Cresce il numero di detenuti, oltre la soglia di capienza. Al termine della pena, uno su quattro non sa dove andare

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Milano, 21 dicembre 2016 – Al 31 dicembre 2015 i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 52.000; al 30 novembre 2016 sono risaliti a oltre 55.000 unità, ben oltre la soglia di 49mila, capienza massima stimata. In Lombardia, la regione con il più alto numero di persone ristrette in carcere, si è di nuovo sulla soglia di 8.000 detenuti (+10% in meno di un anno).
Eppure negli anni scorsi il governo, a fronte di una possibile sanzione da quattro miliardi di euro da parte dell’Unione Europea per le condizioni disumane e degradanti dovute al sovraffollamento nelle carceri italiane, arrivate a rinchiudere oltre 67.000 persone nel
2013, aveva iniziato una politica deflazionista con leggi mirate a diminuire la presenza delle persone in carcere, estendendo la possibilità di accedere alle misure alternative, introducendo la messa alla prova anche per gli adulti per i reati con pene edittali fino a quattro anni, depenalizzando il reato di clandestinità.

In realtà -spiega il CNCA Lombardia- “una parte significativa di persone che avrebbero potuto uscire sono rimaste in carcere. Da una parte i sepolti vivi del 41 bis per gli affiliati di peso, veri e presunti, alla criminalità organizzata; poi un gruppo consistente di detenuti sottoposto all’alta sorveglianza per reati come l’associazione a delinquere, l’associazione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e il sequestro di persona. Al centro si trova un assembramento di poveri disgraziati, ammassati e sovraffollati in celle senza nulla, se non la disperazione. Sono perlopiù tossici che cercavano droga e stranieri che cercavano cibo o rifugio, ma che hanno trovato davanti a sé solo sbarre. La popolazione carceraria è raddoppiata e le carceri sono diventate il luogo, in senso letterale, dei miserabili: coloro che, costretti al di sotto del livello di povertà, non ce la fanno a sopravvivere. Le prigioni sono tornate a essere gli ospedali generali di un tempo: l’auberge des pauvres, il ricovero di ogni categoria di emarginati”.

Circa un detenuto su quattro, quando termina la pena, non sa dove andare: i cambiamenti veloci e traumatici della società lasciano sul terreno delle vittime incolpevoli, i poveri, e delle vittime colpevoli, i disperati che compiono reati per fame di cibo o di droga.
La povertà continua a essere incarcerata.

Il CNCA Lombardia opera sul territorio con 15 realtà, che seguono almeno 250 detenuti (anche minori e donne) in regime di misure alternative (come l’affidamento).

“Alle situazioni di sofferenza sociale si aggiungono, in un numero consistente di casi,  le persone in condizioni di sofferenza individuale, spesso, anche in questi casi, provenienti dal carcere trasformato in sostituto degli ospedali psichiatrici. Nei confronti di queste persone il prendersi cura si accompagna necessariamente all’avere cura.
Il punto più delicato e che richiede oggi l’impegno del CNCA è quindi quello rivolto all’accoglienza dei detenuti poveri, quelli che non hanno casa, non hanno reddito, non hanno relazioni. Sono tanti e sono tra coloro che, nonostante abbiano la possibilità di uscire in misura alternativa, non hanno un luogo dove andare o, terminata la pena, tornano in una dimensione di pendolarità con il carcere per mancanza di alternative. La prospettiva non può essere solo l’accoglienza, ma anche l’accompagnamento a forme di reinserimento e, spesso, di inserimento sociale, attraverso attività lavorative anche di utilità sociale e la possibilità di accedere a un reddito”.

Il CNCA sta inoltre attuando iniziative concrete come l’apertura di nuovi spazi di accoglienza per detenuti; l’accompagnamento delle persone nei percorsi di reinserimento sociale; la  condivisione di pratiche di giustizia riparativa, mirata alla costruzione di comunità territoriali più aperte e solidali.

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