Costruire Prossimi Futuri

Immaginare il futuro non è mai stato semplice. Negli ultimi anni, segnati da crisi globali, pandemie e cambiamenti sociali accelerati, questa sfida è diventata ancora più evidente. Noi scegliamo di affrontarla insieme.

Ingranaggi: scoprire la forza dell’interdipendenza

Gli ingranaggi sono il primo passo verso il futuro: come in un grande orologio, ogni meccanismo funziona solo perché entra in relazione con gli altri. Così è per la società: nessuno si salva da solo, e questa consapevolezza è diventata ancora più chiara negli anni della pandemia.
Il festival ci ricorda che il bene può essere solo comune, e che la convivenza va manutenuta con cura, giorno dopo giorno con sforzo, capacità di ascolto, mediazione e soprattutto apertura all’altro. Durante gli incontri di questa tappa, i racconti di operatori sociali, famiglie e cittadini hanno fatto emergere quanto la vita di comunità sia fatta di piccole alleanze quotidiane. Ogni sguardo e gesto di aiuto diventa un componente dell’ingranaggio che permette al tutto di funzionare.

Abbiamo lavorato sul tema della comunicazione e della mediazione, mostrando come la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa indispensabile per immaginare società future più eque e resilienti. Abbiamo proiettato il film “Io capitano” per ricordarci le radici delle traiettorie che tessono le nostre comunità, costruite da ingranaggi, in cui la forza è nella relazione e mai nell’isolamento.

Lieviti: la fragilità come terreno fertile di incontro

Se gli ingranaggi sono il sistema che ci tiene insieme, i lieviti sono ciò che permette la trasformazione. Invisibile, piccolo, apparentemente fragile ma, se incontra le condizioni giuste, il lievito fa crescere la vita, la ossigena e la amplifica. Allo stesso modo, le fragilità condivise diventano luoghi di incontro e di futuro.

Nelle giornate dedicate a questa parola chiave, la riflessione è partita dal riconoscere la vulnerabilità come esperienza universale: tutti, prima o poi, viviamo momenti di fatica, transitori o permanenti. Non sempre sono malattie diagnosticate; spesso sono crepe che ci rendono più umani, spazi dove può nascere la cura reciproca.

La serata con Telmo Pievani, filosofo della scienza e divulgatore, è stata uno dei momenti più intensi del festival. Con parole semplici ma profonde, Pievani ha ricordato come la fragilità non sia un difetto da nascondere, ma una condizione naturale di ogni forma vivente che permette lo scatto evolutivo, proprio in una specie come la nostra, quella dell’Homo Sapiens, che nasce bisognosa di tutto e, proprio per questo, è estremamente propensa all’apprendimento. È la fragilità che ci rende capaci di cooperare, di prenderci cura, di trovare senso nell’incontro.

In un mondo che spesso esalta la competizione e la performance, questa riflessione diventa rivoluzionaria: la vulnerabilità può essere generativa, capace di creare legami che trasformano.

A dare concretezza a queste parole è stato il laboratorio sul tempo della cura con Marie Moise, filosofa e attivista, che ha invitato i partecipanti a interrogarsi su come viviamo e condividiamo il tempo della cura. Prendersi cura di sé e degli altri non è solo un dovere morale ma un atto di cittadinanza, un modo per abitare il mondo insieme. Dal laboratorio sono emerse immagini e pensieri che raccontano una comunità capace di rallentare, di osservare i bisogni reciproci e di trasformare la fragilità in energia sociale.

In questo senso, i lieviti del festival non sono metafore astratte, bensì esperienze reali di attenzione e prossimità che, come il lievito in un impasto, lavorano silenziosamente predisponendo la capacità di cambiamento.

Mappe: imparare a navigare l’imprevisto

Il viaggio di PROSSIMI FUTURI si è infine concluso a Bergamo con la terza parola chiave: mappe.
Viviamo in un’epoca di mutamento continuo: crisi climatiche, innovazioni tecnologiche, conflitti globali e cambiamenti sociali rapidi hanno reso evidente che le vecchie mappe non bastano più. Le coordinate con cui eravamo abituati a leggere il mondo si scompigliano e serve il coraggio di disegnare nuove mappe nuove.

Ma come se ne costruiscono di nuove in un territorio che cambia di continuo?
Durante il festival è emersa la necessità di fare domande coraggiose, aperte, capaci di accogliere la complessità senza cercare risposte rigide. L’imprevisto non va solo temuto, ma compreso e abitato, come possibilità di crescita e di immaginazione. La professoressa Nausicaa Pezzoni, con il suo lavoro sulle città e gli immaginari dei migranti di primo approdo, ha sollecitato la riflessione rispetto al sapere integrare vissuti e sguardi altri, talvolta periferici, che sfidano le prospettive consuete e allargano la possibilità di vivere gli spazi urbani.

In questo percorso, lo sguardo dei più giovani è stato fondamentale.
Ragazzi e ragazze hanno partecipato a laboratori creativi e riflessivi, portando la loro capacità di sognare un futuro ancora abbondante di possibilità. Le loro mappe non sono solo geografiche, ma emotive e sociali: disegnano reti di cura, visioni ecologiche, desideri di giustizia e inclusione dove la differenza è riconosciuta e accolta.

PROSSIMI FUTURI ha dimostrato che tracciare mappe non è mai un gesto individuale: serve il contributo di tutti, perché il futuro è uno spazio condiviso in cui ogni scelta personale abbia risonanze collettive e in cui il bene comune germogli nello spazio.

È stato un esercizio di immaginazione collettiva che ha dato voce a chi lavora ogni giorno nelle comunità e messo in dialogo esperti e cittadini appartenenti a generazioni diverse. In un mondo che cambia rapidamente, PROSSIMI FUTURI lascia la certezza che ogni domani possibile nasce dall’attenzione al presente e dalla capacità di costruire insieme.

È questa la filosofia di PROSSIMI FUTURI, il festival promosso dal Gruppo AEPER, che ha attraversato la provincia di Bergamo tra il 2024 e il 2025, come un viaggio collettivo, toccando luoghi, comunità e storie differenti. Un percorso fatto di incontri, riflessioni e laboratori, guidato da tre parole chiave che disegnano un sentiero condiviso verso il domani: ingranaggi, lieviti e mappe.

Oltre il carcere, oltre la disuguaglianza

Per un welfare che studia, cura e costruisce futuro: il ruolo del terzo settore e l’esperienza di Fondazione Arché.

I bambini e le bambine non dovrebbero mai stare negli istituti penitenziari. Punto”.
C’è un luogo dove si incontrano tutte le disuguaglianze che attraversano il nostro tempo: il carcere. Un luogo fisico, ma anche simbolico, in cui il disagio sociale viene confinato, nascosto, e molto spesso condannato due volte. Non è un caso se i detenuti sono, in grande maggioranza, persone con una storia di marginalità economica, educativa, affettiva. Non è un caso se le donne in carcere sono per lo più vittime prima ancora che autrici di reato. E non è un caso, soprattutto, se tra quelle mura vivono ancora bambini: figli di madri detenute, ai quali è negato il diritto più elementare, quello di crescere in un ambiente libero, sano e accogliente.

Per questo, parlare di carcere significa trattare del cuore delle politiche sociali, mettere al centro il tema del futuro: il futuro delle persone, delle comunità, del welfare stesso. La domanda principale non deve essere solo “cosa fare per chi è in carcere?” ma piuttosto: “Quale tipo di futuro stiamo rendendo possibile per le persone private della libertà
e per i loro figli?”

Secondo il XXI Rapporto di Antigone il sistema carcerario italiano è in grave sofferenza. I detenuti sono oltre 62.000 a fronte di una capienza reale di poco più di 47.000 posti, con un tasso di sovraffollamento nazionale del 132,6%, che supera il 200% in istituti come San Vittore a Milano e Canton Mombello a Brescia. Questo significa celle strette, assenza di privacy, spazi comuni inadeguati e, più di tutto, assenza di prospettive.

Le operatrici di Arché impegnate in Cascina Cuccagna in un progetto dell’Area Carcere

A questa situazione si aggiunge la fragilità del sistema trattamentale: molte persone detenute non hanno accesso a percorsi formativi, educativi o lavorativi. In questo vuoto si inserisce l’altro dato drammatico del 2024: ben 91 suicidi in carcere, una persona ogni quattro giorni. Un numero mai raggiunto prima, che racconta il grado di solitudine, angoscia e disperazione che si vive dietro le sbarre.

Come Fondazione Arché, insieme ad altre realtà del CNCA, abbiamo incontrato più volte questa realtà. Operando con donne e bambini negli istituti penitenziari abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia difficile progettare un domani per chi è privato della libertà. Eppure è proprio lì, in quel punto apparentemente morto, che bisogna seminare il futuro.

Tra i nodi più delicati c’è quello della genitorialità reclusa. In Italia le madri detenute con figli piccoli possono accedere agli Istituti a Custodia Attenuata per Madri (Icam) pensati per garantire una detenzione meno impattante sui bambini. Ma questi istituti sono ancora troppo pochi, mal distribuiti sul territorio, spesso carenti di servizi strutturati.

Eppure un bambino che cresce in carcere, per quanto accompagnato, è un bambino che vede compromesso il suo sviluppo. È un’infanzia privata della possibilità di esplorare liberamente, di costruire relazioni al di fuori del perimetro ristretto di un’istituzione. Un bambino che rischia di interiorizzare come “normale” un contesto che normale non è.

Per questo, Fondazione Arché ha scelto di intervenire non solo con progetti educativi e relazionali, ma anche con una forte presa di parola pubblica. Crediamo che ogni intervento sociale debba essere anche uno sguardo sul futuro. Perché accompagnare una madre in carcere significa anche contribuire alla possibilità di un’esistenza diversa, più libera, più giusta, per lei e per suo figlio.

Nel solco del pensiero di Carlo Maria Martini, che ci ha insegnato che la carità non deve mai umiliare chi la riceve, ma deve restituire dignità, come Arché abbiamo scelto di accompagnare il nostro agire con lo studio delle cause. Non si combattono le disuguaglianze solo con l’assistenza: bisogna comprenderle, analizzarle, restituirle alla dimensione politica, sistemica, culturale.

Con questo spirito che è nato il volume “Madri detenute – dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociale sociopolitica”, pubblicato nel 2025 da La Vita Felice e scritto da Valentina De Fazio, educatrice di Arché. Il libro, frutto di anni di esperienza diretta, raccoglie dati, testimonianze e riflessioni su cosa significa essere madri in carcere oggi in Italia ed è soprattutto un documento che guarda al futuro, offrendo piste di trasformazione reali, concrete, necessarie.

Il futuro del welfare non potrà basarsi su modelli assistenzialisti, frammentari o emergenziali.

Serve un cambio di paradigma, un welfare che progetti, che sappia lavorare insieme alle istituzioni e che sia capace di immaginare un’alternativa, anche dove oggi sembra impossibile.

Il terzo settore, in questo, ha un ruolo decisivo: essere spazio di pensiero e di proposta, non solo di esecuzione. Serve una nuova stagione di coprogettazione, in cui le realtà sociali siano riconosciute come portatrici di visione. E poi serve il coraggio di prendere scelte radicali.

Una politica penale davvero orientata al futuro dovrà ridurre drasticamente il ricorso alla detenzione per reati minori, investire in misure alternative, rafforzare gli Icam -che sono comunque un modello ampiamente superabile- e le comunità educative, formare personale educativo e psicosociale all’interno delle carceri. Non per “buonismo” ma perché è l’unico modo razionale e umano per interrompere il ciclo dell’esclusione.

Il carcere, oggi, è uno dei principali produttori di recidiva, dato che si aggira intorno al 70%. Dove non c’è fiducia, progettualità, accompagnamento, non può esserci futuro.

“Può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”. Lo scriveva Adriano Sofri, ricordandoci che la responsabilità è sempre collettiva.

Se vogliamo un futuro diverso per le persone più fragili, dobbiamo iniziare oggi con scelte, parole e azioni. Come Arché, continueremo a muoverci su questa linea sottile tra cura e pensiero, tra intervento concreto e riflessione sociale. Perché ogni madre, ogni bambino, ogni persona che ha sbagliato, abbia diritto a essere pensata non per quello che è stata, ma per ciò che può diventare.

Solo così, costruiremo un welfare all’altezza delle sfide future, che non escluda, non umili, ma accompagni le persone con fiducia nel domani.

Simone Zambelli
Assistente Sociale

Fondazione Arché nasce nel 1991 su ispirazione di padre Giuseppe Bettoni, e si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura a Milano, a Roma e a San Benedetto del Tronto. A Milano, attraverso Casa Carla a Porta Venezia e Casa Adriana a Quarto Oggiaro, e a Roma, attraverso Casa Marzia, ospita mamme e bambini con problematiche legate a maltrattamenti, immigrazione, disagio sociale e fragilità personale e offre alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà attraverso i suoi appartamenti. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce il sostegno dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura.

Da un’esperienza educativa a una responsabilizzante

APS I Tetragonauti è un’associazione formata da un gruppo di persone, professionisti e volontari, con competenze e titoli curricolari in ambito educativo pedagogico ed esperienza marinaresca. Scopo dell’Associazione è realizzare interventi e progetti socio-educativi rivolti a minori in situazione di disagio, di difficoltà e a persone con disabilità: singoli, gruppi e istituzioni che a vario titolo si occupino di problematiche ad essi attinenti.

Reti che si rinnovano per aiutare Marco a immaginare un futuro diverso

“Avevo provato un progetto in un maneggio, ma fare tutti i giorni quindici chilometri in bicicletta sotto il sole estivo era un problema, e poi ero terrorizzato dai cavalli, non ne avevo mai visto uno prima. Allora ho provato con i “100 giorni” in mare“, ma non ci avevo riposto tanta speranza. Pensavo: perché in tutta Italia dovrebbero accettare proprio me?”.

A parlare è Marco (n.d.: nome di fantasia), un ragazzo proveniente dal circuito penale minorile, alle spalle una storia familiare e personale travagliata e il desiderio di guardare al futuro con una nuova prospettiva. Si riferisce all’esperienza socio-educativa di tre mesi in barca a vela per adolescenti con un passato difficile organizzata da I Tetragonauti A.P.S., a cui lui ha partecipato grazie al progetto “A scuola per mare”, co-finanziato da Con i Bambini Impresa Sociale. Francesca, psicologa di Centro Koros A.P.S., associazione di Catania e partner di progetto, spiega come Marco è stato selezionato. 

“Marco ha origini straniere, proviene da un piccolo paesino in provincia di Palermo, un contesto di estrema povertà educativa e aveva commesso dei piccoli reati. Per questo l’Ufficio Servizi Sociali Minori ce lo aveva segnalato. Di solito cerchiamo di conoscere a fondo i ragazzi, gli educatori de I Tetragonauti vengono sul territorio e facciamo due mesi di preparazione per avvicinarli all’esperienza. In questo caso non c’è stato il tempo, quindi abbiamo chiesto consiglio alla direttrice del centro professionale per elettricisti che Marco stava frequentando e lei ci ha assicurato che nell’ultimo anno Marco era molto cambiato”.

È la storia, questa, di una collaborazione tra vari servizi di welfare e associazioni socio-educative che operano in diversi contesti sul territorio nazionale e che hanno lavorato assieme per dare una nuova prospettiva di vita a Marco.

“Arrivava da un territorio senza stimoli ed era consapevole che il suo problema principale era proprio il suo paese. Aveva voglia di scappare, ma non aveva mai avuto gli strumenti per farlo, né per immaginarsi un futuro diverso”, racconta Agnese, educatrice de I Tetragonauti.

Quando con Francesca (Centro Koros) dalla Sicilia ha preso prima il treno e poi l’aereo, per lui tutto è stato una prima volta. Parlava solo in dialetto, ma dopo una settimana in barca si relazionava già in italiano (ma anche in romano, ricorda Francesca) con gli altri ragazzi dell’equipaggio.

Quando è salito a bordo non sapeva nuotare, all’inizio nemmeno provava a fare il bagno ed era a disagio quando c’era bel tempo, poi lo ha fatto prima col salvagente, poi con la muta… Dopodiché ha iniziato un corso di immersione conseguendo il brevetto OVD.

Si è reso conto così che anche le cose che non conosceva potevano essere affascinanti. Non aveva mai letto un libro, ma sulla Lady Lauren, la barca de I Tetragonauti, c’è una piccola biblioteca e partendo dai libri per bambini ha iniziato a leggere, arrivando a pensare che “i libri sono come la droga, quando inizi non riesci più a smettere”.

“La più grande sfida dei 100 giorni – ricorda lui – è stata non fumare canne. Smettere di punto in bianco è stato difficile, ma mi ha aiutato che in barca c’è sempre qualcosa da fare per tenersi in movimento, anche solo cambiare il sapone nel bagno”.

Gli operatori de I Tetragonauti e di Centro Koros ricordano quanto fossero preoccupati per il suo ritorno in Sicilia. Inizialmente aveva ripreso ad andare a scuola e spesso aiutava il padre della sua nuova ragazza lavorando come barman. “Questo lo aiutava a non ubriacarsi” dice Francesca, “e ad immaginarsi nel mondo del lavoro”, spiega Agnese: “La sua difficoltà era accettare che il lavoro potesse essere anche faticoso, per questo in passato lo hanno affascinato attività magari illegali, ma poco affaticanti”.

Dopo qualche mese dal suo ritorno a casa Marco ha manifestato nuovamente il desiderio di lasciare la Sicilia e una nuova rete si è messa in moto per proporgli una nuova esperienza, più responsabilizzante, in occasione dell’ultima parte della sua messa alla prova da minorenne. La collaborazione decennale tra I Tetragonauti e Centro Koros ha permesso loro di pensare per Marco a un progetto individualizzato, con un calendario ben definito. 

Durante i 100 giorni di navigazione Marco aveva avuto modo di sviluppare una curiosità per il mondo della nautica, mettendosi a disposizione del comandante e cercando video su YouTube nell’ora in cui era permesso utilizzare il cellulare. In occasione della sua messa alla prova avrebbe continuato a nutrire questo interesse lavorando, durante la settimana in un cantiere nautico e svolgendo attività ricreative con i volontari de I Tetragonauti nel week-end.

Dopo le prime reticenze Marco ha colto l’opportunità. Oggi spiega che rispetto ai “cento giorni” la difficoltà più grande è stata per lui non avere più un educatore che ti dice, per esempio, di non bere. “Prima avevo dei limiti – dice – mentre ora cerco di tenere da solo dei limiti mentali”.

Oggi Marco cerca ancora di autogestirsi, perché grazie al successo dell’iniziativa, una volta terminata la messa alla prova per i reati commessi da minore, si è deciso di replicare la proposta per una nuova messa alla prova adulti per reati commessi prima di iniziare il suo percorso di navigazione. Koros e I Tetragonauti hanno quindi collaborato questa volta sia con UDEPE (l’Ufficio esecuzione generale esterna per adulti), che ha convalidato il progetto, sia con La Nave di Carta A.P.S., partner storico del territorio di La Spezia. 

Il mio obiettivo in cantiere è imparare più cose possibili – spiega – come si cambia un rubinetto, come funziona una barca, i vari tipi di vela, i nodi, ci sta un po’ di tutto… qui un po’ da tutti c’è da imparare, grazie a Francesca (n.d.: psicologa di Koros), ora mi spingo a parlare e raccontare cose, grazie a Marco (n.d.: de La Nave di Carta), so fare i nodi nautici, grazie a Massimo (n.d.: comandante de I Tetragonauti) ho imparato le differenze dei fondali”.

Agnese, de I Tetragonauti, spiega che nel corso del mese trascorso su Oloferne, la barca de La Nave di Carta, Marco ha svolto lavori di routine in cantiere, ma ha anche accompagnato studenti e ragazzi con disabilità durante escursioni giornaliere. La difficoltà più grande è stata per lui proprio la conoscenza quotidiana di nuove persone, perché ha sempre avuto difficoltà a relazionarsi con gli altri. Orgoglioso oggi di raccontare la sua storia, lui stesso ricorda la fatica ad aprirsi nei momenti di condivisione durante i “cento giorni”. In quell’occasione, durante la settimana di navigazione integrata prevista, aveva anche conosciuto ragazzi non vedenti e relazionarsi con loro era stato per lui una novità. 

Finito il mese con Nave di Carta Marco trascorrerà l’estate nuovamente con I Tetragonauti, svolgendo lavori su Inae (la nuova barca dell’associazione) e navigando con ragazzi con sindrome di down. Non ne ha mai conosciuti prima d’ora, una nuova avventura si prefigura all’orizzonte!

Fare rete come cura delle relazioni di comunità

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogno al centro del nostro pensiero e del nostro agire. Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.

Abbiamo a lungo riflettuto su cosa vuol dire “fare rete” per noi della Cooperativa Calabrone. Molte sono le domande legate a questo tema che ci poniamo nel nostro lavoro quotidiano: come facciamo in modo che le reti che costruiamo siano durature, superino i tempi contingentati di un progetto, riescano ad incidere significativamente sul territorio?

Anticipiamo che non abbiamo risposte certe, ma alcuni dei progetti a cui abbiamo contribuito in questi ultimi anni ci hanno permesso di mettere in campo sperimentazioni promettenti.

Vorremmo partire da due di questi progetti per provare ad offrire alcune riflessioni più generali: DAD Differenti Approcci Didattici (finanziato da Impresa Con i Bambini e Fondazione Cariplo, con capofila Fondazione della Comunità Bresciana), esperienza nata durante la pandemia di Covid 19 per affrontare la dispersione scolastica, e Tra Zenit e Nadir (finanziato da Impresa Con i Bambini, con capofila Istituto Don Calabria e partner CNCA), percorso di promozione della cultura riparativa.

Per alcuni versi questi due progetti sono molto diversi tra di loro: il primo riguarda l’ambito della formazione, mentre il secondo si rivolge ai minori autori di reato. Nonostante ciò, abbiamo rintracciato alcuni elementi comuni che ci interrogano sul nostro ruolo e su cosa significa “fare rete”.

Innanzitutto sono entrambi progetti che riguardano i giovani, se pure da prospettive diverse. In questi tempi in cui l’individualismo è culturalmente egemone si rischia di tornare a considerare il disagio giovanile come il frutto dei comportamenti devianti dei singoli, ma i ragazzi e le ragazze si nutrono in realtà di un contesto complesso che comprende i rapporti tra pari, quelli con gli adulti, con il territorio, con le istituzioni e quelli mediati dalla rete.

Intervenire dunque in questo contesto impone un approccio sistemico, dove gli accompagnamenti individualizzati si intrecciano con il confronto e la formazione rivolta a genitori, insegnanti, istituzioni per trovare nuovi modi di relazionarsi.

Un altro rischio, quando si affrontano tematiche legate ai giovani, è quello di un paternalismo implicito e involontario. Ecco che qui entriamo nel primo aspetto qualitativo del “fare rete”: i/le giovani non possono essere semplicemente utenti e fruitori di un servizio; se vogliamo che il nostro intervento duri e sia incisivo, allora devono essere partecipi e promotori della trasformazione. Dunque, il primo polo della rete non possono che essere loro, non come attori passivi del processo, ma come protagonisti. All’interno del progetto DAD uno degli assi portanti degli interventi è stato quello di valorizzare l’autonomia, la presa di responsabilità dei ragazzi e delle ragazze all’interno dei laboratori, degli Hub territoriali e delle scuole. Questo approccio ha permesso che le reti informali virtuali e reali tra giovani crescessero, si rafforzassero, trovando un loro spazio di azione pubblica comune. Non solo: l’accumulo di saperi, punti di vista e posture maturate nel rapporto con gli operatori e le operatrici, con le istituzioni ed il territorio più in generale ha contribuito alla durata di alcune esperienze nate in seno a DAD e proseguite dopo la fine del progetto.

Dunque, fare rete a volte vuol dire comprendere che è necessario aprire spazi di possibilità in cui le relazioni esistenti possano emergere e/o nuove relazioni possano costruirsi.

Ma il ruolo dell’adulto, degli operatori e delle operatrici, delle istituzioni e del territorio non scompare, anzi. Se i ragazzi e le ragazze sono al centro del nostro agire è l’intera comunità che deve prendersi carico della cura delle relazioni nuove che costruiamo. Nel progetto Tra Zenit e Nadir consideriamo il reato che il minore compie come una ferita per tutta la collettività, di cui la comunità è allo stesso tempo vittima e responsabile. Il lavoro di promozione della giustizia riparativa che facciamo vuole tendere a ricucire questa ferita, questo strappo. È un lavoro per certi versi culturale, atto a far comprendere che i comportamenti agiti dai ragazzi e dalle ragazze non sono slegati dal contesto in cui questi avvengono e dunque anche il lavoro di cura e di reinserimento non riguarda solo gli educatori ed i giovani coinvolti, ma l’intero territorio di riferimento. È qui dunque che diventa urgente un nuovo concetto del fare rete”, uno sguardo sistemico, dove i poli da attivare non sono solo quelli delle associazioni e delle cooperative che si occupano di giustizia riparativa. Crediamo che se è il territorio, la società nel suo intero a prendersi carico del minore autore di reato allora il rischio di una recidiva dopo il percorso di reinserimento sia molto minore; se favoriamo lo sviluppo di relazioni sociali e reti di supporto formali e informali forse riusciamo ad intervenire almeno in parte non sul fenomeno in sé, ma sulle sue cause.

Il fare rete, dunque, deve essere un atto trasformativo che interroga i nostri metodi di intervento, di cooperazione e confronto. All’interno di DAD i differenti approcci che abbiamo costruito non sono stati unicamente quelli educativi, ma anche nelle relazioni tra gli enti che partecipavano al progetto, che hanno colto la sfida di mettere in discussione metodi, relazioni e punti di vista non più in una dinamica competitiva, ma collaborativa e cumulativa di esperienze, saperi e domande diverse.

In conclusione, fare rete per noi oggi è favorire l’emersione e lo sviluppo di relazioni, di incontri, di possibilità e dunque di progetti, interventi e sguardi sulla realtà che siano trasformativi e che durino nel tempo, arrivando a marciare sulle proprie gambe.

Il potere delle vulnerabilità

Fondazione Arché Onlus accompagna i bambini e le famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce la cura dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura.

L’importanza del lavoro di rete per il benessere delle comunità

“È un super potere essere vulnerabili” canta Vasco Brondi, e queste parole risuonano profondamente quando si pensa all’importanza del lavoro di rete nel settore sociale. La vulnerabilità, spesso vista come una debolezza, può diventare una forza se supportata da una rete solida e interconnessa di enti e persone. Come Fondazione Arché, attraverso le nostre comunità mamma bambino, cerchiamo di rappresentare questa visione, dimostrando come il lavoro di rete possa trasformare vite e comunità.

Nel terzo settore il lavoro di rete tra vari enti è cruciale. La collaborazione tra organizzazioni non profit, istituzioni pubbliche, servizi sanitari, enti locali e altri attori del sociale crea un tessuto di supporto che amplifica l’efficacia degli interventi. Questo approccio collaborativo permette di affrontare le sfide sociali in modo più completo e integrato, rispondendo meglio alle esigenze complesse delle persone.

Ad esempio, nel contesto delle comunità mamma bambino gestite da Arché, il lavoro di rete con i servizi sociali garantisce che le madri e i loro bambini ricevano supporto continuativo e personalizzato. La cooperazione con le scuole, i servizi sanitari e altre organizzazioni del territorio facilita l’accesso a risorse essenziali e promuove il benessere complessivo delle famiglie coinvolte.

Oltre alle reti formali tra enti, le reti informali giocano un ruolo altrettanto cruciale. I legami di amicizia, familiari e di vicinato offrono un sostegno emotivo e pratico che completa l’intervento degli operatori professionali. Queste reti informali aiutano a costruire una comunità solidale, dove le persone si sentono connesse e supportate non solo da istituzioni, ma anche da relazioni personali significative.

In questo contesto il ruolo del volontariato emerge come fondamentale. I volontari non solo offrono tempo e competenze, ma creano anche legami umani preziosi, contribuendo a costruire un senso di appartenenza e comunità. Le storie delle mamme ospiti delle comunità Arché testimoniano spesso quanto queste relazioni possano essere trasformative.

Un esempio significativo della potenza del lavoro di rete è rappresentato dal recente caso di Anaya, una giovane madre africana di 23 anni. Anaya è arrivata a Milano dopo essere stata vittima della tratta. Accolta inizialmente in un centro Caritas in provincia di Lodi, è poi entrata in una Comunità di Fondazione Arché grazie ai Servizi Sociali comunali.

Appena arrivata in Comunità, Anaya era totalmente sfiduciata, e manifestava un comportamento aggressivo sia nei confronti delle altre mamme che degli educatori. Tuttavia, grazie all’assiduo lavoro di rete, Anaya ha iniziato un percorso di trasformazione che l’ha portata a crescere una maggiore fiducia in sé stessa e negli altri, pur mantenendo un carattere non semplice. Parallelamente, sua figlia Jamila, di 8 anni, che inizialmente non parlava e a tavola si limitava a indicare le posate, è stata seguita da un Servizio pubblico di neuropsichiatria infantile, ricevendo anche un prezioso supporto nei compiti da una nostra storica volontaria. Il ruolo dei volontari si è rivelato fondamentale nel garantire a Jamila un sostegno continuativo e personalizzato, aiutandola a diventare molto più socievole.

Parallelamente, una nostra educatrice ha fornito ad Anaya un importante supporto nel percorso di formazione e successivamente nella ricerca di un lavoro. Questo ha permesso ad Anaya di ottenere un impiego stabile in un laboratorio dolciario, un traguardo che ha recentemente festeggiato con la firma di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Contestualmente, Jamila ha ottenuto una promozione a pieni voti, segno del suo grande impegno e delle cure ricevute.

Questo successo è il risultato di un’efficace rete socioeducativa, dove diversi soggetti hanno collaborato sinergicamente per supportare Anaya e Jamila nel loro percorso verso l’autonomia. Ogni ingranaggio di questa rete, dalle istituzioni ai volontari, ha giocato un ruolo cruciale, dimostrando come l’unione di forze e competenze diverse possa davvero fare la differenza nella vita delle persone.

Il lavoro di rete, sia formale che informale, costruisce un welfare societario e comunitario che rende le città luoghi più coesi e solidali. Questa costruzione di solidarietà avviene sia nei piccoli centri che nelle grandi città come Milano, che, pur nella sua vastità, è un insieme di quartieri che possono diventare comunità vive e interconnesse.

Dalla Maggiolina a Quarto Oggiaro, due quartieri meneghini, l’esperienza di Arché dimostra che è possibile creare reti di supporto efficaci e umane anche in un contesto urbano complesso. La vulnerabilità, come suggerisce Vasco Brondi, diventa così un punto di forza quando viene accolta e sostenuta da una rete di relazioni solide e collaborative.

Il lavoro di rete è essenziale per costruire una società più giusta e inclusiva. Le reti tra enti del terzo settore, servizi sociali, volontariato e legami informali tra persone contribuiscono a creare un welfare comunitario che rende le città luoghi più accoglienti e solidali. Vorremmo esserne testimoni, superando gli egoismi che purtroppo ancora incrostano anche il terzo settore, dimostrarlo con il nostro impegno quotidiano, mostrando che insieme si può fare, davvero, la differenza.

Simone Zambelli
Fondazione Arché

Tante foto per mostrare la bellezza della diversità!

Cosper è una cooperativa sociale nata dalla fusione di tre storiche cooperative: Ginestra, Iride e Prontocura. Diamo risposte concrete ai bisogni delle persone, offrendo servizi per i minori e le loro famiglie, gli anziani e le persone non autosufficienti, creando reti di supporto sul territorio di Cremona.

Lavorare in rete significa fondarsi sul senso di corresponsabilità che deve accomunare i soggetti che incontrano e si interfacciano con le famiglie, in particolare quelle vulnerabili. Per questo è fondamentale progettare in modo che le famiglie non si sentano frammentate tra i vari servizi, bensì accompagnate in modo integrato da tutti gli attori del territorio che hanno un compito rispetto al loro sostegno.

Il confronto continuo costruisce relazioni funzionali rispetto ai progetti di vita delle famiglie e la comunità deve essere intesa come una trama (rete) di servizi che mette a disposizione risorse per mobilitare i potenziali o interrompere cicli di svantaggio sociale.

Siamo animali sociali

La Fondazione Somaschi, da oltre 500 anni, sull’esempio di San Girolamo Emiliani, offre accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili. Ai Padri Somaschi si sono aggiunti, nel tempo, educatori e volontari e nel 2011 è nata Fondazione Somaschi.

L’uomo si realizza attraverso le relazioni con l’altro e questo aspetto sta alla base di ogni tipo di azione pedagogica orientata in primo luogo alla persona.

Nasciamo e ci muoviamo nel mondo, fin da piccoli, con la necessità di creare reti e legami formali e informali che ci permettano di realizzare i nostri obiettivi di vita, personali, lavorativi,… Risulta quindi impensabile procedere e raggiungere risultati senza che ognuno possa concorrere con il proprio bagaglio di esperienze, strumenti e risorse.

Chi lavora nel sociale conosce molto bene la parola “rete”, che in senso stretto e professionale può essere definita come l’insieme di servizi che hanno in carico la persona che per un motivo o per l’altro si trova a dover affrontare anche un momento della vita di enorme complessità. Di uguale importanza parliamo di “rete” anche riferendoci a un contesto più informale, famigliare, amicale e di supporto interpersonale.

Sarebbe tuttavia da interrogarsi su diversi aspetti: in primo luogo la rete informale dovrebbe essere considerata di pari importanza a quella formale. Non è sufficiente infatti fornire strumenti se poi l’individuo si trova a gestirli nella propria solitudine e abbandono. La cura dell’individuo nella sua totalità, che tende a un concetto di benessere, non può prescindere dalla cura del contesto e dalle relazioni in cui poi si trova inserito; quante volte ci siamo resi conto che la solitudine danneggia le persone, ancora di più di un problema economico o di mancanza di risorse concrete.

Il concetto di rete non deve però essere solo la somma di professionisti e istituzioni che mettono in campo servizi, risorse e strumenti, che mantengono il proprio campo di intervento e la specifica responsabilità, bensì si dovrebbe sempre più tendere a considerarsi come un corpo unico che interagisce per raggiungere la forma migliore di supporto in ottica di lavoro condiviso e progettualità.

In un mondo in cui la solitudine e l’individualismo sono alla base delle problematiche psicosociali di una persona, diventa questo il focus centrale nell’intervento di rete e di attenzione e cura.

Martina Ziglioli
Responsabile Casa Rifugio Antigone
Fondazione Somaschi Onlus

L’esperienza della rete nel Centro Diurno Diffuso di Arimo

Arimo è una cooperativa sociale fondata nel 2003. Accoglie e accompagna verso l’autonomia lavorativa, abitativa, relazionale, emotiva, adolescenti in difficoltà. Gestisce comunità e appartamenti educativi per neomaggiorenni e per genitori e figli, realizza percorsi per l’inserimento lavorativo e attività di consulenza e formazione pedagogica.
Le sue attività sono tutte ispirate dal proposito di rompere il cerchio di un destino già scritto da contesti sociali emarginanti o da esperienze di fallimento e sopruso, per ristabilire diritti e per promuovere nei giovani il senso di responsabilità verso se stessi e verso la comunità.

Come Arimo abbiamo sempre considerato fondamentale, a livello educativo, il rapporto con la realtà – e dunque con la rete delle possibili relazioni territoriali – in quanto promotore di trasformazione e cambiamento. La dimensione sociale, quella della vita reale, è fondamentale per realizzare progetti che riescano a intercettare bisogni e problematiche degli adolescenti, agevolando o sbloccando il loro processo evolutivo,

In questa direzione, abbiamo ideato e stiamo sperimentando da qualche anno un servizio innovativo di presa in carico dei ragazzi a rischio di marginalità, servizio che nel lavoro di rete ha il punto di forza della sua visione e azione pedagogica: il Centro Diurno Diffuso – CDD (avviato all’interno del progetto Tra Zenit e Nadir sulla giustizia riparativa, finanziato da “Con i Bambini”).

Il nostro intento è quello di fare sintesi tra la non residenzialità dell’azione educativa e un’idea di intervento diurno e diffuso sul territorio, realizzato in un ambito sociale, attraverso un lavoro svolto con il coinvolgimento di una pluralità di attori.

Felipe

Felipe è uno dei molti ragazzi accolti. È arrivato da noi quando aveva diciassette anni. Nato in Italia, di origine sudamericana. Alto, forte, dava un’impressione di grande potenza fisica, alla quale però corrispondeva una altrettanto marcata fragilità e vulnerabilità interiore. È stato segnalato al nostro Centro dal Servizio sociale del Tribunale per i Minorenni di Milano.

Aveva commesso un reato pesante, una rapina aggravata, e aveva trascorso diversi mesi al carcere minorile Beccaria, prima di ricevere un provvedimento di messa alla prova.

Era stato disposto un collocamento in comunità. Felipe ha provato il dispositivo comunitario per due volte, senza riuscire a reggerlo. Si è fatto espellere entrambe le volte, mettendo in atto comportamenti aggressivi, rendendosi responsabile di illeciti, scatenando risse e rifiutando regole. Provocava gli educatori, rispondeva male, scappava, faceva costante uso di cannabinoidi, risultando sempre positivo ai test. La comunità educativa, in altre parole, non era lo strumento adatto per promuovere un suo recupero e raggiungere l’obiettivo pedagogico e giuridico della messa prova.

Perché il Centro Diurno Diffuso per Felipe

Felipe se ne andava dalla comunità e tornava a casa. La sua famiglia non poteva garantire da sola un presidio educativo. Il nucleo familiare, in quel momento, viveva in un contesto di housing sociale.

Felipe era una testa calda, se si può dire così. Un fratello maggiore in carcere, una sorella più grande con problemi psichiatrici e un fratello minore con una diagnosi di autismo. Una situazione molto difficile. Il padre un ingombrantissimo assente, lo ha anche cacciato di casa, insieme alla mamma, costringendoli per un periodo a vivere di espedienti.

La madre è una donna con grandi problemi di gestione del quotidiano. Felipe con lei ha un rapporto simbiotico. Hanno affrontato insieme le difficoltà più estreme.  Il legame di co-dipendenza con la madre era troppo forte perché Felipe potesse accettare il collocamento in comunità. Ha messo in atto tutto quello che era in suo potere per far fallire il progetto e tornare a casa da lei, unico tra i fratelli in grado di aiutarla, il solo che potesse “salvarla” – e lei, da parte sua, faceva affidamento su questo.

Il percorso di recupero stabilito dal Tribunale aveva bisogno di uno strumento diverso, più flessibile e allo stesso tempo più forte, per agganciare e sostenere la motivazione di Felipe. Il ragazzo doveva sentirsi non vincolato da una struttura così rigida come la comunità e vivere da protagonista le nuove esperienze che doveva affrontare. Su questo bisogno di autonomia si può far leva, educativamente, per generare responsabilità.

L’avvio del progetto

Felipe ha espresso da subito il bisogno di lavorare. Lavorare, guadagnare. Ha espresso anche il desiderio di riprendere a studiare. Ci ha poi spiegato che aveva commesso reati solo per soldi, spinto dal bisogno di un periodo di stenti, con la madre disoccupata.

Felipe aveva un grosso problema di gestione della rabbia e delle emozioni, una cosa su cui tutti gli attori coinvolti nel suo progetto hanno da subito iniziato a lavorare.

Il percorso

Il percorso di Felipe presso il nostro Centro è iniziato con un orientamento, sia sulla parte scolastica che su quella lavorativa. Mentre era rinchiuso al Beccaria, aveva partecipato a un corso di caffetteria. Dichiarava ambizioni molte alte, voleva addirittura diventare medico. Ma abbiamo deciso di partire da lì, dall’attività di barista, per vedere come avrebbe reagito.

Abbiamo trovato un esercizio adatto a lui, con un titolare molto presente, una figura caratterialmente importante per affidabilità, senso di sicurezza. Speravamo che Felipe si agganciasse a lui. All’inizio con le figure maschili aveva un grosso problema di fiducia, ma con quell’uomo è entrato subito in una relazione positiva. Un tirocinio che doveva durare due mesi in realtà è proseguito per sette mesi. Quel locale è stato una sorta di porto sicuro per il ragazzo.

La rete e i primi cambiamenti di Felipe

La rete di persone e organizzazioni che hanno lavorato con Felipe era composta dagli operatori istituzionali e da quelli attivi sul territorio. Il Servizio sociale, la psicologa, il Sert, gli educatori domiciliari, la scuola, gli imprenditori dei tirocini e noi del Centro. Tutti fortemente coinvolti nel progetto e in relazione tra loro.

All’inizio c’era anche un professore di riferimento nella scuola che Felipe aveva voluto tentare, un istituto a indirizzo commerciale, progetto poi abbandonato perché quella scuola era troppo impegnativa per poter essere gestita contemporaneamente al lavoro. Ora è iscritto a un corso da barman, ha sostenuto un colloquio per un nuovo tirocinio in un locale, questa volta sostenuto da una borsa lavoro. Con la prospettiva di essere finalmente in grado di aspirare a un’assunzione stabile.

Come funziona la rete

Il regista è sempre l’assistente sociale. Periodicamente facciamo degli incontri con tutti gli attori coinvolti, per avere uno sguardo sul ragazzo da prospettive differenti, valutare i risultati, ridefinire gli obiettivi. È uno scambio molto positivo.

Sentiamo regolarmente l’educatrice domiciliare, la psicologa, ovviamente l’assistente sociale e il datore di lavoro. Ci aggiorniamo costantemente. L’assistente sociale guida un progetto comune che viene portato avanti su più fronti. Ci confrontiamo con la psicoterapeuta. Che cosa sta emergendo? Quali sono le difficoltà che Felipe riporta e che potrebbero avere un valore anche rispetto al lavoro, alla scuola? E per il servizio domiciliare, invece: quali sono i temi legati alla famiglia che stanno emergendo? E quali sono i temi del lavoro, della scuola che possono essere connessi agli altri aspetti del percorso?

Inizialmente Felipe non realizzava la gravità di quello che aveva fatto. Non esprimeva minimamente né rimorso né senso di colpa. Non aveva la capacità di mettersi nei panni della vittima.

A un certo punto, però, entrando in relazione con altre persone, sia a scuola che, soprattutto, al lavoro, ha iniziato a riflettere e maturare. Sul posto di lavoro sono sorti momenti di confronto sulla reciprocità: quando fai qualcosa a qualcuno, devi pensare che quell’altro potresti essere tu.

È stato un punto di partenza che ha permesso a Felipe di iniziare a immaginare se stesso in altri ruoli, oltre a quello che aveva da sempre avuto. Questo sforzo di mettersi nei panni degli altri ha dato i suoi frutti, gli ha permesso di immaginare cosa significa avere a che fare con una persona che si approfitta della tua debolezza e, questo, lo ha portato a ripensare anche al suo ruolo nei contesti di marginalità che lo avevano portato al reato.

Tra poco andrà a lavorare in un nuovo bar. Gli è piaciuto molto il titolare, un ragazzo che si è fatto da solo. Abbiamo scelto per lui aziende guidate da persone che possono fargli un po’ da esempio. Persone che hanno messo su un locale da soli, non con i soldi di famiglia. Si sono date da fare, hanno fatto sacrifici per arrivare dove sono. Felipe è uscito dal colloquio dicendo: “Pensa che bello se un giorno io riuscirò ad aprire il mio locale e tu potrai portarmi dei ragazzi messi male come me, per fare delle esperienze e cambiare vita”.

Sempre sul piano della riparazione, Felipe all’inizio ha svolto attività di volontario con i ragazzi disabili al CRH. Ha fatto un accompagnamento ai ragazzi disabili, lui che ha un fratello disabile e una sorella con disagio psichico. Ha capito da subito che proprio per questo era importante che lo facesse.

Forse adesso sarebbe anche pronto a un incontro di riparazione con la vittima.

Tutto questo, siamo convinti, è il frutto di un dispositivo come il CDD che non si occupa solo di lavoro, di scuola, di orientamento, ma integra tutte le varie componenti che riguardano il percorso evolutivo di un giovane autore di reato, inserendolo in un tessuto sociale nuovo, fatto di relazioni significative. Affrontiamo la fragilità interiore con la psicoterapia e, allo stesso tempo, interveniamo sulla gestione della rabbia iscrivendolo a un corso di boxe. Gli effetti delle varie componenti del percorso e delle azioni dei diversi attori della rete si riversano sulle altre.

Felipe da poco ha fatto il passaggio agli appartamenti per l’autonomia. Il suo obiettivo ora è stabilizzarsi sulla parte lavorativa. Una volta che ci sarà riuscito, capiremo se ci sono margini per riprendere anche il percorso scolastico.

Il rapporto sviluppato sul territorio, in una relazione senza filtri con la realtà, ci ha consentito di vedere Felipe in forma molto libera, e a lui di vedere in modo molto libero noi e gli altri protagonisti del suo percorso. Sta facendo un’esperienza diretta del senso migliore della vita sociale, gettando le basi per quando dovrà viverci in piena autonomia.

Alberto Dal Pozzo, responsabile della comunità Terzo Spazio e del Centro Diurno Diffuso di Arimo

Lia Ferrario, tutor per l’autonomia di Arimo

La forza generativa dei legami: l’esperienza del lavoro in rete nel territorio di Sondrio

Partita dal contrasto ai processi di emarginazione negli anni ’80, Cooperativa Lotta è cresciuta, ha attraversato le sfide e le novità dei cambiamenti sociali e del welfare regionale e nazionale diventando una realtà multiforme che interviene nei settori delle dipendenze e consumi giovanili, salute mentale, disabilità, protagonismo giovanile, vulnerabilità sociale, maltrattamento, infanzia, immigrazione e tratta degli esseri umani, scuola, Hiv, penale minorile, esecuzione penale interna ed esterna.

Un piccolo raggio di sole cambia la temperatura e Giovanni se ne accorge subito. La notte è stata più fredda del solito. Con un po’ di resistenza si dirige verso il Drop-in. Non ci è mai stato. Gli è stato consigliato la sera prima da un ragazzo dei City Angels. Appena entra viene accolto da Patrick, l’operatore che gli offre un caffè e gli fa compilare diverse carte. Doccia calda. Maddalena, l’a.s. del Drop-in sente Margherita del Centro di Prima Accoglienza e fortunatamente c’è un posto. Questa sera si dorme al caldo.

Stazione di Sondrio, novembre, ore 16:30, 8 gradi celsius. Dal treno proveniente da Milano Centrale – perennemente in ritardo – scende Precious, 29 anni, nigeriana con la numerosa famiglia al seguito: Alvin di 3 anni, Melody di 5, Andrew di 6 e… un pancione di ormai 7 mesi. Precious si fa strada tra le persone che si accalcano per salire controllando a fatica i bimbi, rapiti dalla curiosità. Tre giorni dopo il telefono di Graziella (operatrice di Cooperativa Lotta) squilla. È l’assistente sociale del Comune di Sondrio, che le comunica di avere un caso da presentarle, e le chiede se sia possibile fare una valutazione come ente anti tratta. In pochi minuti racconta di Precious, arrivata in un pomeriggio autunnale a Sondrio.

La donna con i figli si è presentata in Questura per chiedere aiuto: non ha residenza in Italia, non sa dove dormire e cosa dare da mangiare ai suoi bambini, ha speso i suoi ultimi soldi per fuggire dalla Spagna e da un marito violento per tornare dopo molti anni in Italia, luogo dello sbarco e della richiesta di asilo. Dopo accesso in Pronto Soccorso per un piccolo problema del figlio piccolo, la famiglia è stata ospitata in via emergenziale presso un albergo. Claudia, l’assistente sociale, mi dice che una rete di aiuto sta iniziando a muoversi: la Croce Rossa sta provvedendo alla consegna dei pasti mentre il Centro Aiuto alla Vita fornisce i pannolini. I bisogni sono molti ma urgente è la necessità di ascolto per poter capire come aiutare al meglio queste persone. Iniziano quindi una serie di colloqui con Precious, emergono molte cose: un’infanzia disperata e interrotta, un viaggio dove viene venduta e sfruttata sessualmente…

La rete si allarga: Precious e i bambini conoscono la mensa sociale Immensa della città. Nasce il quarto figlio, la donna e i figli entrano in accoglienza di housing sociale, il progetto anti tratta la tiene agganciata territorialmente e continua il lavoro condiviso dell’équipe allargata in rete.

“Caffè?”

Max si avvicina al “ragazzo” brizzolato che da qualche giorno gira attorno alla stazione ma che non ha mai incontrato nelle uscite con l’Unità Mobile. Andrea non è di tante parole ma con il passare dei giorni si apre. È tornato in valle dopo anni di eccessi con alcool e sostanze. Poi la forte depressione…

Pronto, Giuliana? C’è un posto al container della Croce Rossa? C’è un ragazzo che avrebbe bisogno per qualche giorno perché vive in strada”.

Andrea è molto preoccupato perché non riesce a trovare un lavoro. Max lo accompagna al Centro Servizi Contrasto Povertà e qui le operatrici lo aiutano ad individuare un’offerta di lavoro che potrebbe fare al caso suo. Andrea non esita: invia il curriculum e dopo alcuni giorni inizia un lavoro… Andrea sa che il percorso sarà in salita ma sa anche che potrà frequentare il Drop-in quando ne sentirà il bisogno e potrà rivolgersi all’assistente sociale dell’Ufficio di Piano che ha conosciuto negli ultimi mesi. Sa di non essere solo.

Negli ultimi anni il territorio dell’Ambito di Sondrio e in particolare del Comune ha visto aumentare il numero di situazioni di emarginazione che necessitano di attenzione e cura. Parallelamente – grazie anche alla specificità territoriale – si è creato un sistema in cui le collaborazioni e gli scambi tra organizzazioni che si occupano delle povertà, risulta quotidiano, seppure necessita sempre di coordinamento e continua manutenzione affinché le azioni messe in campo siano continuative ed efficaci. Grazie alle risorse del PrInS – Progetti Intervento Sociale (risorse PON iniziativa REACT-EU) le realtà dell’ambito hanno lavorato alla costituzione di un Centro Servizi per il Contrasto alle Povertà. Le organizzazioni che lavorano sui temi della marginalità si stanno trovando con regolarità per costruire interventi che vanno oltre l’emergenza e si stanno organizzando in sottosistemi reticolari che si occupano delle varie necessità (alimentari, relazionali, sanitarie, grave emarginazione). Si sta implementando un sistema strutturato che collabora nella programmazione condivisa di servizi rivolti alla grave marginalità in modo integrato. Sul territorio si è sviluppato un sistema coeso e integrato tra sociale e socio-sanitario e tra pubblico e privato sociale. Enti, Cooperative e Associazioni stanno contribuendo, con azioni che permettono di mappare il fenomeno, sperimentare un sistema di pronto intervento sociale di aggancio di persone con problematicità diversificate per poi avviare interventi di presa in carico integrato tra vari soggetti.

Il lavoro da fare è ancora molto ma grazie alla fitta rete territoriale e alle alleanze costruite si sta facilitando le relazioni tra utenza/servizi/opportunità del territorio agevolando la gestione delle situazioni critiche, favorendo la circolarità delle informazioni tra gli enti ed evitando la duplicazione di interventi. Seppur la sfida sia sempre più impegnativa, ci si adopera quotidianamente nella lotta contro le emarginazioni.

Quanto basta per Vera

QuBì è un progetto per l’attivazione di reti territoriali di prossimità a sostegno delle famiglie povere con figli minorenni, nato a fine del 2018 in 23 quartieri periferici di Milano.

Le reti QuBì sono state finanziate per cinque anni da diverse Fondazioni, principalmente da Cariplo e Vismara. Dato il successo dell’esperienza, il Comune di Milano ha scelto di subentrare alle Fondazioni nel rapporto con le reti QuBì ormai consolidate ed ha avviato una co-progettazione per implementare questa esperienza, traghettandola dalla dimensione dei quartieri a quella dei Municipi cittadini.

La Cooperativa Sociale Diapason, da sempre attiva nel territorio del Municipio 9, è stata per cinque anni referente della Rete QuBì di Niguarda, attualmente è capofila della rete QuBì del Municipio 9. La storia che raccontiamo è solo un esempio di quello che può fare una rete di prossimità per migliorare i percorsi di vita delle persone in difficoltà.

La storia di Vera

Quando Vera arriva in Italia dalla Colombia nel 2016 è incinta, la sua speranza è di trovare una casa e un lavoro, così che suo marito Carlos e Kevin, il figlio di lui, possano raggiungerla al più presto. Vera ha un foglietto con le indicazioni: si tratta di una mappa per raggiungere Jenny, un’amica disposta ad ospitarla per un paio di settimane, che la mette in contatto con il Centro d’Ascolto della Parrocchia del suo quartiere.

Qui conosce Betta, una volontaria che le dà una mano a trovare subito lavoro come badante a casa di un anziano e le fornisce per i primi tempi un aiuto molto concreto. L’anziano presso cui Vera inizia a lavorare si chiama Mario e si trova bene con lei, perché si prende cura di lui e gli fa compagnia. Anche Vera si trova bene con Mario, perché lui le dà un tetto e un lavoro, ma soprattutto la tratta bene.

Dopo i primi mesi Carlos arriva a Milano insieme al figlio Kevin e poco dopo Carlos, Vera e Kevin vanno a vivere insieme in una stanza presso un connazionale. Nello stesso periodo nasce Jessica, ma le cose col marito non si mettono bene: quando litigano lui diventa aggressivo e anche il rapporto con Kevin è difficile, lui è ormai grande, la conosce poco e non la rispetta.

In breve tempo Vera si separa e rimane sola con la bambina; fortunatamente c’è Mario che può ospitare lei e Jessica. Tra loro tre si stabilisce un buon rapporto, Mario, Vera e la figlia sperimentano un periodo di serenità, Mario è accudito e non si sente più solo, Vera e Jessica si sentono accolte e al sicuro.

Mario, seppur non vecchissimo, è molto malato e viene a mancare nel giugno del 2022. A questo punto il periodo fortunato si interrompe nuovamente.

Subito dopo il funerale Vera viene cacciata di casa dai parenti di Mario, che la lasciano senza un tetto e non le riconoscono nemmeno una liquidazione. Vera e la bambina vagano, ospiti temporanee di conoscenti, ma non c’è spazio per loro, al punto che finiscono a dormire in una tenda canadese sul balcone di un lontano parente, che non permette loro nemmeno l’uso del bagno.

La vita si fa dura per Vera che si arrangia come può e lava la biancheria nei bagni dei bar del quartiere; in questo momento così difficile, senza casa e senza lavoro, con una neonata da crescere, Vera chiede nuovamente aiuto a Betta del Centro d’Ascolto, che per prima cosa le offre un sostegno alimentare ed economico, poi la mette in contatto con la rete QuBì del suo quartiere e con il Servizio Sociale.

La fortuna di incontrare QuBì

La rete QuBì del territorio offre a Vera un sostegno attraverso le diverse competenze: i Custodi Sociali come sempre mettono in campo tutte le proprie conoscenze, per un caso fortunato le trovano una soluzione abitativa temporanea nell’appartamento di un Parroco disponibile in un territorio limitrofo, in questo modo Vera trova una casa senza dover subito pagare l’affitto.

Contemporaneamente, la rete di prossimità di Associazione Ipazia viene a conoscenza della situazione e per prima cosa accoglie Jessica nel Coro, poi attraverso i propri volontari offre a Vera due contratti di lavoro per un impegno complessivo di 25 ore settimanali che le permettono di rinnovare il permesso di soggiorno.

L’Operatrice di Prossimità integra gli aiuti con le risorse del progetto, offre cure dentistiche e visite mediche per Jessica, infine attraverso il Fondo di Quartiere la bambina viene iscritta alle attività estive di nuoto: chi la conosce dice che per lei è una grande gioia.

Betta nel frattempo ha ottenuto per Vera un gratuito patrocinio per far causa alla famiglia dell’anziano da cui lavorava: da poco Vera ha vinto la causa! La famiglia le deve 13.000 € che verranno versati in rate da 400 €.

Per completare il quadro, dobbiamo aggiungere che Jessica ha molte difficoltà di apprendimento, la valutazione della UONPIA sarà comunicata a giorni alle insegnanti della bambina, la piccola parla male mischiando diverse lingue e dialetti ed è così in difficoltà che non è sufficiente farla partecipare a un normale doposcuola. Vera si trova inoltre in difficoltà ad organizzarsi per lavorare quando la figlia è a casa da scuola per malattia o per le festività: anche in questo caso gli aiuti per ora sono arrivati casualmente (e magicamente!) da persone della rete, ma non è garantito che si potrà sempre trovare una soluzione…  Vera sta riprendendo i contatti con Carlos, le operatrici la spingono a chiedergli di assumersi la propria parte di responsabilità per sostenere la figlia.

La situazione di Vera non è del tutto risolta, ma grazie alla rete è stato tracciato un sentiero percorribile.  Vera e la figlia hanno incontrato persone capaci di utilizzare la rete e le risorse del territorio per prendersi cura di loro, e questo è il successo di QuBì.