Resisti all’individualismo dilagante, fai il servizio civile con il CNCA!

Cominciamo dalle informazioni: entro il 18 febbraio 2025, alle 14:00, ci si candida per il Servizio Civile. 9 organizzazioni aderenti al Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti Lombardia mettono a disposizione 75 posti per giovani dai 18 ai 28 anni che vogliono vivere un anno di impegno contro l’individualismo dilagante.

Sul sito del CNCA nazionale trovate tutti le informazioni sul servizio civile: chi può presentare la domanda, l’indennità economica di 507,3 € mensili, le modalità per presentare la domanda (serve lo SPID con le credenziali di livello di sicurezza 2).

Lì ci sono anche tutti i programmi e i relativi progetti, ma per comodità abbiamo isolato in questo post programmi e progetti lombardi.

Programma: “Nobody Left Behind_24”

Programma a titolarità CNCA, in coprogrammazione con CESC Project

PROGETTI a titolarità CNCA:

1. Accompagnatori di storie. Risorse e competenze per la crescita di minori e famiglie

Progetto in ambito assistenziale volto a contrastare le condizioni di disagio o di esclusione sociale di minorenni e delle loro famiglie.

Posti disponibili in Lombardia: 14

Organizzazioni lombarde coinvolte: Fondazione Somaschi, Comunità Nuova, Coop. Soc. COMIN, Diapason Coop. Soc., Azione Solidale e Fondazione Arché.

2. Sostegno all’apprendimento e sviluppo di competenze per contrastare l’abbandono scolastico

Progetto in ambito educativo e promozione culturale per il sostegno all’apprendimento, lo sviluppo di competenze trasversali e il contrasto all’abbandono scolastico

Posti disponibili in Lombardia: 4

Organizzazioni lombarde coinvolte: Comunità Nuova, Diapason Coop. Soc..

Programma: “2024 IMMAGINABILI RISORSE”

Programma a titolarità CESC Project, CNCA coprogrammante

PROGETTI a titolarità CNCA:

1. Adulti ProbAbili. Autonomia e life skills per le persone in condizione di disabilità

Progetto in ambito assistenziale per lo sviluppo dell’autonomia e dell’inclusione sociale delle persone in condizione di disabilità

Posti disponibili in Lombardia: 4

Organizzazioni lombarde coinvolte: Coop. Soc. COMIN, Coop. Soc. Lotta Contro l’Emarginazione, Diapason Coop. Soc..

2. Minori ProbAbili. Sostegno alle competenze dei minorenni in condizione di disabilità o con bisogni educativi speciali

Progetto in ambito educativo e di promozione culturale per sviluppo dell’autonomia e dell’inclusione sociale di minorenni in condizione di disabilità o con bisogni educativi speciali

Posto disponibile in Lombardia: 1

Organizzazione del CNCA Lombardia coinvolta: Fondazione Arché.

Programma: “Connessione e resilienza: un ponte per rafforzare le comunità”

Programma a titolarità Acque correnti. CNCA ente coprogrammante

PROGETTO a titolarità CNCA:

Comunità accoglienti e solidali

Progetto in ambito assistenza e promozione di condizioni per lo sviluppo di percorsi di contrasto ai processi di marginalizzazione di giovani e adulti

Posti disponibili in Lombardia: 9

Organizzazioni del CNCA Lombardia coinvolte: Coop. Soc. Il Calabrone, Coop. Soc. Lotta Contro l’Emarginazione, Fondazione Somaschi, Comunità Nuova, Azione Solidale e Fondazione Arché.

Programma: “RAMMENDI Tessere Comunità Educanti”

Programma a titolarità Legacoop. CNCA ente coprogrammante

PROGETTO a titolarità CNCA:

Donna, Vita, Libertà

Progetto in ambito assistenza per il contrasto della violenza e la protezione di donne e madri con minori.

Posti disponibili in Lombardia: 17

Organizzazioni del CNCA Lombardia coinvolte: Coop. Soc. Lotta Contro l’Emarginazione, Fondazione Somaschi, Comunità Nuova, Coop. Soc. Contina e Fondazione Arché.

Programma: “Salute e benessere per tutti_24”

Programma a titolarità CNCA, in coprogrammazione con Acque correnti

PROGETTO a titolarità Acque correnti in coprogettazione con CNCA:

1. Indipendenze culturali. Prevenire e gestire i rischi delle dipendenze nei minorenni

Progetto in ambito di educazione e promozione culturale per la prevenzione dei rischi di dipendenza nel consumo e abuso di sostanze nei minorenni e età giovani.

Posti disponibili in Lombardia: 3

Organizzazioni del CNCA Lombardia coinvolte: Coop. Soc. Il Calabrone, Coop. Soc. Lotta Contro l’Emarginazione e Fondazione Arché.

PROGETTO a titolarità CNCA:

2. Principi attivi di salute. Percorsi di sostegno e cura per persone che usano droghe

Progetto in ambito di assistenza per la prevenzione e cura di persone che usano droghe con problemi di dipendenza da alcool e gioco d’azzardo.

Posti disponibili in Lombardia: 14

Organizzazioni del CNCA Lombardia coinvolte: Coop. Soc. Contina, Coop. Soc. Lotta Contro l’Emarginazione, Fondazione Somaschi e Comunità Nuova.

Programma: “Diritti all’educazione, diretti al futuro-Lombardia”

Programma a titolarità Caritas Italia

PROGETTI a titolarità Caritas. CNCA ente coprogettante:

1. Voce del verbo esprimere-Milano

Progetto in ambito educazione e promozione e di animazione culturale a favore di minori di età e giovani.

Posti disponibili in Lombardia: 1

Organizzazione del CNCA Lombardia coinvolta: Fondazione Arché.

2. Voce del verbo crescere-Milano

Progetto in ambito di assistenza volto a contrastare condizioni di disagio ed esclusione sociale di minorenni di età e giovani.

Posti disponibili in Lombardia: 4

Organizzazione del CNCA Lombardia coinvolta: Fondazione Arché.

Programma: “Gli ultimi della fila_Italia”

Programma a titolarità Caritas Italia

PROGETTO a titolarità Caritas. CNCA ente coprogettante:

Voce del verbo comunicare-Milano

Progetto in ambito educazione e promozione e di animazione culturale a favore di minori di età e giovani.

Posti disponibili in Lombardia: 1

Organizzazione del CNCA Lombardia coinvolta: Fondazione Arché.

Sì, vabbeh, ma come faccio a sapere chi siete e cosa farei in un anno di servizio civile?

Corretto: contatta i referenti del servizio civile delle singole organizzazioni, parlaci un po’ e provate a capire insieme se è una scelta che può fare al caso tuo. Per facilitarti il tutto ecco le pagine delle diverse organizzazioni che trattano il servizio civile:

E se non avessi l’età per fare il servizio civile, ma volessi dare una mano a resistere all’individualismo straripante, magari conosci qualcuno che può essere interessat* e puoi inoltrare questa notizia. Magari. 🙂

La giustizia minorile è in crisi e Regione Lombardia punta sull’apertura di “piccoli manicomi”

A un anno dalla conversione in legge del “Decreto Caivano” si misurano gli effetti deleteri dell’aumento al ricorso alla carcerazione e al sovraffollamento negli Istituti penali minorili. “La soluzione non è creare piccoli manicomi”, denuncia il Cnca Lombardia.

La giustizia minorile lombarda è in un momento estremamente complicato e paga lo scotto degli effetti del cosiddetto “Decreto Caivano” convertito in legge esattamente un anno fa.

Per contrastare questa situazione sarebbe utile incentivare la rete di comunità educative ad aumentare la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato.

Regione Lombardia punta invece sull’apertura di 3 comunità che ospiteranno ciascuna 12 giovani tutti sottoposti a misure penali e tutti portatori di problemi di malattia mentale!

“Così si mortifica un sistema che è considerato il più avanzato a livello internazionale, condannandolo a una pericolosa involuzione”. È la denuncia del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) della Lombardia, che si appella alle istituzioni regionali e nazionali affinché rimettano al centro delle politiche il recupero dei giovanissimi autori di reato, tenendo insieme il contenimento della pericolosità sociale.

“Per almeno 30 anni nel nostro Paese abbiamo raccolto risultati straordinari nella sfera della giustizia minorile -spiega Paolo Tartaglione, responsabile della cooperativa sociale Arimo e membro del Cnca Lombardia- e lo abbiamo fatto seguendo tre principi: privilegiare la riduzione della recidiva rispetto agli aspetti sanzionatori dell’intervento penale minorile, intervenire sui bisogni che stanno alla base della commissione di reato da parte dei minorenni, responsabilizzare il/la giovane in ogni momento della misura penale minorile”.

Il sistema, però, ha ingranato la retromarcia. I minorenni autori di reato vengono sempre più visti e trattati come adulti e gli Istituti penali minorili, che la Legge del 1988 ritiene debbano essere utilizzati solo a fronte di “insopprimibili esigenze di difesa sociale”, sono sempre più affollati. “Il tasso di saturazione media è pari al 110%, ma alcuni istituti raggiungono anche il 180%”, continua Tartaglione.

📸 Matteo Paciotti – Immagine dell’ex ospedale psichiatrico di Mombello (MB) “G. Antonini”

I recenti provvedimenti legislativi riducono la possibilità di utilizzare lo strumento della messa alla prova, aumentano il ricorso alla carcerazione, reintroducono l’utilizzo delle divise negli istituti penali, cancellano le progettualità e così la gestione degli Istituti è privata anche delle minime prospettive. “Così si apre la strada a nuova violenza e nuovi reati”, denuncia Tartaglione, che fa notare come mostrare la “faccia cattiva” sia di fatto controproducente. “Se andiamo a sollecitare un adolescente ponendoci come guardie e ladri ci mettiamo sul suo terreno preferito. Ed è un terreno sul quale i ragazzi si ritrovano spinti a schierarsi fin dall’ingresso in carcere, sabotando così la possibilità di una messa in discussione e distogliendo lo sguardo dagli obiettivi per il futuro “.

In Lombardia, dove la relazione con le comunità di accoglienza ha sempre dato buoni frutti, la situazione è particolarmente critica. Da qualche anno le comunità che storicamente accoglievano tanti autori di reato sono infatti entrate in crisi, soprattutto per la carenza di disponibilità di personale. Molte hanno chiuso. È una crisi generale che investe le professioni di cura (educatori, infermieri, assistenti sociali) ed è particolarmente estrema nei servizi di comunità e ancor di più per le comunità che si occupano di adolescenti e autori di reato.

“Le comunità che non hanno chiuso hanno comunque ridotto la disponibilità ad accogliere autori di reato -segnala Tartaglione- proprio per il pericolo di gestire casi esplosivi senza poter dimettere i giovani in caso di agiti che espongano a gravi rischi ospiti e operatori”.

“È necessario e urgente – aggiunge Tartaglione – un confronto improntato alla massima collaborazione tra tribunale per i minorenni, centro per la giustizia minorile e comunità lombarde per comprendere le motivazioni che hanno portato queste ultime a ridurre la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato, e mettere in atto ogni azione possibile per invertire la tendenza, e garantire così ai giovani di essere accolti in contesti educativi di qualità, e improntati al cambiamento”.

Invece Regione Lombardia ha indetto nell’agosto di quest’anno una manifestazione di interesse per aprire tre comunità che secondo Cnca rappresentano un deciso passo indietro nella cultura penale minorile!

Comunità pensate esclusivamente per autori di reato con problemi di salute mentale. Una cosa che la Legge penale minorile vietava. “Non sono comunità gestibili con criteri educativi -denuncia Tartaglione- ma con un pesantissimo contenimento di fatto farmacologico. È un piccolo carcere, un piccolo manicomio”. Il Cnca Lombardia da tempo chiede invece di sedersi a un tavolo con le istituzioni coinvolte -dalla Regione al Tribunale per i minorenni, passando per le comunità di accoglienza- per capire come affrontare la situazione. Senza scadere in sperimentazioni che mortificano l’eredità di Franco Basaglia.

La Milano sociale per il Leoncavallo

Cnca Lombardia e Camera del lavoro promuovono un appello tra associazioni, cooperative sociali, servizi pubblici, spazi culturali e artistici, realtà del privato sociale e della cittadinanza attiva, forze sindacali e del mondo del lavoro che ritengano importante che il Comune di Milano si attivi concretamente per supportare il Leoncavallo attualmente a serio rischio di sfratto.

Presidio del 10 dicembre 2024

A Milano molte cose funzionano e molte altre potrebbero andare meglio. Spesso la nostra città è raccontata come ricca di opportunità lavorative, ma noi sappiamo che in tante e tanti vivono in condizioni di povertà, precarietà e difficoltà a raggiungere la fine del mese.

Milano è portata come esempio di città dalla grande offerta culturale, ma noi sappiamo che molto spesso tantissime piccole realtà che promuovono percorsi culturali importanti, soprattutto nelle periferie, lo fanno tra mille difficoltà e con pochissimo aiuto e supporto. 

Diversi quartieri di Milano sono ormai da tempo riferimenti importanti per la vitalità aggregativa, per la grande quantità di luoghi di incontro, socialità, musica, divertimento, ma noi sappiamo che ci sono tantissimi quartieri in cui gli spazi di aggregazione mancano completamente e quei pochi che vi sono esistono grazie all’impegno di operatori, volontari, attivisti che li animano con passione e fatica.

Milano è una città che sempre più spesso viene scelta, anche a livello internazionale, come luogo moderno ed europeo dove vivere, ma noi sappiamo che parti importanti della popolazione cittadina fanno sempre più fatica a potersi permettere una casa dignitosa a un prezzo compatibile con stipendi bassi che non crescono.

Questi sono solo alcuni esempi di un territorio che ormai contiene come minimo due storie, due narrazioni, due facce: una che corre e una che arranca, una che risplende e una nell’ombra, una che vive senza pensieri e una che ha mille preoccupazioni.

Noi sappiamo tutto ciò perché, come operatori e operatrici sociali e culturali, come educatori, educatrici, professioniste e professionisti di servizi pubblici e del privato sociale, come volontari e volontarie di associazioni e comitati, come attivisti e attiviste di realtà di base, come sindacaliste e sindacalisti di tante categorie e realtà lavorative ci confrontiamo quotidianamente con entrambe le facce di questa città, perché spesso siamo parte importante delle cose più belle e significative che la abitano e al contempo siamo sempre concretamente in campo per contrastare e affrontare i problemi e le difficoltà di tante e tanti, compresi gli eventuali fallimenti di quanto tutti assieme cerchiamo di fare.

In questo “noi” in cui ci riconosciamo da tantissimo tempo fa parte anche il Leoncavallo, con una storia e un presente importante che hanno reso ormai da tempo questo luogo, le associazioni e le realtà che lo animano, un punto di riferimento imprescindibile della nostra città. 

Per questi motivi a partire da oggi, 10 dicembre 2024, da questo presidio che si è tenuto davanti al Leoncavallo, crediamo fondamentale che l’amministrazione comunale, a cominciare dal sindaco Sala e in tutte le sue componenti di Giunta e Consiglio, si attivi concretamente per impedire questo sfratto e per dar vita a soluzioni reali che non privino la nostra città di questa esperienza.

“Esortiamo il Comune a trovare una soluzione per dare continuità a una pratica dal basso importante per il territorio -conclude Paolo Cattaneo, presidente del Cnca Lombardia-. E rinnoviamo l’invito ad aderire alla campagna nello spirito per cui più saremo e più sarà facile far sentire la nostra voce”.

L’appello si può sottoscrivere a: milanoxleoncavallo@gmail.com

Il problema della casa a Milano investe anche il Terzo settore

Il problema della casa a Milano è drammatico e investe anche il lavoro degli operatori sociali del Terzo settore, mettendo in discussione percorsi di inclusione e integrazione. “Serve una risposta pubblica, sia da parte dello Stato sia da parte del Comune di Milano e della Città metropolitana”.

È l’appello che rilancia il Coordinamento nazionale comunità accoglienti (CNCA) della Lombardia.

“Con quasi 110mila abitazioni non occupate e un aumento molto significativo del numero di case utilizzate per turismo invece che per abitazione, non si può ridurre il problema a un semplice ‘fallimento del mercato’ legato alla carenza di offerta, come hanno fatto di recente Aspesi, Assimpredil Ance e Confindustria Assoimmobiliare”, spiega Vincenzo Salvi del Comitato abitare Via Padova e membro del Forum nazionale dell’abitare tra i cui promotori c’è anche il CNCA.

L’Istat ci dice infatti che Milano è la città metropolitana con il più alto numero di abitazioni recenti dopo il 2016. Ma la produzione di edilizia sociale e la tassazione sulla rendita fondiaria sono state bassissime.
“Le politiche pubbliche per la casa vanno riattivate a livello statale -continua Salvi-. Il 30% di chi non è proprietario di casa, a Milano così come a Bologna, a Firenze, a Torino o a Roma, è tagliato fuori”.

Senza la casa anche i progetti sociali rischiano di andare a sbattere. I prezzi fuori controllo e il predominio della rendita costringono ad esempio gli operatori del Terzo settore e inserire famiglie accompagnate in abitazioni dallo spazio insufficiente. “Quando si creano situazioni del genere -osserva Salvi- il lavoro di integrazione è un fallimento annunciato”.
Il CNCA si è attivato in questi anni per creare una rete del Terzo settore attenta al tema della casa. Da tempo lo stiamo ripetendo: attenzione perché la casa è centrale per qualsiasi tipo di accompagnamento sociale ed educativo. “Il patrimonio pubblico dovrebbe essere tutelato, non venduto o dismesso nella pancia di qualche fondo immobiliare speculativo, perché è l’unico calmiere dei prezzi di fatto”.

dalla pagina Facebook Abitare in Via Padova

Salvi evidenzia anche un cortocircuito che riguarda la rigenerazione urbana in atto a Milano. Un processo sulla carta estremamente positivo ma che presenta delle dinamiche preoccupanti. “Spesso come realtà del Terzo settore lavoriamo per la riqualificazione di quartieri degradati, dando vita a nuove piazze o a percorsi di pedonalizzazione. A livello cittadino vengono coinvolte associazioni e cittadini per favorire la dimensione e la possibilità di vivere insieme uno spazio della città. Poi però con queste attuali ‘regole’ di mercato tutto questo comporta un aumento dei valori delle case incontrollato. Con il paradossale risultato di espellere le fasce meno abbienti dai quartieri. Anche in periferia”.

Come intervenire? Puntando su maggiori requisiti di edilizia pubblica e sociale, e su maggiori prelievi sulla rendita per poter aumentare quantità e qualità degli alloggi sociali e dei servizi pubblici connessi.

La crisi della sanità pubblica e il fallimento del “modello lombardo”

Roberto Formigoni (📸 Bruno Cordioli)

Boom della spesa sanitaria privata a carico delle famiglie, quasi 4,5 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure, di cui 2,5 milioni per motivi economici. Come si è arrivati fin qui e come uscirne. Il punto di vista del CNCA Lombardia

Milano, 22 ottobre 2024 – La tenuta del Servizio sanitario nazionale è a un punto di non ritorno, ha confermato anche l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe. Il divario della spesa sanitaria pubblica pro capite rispetto alla media dei Paesi Ocse membri dell’Unione europea sfiora i 900 euro. Una parte sempre più rilevante del personale abbandona il SSN. Esplode la spesa a carico delle famiglie e nel 2023 hanno rinunciato alle cure quasi 4,5 milioni di persone, di cui 2,5 milioni per motivi economici.

“Siamo all’esasperazione, all’accelerazione di una grande crisi che ci portiamo dietro da almeno vent’anni. È come una valanga”, riflette Giovanni Gaiera, medico infettivologo e voce nel campo della salute del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti (CNCA) della Lombardia.

Il Covid-19 è stata la cartina al tornasole, che ha fatto emergere la debolezza di un sistema che è stato volutamente portato a questa situazione di sofferenza. Il modello formigoniano della libera scelta, dell’apertura ai privati, della competizione, dell’aziendalizzazione della sanità territoriale e ospedaliera, era inserito integralmente nella logica che la sanità è un business. Che con la sanità si fanno i soldi. Ed ecco dove ci ritroviamo.

La sanità intesa come prestazioni erogate ci ha portato al punto di non ritorno. “I dipartimenti di prevenzione sono espressioni geografiche, o poco più, e la medicina di base continua ad essere massacrata: non si è imparato proprio nulla dalla terribile lezione della pandemia da Covid-19, che qui in Lombardia ha infierito più che altrove in Italia”, continua Gaiera. La politica in atto è infatti quella di non rimettere a bando i posti di Medico di Medicina Generale divenuti vacanti per i tanti pensionamenti, ma di caricare i pazienti sugli altri medici rimasti. “E se non ci stanno, arrangiatevi”, sintetizza Gaiera, che tocca un punto drammatico nella vita quotidiana dei cittadini lombardi.

Tantissime persone in Lombardia sono senza Medico di Base o lo sono state per parecchio tempo. Ma il Medico di Base è l’accesso a tutto il sistema di cure, e non certo le Case di Comunità, che così come sono state troppo rapidamente organizzate quanto meno in Lombardia sono spesso una foglia di fico: sono i vecchi poliambulatori a cui si è cambiato solo la targa all’esterno e che si è lasciati con pochissimo personale”.

Gaiera fa un altro esempio di come in Lombardia si lavori per rendere difficile l’accesso alle cure nel sistema pubblico. “Pensiamo alle liste d’attesa che sono esplose e continuano a esserlo. Anche il Servizio Pubblico ha ridotto gli spazi per le prestazioni erogate con il Sistema Sanitario Regionale: perché avendo ricevuto dalla Regione meno risorse, a parità di personale e di strutture, anche la Sanità Pubblica deve trovare da altre parti la possibilità di finanziarsi”.

A peggiorare la situazione è arrivata il primo ottobre dello scorso anno la decisione sempre regionale di ridurre da 12 a 6 mesi la validità delle ricette per visite e prestazioni: “Tenendo conto delle liste d’attesa – riprende Gaiera – questo porta al boom delle visite private. È plateale e vergognoso che questa iniziativa di Regione Lombardia vada chiaramente nella direzione di favorire la prestazione privata. Sia del privato e sia paradossalmente del pubblico. Per fare uno dei tanti esempi concreti che vediamo ormai da anni e ancora più dall’ottobre del 2023, è il caso una Visita Oculistica prescritta ad una mia paziente, che oggi in Lombardia potrebbe fare in regime privato in pochi giorni e che nel sistema pubblico, con l’impegnativa regionale, è riuscita a prenotare solo per l’inizio del 2026. E intanto la sua vista peggiora.”

Ecco perché il CNCA Lombardia torna a invocare un cambio di rotta, che si fondi sull’investimento nella prevenzione e nella sanità territoriale, abbandonando quella logica mercantile per la quale investire in prevenzione non rende, ma rende la cura e soprattutto quella specialistica centrata sugli ospedali.

Educatori: il punto di forza di Novo Millennio

La bellezza del lavoro in Alba Chiara è tanta: sono in Novo Millennio da 7 anni e ho scelto di rimanervi perché il suo operato sposa appieno la mia visione di educazione. Alba Chiara ha come obiettivo quello di accompagnare le ragazze nel proprio percorso di vita, in modo che siano in grado di vivere in società in autonomia.

Una buona parte di lavoro educativo è dedicata a far vivere loro la propria adolescenza, una tappa fondamentale della vita, alla scoperta di chi si è e di chi si vuole essere, che troppo spesso le nostre ragazze hanno dovuto un po’ saltare perché cresciute molto in fretta per le situazioni che sono state loro messe davanti.

Un aspetto che secondo me definisce la bellezza del nostro lavoro è che facciamo conoscere alle nostre ospiti delle figure adulte sane. In Alba Chiara, in particolare, lavoriamo sull’aspetto della consapevolezza: la vita è fuori dalla Comunità, quindi certamente si vive insieme e si condivide buona parte della quotidianità, però invitiamo tanto le ragazze anche a vivere esperienze fuori, andare con gli amici, fare sport, fare corsi di disegno, di arte, di equitazione,…

Un aspetto molto positivo per un’operatrice di Novo è proprio quello di sentirsi in una grande famiglia, tutti ti danno una mano quando ce n’è bisogno e quando si può essere utili. L’équipe educativa è il cuore di ogni servizio e ho avuto la fortuna in questi anni di lavorare con colleghi con cui ho condiviso assolutamente i valori e le metodologie educative.

Valeria Autieri – educatrice di Alba Chiara, Comunità residenziale per adolescenti femmine

Il 9 maggio del 2013 ho iniziato a lavorare in Arconauta per una sostituzione di maternità. Quando sono arrivata quello che mi ha colpito veramente era il clima familiare e l’accoglienza che ho ricevuto da tutti.

La cosa molto importante nel nostro lavoro è il tempo che si dedica ad ascoltare e osservare i ragazzi per valorizzarli e per capire quali sono i loro punti di forza e il loro potenziale, in modo da mettere in luce la loro bontà.

Ecco, una cosa che mi piace da sempre è quando facciamo il giro con il pulmino e incontriamo le loro famiglie. Lo facciamo ogni giorno: incontriamo le famiglie, ci scambiamo due chiacchiere e raccontiamo come è andato il figlio o la figlia e cosa ha fatto di bello.

Mi sento emozionata nel pensare un po’ agli anni trascorsi. È un bel posto. Con i ragazzi si sta proprio bene ed è bello vederli diventare grandi dopo un percorso in Arconauta.

Evangelia Kekou – educatrice di Arconauta, Centro diurno per adolescenti e giovani con disabilità.

Io sono Daniela e lavoro in Novo Millennio da ormai 5 anni presso il Centro StellaPolare e nel Progetto Le Case. Prima di lavorare qui avevo svolto un’esperienza differente come educatrice, ma ho voluto provare a sperimentarmi su altri Servizi per trovare nuovi stimoli e un posto diverso che mi permettesse di conoscere le persone, non solo nella quotidianità, ma anche negli aspetti più creativi come permettono le attività svolte in StellaPolare.

Ho scelto questo lavoro perché l’idea di affiancare le persone nel loro percorso di vita mi gratifica e mi dà molti stimoli.

Un aspetto importante è la creazione di una relazione che non è solo educativa, ma si trasforma, perché ci sono delle situazioni strutturate e altre destrutturate, come possono essere un pranzo o un’uscita. Ricordo quando partecipavo agli incontri di Web Radio per conoscere il Territorio oppure incontravo nuovi gruppi di lavoro, magari di altre Cooperative o realtà. La vacanza è un’altra situazione dove ci si mette un po’ a nudo, e questo vale sia per gli operatori che per gli ospiti, ci si conosce proprio su aspetti molto differenti.

Secondo me, un educatore deve avere la capacità di saper ascoltare e quindi la pazienza di “empatizzare”, perché queste sono le cose fondamentali. Non sempre ci si riesce, è un po’ una sfida, però se si trova la chiave giusta si può fare un bel lavoro con la persona.

Novo Millennio cerca di rispondere in modo diretto alle reali esigenze delle persone e del Territorio, realizzando Progetti e Servizi mirati alla costruzione di una Società inclusiva e solidale.

Il lavoro educativo è il cuore pulsante dell’attività sociale e da 20 anni permette di contribuire al raggiungimento di traguardi importanti quali uguaglianza sociale, culturale, solidarietà e inclusione.

Daniela Ghilotti – educatrice di Progetto Le Case, appartamenti di Residenzialità leggera per adulti con storia di disagio psichico e di StellaPolare, Centro diurno per la salute mentale.

Novo Millennio nasce su ispirazione di Caritas Ambrosiana e di Monza per rispondere ai bisogni della Comunità, con l’obiettivo di porsi come collegamento con il Territorio, dando ascolto alle sue necessità. La Cooperativa costruisce luoghi di incontro e di scambio, poiché crede che l’individuo, in quanto parte di una comunità, possa diventare attore di partecipazione sociale e del processo di trasformazione positiva dei rapporti umani. La Cooperativa ha quattro aree di intervento: Area Socio-Educativa, Area Salute mentale, Area Disabilità e Inclusione ed Area Stranieri, a cui corrispondono circa 35 tra Servizi e Progetti. Novo Millennio cerca di rispondere in modo diretto alle reali esigenze delle persone e del Territorio, realizzando Progetti e Servizi mirati alla costruzione di una Società inclusiva e solidale. Il lavoro educativo è il cuore pulsante dell’attività sociale e da 20 anni permette di contribuire al raggiungimento di traguardi importanti quali uguaglianza sociale, culturale, solidarietà e inclusione.

Cercatori di bellezza

Fatica, complessità e continua ricerca, sono state le prime parole emerse nella descrizione e nei racconti dei protagonisti del lavoro educativo, nello specifico degli educatori di EduLab, un centro diurno educativo per adolescenti con fragilità familiari.

Da queste parole, e in questa cornice, ci piace paragonare il lavoro dell’educatore a quello di un cercatore d’oro, un cercatore di bellezza che trascorre la maggior parte del suo tempo con le mani immerse nell’acqua e nella terra, alla ricerca di piccole pepite, di frammenti che, seppur piccoli, diventano preziosi per il progetto di vita del minore.

Ad EduLab l’agire quotidiano, le routine e i gesti ripetitivi che costituiscono la giornata, sono l’effettiva cornice pedagogica che si cerca continuamente di creare, rimodulare e strutturare con un’utenza abituata a vivere senza confini, punti cardine, senza argini. È all’interno di questo dispositivo, che ci piace definire “creativo”, in cui gli educatori cercano di posizionare riti e certezze tra complessità e incertezza, che si può provare l’emozione di un ritrovamento.

Ecco dunque che Claudio, dodicenne con una ‘predilezione’ all’azione istintiva e impulsiva, si affida all’educatrice di riferimento dicendo: “Lui mi sta dando davvero fastidio e so che poi rischio di arrabbiarmi e non controllarmi, ma non voglio rovinare l’amicizia, se mi aiuti glielo diciamo?”; o Eric, inserito a causa di un forte ritiro sociale, durante un incontro con assistente sociale e genitori chiede inaspettatamente di non chiudere il suo percorso al Centro perché: “Sono gli unici giorni in cui vivo”.

Far affiorare quindi particolarità positive spazzate via spesso dal fiume di disagio e di fragilità in cui sono immersi i ragazzi è la vera bellezza del lavoro educativo! Un lavoro fatto di pazienza e dedizione, sì, ma anche di affondi creativi, riti di bellezza e ritrovamenti inaspettati.

Quella della Cooperativa La Sorgente è dal 1984 una storia fatta di storie. Un percorso a tappe, ognuna contrassegnata da tante storie che si intersecano e germogliano producendo nuove fruttuose diramazioni a sostegno dei più fragili.

Anticipiamo fiducia

Per noi tutto serve, ma è solo una persona motivata, un esperto di vita e di amore, un testimone che può convincere un fratello a cambiare modo di esistere“, don Leandro Rossi, Socio Fondatore Cooperativa Sociale Famiglia Nuova

La bellezza del lavoro sociale per noi di Famiglia Nuova si sostanzia nella possibilità che abbiamo di essere riferimento per le persone che accogliamo: lo diventiamo soprattutto quando riusciamo ad anticipare fiducia. L’operatore sociale lavora alla costruzione della relazione d’aiuto, creando presupposti per un rapporto umano reciprocamente fidato, e affidandosi. Deve credere per primo, e convintamente, alla capacità dell’altro di affrancarsi da condizioni di fragilità, senza lasciarsi condizionare da precedenti fallimenti in altri percorsi di recupero, può infatti essere sempre la volta buona e va afferrata al volo, anche quando le “carte” non depongono a favore di un qualche successo.

L’operatore di Famiglia Nuova tiene il fuoco del suo operare sulla persona, non sul sintomo.

In Famiglia Nuova, nell’ambito delle residenzialità, come strumento per il trattamento e la riabilitazione dalle patologie di abuso, dipendenza da sostanze legali e illegali e di forme di dipendenza come il gioco d’azzardo problematico, nei servizi di accoglienza per minori stranieri non accompagnati o per migranti adulti, donne senza fissa dimora, nelle attività di formazione e qualificazione professionale e di accompagnamento al lavoro, le équipe di operatori generano processi relazionali indispensabili per una possibile ridefinizione, sia individuale che sociale dell’utente, attraverso progetti migliorativi della qualità della vita, e la valorizzazione delle risorse, talora residuali, per supportarli ad affrancarsi dalla propria vulnerabilità, implementando le loro competenze personali potenziate da esperienze lavorative e sociali rigenerative.

L’operatore sociale può essere la voce di chi ha perso, o non ha mai saputo chiedere, l’esigibilità dei propri diritti provando a ripristinare, contestualmente, la loro identità di cittadini.

È un lavoro sfidante, che spossa, ma appaga molto. È un insieme continuo di occasioni per trovare un senso profondo in ciò che dobbiamo aver scelto di fare, non si può fare lavoro sociale in modo residuale: accorgerci degli altri, ascoltare i racconti a volte stentati e prolissi, ricchi di informazioni che ci permettono di conoscerci meglio, responsabilizzare le persone che devono essere protagoniste, non comprimarie, delle loro vite, necessita di molta attenzione e passione. Stare con l’altro permette a noi di reggere, se lui sta in piedi sono più forte anch’io. Portare bellezza (il video è qualche riga più in basso) nella vita di persone che hanno vissuto scarto e pregiudizio e brutture di vario genere è prezioso. L’arricchimento che ne deriva accresce l’importanza sociale e spirituale dell’operatore.

I successi, a volte limitati nel lavoro sociale, possono essere entusiasmanti: una casa dignitosa, una stabilizzazione dei rapporti famigliari, un corso di agricoltura sociale che apre a un’attività lavorativa reale, un progetto di recupero dalle dipendenze andato a buon fine che può ricondurre a una certa autonomia, non hanno prezzo di scambio.

Come operatori nel lavoro sociale dobbiamo tendere a questi risultati, anche quando mancano risorse, a volte di ogni tipo.

Operatore

di Giusy Palumbo, da Glossario Fragile, Legacoopsociali, definizione da preferire a educatore, guida, tutor…

La parola spiegata: chi opera, chi compie determinate azioni, chi crea, esegue, fa. Operatore è una parola di movimento, che riconduce sempre ad una dimensione del fare. L’operatore non sta mai fermo, il pensiero sembra escluso in favore del solo agire. C’è una vitalità che seduce, un richiamo all’atto creativo che ci ricorda la lezione di Joseph Beuys per cui “ogni uomo è un artista”. L’operatore interviene sulla realtà, la modifica, la trasforma.

La parola raccontata: la dimensione dell’operare che più ci convince è nella relazione con l’altro. L’operatore nelle cooperative sociali opera con e per l’altro, in termini di accudimento, assistenza, vicinanza, mutualismo. È l’altra faccia dell’utente”, sta nella stessa fragilità, con un ruolo di cura e attenzione, sta a fianco, accompagna, impara.

Operatore è una parola che ci piace, la preferiamo ad educatore, guida o tutor dove la posizione si pone dominante, di un vaso che riversa verso l’altro, perché qui ad operare, in senso più artistico che clinico, si è sempre almeno in due.

E a pensarci bene c’è una parola che basta a restituire tutto il senso: cooperatore.

Rotte di rottura

Quotidianamente, nel mio ondeggiante lavoro educativo, incrocio e attraverso moltissimi volti adolescenti. Volti rivolti talvolta al cielo, talvolta alla terra, talvolta al proprio naso, certe volte alla cerniera delle proprie felpe in cui si incappucciano per sembrare piccoli e invisibili o ancora verso i lacci delle loro scarpe con i quali non si rendono conto di inciampare. Altre volte rivolgo il mio dialogo di sguardi a chi, alzando gli occhi, ricerca la sfida in nome di quell’accanita lotta che lo accompagni a diventare adulto.

Mi imbatto in inesperti soldati corazzati che fingono di saper maneggiare spade e armature, ma così goffi e incapaci di intercettare l’Altro che affrontano adulti che si mostrano draghi, ma che in fondo sanno che sarà uno scontro tra paure. Quelle stesse che poi, lontano dalla polvere della battaglia, occorrerà rimaneggiare e trasformare.

Quella corazza coriacea che, come educatori e operatori sociali, si desidererebbe pugnalare e infrangere subito, ma la cui rottura avviene improvvisamente e non per nostra volontà; assordante e lacerante come tuoni di porte che sbattono, come i pugni supersonici che frantumano pareti, come cellulari le cui comunicazioni vengono volontariamente interrotte da un lancio in lungo il cui fischio continua a riecheggiare; lascia ogni volta attoniti e smarriti.

In quelle crepe interiori e reali ho più volte soggiornato domandandomi quale sentiero percorrere al termine di quell’affannante sosta: ho maledettamente imprecato per l’ennesima anta divelta, per l’ennesimo specchio i cui riflessi sono stati mandati in frantumi, ho obbligato a ripulire, ho punito e rimproverato, ma infine, al termine delle furie, ho finalmente dischiuso il mio sentire all’udire i loro: Cheppalle-che rottura, o qualsiasi loro forma più volgare espressa impulsivamente da tutti questi cavalieri inesistenti.

“Navigo sulle argille di vecchie paure,

da fuori sembro sano,

ma all’interno ogni giorno dentro il mio corpo frano.

I demoni tirano

dal basso, sono tutta creta, neppure una pianta,

un sasso.” (Franco Arminio, 2021, Cedi la strada agli alberi. Tea, Milano.)

A quelle rotture, oggi, a distanza di tentativi, sbagli e anche buone riuscite, vorrei riconsegnare un significato trasformativo e pedagogico provando a dare qualche interpretazione alla domanda in cui ogni volta mi imbatto: che cosa combiniamo con questi cocci che ritroviamo a terra?

La domanda è molto più concreta di ciò che può apparire.

Di fronte ad una sedia in frantumi, ad un buco nel muro, ad un telefono esploso e sfasciato, come ci comportiamo? Ne gettiamo i pezzi? Li lasciamo a terra? La facciamo ripagare e scontato il debito sarà tutto come prima? Li chiudiamo stretti stretti in un sacco nero e passiamo subito al rimprovero o la punizione? Prendiamo la colla trasparente e li ricomponiamo nascondendo ogni traccia di quei frantumi?

In questo marasma di scelta, vale la pena ritornare sulla parola rompere, sulle sue analogie ed usi. Tra i sinonimi di rompere, il dizionario Treccani suggerisce: decomporre – disgregare, scomporre, smembrare, smontare, spaccare. Se affondiamo le radici nel contesto della matematica si parla spesso di far esplodere un problema, per arrivare alla sua risoluzione, nelle relazioni umane quando qualcuno ha ottenuto un successo lo si incoraggia con un Ehi, hai spaccato! – e ancora – quando si desidera ardentemente uscire dai binari prestabiliti e non scelti, si tenta di rompere gli schemi. Quanta energia, desiderio, sogno, sta racchiuso nella distruzione sognante di un bambino di fronte al suo uovo di cioccolato ripieno di qualsivoglia sorpresa?!

Tutto sembra rimandare ad una sorta di riduzione, alla necessità di disossare, di scovare la parte più piccola dell’intero, al ritrovarne radici, all’essenza, al cuore delle cose stesse.

Dissociarsi dall’idea di ogni rottura come pura distruzione, significa scegliere a nostra volta di spezzare quel legame apparentemente inscindibile dell’adolescente arrabbiato che rompe il mondo per il piacere di distruggerlo e avvicinarsi alla necessità di comprendere i significati dei suoi gesti.

Non sarà forse un grido dall’allarme allo struggente bisogno, talvolta, di comprendere e di conoscere, per riorientarsi? Significa aprire orizzonti di crescita per affrontare al meglio la sfida della complessità.

La bellezza del lavoro sociale

“La vita è un arazzo e si ricama giorno dopo giorno
con fili di molti colori,
alcuni grossi e scuri, altri sottili e luminosi, tutti i fili servono.”

Il quaderno di Maya – Isabel Allende

Mille fili che ci legano è una storia di storie, che racconta per immagini un percorso autobiografico collettivo, intrapreso insieme dalle educatrici e dalle donne accolte nelle nostre comunità e nei nostri progetti di avvio all’autonomia.

“Nel nostro laboratorio ci siamo raccontate attraverso fili, intrecci, nodi e ricami ma anche immagini e parole”.

E la fotografa Gaia Bonanomi le ha ritratte in questo reportage.

La Grande Casa scs nasce nel 1989 con l’obiettivo di favorire e promuovere diritti, sostenere e rispettare ogni singolo progetto di vita, favorire l’integrazione sociale e lavorativa delle persone più fragili. Operiamo in favore di donne, minorenni e famiglie, giovani, migranti e comunità locale. È stato un viaggio lungo, ricco di storie, di volti, di riflessioni. Abbiamo più di 30 anni e la voglia di condividere con chi ci ha accompagnato fino a qui, ma anche di rimettere in circolo energie, conoscenza, esperienze. Lasciare che il fermento di tutti questi ingredienti si trasformi nel nostro nuovo punto di partenza.

Pillole di dignità

Il Teatro della Cooperativa in occasione della programmazione dello spettacolo “Ausmerzen” promuove sette brevi incontri per riflettere su alcuni temi legati alla disabilità e all’inclusione sociale. Il Cnca Lombardia partecipa alle Pillole in programma sabato 24 – mercoledì 28 e giovedì 29 febbraio con contributi estratti dal laboratorio “Amori Fragili Amori Negati

Milano, 22 febbraio 2024 – Cento anni fa nasceva a Trieste Franco Basaglia, riformatore della disciplina psichiatrica in Italia che, con la sua attività, ha ispirato la legge 180/78 che ha portato alla chiusura degli ospedali psichiatrici nel nostro Paese. Per celebrare questa ricorrenza il Teatro della Cooperativa mette in scena dal 20 febbraio al 3 marzo “Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute”.

A seguito delle repliche dello spettacolo il Teatro della Cooperativa propone, in collaborazione con Coordinamento nazionale comunità d’accoglienza (Cnca) della Lombardia e Ledha, “Pillole di dignità”, un ciclo di sette brevi incontri della durata massima di trenta minuti ciascuno per indagare e riflettere su alcuni temi legati alla disabilità e all’inclusione sociale. Il CNCA Lombardia animerà le serate di sabato 24 febbraio – “Mamma, dimmi che cos’è il desiderio” – mercoledì 28 febbraio – “LGBTQIA+ e disabilità” e giovedì 29 febbraio – “Non è amore questo”.

Dal laboratorio promosso dal Cnca “Amori fragili, amori negati” sono nati alcuni spunti di riflessione sui diritti delle persone con fragilità, in particolare per quanto riguarda il diritto alla sessualità e all’affettività e su come superare il tabu del corpo imperfetto che vediamo solo come oggetto di cura e protezione. Nelle diverse serate, Barbara Apuzzo, attrice e persone con disabilità, dialogherà con Giovanni Gaiera, Laura Spoldi, Carlotta Serra e Paolo Cattaneo del Cnca.

Gli incontri successivi, organizzati in collaborazione con altre realtà del terzo settore milanese saranno occasione per riflettere su temi diversi: l’importanza di un linguaggio inclusivo e rispettoso, il rischio di istituzionalizzazione per quanti necessitano elevati livelli di assistenza e la storia del movimento delle persone con disabilità. A concludere il ciclo d’incontri sabato 2 marzo, la proiezione delle fotografie di Gianfranco Falcone, psicologo e attivista, che presenta il progetto “Disability Glam”.

Le repliche di “Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute” (durata 70 minuti) sono in programma il martedì, il mercoledì, il venerdì e il sabato alle ore 20. Il giovedì alle 19:30 e domenica alle ore 17.

Per informazioni www.teatrodellacooperativa.it.