Qual è il senso delle attività che si progettano per i ragazzi accolti nelle nostre comunità, se non quello di far scattare in loro una scintilla, un’ambizione, un senso di fiducia, al di là del dolore che hanno vissuto e che li ha portati da noi?
Quella scintilla è qualcosa che si accende dentro di loro, ma è anche uno spazio nuovo che possono intravedere nel mondo: un luogo da coltivare e far crescere mentre loro stessi crescono. Un futuro, una speranza di vita diversa. I progetti nascono per offrire questa occasione, attraverso un percorso di formazione, un tirocinio, un’attività di volontariato o la realizzazione di un’installazione nel segno dell’arte e della bellezza. E ciò che accade in questi momenti è sempre imprevedibile anche per gli operatori che li accompagnano. Va oltre le aspettative, ridefinisce in meglio gli obiettivi. I protagonisti di questa sorpresa sono sempre i giovani.
È successo anche quest’anno, con un percorso di formazione dedicato alla produzione di un podcast e alla conduzione di una radio online, quella che un tempo si sarebbe definita una radio “libera”.
Il programma prevedeva la preparazione dei testi, del palinsesto e di un’intervista, oltre all’acquisizione delle tecniche comunicative di base per improvvisare una diretta, intervallata dalla scelta di brani musicali adatti e coinvolgenti.
Le attività proposte non avevano solo un carattere di intrattenimento, ma miravano all’espressione di sé, alla curiosità verso gli altri, al racconto del proprio passato e anche alla costruzione del futuro desiderato.
In tutti i giovani che hanno partecipato -in un gruppo misto composto da ospiti delle comunità e da ragazzi del territorio- la scintilla si è accesa. Per alcuni in modo particolarmente intenso.
Marco, per esempio, è riuscito a emozionare sé stesso e tutti gli adulti coinvolti. Ha 19 anni, una passione per i dispositivi elettronici, i quadri elettrici e le attività di riparazione: racconta con entusiasmo la soddisfazione che prova quando riesce a rimettere in funzione un apparecchio rotto. Ma è anche affascinato dal mondo fantasy, dai fumetti e dagli anime, un universo sempre più diffuso tra gli adolescenti.
Il laboratorio di radio e podcast gli ha offerto l’occasione di unire queste passioni e di mettersi alla prova in attività dal forte valore relazionale, comunicativo e creativo. Ha così deciso di assumere all’interno della radio il ruolo di tecnico del suono: una sfida e un’opportunità che, insieme all’esperienza di tirocinio svolta in una fumetteria, gli hanno permesso di conoscersi meglio e di entrare in confidenza con altri ragazzi.
Alla radio Marco si è appassionato alla logistica e alla registrazione dei podcast, trovando il suo spazio tra mixer e microfoni, e oggi la radio non potrebbe più fare a meno di lui.
Il percorso formativo gli ha fatto rileggere in modo nuovo certe sue inclinazioni e predisposizioni, mostrandogli come possano essere valorizzate nel mondo.
Se gli si chiede del futuro, Marco si immagina in viaggio per il mondo con un camper, una ragazza e un cane. Finora ha viaggiato solo con l’immaginazione, attraverso i fumetti e i giochi di ruolo online. Ma la voce di uno speaker alla radio -che si muove oltre i limiti del quotidiano e porta con sé chi ascolta- è diventata per lui un nuovo tassello di questo grande viaggio che lo attende: il futuro da giovane autonomo, al di fuori della comunità.
Giulia Grisolia, Educatrice della comunità Casa di Camillo, di Arimo Cooperativa Sociale
Arimoè una cooperativa sociale che accompagna adolescenti e giovani adulti in difficoltà. Si prende cura di loro, costruendo insieme percorsi educativi personalizzati verso l’autonomia, la responsabilità e nuove possibilità di futuro. Con una rete competente, contesti sicuri e oltre vent’anni di esperienza, Arimo è uno spazio di pensiero e un centro di eccellenza nella proposta educativa per gli adolescenti. Fondata nel 2003, ha avviato e gestisce tre comunità educative per adolescenti, nove alloggi per l’autonomia per giovani adulti e quattro per genitore-figli. Offre servizi di progettazione educativa territoriale, di accompagnamento all’autonomia e di inserimento lavorativo, laboratori formativi ergoterapeutici e consulenza pedagogica per genitori di adolescenti. Inoltre garantisce un servizio di spazio neutro e svolge attività di ricerca, informazione, formazione e divulgazione attraverso il progetto editoriale UbiMinor, supervisione, consulenza e formazione a operatori.
Arimo è una cooperativa sociale fondata nel 2003. Accoglie e accompagna verso l’autonomia lavorativa, abitativa, relazionale, emotiva, adolescenti in difficoltà. Gestisce comunità e appartamenti educativi per neomaggiorenni e per genitori e figli, realizza percorsi per l’inserimento lavorativo e attività di consulenza e formazione pedagogica. Le sue attività sono tutte ispirate dal proposito di rompere il cerchio di un destino già scritto da contesti sociali emarginanti o da esperienze di fallimento e sopruso, per ristabilire diritti e per promuovere nei giovani il senso di responsabilità verso se stessi e verso la comunità.
Come Arimo abbiamo sempre considerato fondamentale, a livello educativo, il rapporto con la realtà – e dunque con la rete delle possibili relazioni territoriali – in quanto promotore di trasformazione e cambiamento. La dimensione sociale, quella della vita reale, è fondamentale per realizzare progetti che riescano a intercettare bisogni e problematiche degli adolescenti, agevolando o sbloccando il loro processo evolutivo,
In questa direzione, abbiamo ideato e stiamo sperimentando da qualche anno un servizio innovativo di presa in carico dei ragazzi a rischio di marginalità, servizio che nel lavoro di rete ha il punto di forza della sua visione e azione pedagogica: il Centro Diurno Diffuso – CDD (avviato all’interno del progetto Tra Zenit e Nadir sulla giustizia riparativa, finanziato da “Con i Bambini”).
Il nostro intento è quello di fare sintesi tra la non residenzialità dell’azione educativa e un’idea di intervento diurno e diffuso sul territorio, realizzato in un ambito sociale, attraverso un lavoro svolto con il coinvolgimento di una pluralità di attori.
Felipe
Felipe è uno dei molti ragazzi accolti. È arrivato da noi quando aveva diciassette anni. Nato in Italia, di origine sudamericana. Alto, forte, dava un’impressione di grande potenza fisica, alla quale però corrispondeva una altrettanto marcata fragilità e vulnerabilità interiore. È stato segnalato al nostro Centro dal Servizio sociale del Tribunale per i Minorenni di Milano.
Aveva commesso un reato pesante, una rapina aggravata, e aveva trascorso diversi mesi al carcere minorile Beccaria, prima di ricevere un provvedimento di messa alla prova.
Era stato disposto un collocamento in comunità. Felipe ha provato il dispositivo comunitario per due volte, senza riuscire a reggerlo. Si è fatto espellere entrambe le volte, mettendo in atto comportamenti aggressivi, rendendosi responsabile di illeciti, scatenando risse e rifiutando regole. Provocava gli educatori, rispondeva male, scappava, faceva costante uso di cannabinoidi, risultando sempre positivo ai test. La comunità educativa, in altre parole, non era lo strumento adatto per promuovere un suo recupero e raggiungere l’obiettivo pedagogico e giuridico della messa prova.
Perché il Centro Diurno Diffuso per Felipe
Felipe se ne andava dalla comunità e tornava a casa. La sua famiglia non poteva garantire da sola un presidio educativo. Il nucleo familiare, in quel momento, viveva in un contesto di housing sociale.
Felipe era una testa calda, se si può dire così. Un fratello maggiore in carcere, una sorella più grande con problemi psichiatrici e un fratello minore con una diagnosi di autismo. Una situazione molto difficile. Il padre un ingombrantissimo assente, lo ha anche cacciato di casa, insieme alla mamma, costringendoli per un periodo a vivere di espedienti.
La madre è una donna con grandi problemi di gestione del quotidiano. Felipe con lei ha un rapporto simbiotico. Hanno affrontato insieme le difficoltà più estreme. Il legame di co-dipendenza con la madre era troppo forte perché Felipe potesse accettare il collocamento in comunità. Ha messo in atto tutto quello che era in suo potere per far fallire il progetto e tornare a casa da lei, unico tra i fratelli in grado di aiutarla, il solo che potesse “salvarla” – e lei, da parte sua, faceva affidamento su questo.
Il percorso di recupero stabilito dal Tribunale aveva bisogno di uno strumento diverso, più flessibile e allo stesso tempo più forte, per agganciare e sostenere la motivazione di Felipe. Il ragazzo doveva sentirsi non vincolato da una struttura così rigida come la comunità e vivere da protagonista le nuove esperienze che doveva affrontare. Su questo bisogno di autonomia si può far leva, educativamente, per generare responsabilità.
L’avvio del progetto
Felipe ha espresso da subito il bisogno di lavorare. Lavorare, guadagnare. Ha espresso anche il desiderio di riprendere a studiare. Ci ha poi spiegato che aveva commesso reati solo per soldi, spinto dal bisogno di un periodo di stenti, con la madre disoccupata.
Felipe aveva un grosso problema di gestione della rabbia e delle emozioni, una cosa su cui tutti gli attori coinvolti nel suo progetto hanno da subito iniziato a lavorare.
Il percorso
Il percorso di Felipe presso il nostro Centro è iniziato con un orientamento, sia sulla parte scolastica che su quella lavorativa. Mentre era rinchiuso al Beccaria, aveva partecipato a un corso di caffetteria. Dichiarava ambizioni molte alte, voleva addirittura diventare medico. Ma abbiamo deciso di partire da lì, dall’attività di barista, per vedere come avrebbe reagito.
Abbiamo trovato un esercizio adatto a lui, con un titolare molto presente, una figura caratterialmente importante per affidabilità, senso di sicurezza. Speravamo che Felipe si agganciasse a lui. All’inizio con le figure maschili aveva un grosso problema di fiducia, ma con quell’uomo è entrato subito in una relazione positiva. Un tirocinio che doveva durare due mesi in realtà è proseguito per sette mesi. Quel locale è stato una sorta di porto sicuro per il ragazzo.
La rete e i primi cambiamenti di Felipe
La rete di persone e organizzazioni che hanno lavorato con Felipe era composta dagli operatori istituzionali e da quelli attivi sul territorio. Il Servizio sociale, la psicologa, il Sert, gli educatori domiciliari, la scuola, gli imprenditori dei tirocini e noi del Centro. Tutti fortemente coinvolti nel progetto e in relazione tra loro.
All’inizio c’era anche un professore di riferimento nella scuola che Felipe aveva voluto tentare, un istituto a indirizzo commerciale, progetto poi abbandonato perché quella scuola era troppo impegnativa per poter essere gestita contemporaneamente al lavoro. Ora è iscritto a un corso da barman, ha sostenuto un colloquio per un nuovo tirocinio in un locale, questa volta sostenuto da una borsa lavoro. Con la prospettiva di essere finalmente in grado di aspirare a un’assunzione stabile.
Come funziona la rete
Il regista è sempre l’assistente sociale. Periodicamente facciamo degli incontri con tutti gli attori coinvolti, per avere uno sguardo sul ragazzo da prospettive differenti, valutare i risultati, ridefinire gli obiettivi. È uno scambio molto positivo.
Sentiamo regolarmente l’educatrice domiciliare, la psicologa, ovviamente l’assistente sociale e il datore di lavoro. Ci aggiorniamo costantemente. L’assistente sociale guida un progetto comune che viene portato avanti su più fronti. Ci confrontiamo con la psicoterapeuta. Che cosa sta emergendo? Quali sono le difficoltà che Felipe riporta e che potrebbero avere un valore anche rispetto al lavoro, alla scuola? E per il servizio domiciliare, invece: quali sono i temi legati alla famiglia che stanno emergendo? E quali sono i temi del lavoro, della scuola che possono essere connessi agli altri aspetti del percorso?
Inizialmente Felipe non realizzava la gravità di quello che aveva fatto. Non esprimeva minimamente né rimorso né senso di colpa. Non aveva la capacità di mettersi nei panni della vittima.
A un certo punto, però, entrando in relazione con altre persone, sia a scuola che, soprattutto, al lavoro, ha iniziato a riflettere e maturare. Sul posto di lavoro sono sorti momenti di confronto sulla reciprocità: quando fai qualcosa a qualcuno, devi pensare che quell’altro potresti essere tu.
È stato un punto di partenza che ha permesso a Felipe di iniziare a immaginare se stesso in altri ruoli, oltre a quello che aveva da sempre avuto. Questo sforzo di mettersi nei panni degli altri ha dato i suoi frutti, gli ha permesso di immaginare cosa significa avere a che fare con una persona che si approfitta della tua debolezza e, questo, lo ha portato a ripensare anche al suo ruolo nei contesti di marginalità che lo avevano portato al reato.
Tra poco andrà a lavorare in un nuovo bar. Gli è piaciuto molto il titolare, un ragazzo che si è fatto da solo. Abbiamo scelto per lui aziende guidate da persone che possono fargli un po’ da esempio. Persone che hanno messo su un locale da soli, non con i soldi di famiglia. Si sono date da fare, hanno fatto sacrifici per arrivare dove sono. Felipe è uscito dal colloquio dicendo: “Pensa che bello se un giorno io riuscirò ad aprire il mio locale e tu potrai portarmi dei ragazzi messi male come me, per fare delle esperienze e cambiare vita”.
Sempre sul piano della riparazione, Felipe all’inizio ha svolto attività di volontario con i ragazzi disabili al CRH. Ha fatto un accompagnamento ai ragazzi disabili, lui che ha un fratello disabile e una sorella con disagio psichico. Ha capito da subito che proprio per questo era importante che lo facesse.
Forse adesso sarebbe anche pronto a un incontro di riparazione con la vittima.
Tutto questo, siamo convinti, è il frutto di un dispositivo come il CDD che non si occupa solo di lavoro, di scuola, di orientamento, ma integra tutte le varie componenti che riguardano il percorso evolutivo di un giovane autore di reato, inserendolo in un tessuto sociale nuovo, fatto di relazioni significative. Affrontiamo la fragilità interiore con la psicoterapia e, allo stesso tempo, interveniamo sulla gestione della rabbia iscrivendolo a un corso di boxe. Gli effetti delle varie componenti del percorso e delle azioni dei diversi attori della rete si riversano sulle altre.
Felipe da poco ha fatto il passaggio agli appartamenti per l’autonomia. Il suo obiettivo ora è stabilizzarsi sulla parte lavorativa. Una volta che ci sarà riuscito, capiremo se ci sono margini per riprendere anche il percorso scolastico.
Il rapporto sviluppato sul territorio, in una relazione senza filtri con la realtà, ci ha consentito di vedere Felipe in forma molto libera, e a lui di vedere in modo molto libero noi e gli altri protagonisti del suo percorso. Sta facendo un’esperienza diretta del senso migliore della vita sociale, gettando le basi per quando dovrà viverci in piena autonomia.
Alberto Dal Pozzo, responsabile della comunità Terzo Spazio e del Centro Diurno Diffuso di Arimo
Sono responsabile dal 2007 di Casa di Camillo, una struttura residenziale per adolescenti della Cooperativa Sociale Arimo. Gli ospiti che ho seguito da quel momento, con una responsabilità quindi a tutto tondo sul loro percorso educativo, in particolare quelli accolti tra il 2007 e il 2012, hanno oggi una trentina d’anni, e rappresentano un’occasione di grande interesse per riflettere sull’efficacia e sulle criticità del lavoro educativo residenziale.
Qualsiasi evoluzione sia avvenuta nelle loro storie di vita, questi uomini hanno oggi una sufficiente distanza dall’esperienza avuta da ragazzi, tanto da poterla condividere con maggiore lucidità critica. L’intensità di quello che hanno vissuto è tale che occorre un sufficiente distacco emotivo per una giusta rielaborazione. È la stessa cosa che accade in generale per l’adolescenza, una fase di così rapido cambiamento che ogni tentativo di fissarla mentre è in atto diventa una fotografia mossa.
A caldo e nel breve termine dalla loro conclusione, i percorsi dei ragazzi sono sovraccarichi di emozioni, le loro e quelle degli educatori, delle informazioni e delle osservazioni accumulate, dei tanti documenti prodotti a partire dal confronto tra i vari operatori e le diverse professionalità coinvolte; sono gravati dalla forza degli eventi accaduti in comunità o segnalati, che i ragazzi non mancano mai, per natura, di offrire, a sancire tappe e scadenze, fino alla conclusione della loro permanenza in comunità.
Alcuni ospiti – devo dire che negli anni sono stati molti – con i loro tempi e modi ci tengono a mantenere un contatto costante con noi a posteriori. Colpisce il rispetto di ognuno, qualsiasi sia stata la qualità percepita dell’esperienza vissuta in comunità, o il bisogno che sta dietro alla richiesta di ritrovarsi con gli educatori. Non è a mio parere legato a una particolare persona cercata o alla nostalgia per il luogo, credo che sia una forma di accettazione di quanto è accaduto allora, quando vivere la comunità rappresentava un trauma o una fatica, un punto di domanda su sé stessi e sugli adulti. Tornare da noi è un modo di riconoscersi a posteriori e di pensare che quel momento difficile aveva un senso, uno scopo che andava oltre la fatica di doverlo affrontare. Poi l’affetto fa la sua parte, non voglio confonderlo con la gratitudine, non ne sarei affatto lusingato: c’è piuttosto il piacere di riassaporare insieme la condivisione di una parte di vita, del quotidiano, del conflitto e di alcuni momenti di quel tempo così stupido ed eroico che per ognuno è patrimonio di racconti divertenti, memoria di persone oggi lontane, delle proprie scoperte.
Se qualche volta capita di pensare all’esperienza comunitaria come a un ottuso tentativo di “riparazione” di un oggetto di lavoro, ogni storia lo smentisce. Il nostro non è un ostinato tentativo di risoluzione degli odiosi e sanguinanti limiti di quella che non deve essere vista come una macchina in panne, ma come l’organismo più complesso e resistente su questa terra. Un adolescente in difficoltà. È straordinario vedere che questi uomini hanno fatto di loro quel che volevano o potevano, e che il nostro potere limitato risiede in quello che siamo riusciti ad offrire, senza spocchia, cercando di essere generosi e credibili.
Che sia cura o tutela, che siano semplici esperienze nuove e felici o anche strumenti educativi banali ma fondamentali, non importa. La proposta educativa deve essere onesta e alla portata di ciascuno, non uno standard ma una reciproca scoperta. Gli impegni presi reciproci e rigorosi – e devono contemplare margini d’errore e cambiamenti di rotta. Sembra facile a dirsi.
Ognuno di questi uomini che tornano a trovarci mi stupisce, sono felice di riconoscere che spesso non avrei potuto immaginare sviluppi così sorprendenti dei loro percorsi di vita durante il periodo comunitario. Da educatori ipotizziamo successi e pronostichiamo ricadute o recidive, siamo capaci di caricare i ragazzi di aspettative e giudizi. È umano, sono il primo a farlo, ma è un tentativo di interpretazione priva di fondamento, come le previsioni del tempo sul lungo periodo. I ragazzi che accogliamo non possono essere misura del nostro valore professionale espresso con delle prestazioni. È una operazione, questa, che spesso porta al disinvestimento o alla frustrazione. Questi uomini sono i ragazzi di allora, senza tutta quella energia e imprudenza, senza il bisogno di sfidare i grandi o chiederne l’attenzione con gesti impulsivi. Si sono arrangiati, sono maturati e hanno dovuto scegliere e confrontarsi con dure realtà prive di tutela e rimboccarsi le maniche in qualche modo. Mi piace ascoltarli e chiedere di quel tempo, sono curioso.
Ora, con la distanza del tempo trascorso e con gli strumenti che hanno sviluppato, portano delle valutazioni di cui faccio tesoro perché contengono critiche e riconoscimenti più equilibrati, che sono utili per chi esercita un potere così importante, delicato, come quello del lavoro educativo.
Alcuni hanno recuperato stimoli ricevuti e affrontato problematiche allora intoccabili, per immaturità o dolore. Questo mi fa pensare che alcuni obiettivi importanti che vediamo alla portata dei ragazzi che seguiamo, magari lo sono in relazione alle loro capacità ma ancora precoci in rapporto al loro sviluppo personale.
Ci sono, tra questi uomini che tornano a trovarmi, quelli che un tempo sono stati i miei campioni, perché erano abili e svelti, anche nella capacità di adattarsi e di cogliere opportunità, appagando il mio bisogno di vedere risultati. Per esperienza, tuttavia, so bene che le competenze nell’elaborazione di un passato doloroso e nell’investire nel progetto educativo, non sempre corrispondono alla scelta faticosa di confrontarsi davvero con i propri fantasmi. Adeguarsi efficacemente alle richieste della comunità può illudere di riuscire ad evitarli.
Elia, del quale voglio in particolare raccontare qui, fa parte di questi uomini che hanno avuto un percorso nella nostra comunità e che sono rimasti in contatto. Non interessa né è utile parlare qui nello specifico della sua storia di adolescente, perché per alcuni versi somiglia a tante altre, pur con tutte le sue unicità, e, soprattutto, perché so bene che il periodo trascorso con noi è un’esperienza che non può dirci chi è oggi, anche se integrata con il resto, quanto è avvenuto prima e dopo. È di per sé un successo, certo, ma tutto il resto l’ha fatto da solo, scegliendo, cercando una strada, via via maturando quello che è oggi; e anche per lui, di certo, come per ognuno, le possibili future sconfitte comporteranno nuove riflessioni.
Mi interessa invece individuare aspetti della sua storia che possono sembrare ordinari, ma credo ugualmente importanti perché sottolineano il suo desiderio di stare bene e possibilmente sempre meglio, obiettivo di fondo e desiderio che abbiamo per i nostri utenti. Un esempio anche per tutti noi, credo, in questa direzione.
Elia ha accettato la fatica ma rivolta a un obiettivo preciso, senza la rassegnazione ottusa di spenderla male, passivamente. È stato capace di rinunciare alla sicurezza che i nostri limiti e sbagli spesso ci offrono, solo perché le sofferenze conosciute sembrano preferibili a quelle ignote. Ogni volta che in questi anni l’ho rivisto, Elia mi è sembrato onesto nel guardare avanti, con la sana preoccupazione di dover valutare le sue incompetenze per migliorarsi. Mi spiego: per progredire bisogna investire su ciò che non abbiamo.
Come operatore, credo che i ragazzi sappiano bene quanto valiamo, come di quanto siamo mancanti; Elia non dimentica di farmi notare come mi conosca bene, da sempre. Oggi in modo meno provocatorio, e io l’ho sempre ripagato con la stessa sincerità. Certo, quando era un ragazzo avevo la responsabilità enorme di essere per lui un riferimento solido, senza abusare del mio potere per difendermi o confermare il mio ruolo. Credo che gli adolescenti apprezzino, più delle nostre qualità, l’accettazione serena delle nostre mancanze, la sicurezza e correttezza nel contenere e riparare all’impatto degli sbagli inevitabili che facciamo.
Elia sta per fare il giro del mondo in bici, un’impresa romantica, per cui ha lavorato come un asino, un asino coraggioso. Quello che mi piace, ogni volta che mi parla di un suo progetto, è che non ha mai il sapore dell’impresa improvvisata, da sognatore. Mi descrive tutte le possibili difficoltà, le spese, senza sembrare scoraggiato. Non dà per scontato di farcela o che sia facile o solo bello, credo che abbia anche il timore, umano e sottovalutato, di fare una brutta figura.
Fare il giro del mondo è quel genere di impresa affascinante che tutti vorremmo fare, e che rimane una fantasia, diventando un rimpianto. Per mille validi e castranti e autoassolutori motivi.
E il fatto che un mio ospite antico stia mettendo in piedi questa avventura, potrebbe essere occasione di alimentare la solita retorica rassicurante e fasulla che dice: stupido è chi lo stupido fa; in altre parole, il racconto che con l’impegno tutti ce la possono fare.
Le condizioni per realizzare qualcosa di bellissimo e coraggioso sono molte e metterle insieme è un’opportunità rara e alla portata di chi è fortunato, capace, organizzato, coraggioso e ambizioso. Il che non esclude affatto che abbia avuto bisogno di cure, o vissuto momenti di crisi profonda o commesso errori gravi.
Per me è un’opportunità grande di ripensare alle volte che ho creduto che uno dei miei utenti avesse la strada segnata, un invito a considerare il mio parere solo in relazione a quello degli altri, a riconoscermi incerto o incompetente quando inevitabilmente accade. Un ulteriore stimolo ad ascoltare davvero i ragazzi, che non vuol semplicemente dire disporsi all’attenzione ma, piuttosto, non darli per scontati perché, tanto, tutto quello che hanno da dire lo riporteremo alle relazioni, ai reati, alle diagnosi, alle prassi.
E, personalmente, la scelta di Elia di investire in un desiderio grande e farsene carico, mi fa interrogare su quanto io sarei in grado di farlo oggi, con l’obiettivo di non guardare al mio futuro e a me stesso con pregiudizio, o peggio con rassegnazione. Una bella “lezione” a parti invertite.
Luca Natili, responsabile della comunità Casa di Camillo
P.S. Le fotografie sono state scattate da Elia durante i suoi viaggi.
–
Arimo è una cooperativa sociale fondata nel 2003. Accoglie e accompagna verso l’autonomia lavorativa, abitativa, relazionale, emotiva, adolescenti in difficoltà. Gestisce comunità e appartamenti educativi per neomaggiorenni e per genitori e figli, realizza percorsi per l’inserimento lavorativo e attività di consulenza e formazione pedagogica. Le sue attività sono tutte ispirate dal proposito di rompere il cerchio di un destino già scritto da contesti sociali emarginanti o da esperienze di fallimento e sopruso, per ristabilire diritti e per promuovere nei giovani il senso di responsabilità verso se stessi e verso la comunità.