Sosteniamo la rilevazione “Tutti contano” sulle persone senza dimora

Un’iniziativa per orientare politiche pubbliche più strutturate per le persone senza dimora

Milano, 27 gennaio 2026 – Il Cnca Lombardia sostiene e incoraggia la Rilevazione nazionale “Tutti contano”, promossa da Istat e realizzata dalla Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD). Un’iniziativa fondamentale per restituire una fotografia realistica del fenomeno delle persone senza dimora e per orientare le politiche pubbliche, a livello locale e nazionale, verso interventi strutturali e coordinati, lontani da approcci emergenziali o esclusivamente orientati alla visibilità e alla sicurezza.

La rilevazione, avviata lunedì 26 gennaio e attiva fino a giovedì 29, coinvolge 14 città italiane e ha l’obiettivo di raccogliere dati quantitativi e qualitativi aggiornati sulle persone che vivono in strada. L’indagine prevede una conta visiva notturna delle persone che dormono in strada, nei dormitori e nelle strutture di accoglienza, affiancata da interviste di approfondimento attraverso la somministrazione di questionari a un campione selezionato. Particolare attenzione è riservata ai temi della salute e alle condizioni delle donne senza dimora.

La componente femminile rappresenta infatti una minoranza ancora poco studiata all’interno del fenomeno dell’homelessness. «Al momento non esistono ricerche che quantifichino con precisione quante donne vivano in strada – spiega Eleonora Del Fabbro della Fondazione Somaschi – ma sappiamo con certezza che corrono rischi maggiori rispetto agli uomini, perché ai pericoli tipici della vita in strada si aggiunge la violenza di genere».

Per rispondere a questa esigenza, Fondazione Somaschi, realtà aderente al Cnca Lombardia, gestisce un centro diurno che ogni giovedì offre interventi ricreativi e sanitari alle donne senza dimora e, quando necessario, le orienta verso i Centri antiviolenza. «Gli episodi di aggressione non sono messi in atto solo da sconosciuti, ma anche dai partner con cui convivono. Tra le 10 e le 15 donne che accogliamo ogni settimana, quasi tutte hanno subito episodi di violenza».

Gli interventi di sostegno rivolti alle persone senza dimora restano tuttavia estremamente complessi, a causa della sovrapposizione di molteplici fragilità. Alla mancanza di una casa si affiancano spesso dipendenze da sostanze o alcol, disagio psichico, barriere linguistiche nel caso di persone straniere e condizioni di salute compromesse, che la vita in strada tende ad aggravare ulteriormente. Come evidenziato dall’ultimo rapporto di fio.PSD, La strage invisibile, nel 2025 sono morte in strada 414 persone, con un’età media di 46,3 anni, a fronte di un’aspettativa di vita della popolazione italiana pari a 81,9 anni.

Per questo le organizzazioni aderenti al Cnca Lombardia – tra cui Fondazione Somaschi, Cooperativa Lotta contro l’emarginazione e Progetto Arca – partecipano al tavolo di coprogettazione sulla grave marginalità adulta del Comune di Milano, con l’obiettivo di costruire una rete capace di offrire risposte sinergiche e coordinate ai diversi bisogni. «Nelle persone senza dimora assistiamo a una convergenza di marginalità che a Milano risulta ancora più evidente per l’elevato numero di persone che qui si concentrano, attratte dalla presenza di servizi, reti informali e opportunità lavorative – osserva Tiziana Bianchini della Cooperativa Lotta contro l’emarginazione –. Il nostro obiettivo è costruire percorsi individualizzati che partano dall’accoglienza notturna e arrivino all’aggancio con i servizi territoriali».

Un approccio coordinato che rifiuta interventi basati su logiche di decoro urbano, sicurezza o sgomberi, come quello avvenuto il 18 dicembre scorso alla Stazione Milano Tibaldi, finalizzato unicamente a produrre visibilità immediata senza affrontare le cause strutturali dell’emarginazione.

Siamo animali sociali

La Fondazione Somaschi, da oltre 500 anni, sull’esempio di San Girolamo Emiliani, offre accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili. Ai Padri Somaschi si sono aggiunti, nel tempo, educatori e volontari e nel 2011 è nata Fondazione Somaschi.

L’uomo si realizza attraverso le relazioni con l’altro e questo aspetto sta alla base di ogni tipo di azione pedagogica orientata in primo luogo alla persona.

Nasciamo e ci muoviamo nel mondo, fin da piccoli, con la necessità di creare reti e legami formali e informali che ci permettano di realizzare i nostri obiettivi di vita, personali, lavorativi,… Risulta quindi impensabile procedere e raggiungere risultati senza che ognuno possa concorrere con il proprio bagaglio di esperienze, strumenti e risorse.

Chi lavora nel sociale conosce molto bene la parola “rete”, che in senso stretto e professionale può essere definita come l’insieme di servizi che hanno in carico la persona che per un motivo o per l’altro si trova a dover affrontare anche un momento della vita di enorme complessità. Di uguale importanza parliamo di “rete” anche riferendoci a un contesto più informale, famigliare, amicale e di supporto interpersonale.

Sarebbe tuttavia da interrogarsi su diversi aspetti: in primo luogo la rete informale dovrebbe essere considerata di pari importanza a quella formale. Non è sufficiente infatti fornire strumenti se poi l’individuo si trova a gestirli nella propria solitudine e abbandono. La cura dell’individuo nella sua totalità, che tende a un concetto di benessere, non può prescindere dalla cura del contesto e dalle relazioni in cui poi si trova inserito; quante volte ci siamo resi conto che la solitudine danneggia le persone, ancora di più di un problema economico o di mancanza di risorse concrete.

Il concetto di rete non deve però essere solo la somma di professionisti e istituzioni che mettono in campo servizi, risorse e strumenti, che mantengono il proprio campo di intervento e la specifica responsabilità, bensì si dovrebbe sempre più tendere a considerarsi come un corpo unico che interagisce per raggiungere la forma migliore di supporto in ottica di lavoro condiviso e progettualità.

In un mondo in cui la solitudine e l’individualismo sono alla base delle problematiche psicosociali di una persona, diventa questo il focus centrale nell’intervento di rete e di attenzione e cura.

Martina Ziglioli
Responsabile Casa Rifugio Antigone
Fondazione Somaschi Onlus

Il valore dei piccoli passi

Forse è arrivato il momento in cui tutto diventa buio e non ci sarà più posto per vedere la luce e i colori.

Forse il mondo sta correndo in una direzione che non è quella che abbiamo sempre sperato.

Forse il domani è sempre più pericoloso e tremendamente terribile.

Forse la bellezza sta svanendo e non c’è più posto per dirsi “ne vale la pena”.

Forse siamo “a corto di bellezza”. Forse non possiamo più sostenere che “la bellezza salverà il mondo”.

Dico forse perché tra le pieghe sottili di un mondo autocentrato, individualista e consumista rimane un piccolo porto che raccoglie e accoglie storie e narrazioni che navigano controvento, controcorrente. Zattere ricolme di uomini e donne che continuano incessantemente a… sperare.

Si vuole credere speranzosi che «la bellezza salverà il mondo» non in quanto visionari, ma in qualità di educatori, interessati al dover essere, a progettare nuove modalità di vita, ad orientare l’azione verso la costruzione di mappe sempre più ambiziose, impegnati a favorire forme di dialogo in cui vi possa essere sviluppo umano e progresso sociale mediante il confronto, la condivisione e lo scambio di significati.

La bellezza, allora, per me, esiste, resiste e continuerà fino a quando saremo in grado di dichiararci “tutori di speranza”, qualunque sia il luogo o il progetto in cui chiamati a rispondere. In questa dichiarazione sta la potenza della bellezza del lavoro educativo. E i “forse” rimarranno, ma i porti si moltiplicheranno.

Giulia, educatrice per Fondazione Somaschi Onlus

La parola educare può essere accostata a servire e accompagnare: l’educatore c’è, notte e giorno, e questa presenza è la più tangibile testimonianza che è unicamente un lavoro di passione. Incontrare tante persone con le proprie culture, tradizioni, caratteri ed interessi diversi mi affascina e coinvolge: scoprire le molteplici varietà è sempre un arricchimento.

Amo questo lavoro perché mi permette di scontrarmi ogni giorno con la libertà dell’altro che è caratterizzata da tante sfumature di colori e ciò mi obbliga a spostare la mia posizione per avvicinarmi a loro.

Elena, educatrice per Fondazione Somaschi Onlus

Il bello di fare l’educatrice è un insieme di petali profumati. È non annoiarsi mai: c’è sempre un imprevisto, un nuovo ingresso, una chiamata da gestire, una sorpresa.

È crescere nella capacità di ascoltare, assaporare l’attesa che fa maturare scelte importanti. È cadere, sbagliare, sentirsi fallite. È scoprire a posteriori che il percorso finito bruscamente ha lasciato segni importanti perché ha permesso all’altrə di sentirsi vistə, accoltə, ascoltatə anche quando dicevamo cose scomode.

È valorizzare i piccoli passi, riscoprire se stesse insieme alle persone con cui lavoriamo, imparare da loro e dalla vita.

Elisa, educatrice per Fondazione Somaschi Onlus

La Fondazione Somaschi, da oltre 500 anni, sull’esempio di San Girolamo Emiliani, offre accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili. Ai Padri Somaschi si sono aggiunti, nel tempo, educatori e volontari e nel 2011 è nata Fondazione Somaschi.