Ricucire uno strappo

Arte e Riscatto: Minori in Cambiamento

Hanno commesso reati e ora devono risarcire la collettività ricucendo lo strappo che il loro gesto ha creato: è questo il principio che ispira le attività messe in campo dall’equipe della cooperativa Il Calabrone che, insieme all’USSM, si occupa dei minori autori di reato. L’occasione, questa volta, è offerta da una richiesta fatta dalla dottoressa Giuliana Tondina, Procuratore della Repubblica del Tribunale dei minorenni di Brescia, che voleva abbellire il nuovo ufficio per i Minori Stranieri Non Accompagnati: circostanza ideale per finalizzare i laboratori educativi “Polly” e “Passe-pARTout”!

I risultati li potete vedere in queste pagine: si tratta di due quadri, “il Viaggio” e “AmMare”, creati durante l’attività di gruppo da chi ha partecipato al laboratorio; un’opportunità colta dagli educatori per proporre una riflessione più ampia sul viaggio, sulle scelte e sulle loro conseguenze.

Usando un labirinto realizzato con del filo, il gruppo ha lavorato sul tema del corpo, in particolare sul corpo impedito e condizionato nel suo muoversi attraverso spazi decisi da altri; il tema del viaggio migratorio in questo caso era stato messo al centro delle discussioni e dei ragionamenti, pensando agli ostacoli come metafora del percorso di crescita, e al raggiungimento dell’obiettivo (uscire dal labirinto) come ricerca degli strumenti più adatti.

Nelle intenzioni dei partecipanti, il labirinto rappresentava la fatica del viaggio inteso come avventura nuova di cui non si conoscono né la conclusione né l’andamento; e le parole inserite nel quadro -novità, obiettivo, determinazione, imparare, fiducia- rappresentano le sensazioni legate al pensiero di un luogo sconosciuto.
I caratteri che compongono le parole sono presi da varie lingue, ucraino, russo, punjabi, albanese, arabo, cinese, portoghese, greco, per dare il benvenuto a tutti e includere le persone provenienti da diverse culture; ci sono stelle e costellazioni in tutti i percorsi, “perché sono lume di speranza ed elementi affascinanti che, un tempo, erano importanti per orientarsi. E questo quadro sarà visto da tutte le persone che avranno affrontato questo tipo di percorso dichiarano i ragazzi di Passe-pARTout.
Spesso gli adolescenti agiscono d’impulso e solo più tardi si accorgono delle conseguenze delle proprie azioni. Nel laboratorio sono stati invece sollecitati a sperimentare ed esprimere le motivazioni delle proprie scelte: quale colore scegli? Perché? Con quale colore lo abbini? Come mai? Lo spazio lasciato in bianco è intenzionale o è una dimenticanza? Questioni molto concrete, ma il modello pedagogico si basa sul coinvolgimento fisico e corporeo, molto più stimolante di qualsiasi lezione verbale.
L’uso dei fili intrecciati si è riproposto nel quadro “AmMare”, per simboleggiare i percorsi di viaggio attraverso gli stati e per cucire insieme le rive opposte.

Alla fine del laboratorio le due opere sono state consegnate alla Procura durante un piccolo evento festoso e ora sono esposte nel nuovo ufficio per i Minori Stranieri Non Accompagnati. Il commento della dottoressa Tondina – “Guardando questi quadri mi verrete sempre in mente voi” – è la conferma di come la Procura non si limiti a gestire fascicoli, ma consideri e conosca davvero i ragazzi, riconoscendone le storie e le identità.
L’evento di consegna caratterizza tutti i laboratori “Polly”, che si concludono sempre restituendo alla collettività il frutto del percorso educativo seguito dai minori autori di reato – che in tal modo diventano consapevoli di poter essere agenti di cambiamento e di poter contaminare positivamente il contesto. Non a caso, il nome dei laboratori si rifà al lavoro delle cosiddette api muratrici, che non producono miele ma raccolgono polline e lo distribuiscono contribuendo a conservare le specie vegetali.

Lavorare con i NEET è sorprendente, qualche volta.

“Chi me lo fa fare?” È una domanda che ogni tanto ritorna, specie quando il lavoro si fa duro, quando il cambiamento sembra lontano, o quando le energie non bastano. Erica, psicologa di Il Calabrone ETS, la pronuncia sorridendo. Non come segno di resa, ma come punto di partenza per una riflessione profonda: sul senso, sulle sfide e sulle sorprese che accompagnano il lavoro educativo.
Negli ultimi mesi abbiamo avviato un progetto rivolto ai NEET – quei giovani che non studiano, non lavorano, e restano ai margini della società. “Lavorare con loro è sorprendente e faticoso. È come dialogare con un altro mondo,” racconta Erica. Un mondo in cui il tempo è dilatato, la progettualità assente, il futuro evaporato. “Mi sto accorgendo che hanno un senso del tempo e dello spazio completamente diversi dal nostro. Il loro orizzonte si ferma al qui e ora.”

In un contesto in cui guerre, crisi climatiche, instabilità e sfiducia sembrano aver reso il futuro un concetto opaco anche per gli adulti, i NEET rispondono con chiusura, distacco, disincanto. Ma non è per forza una reazione politica consapevole. Non è il cambiamento climatico o l’instabilità globale a preoccuparli, perché questi temi non entrano nella loro quotidianità. Il loro sguardo è concentrato su di sé e sulla propria vita. E spesso anche sulle risposte più rapide ai propri bisogni. Lavori in nero, mal pagati, ma subito accessibili che rischiano di diventare il loro unico progetto di vita.
“Il nostro compito – aggiunge Erica – è cercare di smontare questa visione statica e impoverita di sé. Vederli, ascoltarli davvero, comprendere le loro parole senza pretendere che abbiano il nostro stesso vocabolario. È un lavoro continuo di mediazione tra mondi diversi e spesso anche di traduzione.

Le proposte educative più strutturate, come corsi o percorsi di inserimento, all’inizio non hanno avuto presa. Troppo astratte, troppo lente. Aspettare anche solo qualche mese per vedere risultati concreti sembrava insostenibile. L’atteggiamento era spesso passivo. “Ci siamo chiesti da dove partire. Quale primo passo potevamo offrire per accendere, anche solo per un attimo, il desiderio di mettersi in gioco?”.
Poi un’intuizione: un laboratorio. Un’attività semplice e concreta. E lì qualcosa si è mosso. Alcuni hanno iniziato a partecipare con diffidenza ma in quel piccolo spazio si è aperta una crepa nella loro indifferenza. “Scoprire di avere competenze, di saper fare qualcosa che viene riconosciuto dagli altri, ha avuto un effetto travolgente”, racconta Erica. “Si sono messi in gioco con entusiasmo crescente. Quando ci sono, ci sono davvero. Diventano voraci, non smetterebbero più.”
Arrivare in orario, che può sembrare la più banale delle esigenze, è già una conquista per chi ha molto tempo vuoto davanti a sé; cominciare a rispettare qualche regola può diventare accettabile anziché essere un’intollerabile imposizione.
Una delle esperienze più forti? Un gioco. Una semplice caccia al tesoro senza telefoni, con regole condivise, compiti differenziati, obiettivi comuni. “All’inizio li abbiamo quasi costretti a giocare -ammette Erica-. E ci siamo resi conto che la loro povertà educativa comprendeva anche questo: non erano abituati al gioco. Ma poi si sono divertiti.”
“Alla fine, alla domanda ‘chi me lo fa fare?’ rispondo: è l’unico lavoro che vorrei fare”, dice Erica con un sorriso sincero. Per lei è una questione di giustizia, restituzione e costruzione di senso. “Sono stata fortunata. Ho ricevuto tanto. Ora sento il dovere di rimettere in circolo ciò che ho avuto, perché nessuno dovrebbe delegare ad altri la responsabilità di costruire una società che vede le persone, che si accorge di loro e le tratta con dignità, e non come attrezzature da spostare.

La relazione interpersonale, anche informale, lascia un segno; è importante che tutti possano fare esperienza di gesti di gentilezza, generosità e fiducia”.
Si spiega con un esempio che sembra banale nel nostro mondo di “adultissimi”, come dice lei: una piadina offerta a uno dei suoi NEET senza aspettarsi niente in cambio gli ha suscitato un tale stupore da lasciare un segno, una speranza. Nel futuro, chissà, se ne ricorderà e potrà agire di conseguenza.
Perché l’obiettivo di un educatore appassionato è questo: continuare a esserci nella vita dei ragazzi che incontra, anche solo nel ricordo di un’esperienza che li ha coinvolti.

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogni al centro del nostro pensiero e del nostro agire. Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.

Fare rete come cura delle relazioni di comunità

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogno al centro del nostro pensiero e del nostro agire. Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.

Abbiamo a lungo riflettuto su cosa vuol dire “fare rete” per noi della Cooperativa Calabrone. Molte sono le domande legate a questo tema che ci poniamo nel nostro lavoro quotidiano: come facciamo in modo che le reti che costruiamo siano durature, superino i tempi contingentati di un progetto, riescano ad incidere significativamente sul territorio?

Anticipiamo che non abbiamo risposte certe, ma alcuni dei progetti a cui abbiamo contribuito in questi ultimi anni ci hanno permesso di mettere in campo sperimentazioni promettenti.

Vorremmo partire da due di questi progetti per provare ad offrire alcune riflessioni più generali: DAD Differenti Approcci Didattici (finanziato da Impresa Con i Bambini e Fondazione Cariplo, con capofila Fondazione della Comunità Bresciana), esperienza nata durante la pandemia di Covid 19 per affrontare la dispersione scolastica, e Tra Zenit e Nadir (finanziato da Impresa Con i Bambini, con capofila Istituto Don Calabria e partner CNCA), percorso di promozione della cultura riparativa.

Per alcuni versi questi due progetti sono molto diversi tra di loro: il primo riguarda l’ambito della formazione, mentre il secondo si rivolge ai minori autori di reato. Nonostante ciò, abbiamo rintracciato alcuni elementi comuni che ci interrogano sul nostro ruolo e su cosa significa “fare rete”.

Innanzitutto sono entrambi progetti che riguardano i giovani, se pure da prospettive diverse. In questi tempi in cui l’individualismo è culturalmente egemone si rischia di tornare a considerare il disagio giovanile come il frutto dei comportamenti devianti dei singoli, ma i ragazzi e le ragazze si nutrono in realtà di un contesto complesso che comprende i rapporti tra pari, quelli con gli adulti, con il territorio, con le istituzioni e quelli mediati dalla rete.

Intervenire dunque in questo contesto impone un approccio sistemico, dove gli accompagnamenti individualizzati si intrecciano con il confronto e la formazione rivolta a genitori, insegnanti, istituzioni per trovare nuovi modi di relazionarsi.

Un altro rischio, quando si affrontano tematiche legate ai giovani, è quello di un paternalismo implicito e involontario. Ecco che qui entriamo nel primo aspetto qualitativo del “fare rete”: i/le giovani non possono essere semplicemente utenti e fruitori di un servizio; se vogliamo che il nostro intervento duri e sia incisivo, allora devono essere partecipi e promotori della trasformazione. Dunque, il primo polo della rete non possono che essere loro, non come attori passivi del processo, ma come protagonisti. All’interno del progetto DAD uno degli assi portanti degli interventi è stato quello di valorizzare l’autonomia, la presa di responsabilità dei ragazzi e delle ragazze all’interno dei laboratori, degli Hub territoriali e delle scuole. Questo approccio ha permesso che le reti informali virtuali e reali tra giovani crescessero, si rafforzassero, trovando un loro spazio di azione pubblica comune. Non solo: l’accumulo di saperi, punti di vista e posture maturate nel rapporto con gli operatori e le operatrici, con le istituzioni ed il territorio più in generale ha contribuito alla durata di alcune esperienze nate in seno a DAD e proseguite dopo la fine del progetto.

Dunque, fare rete a volte vuol dire comprendere che è necessario aprire spazi di possibilità in cui le relazioni esistenti possano emergere e/o nuove relazioni possano costruirsi.

Ma il ruolo dell’adulto, degli operatori e delle operatrici, delle istituzioni e del territorio non scompare, anzi. Se i ragazzi e le ragazze sono al centro del nostro agire è l’intera comunità che deve prendersi carico della cura delle relazioni nuove che costruiamo. Nel progetto Tra Zenit e Nadir consideriamo il reato che il minore compie come una ferita per tutta la collettività, di cui la comunità è allo stesso tempo vittima e responsabile. Il lavoro di promozione della giustizia riparativa che facciamo vuole tendere a ricucire questa ferita, questo strappo. È un lavoro per certi versi culturale, atto a far comprendere che i comportamenti agiti dai ragazzi e dalle ragazze non sono slegati dal contesto in cui questi avvengono e dunque anche il lavoro di cura e di reinserimento non riguarda solo gli educatori ed i giovani coinvolti, ma l’intero territorio di riferimento. È qui dunque che diventa urgente un nuovo concetto del fare rete”, uno sguardo sistemico, dove i poli da attivare non sono solo quelli delle associazioni e delle cooperative che si occupano di giustizia riparativa. Crediamo che se è il territorio, la società nel suo intero a prendersi carico del minore autore di reato allora il rischio di una recidiva dopo il percorso di reinserimento sia molto minore; se favoriamo lo sviluppo di relazioni sociali e reti di supporto formali e informali forse riusciamo ad intervenire almeno in parte non sul fenomeno in sé, ma sulle sue cause.

Il fare rete, dunque, deve essere un atto trasformativo che interroga i nostri metodi di intervento, di cooperazione e confronto. All’interno di DAD i differenti approcci che abbiamo costruito non sono stati unicamente quelli educativi, ma anche nelle relazioni tra gli enti che partecipavano al progetto, che hanno colto la sfida di mettere in discussione metodi, relazioni e punti di vista non più in una dinamica competitiva, ma collaborativa e cumulativa di esperienze, saperi e domande diverse.

In conclusione, fare rete per noi oggi è favorire l’emersione e lo sviluppo di relazioni, di incontri, di possibilità e dunque di progetti, interventi e sguardi sulla realtà che siano trasformativi e che durino nel tempo, arrivando a marciare sulle proprie gambe.

Costruttori di cultura e comunità

Ho incontrato la cooperativa Il Calabrone partecipando al Servizio Civile Universale, non conoscevo il mondo del sociale dal punto di vista lavorativo, ma dopo un anno qui ho scelto di rimanere perché ho trovato una ricchezza di progetti e azioni innovative, un ambiente di lavoro accogliente, dinamico e stimolante, dove si creano relazioni significative con i colleghi.

Ho scoperto un nuovo modo di lavorare, diverso da quello che immaginavo e per come intendevo io il lavoro. Qui ho capito che le priorità sono le persone, i loro bisogni ed esigenze, il senso delle cose, poi vengono i risultati e gli obiettivi prefissati, quelli si possono sempre rimodulare e ripensare, perché sono proprio i risultati e gli obiettivi che si adattano da persona a persona e non viceversa. Un approccio molto diverso dall’ottica imprenditoriale, ma che per me è il valore aggiunto del nostro lavoro.

Qui al Calabrone mi occupo di orientamento all’Informagiovani. Mi piace il rapporto diretto che riesco ad avere con il singolo ragazzo, soprattutto quando si riesce a coltivarlo nel tempo, creando un punto di riferimento e fiducia. Quel che più mi permette di crescere personalmente e professionalmente è proprio l’incontro di ogni giorno con persone diverse, che provengono da contesti diversi e che portano necessità e bisogni differenti. Questa varietà non ti permette mai di annoiarti, ti fa scoprire e conoscere cose sempre nuove e imparare ad adattarsi a differenti situazioni.

La bellezza del lavorare per le politiche giovanili consiste nello stare a contatto con i giovani e le nuove generazioni: vederli, parlarci e sentire le loro opinioni ti permette di poter dare loro consigli e aiuti concreti, di rimanere aggiornati sulle loro esigenze, aiutarli a trovare le soluzioni migliori per loro. Non diamo risposte ma offriamo contesti e strumenti per l’autonomia, per fare in modo che i giovani trovino la propria strada, con una nuova consapevolezza di sé e di ciò che li circonda.

Nonostante pochi anni d’età di differenza mi rendo conto che c’è bisogno di confronto diretto con loro, perché le visioni sono già molto distanti.

Elisa Baruzzi

I gesti inaspettati ci sorprendono e lasciano il segno

Da quando ero piccola ho sempre saputo che avrei lavorato nell’ambito del sociale, a contatto con le persone, e ho scelto sin da subito un percorso di studi che mi permettesse di realizzare questo mio desiderio.

Ho fatto diverse esperienze: a scuola con la disabilità, poi con le dipendenze e la tutela minori; oggi lavoro nell’ambito della giustizia e sento che è l’ambito in cui desidero lavorare davvero. Per me la giustizia ha un grande valore, sono molto sensibile alle ingiustizie sociali e voglio lavorare affinché si risolvano.

Mi sento una persona fortunata e sento di poter avere un ruolo nel rimettere in circolo questa fortuna, lavorare nel sociale penso sia un modo per farlo. L’ambito che più mi piace della psicologia è quello sociale e di comunità, a cavallo tra il lavoro psicologico e quello educativo. Mi è sempre piaciuta l’idea di lavorare in un gruppo, l’equipe è la mia dimensione: c’è una grande ricchezza di punti di vista sulle persone che incontriamo e la complessità delle persone richiede una complessità di sguardi umani e professionali.

Questo lavoro mi permette di stare a contatto con le storie delle persone che sono l’aspetto per me più significativo nell’ambito del sociale.

Una cosa importante me l’ha insegnata una ragazza che viveva in una comunità per minori. Era conosciuta come poco sincera, inaffidabile e manipolatoria. In un momento di litigio con un altro ragazzo io subito non ho creduto a quel che mi stava dicendo. Quando poi il ragazzo ha ammesso di essere stato lui a provocarla mi sono resa conto di essere rimasta incastrata nei pregiudizi su di lei che, in lacrime, mi ha detto che ero l’ennesima persona che non le credeva. Quello sguardo e quelle parole mi hanno insegnato tanto, è stato un errore che, ancora oggi, mi aiuta a tenere sempre a mente di entrare in relazione con gli altri ogni volta in modo libero e nuovo, cercando di non farmi influenzare da altro se non la relazione che in quel momento si crea. Ammettere di aver sbagliato e chiederle scusa, mi ha permesso di creare con lei una relazione nuova, di fiducia.

Spesso incontro le persone in una fase difficile della loro vita, in cui provengono da vissuti negativi, e nel mio lavoro cerco di creare condizioni affinché avvengano incontri significativi, che possono cambiare l’esistenza delle persone immettendo nuova speranza.

Il lavoro nel sociale è bello anche perché sa sorprenderti, soprattutto se non smetti di credere nella parte migliore di ciascuna persona, anche quando è nascosta. Ho seguito un gruppo di minorenni autori di reato in un percorso sul tema della legalità, un’esperienza sfidante, in particolare, con uno dei ragazzi: molto provocatorio e difficile da ingaggiare nelle nostre proposte. Durante l’incontro finale, davanti alla sua assistente sociale, ha ringraziato me e la mia collega dicendo che: “Ci stava, è stato bello e voi siete state brave perché con noi non è facile, ci vuole pazienza”.

Lavorare con le persone è bello e faticoso, non ti fa mai sentire arrivato: c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare e scoprire, non si finisce mai di crescere. È un lavoro di equilibrio che va continuamente costruito: il nostro agire per loro e con loro ha dei confini, noi facciamo delle proposte, creiamo delle occasioni, è poi l’altro a decidere se accoglierle o meno. Questo permette di convivere e superare il senso di impotenza che nasce di fronte alle situazioni complesse, riconoscendo la responsabilità di entrambi: la mia come operatrice, quella dell’altro come protagonista della sua vita.

Erica Serlini

Raccontare il mondo del sociale per ridare valore

Mi piacciono i racconti, le storie, le sfumature di significato delle parole; già ai tempi del liceo scrivevo per il giornalino d’istituto e sognavo di poter continuare a farlo anche nel mio lavoro. Ho studiato scienze della comunicazione con la convinzione che non avrei voluto lavorare per un’azienda e occuparmi di marketing o pubblicità per alimentare il desiderio di acquistare beni anche superflui e incentivare il consumismo sfrenato. Dovevo trovare un’alternativa.

Con il Servizio Civile ho scoperto il mondo delle cooperative e qui ho trovato quel che cercavo: mettere la comunicazione al servizio delle persone e della comunità, per informare, sensibilizzare, far conoscere servizi e progetti utili, per raccontare storie di vita che pochi conoscono perché sono le storie di chi vive ai margini, di chi si trova in condizioni di fragilità, ma soprattutto storie di azioni belle e concrete che aiutano la comunità a crescere, ad avvicinare le persone, risolvere un poco le disuguaglianze e costruire un futuro migliore per tutti.

Quando parlo del mio lavoro mi sento orgogliosa di quel che faccio perché anche se non sono direttamente a contatto con le persone che la cooperativa aiuta è come se il lavoro dei miei colleghi fosse anche un po’ il mio. Ascolto le loro storie, il lavoro che fanno ogni giorno e lo trasformo in un racconto che possa dare valore ai loro gesti, anche quelli che dopo tanti anni per loro sono ormai i più scontati e banali ma che hanno invece ancora un grande impatto.

Non smetto mai di imparare: ogni volta che parlo con un collega che si occupa di un’area diversa scopro qualcosa in più, capisco meglio il loro lavoro e apro il mio sguardo sul mondo, cercando un modo efficace e semplice per comunicarlo a chi non è un addetto ai lavori, traducendo termini tecnici e procedure complicate in una narrazione alla portata di tutti.

È delicato parlare di fragilità e non è sempre facile riuscire a comunicare il valore di ciò che stiamo facendo, ma le parole giuste nella giusta forma hanno la capacità di avere un effetto dirompente e smuovere emozioni e portare a prendere posizione rispetto a dei temi.

Credo che il mio lavoro sia complementare a quello che fanno educatori, psicologi e operatori in cooperativa, serve ad ampliare l’efficacia delle loro azioni attraverso la condivisione di risultati e buone prassi, a far crescere consapevolezza su problemi e difficoltà nel territorio per fare in modo che si creino reti di sostegno e si smuovano ulteriori azioni per dare risposte collettive.

Francesca Bertoglio

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogno al centro del nostro pensiero e del nostro agire.

Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.