Sbilanciamoci per un’economia di pace

La Carovana della pace fa tappa a Milano. Partita dalla Sicilia a metà ottobre con lo scopo di chiedere politiche economiche diverse, l’iniziativa prosegue nel capoluogo lombardo con un evento su sanità, educazione, lavoro, scuola e disarmo, in vista della prossima Legge di Bilancio per il 2026.

L’appuntamento “Per un’economia di pace” è mercoledì 26 novembre, alle 20:30, nella ex chiesetta del parco Trotter in via Angelo Mosso 7. L’evento è co-organizzato da Sbilanciamoci!, Rete Italiana Pace e Disarmo, Altreconomia e Cnca Lombardia.

La Legge di Bilancio dello Stato per il 2026 è alle porte, entro il prossimo 31 dicembre verrà approvata. Gli accordi per il nuovo Patto di Stabilità e gli impegni presi dal governo in sede Nato e nell’ambito dell’Unione Europea fanno intravedere per il nostro Paese un aumento vertiginoso della spesa militare e dei fondi per le armi, a scapito di stanziamenti per sanità, istruzione, ambiente, lavoro e cooperazione internazionale. 

Per dire “no” e chiedere un orientamento diverso della spesa, Cnca Lombardia e Altreconomia supportano la campagna “Carovana per un’economia di pace”, promossa da Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! con un evento a Milano, mercoledì 26 novembre, 20:30, nella ex chiesetta del Parco Trotter, in via Angelo Mosso 7.

Partita dalla Sicilia a metà ottobre, la Carovana ha portato in questo mese diverse iniziative in tanti luoghi simbolo della sofferenza sociale: ospedali, fabbriche, centri anti violenza, università, carceri, residenze per anziani, mercati rionali, per chiedere politiche economiche alternative che difendano realmente -e non con le armi- i nostri diritti. 

Non è un caso che l’appuntamento di Milano sarà in una scuola simbolo del problema abitativo del capoluogo: quella del parco Trotter, i cui banchi sono un osservatorio speciale per vedere come sempre più studenti siano costretti a lasciare l’anno scolastico a causa degli sfratti a cui le loro famiglie sono sottoposte.

Partendo da questo tema Giovanna Laguaragnella, insegnante della scuola primaria del Trotter porterà la sua esperienza, in dialogo con il medico Vittorio Agnoletto, che rifletterà sui tagli sanitari; Giorgia Sanguinetti, segretaria confederale CGIL Milano ed esperta del tema lavoro; Paolo Dell’Oca, Cnca Lombardia, attento alla tematica delle madri detenute con figli, e Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, il cui intervento si focalizzerà sul tema del disarmo.

Dopo questa tappa la Carovana continuerà il suo viaggio fino al 4 dicembre, con la presentazione in Senato della Controfinanziaria. Ti aspettiamo mercoledì 26 novembre, ore 20:30, in via Angelo Mosso 7.

Elza Daga: “Ricostruiamo un patto di fiducia tra di noi”

Abbiamo scelto di celebrare il Cinquantennale di Comin e il quarantennale di Diapason insieme; tante negli anni sono le collaborazioni, le appartenenze comuni, la sintonia di intenti. E poi siamo fratelli di CNCA.

Quello di oggi, però, non è un momento di celebrazione. Per spiegare il perché parto dal nome che abbiamo voluto dare a questo momento: “Noi siamo Repubblica”. La legge 381/91 recita che “Le cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione dei cittadini”.

Dunque siamo incaricati di pubblico esercizio. Lavoriamo per costruire bene comune. Lo facciamo con i cittadini, non solo coloro che hanno bisogno, che sono destinatari dei nostri progetti, ma anche quelli che vogliono contribuire. E sono tanti. Noi, tutti insieme, siamo Repubblica.

Siamo Repubblica da sempre al fianco delle Istituzioni, in particolare delle Amministrazioni locali. Ma spesso non siamo percepiti in questo modo, soprattutto da queste ultime. Spesso proprio le amministrazioni locali guardano a noi con diffidenza.

Oggi, quindi, non vogliamo celebrare i tanti anni di storia positiva, pure presenti e ricchi, ma vogliamo andare a guardare e nominare gli spigoli, le incongruenze, le fatiche di questa lunga collaborazione, in particolare con il Comune di Milano. Perché sentiamo che la qualità di questa collaborazione ha bisogno di essere radicalmente riscritta.

Dobbiamo farlo perché quello che andiamo a guardare oggi è un sistema in crisi: le nostre organizzazioni sono in grandissima sofferenza e sovente lo sono anche le Amministrazioni locali. E soprattutto non riusciamo a garantire ai cittadini i fondamentali diritti sociali. Spesso nella sostanza ci viene chiesto di occuparci degli scarti del turbocapitalismo, del quale, peraltro, facciamo parte anche noi come categoria di lavoratori del sociale.

Abbiamo dunque bisogno di parlarci, di confrontarci, in modo anche ruvido se è necessario.

È necessario ricostruire un patto di fiducia tra noi, rifare un contratto. Oggi, dunque, siamo proprio qui, nella sede del Comune e vogliamo uscire da qui con un piano di lavoro condiviso. La costituzione di un tavolo di lavoro che ci veda seduti insieme a costruire nuove prassi di collaborazione per superare questa crisi.

Emanuele Bana al convegno "Noi siamo Repubblica"

Emanuele Bana: “Non si fa la rivoluzione da soli”

In questa società dominata dalla speculazione, dalla solitudine, dalla dematerializzazione, dall’informazione omogeneizzata e dalla distruzione, il lavoro sociale in forma collettiva è rivoluzionario.

C’è l’educatore, che condivide la sua vita in comunità, che fa addormentare un bambino, che si sveglia all’alba per preparare la colazione, che sta seduto di fianco a un ragazzino a scuola e lo aiuta a tessere relazioni con i compagni; l’assistente sociale che accoglie le persone, che partecipa a uno sgombero, che fa un colloquio con due genitori in conflitto; il custode sociale che accompagna una persona anziana a una visita, che la aiuta nella sua igiene, che le fa compagnia; l’operatore sociale che consuma passi sui marciapiedi di un quartiere, incontra cittadini e associazioni, cuce un territorio.

Emanuele Bana al convegno "Noi siamo Repubblica"
Emanuele Bana al convegno “Noi siamo Repubblica”

Lavoriamo con i nostri corpi, incontriamo, rimbocchiamo coperte, puliamo, cuciniamo, ascoltiamo. E studiamo continuamente per fare bene tutto questo. Ma facciamo anche di più: siamo riuniti in cooperative dove cerchiamo di realizzare partecipazione, democrazia e mutualismo. Non solo perché insieme siamo più forti, ma soprattutto perché sappiamo che solo insieme si può costruire il senso del nostro lavoro.

La riprova, per me, arriva direttamente dalle parole di una volontaria di una nostra comunità diurna: dice che quando entra in quella casa «entra in un luogo pieno di cose che danno senso alla vita». Comin, così come Diapason e molte altre cooperative, si impegnano a fare solo cose piene di senso. Non lavoriamo solo per fare gli erogatori di servizi, per chiedere soldi per “pensarci noi” o per inventare bisogni che si adattino alle nostre belle idee; noi lavoriamo per il bene comune, costruendo comunità di persone insieme alle persone. In questo modo diamo dignità al lavoro sociale. Ma per farlo, abbiamo bisogno di compagni di viaggio.

Servono centrali cooperative, che difendano le organizzazioni del Terzo Settore in senso economico e politico, vigilando sul perimetro inviolabile della Costituzione, a prescindere dai colori dei governi che si succederanno e dalle stesse organizzazioni che ne faranno parte – comprendendo il grave fenomeno delle false cooperative. Non si può più fare educazione affettiva nelle scuole, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, le politiche impoveriscono le persone e desertificano i territori, le scelte urbanistiche producono gentrificazione: siamo noi a dover curare le ferite prodotte da queste azioni e siamo stufi di farlo con i pochi soldi degli stessi speculatori che, nel frattempo, sfruttano tutto ciò che è sfruttabile.

Serve un sindacato che difenda non solo il singolo lavoratore nella singola vertenza, o che pensi che la cooperazione sia un immenso dumping del lavoro pubblico. Il sindacato deve essere un alleato della cooperazione per potenziare il nostro lavoro, la sua qualità e la sua sensatezza; soprattutto per tracciare un percorso ben definito di politiche sociali insieme agli enti locali.

Servono questi soggetti alleati a noi, perché la rivoluzione non si fa e non si vince se si è da soli.

Salute mentale e sistema delle comunità: la riflessione di Davide Motto

Di Paolo Foschini

«Meno del 3,5% della spesa sanitaria totale in Italia è dedicato alla salute mentale e la maggior parte viene usata per le comunità residenziali dove però finisce solo il 3% di quanti avrebbero bisogno di essere seguiti: la prevenzione va fatta fuori». Così Davide Motto, referente del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca)

📸 Foto di Rosie Sun

Pochi soldi ma soprattutto usati male, che è anche peggio dell’esser pochi. E poco personale. Con una rete di comunità a cui si chiederebbero i miracoli, salvo scordarsi che «nessuno può esservi rinchiuso se non vuole, al netto di casi estremi regolati dai Tso», e che «la vera risposta al tema dilagante dei disturbi psichiatrici sta nella prevenzione, cioè in una rete di operatori che si occupi delle persone a casa loro: vale a dire prima, non quando arrivano in comunità».

La riflessione è di Davide Motto, referente della salute mentale per Cnca che a sua volta è il Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti. E la sua analisi parte naturalmente dall’aggressione di Piazza Gae Aulenti, a Milano, dopo l’arresto del 59enne Vincenzo Lanni che si è confessato accoltellatore di una donna che lui «non conosceva» – ha detto in sintesi – ma sulla quale ha scaricato la sua rabbia contro la comunità da cui era stato cacciato dopo aver scontato una pena precedente per una aggressione analoga compiuta anni fa. E come sempre avviene in questi casi a finire nel tritacarne dei commenti è il «sistema» – di cui la maggior parte parla senza sapere come funziona – che a quell’uomo aveva consentito un percorso o almeno un tentativo di recupero: perché costui era in giro libero anziché rinchiuso?

La premessa di Davide Motto è che sul tema «esiste un Piano nazionale di azioni per la salute mentale (Pans) per il periodo 2025-2030 e il testo della Legge di Bilancio vi si riferisce esplicitamente con uno stanziamento di 80 milioni di euro nel 2026 per la sua implementazione. Ma due questioni – dice il referente di Cnca – restano aperte. La prima è che l’Italia destina alla salute mentale meno del 3,5% della spesa sanitaria totale. L’obiettivo doveva essere il 5% a cui aggiungere un ulteriore 2% per la neuropsichiatria d’infanzia e adolescenza più un altro 1,5% per le dipendenze patologiche. La seconda è una carenza di personale stimabile almeno al 30%».

Questo per il quanto. Dopodiché ci sono il come e il cosa: «La fetta maggiore della spesa è destinata al mantenimento delle comunità residenziali. Quasi il 43% a livello nazionale, addirittura il 70% in regioni come la Lombardia. Peccato che in comunità poi finisce solo il 3% delle persone che avrebbero bisogno di essere seguite. Tutte le altre sono sparse sul territorio. E in molti casi neppure riconosciute, perché per farlo servirebbero operatori che entrino in contatto con le famiglie in modo regolare. Si chiama prevenzione». E di quella finora ce n’è poca o zero.

E così restano le comunità. Ma come si fa per accedervi e chi decide chi ci va? «Sono i Servizi di salute mentale e i Centri psicosociali a fare le valutazioni delle persone che hanno in carico. Che a loro volta possono essere inviate in una comunità solo esprimendo un consenso: nessuno può esservi costretto salvo i casi di Trattamento sanitario obbligatorio, che prevedono procedure molto precise». Argomento di cui le pagine di Buone Notizie si sono peraltro occupate a più riprese. Il problema però, più che l’ingresso dei pazienti, è la difficoltà di seguirli dopo l’uscita: «Le comunità sono o almeno dovrebbero essere concepite come luoghi di passaggio. Con funzioni non di reclusione bensì di riabilitazione verso la riconquista di sistemazioni di vita indipendenti. Ma è proprio lì che viene il difficile: perché fuori le persone sono sole. E infatti dal 2015 al 2023 la durata media di permanenza nelle strutture è passata da 756 a 1097 giorni».

Articolo apparso sulla rubrica Buone Notizie del Corriere della Sera.

Paolo Cattaneo: “Noi siamo Repubblica”

Nell’acronimo CNCA, le ultime due lettere del nostro nome sono cambiate. Da “Comunità di Accoglienza” attente ai bisogni dei singoli e alla tutela dei diritti delle persone ospitate nei servizi territoriali, alle “Comunità Accoglienti” che indicano uno sguardo che si apre al mondo intero. Abbiamo voluto tradurre così la metafora del villaggio, che cura e fa crescere.

Affinché le comunità diventino accoglienti è necessario sognarle, coltivarle e rigenerarle. Rigenerare le comunità significa prima di tutto rigenerare le relazioni tra le persone e i diversi soggetti che le abitano, per almeno due motivi:

  1. Per contrastare l’isolamento, la solitudine e l’individualismo che caratterizzano questa fase storica;
  2. Perché vogliamo mostrare e raccontare con occhi diversi i fenomeni che ora spaventano: la povertà è diventata una colpa, le migrazioni un reato e l’adolescenza una patologia, se non una pericolosa forma aggregata di violenza.

Non sono tre esempi casuali: povertà, migranti e questione giovanile sono state oggetto di tre coprogettazioni con il Comune di Milano dai risultati positivi.

Ma aprire lo sguardo al mondo significa comprendere che la tutela dei diritti non si ferma al welfare, così come non si ferma entro i confini di una singola città. I ragazzi e le ragazze della generazione Z in Marocco scendono in piazza per chiedere fognature, sanità, istruzione. Vogliono un contrasto attivo alle diseguaglianze e alla povertà, per avere la possibilità di sognare un futuro.

Il futuro si costruisce difendendo l’ambiente, la nostra grande casa comune. I giovani hanno lanciato una sfida al modello economico estrattivista del passato; una questione che è divenuta oggetto di politiche europee con il Green Deal, adesso cancellato dal riarmo e dall’economia di guerra.

Il futuro si costruisce anche immaginando insieme una città che sia possibile da vivere e abitare. Questo apre a due questioni:

  1. Il diritto alla casa non è solo un problema residenziale e di regolamenti urbanistici. Non si risolve con una (sacrosanta) richiesta di edilizia pubblica o, in scala minore, con la riqualificazione e l’assegnazione degli appartamenti sfitti alle persone in lista; non si risolve con un piano casa finito su un binario morto; tantomeno, non si risolve pensando di affidare la funzione pubblica alle multinazionali del mattone.
  2. Il diritto alla casa richiama alla questione sociale di come si vive la città, di come si vivono i quartieri, di come si vive lo spazio pubblico. Il 6 settembre migliaia di persone erano in piazza “Contro la città dei padroni”, che non sono solo i palazzinari, ma l’intero modello di sviluppo e di crescita economica pensato per le città di tutto il Paese.

Lo spazio pubblico è stato regalato al mangificio, all’overtourism, agli “eventi” e alle “esperienze” che enfatizzano la narrazione di una città attrattiva. È vero che negli ultimi 12 anni sono arrivati 600.000 nuovi cittadini, ma la popolazione è aumentata solo di qualche decine di migliaia. Ergo, sono stati espulsi almeno 500.000 abitanti.

Rigeneriamo insieme la possibilità di utilizzo dello spazio pubblico e degli spazi sociali, che non sono solo i centri sociali occupati ed autogestiti, ma sono i luoghi e gli spazi della cittadinanza, fra cui rientra il primo, timido esperimento delle case di quartiere. Ma non basta.

Se torniamo alla corresponsabilità nella tutela dei diritti, con il Comune di Milano vorremmo agire insieme per rigenerare lo spazio pubblico, per fermare un percorso che sembra inarrestabile, per desiderare un futuro diverso da quello che la finanza e la politica internazionale, nazionale e regionale ci consegnano. Facciamolo insieme, nelle forme possibili e nelle forme più dirompenti, perché di questo c’è bisogno per andare oltre le conclusioni pragmatiche e realistiche che il Consiglio europeo ha sancito il 23 ottobre per fermare il Green Deal.

Dobbiamo impegnarci nell’ascolto reciproco, anche delle sottolineature critiche e conflittuali, che devono divenire stimolo per vedere e vedersi con sguardo rinnovato. Dopo il 6 settembre il Comune di Milano ha avuto almeno due occasioni per ascoltarci ma, ahimé, le ha fallite entrambe. Ce ne saranno sicuramente altre, ma spero che si possa ripartire insieme il prima possibile.

Foto dal convegno “Noi siamo Repubblica”

Concludo con una nota distante dai temi trattati finora. La sera del 23 ottobre eravamo a Bruzzano, insieme a migliaia di persone, per rimanere vicini dopo l’ennesima donna vittima di violenza maschile. Come CNCA contrastiamo il ddl Valditara emendato dalla Lega che chiede di vietare l’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole.

Come cambiano le famiglie, come cambia l’affido

In Italia sempre meno famiglie scelgono di prendere in affido un bambino o una bambina. I motivi sono diversi ma tra questi ci sono sicuramente le trasformazioni sociali, economiche e culturali che stanno coinvolgendo i nuclei familiari. Per comprendere questi cambiamenti e il loro impatto sugli affidi, venerdì 24 e mercoledì 29 ottobre il CNCA Lombardia parteciperà a due importanti convegni sul tema dell’affidamento familiare.

Nello specifico, durante l’evento “Changing families, changing care. Le trasformazioni familiari e i cambiamenti nell’affido”, del 24 ottobre, esperti del settore italiani e internazionali discuteranno di come stanno cambiando le famiglie e quali possono essere delle strategie per supportarle durante il periodo dell’affido.

L’incontro inizierà alle 9:30 nell’aula 301 dell’Università Cattolica, largo Gemelli 1.

Il convegno del 29 ottobre, dal titolo “La forza dei legami. Affido familiare e continuità affettiva”, affronterà invece il tema degli affidi con un focus sulla legge 173/2015, a dieci anni dalla sua approvazione.

Una norma nata per garantire ai minori in affidamento la “continuità affettiva”, ovvero la possibilità di rivedere la propria famiglia affidataria anche quando il periodo di affido giunge al termine e il minore si ricongiunge con la propria famiglia di origine.

Diritto che però spesso non viene rispettato e al bambino o alla bambina è negata la possibilità di mantenere un legame continuativo con le persone con cui ha condiviso un periodo della propria vita, che spesso dura anni. Obiettivo di questo secondo evento è dunque quello di capire – da un punto di vista psicologico, giuridico e sociale – quali misure possono essere adottate per garantire la piena attuazione di questo diritto e per incoraggiare la relazione più positiva possibile tra famiglia affidataria, minore e nuovi referenti.

L’appuntamento è alle ore 8:30 presso la Sala Ricci del centro culturale San Fedele, Piazza San Fedele 4.

“In Italia sono circa 30mila i minori fuori famiglia, molti dei quali potrebbero usufruire della disponibilità dell’affido – spiega Rita Ceraolo de La Grande Casa, cooperativa che aderisce al CNCA Lombardia e che da oltre trent’anni si occupa di minorenni e famiglie in affido-. Sempre più servizi, pur facendo campagne di sensibilizzazioni territoriali, hanno difficoltà a reperire risorse di affido familiare. È un problema che riguarda anche altri Paesi europei. Con questi due convegni ci interrogheremo su come possiamo approcciare e recuperare quella disponibilità all’apertura che le famiglie, pur cambiando nella loro forma, continuano a portare con sé”.

SOLIDARIETÀ AI RAGAZZI ARRESTATI ALLE PROTESTE PER GAZA

“È un affronto al diritto di manifestare il proprio dissenso

Il centro sociale Lambretta ha organizzato questa mattina una conferenza stampa sull’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano, lo scorso lunedì 22 settembre. Il Cnca Lombardia, plaude l’iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai ragazzi coinvolti negli arresti, due dei quali sono minorenni. “La loro detenzione è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani”.

Foto di l’Unità

Milano, 26 settembre 2025 – Il centro sociale Lambretta di Milano ha organizzato questa mattina una conferenza stampa, alla presenza di Zerocalcare, Ilaria Cucchi, Luca Blasi, Benedetta Scuderi dalla Global Sumud Flotilla, Giulio Francini, Pietro Cusimano e tanti altri, per commentare lo sciopero indetto dall’Usb lunedì scorso, 22 settembre, e l’arresto dei quattro giovani manifestanti durante la protesta a Milano e, nello specifico, alla stazione Centrale.

Paolo Cattaneo, presidente del Cnca Lombardia, plaude questa iniziativa del Lambretta e mostra solidarietà ai quattro ragazzi coinvolti negli arresti che hanno seguito le proteste, due dei quali sono minorenni, e a tutti i giovani scesi in piazza.

La narrazione che ha seguito la manifestazione ha parlato infatti di violenze e di devastazione, ma per il Cnca Lombardia si è trattato invece di una mobilitazione pacifica, senza precedenti, che ha dimostrato una crescente sensibilità da parte di un bacino sempre più ampio della cittadinanza su ciò che accade a Gaza e nei territori di Cisgiordania occupati, anche grazie alla mobilitazione degli attivisti a bordo delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla.

“Il fatto che questi quattro ragazzi siano stati arrestati e che due di questi, minorenni, ora si ritrovino ai domiciliari, senza la possibilità di andare a scuola, è una lesione del diritto di manifestare, del diritto all’istruzione e dei diritti umani -denuncia Cattaneo-. Ringraziamo tutte le persone che mettono a disposizione i loro corpi in queste occasioni pubbliche per fermare la barbarie che accade a Gaza e nei territori occupati in Palestina e quella che si verifica nel nostro Paese. Un’Italia governata da un sistema che ribadisce sempre di più che l’uso della forza è esclusivo e compete unicamente allo Stato rappresentato dalle sue forze dell’ordine, che non si sono fatte alcuno scrupolo a bloccare a manganellate i ragazzi che cercavano di entrare alla stazione Centrale per fare quello che è stato possibile fare in tutta Italia: l’occupazione simbolica di due binari. Occupazione che è stata resa possibile in tutte le città, Bologna, Roma, Napoli, ma non a Milano, come a voler mostrare una città insicura e non governata, oltre che ribadire un monopolio della forza gratuito, prerogativa solo di Stato e forze di polizia”.

Il timore è che a questi primi arresti ne possano seguire altri, sulla scia di controllo, violenza e impossibilità di manifestare il proprio dissenso, rafforzati dal decreto sicurezza, entrato in vigore a giugno 2025.

Il Cnca Lombardia rifiuta questa logica e propone e sostiene tutti i contenuti portati avanti dalla conferenza stampa di oggi al Lambretta. Ribadendo vicinanza e sostegno ai ragazzi colpiti e al popolo palestinese.

Accoglienza e residenzialità dei minori a Milano. Luci e ombre del “passo” del Comune secondo il CNCA Lombardia

Il Comune di Milano prova a cambiare passo nell’offerta residenziale per minori, lo dimostra la pubblicazione a fine luglio di due avvisi con i quali Palazzo Marino è intervenuto in tema di aggiornamento dell’“Elenco di unità di offerta residenziale per minori convenzionate” e di nuovi percorsi sperimentali. Al processo che ha portato alla pubblicazione degli avvisi pubblici ha contribuito in modo determinante anche il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza Lombardia (CNCA), che vuole evidenziare luci e ombre di questo primo, importante, risultato. 

La pubblicazione degli avvisi lo scorso 28 luglio come detto è il frutto di un tavolo di lavoro che ha visto la collaborazione del CNCA Lombardia insieme a 50 organizzazioni del Forum del Terzo Settore -di cui fa parte-, alla Caritas Ambrosiana e al Comune e che riguarda centri e comunità educative destinate a bambini e ragazzi soli, oltre che nuclei familiari genitori-figli.  

Alcuni dati di contesto aiutano a comprendere l’importanza di questo passaggio. Al 31 dicembre 2024 il Comune di Milano accoglieva 1.735 minori, di cui 427 erano stranieri non accompagnati (Msna), più della metà under 14, e oltre 373 titolari di protezione internazionale e ospitati in strutture del Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI).

Da tempo il CNCA -federazione che raggruppa al suo interno 45 organizzazioni di cui diverse strutture d’accoglienza- si batte affinché il Comune di Milano riconosca una retta diversa dagli odierni 92 euro al giorno per minore nelle comunità educative convenzionate. Cifra che scende a 86,50 euro in quelle dell’hinterland. Rette troppo basse per permettere alle organizzazioni di garantire un servizio sostenibile e di affrontare perciò i costi legati dell’accoglienza, che includono ad esempio il pagamento dei beni essenziali per i residenti, i salari di operatori (almeno uno ogni cinque accolti) e personale socio-sanitario, la formazione e i costi di struttura.

Con la pubblicazione di questi nuovi due avvisi il Comune ha accolto parte delle richieste avanzate dalle organizzazioni, rideterminando al rialzo la tariffa per minore -con riferimento alle comunità educative- a 124 euro. In aggiunta, è stata accolta la richiesta di non applicare differenze di retta tra le strutture convenzionate che si trovano a Milano città e quelle nei Comuni limitrofi e di garantire la stessa tariffa anche ai fratelli dei minori ospitati, mentre prima nelle strutture che accolgono anche i genitori, al secondo figlio era garantito solo tra il 15 e il 20% della retta del primo.

“Siamo soddisfatti per gli avvisi pubblicati e per il riconoscimento che è stato finalmente prestato al lavoro sociale –commenta Paolo Cattaneo, presidente del CNCA Lombardia-. In questi mesi il Comune ha dimostrato ascolto e l’intenzione di iniziare una collaborazione continuativa per ripensare insieme il sistema di accoglienza residenziale”. 

Il CNCA segnala luci e ombre di questo passaggio.

Iniziamo dalle luci: la prima, senza dubbio, sta nel riconoscimento del lavoro sociale attraverso un adeguamento delle rette che prima erano scandalosamente basse. Poi c’è l’ascolto dimostrato (finalmente) dal Comune con la promessa di continuare questo cantiere di costruzione sociale anche dopo la pubblicazione degli avvisi aperti. A dimostrazione di questa volontà di costruire insieme va sottolineata anche l’introduzione di sperimentazioni innovative, come ad esempio nel campo dei minori stranieri non accompagnati, a fronte di scelte nazionali di accoglienza che vanno nella direzione opposta, nel segno della discriminazione e della segregazione. 

Riconoscendo gli aspetti positivi, non si possono però tacere alcune ombre: i 124 euro di retta rideterminata per quanto riguarda le comunità educative per minori rappresentano una cifra ancora insufficiente a garantire un servizio sostenibile, che dovrebbe invece partire da una base di 145 euro a persona. Basti pensare che con le rette attuali ogni anno le organizzazioni sono esposte, facendo una media meramente indicativa, per circa 70.000 euro. In aggiunta, il CNCA Lombardia non può non far osservare che negli ultimi 20 giorni di un percorso durato oltre un anno sono state inserite due tipologie di unità di offerta sperimentale non discusse in precedenza, di cui una comunità educativa per minori con pronto intervento sociale per 16-20enni, che a queste condizioni sembrerebbero in contrasto con quanto previsto dalla normativa regionale, ad esempio rispetto al numero di presenze di operatori a fronte dei ragazzi ospitati. Uno scivolamento problematico che richiede la messa in campo di un sistema di controllo e monitoraggio che per le unità di offerta sperimentali non può essere agito dall’ATS e che dunque deve essere garantito dal Comune di Milano. Sarà impegno del CNCA e del Forum Terzo Settore verificare che ciò avvenga.

La giustizia minorile è in crisi e Regione Lombardia punta sull’apertura di “piccoli manicomi”

A un anno dalla conversione in legge del “Decreto Caivano” si misurano gli effetti deleteri dell’aumento al ricorso alla carcerazione e al sovraffollamento negli Istituti penali minorili. “La soluzione non è creare piccoli manicomi”, denuncia il Cnca Lombardia.

La giustizia minorile lombarda è in un momento estremamente complicato e paga lo scotto degli effetti del cosiddetto “Decreto Caivano” convertito in legge esattamente un anno fa.

Per contrastare questa situazione sarebbe utile incentivare la rete di comunità educative ad aumentare la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato.

Regione Lombardia punta invece sull’apertura di 3 comunità che ospiteranno ciascuna 12 giovani tutti sottoposti a misure penali e tutti portatori di problemi di malattia mentale!

“Così si mortifica un sistema che è considerato il più avanzato a livello internazionale, condannandolo a una pericolosa involuzione”. È la denuncia del Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) della Lombardia, che si appella alle istituzioni regionali e nazionali affinché rimettano al centro delle politiche il recupero dei giovanissimi autori di reato, tenendo insieme il contenimento della pericolosità sociale.

“Per almeno 30 anni nel nostro Paese abbiamo raccolto risultati straordinari nella sfera della giustizia minorile -spiega Paolo Tartaglione, responsabile della cooperativa sociale Arimo e membro del Cnca Lombardia- e lo abbiamo fatto seguendo tre principi: privilegiare la riduzione della recidiva rispetto agli aspetti sanzionatori dell’intervento penale minorile, intervenire sui bisogni che stanno alla base della commissione di reato da parte dei minorenni, responsabilizzare il/la giovane in ogni momento della misura penale minorile”.

Il sistema, però, ha ingranato la retromarcia. I minorenni autori di reato vengono sempre più visti e trattati come adulti e gli Istituti penali minorili, che la Legge del 1988 ritiene debbano essere utilizzati solo a fronte di “insopprimibili esigenze di difesa sociale”, sono sempre più affollati. “Il tasso di saturazione media è pari al 110%, ma alcuni istituti raggiungono anche il 180%”, continua Tartaglione.

📸 Matteo Paciotti – Immagine dell’ex ospedale psichiatrico di Mombello (MB) “G. Antonini”

I recenti provvedimenti legislativi riducono la possibilità di utilizzare lo strumento della messa alla prova, aumentano il ricorso alla carcerazione, reintroducono l’utilizzo delle divise negli istituti penali, cancellano le progettualità e così la gestione degli Istituti è privata anche delle minime prospettive. “Così si apre la strada a nuova violenza e nuovi reati”, denuncia Tartaglione, che fa notare come mostrare la “faccia cattiva” sia di fatto controproducente. “Se andiamo a sollecitare un adolescente ponendoci come guardie e ladri ci mettiamo sul suo terreno preferito. Ed è un terreno sul quale i ragazzi si ritrovano spinti a schierarsi fin dall’ingresso in carcere, sabotando così la possibilità di una messa in discussione e distogliendo lo sguardo dagli obiettivi per il futuro “.

In Lombardia, dove la relazione con le comunità di accoglienza ha sempre dato buoni frutti, la situazione è particolarmente critica. Da qualche anno le comunità che storicamente accoglievano tanti autori di reato sono infatti entrate in crisi, soprattutto per la carenza di disponibilità di personale. Molte hanno chiuso. È una crisi generale che investe le professioni di cura (educatori, infermieri, assistenti sociali) ed è particolarmente estrema nei servizi di comunità e ancor di più per le comunità che si occupano di adolescenti e autori di reato.

“Le comunità che non hanno chiuso hanno comunque ridotto la disponibilità ad accogliere autori di reato -segnala Tartaglione- proprio per il pericolo di gestire casi esplosivi senza poter dimettere i giovani in caso di agiti che espongano a gravi rischi ospiti e operatori”.

“È necessario e urgente – aggiunge Tartaglione – un confronto improntato alla massima collaborazione tra tribunale per i minorenni, centro per la giustizia minorile e comunità lombarde per comprendere le motivazioni che hanno portato queste ultime a ridurre la disponibilità ad accogliere giovani autori di reato, e mettere in atto ogni azione possibile per invertire la tendenza, e garantire così ai giovani di essere accolti in contesti educativi di qualità, e improntati al cambiamento”.

Invece Regione Lombardia ha indetto nell’agosto di quest’anno una manifestazione di interesse per aprire tre comunità che secondo Cnca rappresentano un deciso passo indietro nella cultura penale minorile!

Comunità pensate esclusivamente per autori di reato con problemi di salute mentale. Una cosa che la Legge penale minorile vietava. “Non sono comunità gestibili con criteri educativi -denuncia Tartaglione- ma con un pesantissimo contenimento di fatto farmacologico. È un piccolo carcere, un piccolo manicomio”. Il Cnca Lombardia da tempo chiede invece di sedersi a un tavolo con le istituzioni coinvolte -dalla Regione al Tribunale per i minorenni, passando per le comunità di accoglienza- per capire come affrontare la situazione. Senza scadere in sperimentazioni che mortificano l’eredità di Franco Basaglia.

I 25 aprile del CNCA Lombardia

Il 25 aprile il Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti della Lombardia ha festeggiato la Liberazione: un giorno per ricordare chi ha condotto il nostro Paese fuori dall’orrore nazifascista, sarà un giorno per ribadire i valori che ci accomunano: uguaglianza, libertà, democrazia. Gli stessi che hanno trovato spazio negli articoli della Carta Costituzionale, e che le organizzazioni della federazione del CNCA declinano in ogni ascolto, in ogni sorriso, in ogni lacrima che segna il loro impegno quotidiano.

Paolo Cattaneo, Presidente CNCA Lombardia, alla manifestazione nazionale della Giornata della Liberazione

Il 25 aprile per noi è stato il 4 aprile, quando Charles, ex ospite della comunità per adolescenti Millesoli, ha debuttato da attore sul piccolo grande schermo nella serie di Rocco Schiavone. E l’ha fatto nonostante la sera precedente avesse partecipato ad un rave.

Il 25 aprile è stato per noi l’11 ottobre: Elizabeth, accolta in uno degli appartamenti di semiautonomia della Corte di Quarto, ha superato l’esame di italiano dopo un’estate in cui, a giro, i volontari e i vicini di casa l’hanno affiancata nello studio. Lei ricambiava con delle salatissime tortillas; la sostituzione etnica una tortilla alla volta.

Il 25 aprile è stato per noi il 29 febbraio, quando Casa Rugiada, comunità per minori stranieri non accompagnati, ha ricevuto la candidatura di un motivatissimo Andrea, disposto a scegliere un lavoro riconosciuto pochissimo per impegnarsi professionalmente per un’Italia migliore possibile. Resistiamo, lo facciamo per noi stessi, non possiamo fare altrimenti, siamo comunità e siamo accoglienti.

Proviamo a onorare il 25 aprile tutti i giorni, per un’Italia più solidale e giusta, nelle piccole vittorie e nelle grandi fatiche. Anche nelle sconfitte. Anche quando apriamo il calendario e realizziamo che febbraio ha soltanto 28 giorni. Ma sul più bello, quando ormai tutto sembra perduto, arriva l’anno bisestile, e gli educatori e le educatrici tornano a voler lavorare in comunità e tutte le cittadine e ii cittadini italiani si riscoprono antifascisti.

P.S.: I nomi di persona e di Casa Rugiada sono nomi di fantasia. Soltanto quelli.