del pensiero di Carlo Maria Martini, che ci ha insegnato che la carità non deve mai umiliare chi la riceve, ma deve restituire dignità, come Arché abbiamo scelto di accompagnare il nostro agire con lo studio delle cause. Non si combattono le disuguaglianze solo con l’assistenza: bisogna comprenderle, analizzarle, restituirle alla dimensione politica, sistemica, culturale.

Con questo spirito che è nato il volume “Madri detenute – dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociale sociopolitica”, pubblicato nel 2025 da La Vita Felice e scritto da Valentina De Fazio, educatrice di Arché. Il libro, frutto di anni di esperienza diretta, raccoglie dati, testimonianze e riflessioni su cosa significa essere madri in carcere oggi in Italia ed è soprattutto un documento che guarda al futuro, offrendo piste di trasformazione reali, concrete, necessarie.

Il futuro del welfare non potrà basarsi su modelli assistenzialisti, frammentari o emergenziali.

Serve un cambio di paradigma, un welfare che progetti, che sappia lavorare insieme alle istituzioni e che sia capace di immaginare un’alternativa, anche dove oggi sembra impossibile.

Il terzo settore, in questo, ha un ruolo decisivo: essere spazio di pensiero e di proposta, non solo di esecuzione. Serve una nuova stagione di coprogettazione, in cui le realtà sociali siano riconosciute come portatrici di visione. E poi serve il coraggio di prendere scelte radicali.

Una politica penale davvero orientata al futuro dovrà ridurre drasticamente il ricorso alla detenzione per reati minori, investire in misure alternative, rafforzare gli Icam -che sono comunque un modello ampiamente superabile- e le comunità educative, formare personale educativo e psicosociale all’interno delle carceri. Non per “buonismo” ma perché è l’unico modo razionale e umano per interrompere il ciclo dell’esclusione.

Il carcere, oggi, è uno dei principali produttori di recidiva, dato che si aggira intorno al 70%. Dove non c’è fiducia, progettualità, accompagnamento, non può esserci futuro.

“Può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”. Lo scriveva Adriano Sofri, ricordandoci che la responsabilità è sempre collettiva.

Se vogliamo un futuro diverso per le persone più fragili, dobbiamo iniziare oggi con scelte, parole e azioni. Come Arché, continueremo a muoverci su questa linea sottile tra cura e pensiero, tra intervento concreto e riflessione sociale. Perché ogni madre, ogni bambino, ogni persona che ha sbagliato, abbia diritto a essere pensata non per quello che è stata, ma per ciò che può diventare.

Solo così, costruiremo un welfare all’altezza delle sfide future, che non escluda, non umili, ma accompagni le persone con fiducia nel domani.

Simone Zambelli
Assistente Sociale

Fondazione Arché nasce nel 1991 su ispirazione di padre Giuseppe Bettoni, e si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura a Milano, a Roma e a San Benedetto del Tronto. A Milano, attraverso Casa Carla a Porta Venezia e Casa Adriana a Quarto Oggiaro, e a Roma, attraverso Casa Marzia, ospita mamme e bambini con problematiche legate a maltrattamenti, immigrazione, disagio sociale e fragilità personale e offre alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà attraverso i suoi appartamenti. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce il sostegno dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura.