Ricucire uno strappo

Arte e Riscatto: Minori in Cambiamento

Hanno commesso reati e ora devono risarcire la collettività ricucendo lo strappo che il loro gesto ha creato: è questo il principio che ispira le attività messe in campo dall’equipe della cooperativa Il Calabrone che, insieme all’USSM, si occupa dei minori autori di reato. L’occasione, questa volta, è offerta da una richiesta fatta dalla dottoressa Giuliana Tondina, Procuratore della Repubblica del Tribunale dei minorenni di Brescia, che voleva abbellire il nuovo ufficio per i Minori Stranieri Non Accompagnati: circostanza ideale per finalizzare i laboratori educativi “Polly” e “Passe-pARTout”!

I risultati li potete vedere in queste pagine: si tratta di due quadri, “il Viaggio” e “AmMare”, creati durante l’attività di gruppo da chi ha partecipato al laboratorio; un’opportunità colta dagli educatori per proporre una riflessione più ampia sul viaggio, sulle scelte e sulle loro conseguenze.

Usando un labirinto realizzato con del filo, il gruppo ha lavorato sul tema del corpo, in particolare sul corpo impedito e condizionato nel suo muoversi attraverso spazi decisi da altri; il tema del viaggio migratorio in questo caso era stato messo al centro delle discussioni e dei ragionamenti, pensando agli ostacoli come metafora del percorso di crescita, e al raggiungimento dell’obiettivo (uscire dal labirinto) come ricerca degli strumenti più adatti.

Nelle intenzioni dei partecipanti, il labirinto rappresentava la fatica del viaggio inteso come avventura nuova di cui non si conoscono né la conclusione né l’andamento; e le parole inserite nel quadro -novità, obiettivo, determinazione, imparare, fiducia- rappresentano le sensazioni legate al pensiero di un luogo sconosciuto.
I caratteri che compongono le parole sono presi da varie lingue, ucraino, russo, punjabi, albanese, arabo, cinese, portoghese, greco, per dare il benvenuto a tutti e includere le persone provenienti da diverse culture; ci sono stelle e costellazioni in tutti i percorsi, “perché sono lume di speranza ed elementi affascinanti che, un tempo, erano importanti per orientarsi. E questo quadro sarà visto da tutte le persone che avranno affrontato questo tipo di percorso dichiarano i ragazzi di Passe-pARTout.
Spesso gli adolescenti agiscono d’impulso e solo più tardi si accorgono delle conseguenze delle proprie azioni. Nel laboratorio sono stati invece sollecitati a sperimentare ed esprimere le motivazioni delle proprie scelte: quale colore scegli? Perché? Con quale colore lo abbini? Come mai? Lo spazio lasciato in bianco è intenzionale o è una dimenticanza? Questioni molto concrete, ma il modello pedagogico si basa sul coinvolgimento fisico e corporeo, molto più stimolante di qualsiasi lezione verbale.
L’uso dei fili intrecciati si è riproposto nel quadro “AmMare”, per simboleggiare i percorsi di viaggio attraverso gli stati e per cucire insieme le rive opposte.

Alla fine del laboratorio le due opere sono state consegnate alla Procura durante un piccolo evento festoso e ora sono esposte nel nuovo ufficio per i Minori Stranieri Non Accompagnati. Il commento della dottoressa Tondina – “Guardando questi quadri mi verrete sempre in mente voi” – è la conferma di come la Procura non si limiti a gestire fascicoli, ma consideri e conosca davvero i ragazzi, riconoscendone le storie e le identità.
L’evento di consegna caratterizza tutti i laboratori “Polly”, che si concludono sempre restituendo alla collettività il frutto del percorso educativo seguito dai minori autori di reato – che in tal modo diventano consapevoli di poter essere agenti di cambiamento e di poter contaminare positivamente il contesto. Non a caso, il nome dei laboratori si rifà al lavoro delle cosiddette api muratrici, che non producono miele ma raccolgono polline e lo distribuiscono contribuendo a conservare le specie vegetali.

Lavorare con i NEET è sorprendente, qualche volta.

“Chi me lo fa fare?” È una domanda che ogni tanto ritorna, specie quando il lavoro si fa duro, quando il cambiamento sembra lontano, o quando le energie non bastano. Erica, psicologa di Il Calabrone ETS, la pronuncia sorridendo. Non come segno di resa, ma come punto di partenza per una riflessione profonda: sul senso, sulle sfide e sulle sorprese che accompagnano il lavoro educativo.
Negli ultimi mesi abbiamo avviato un progetto rivolto ai NEET – quei giovani che non studiano, non lavorano, e restano ai margini della società. “Lavorare con loro è sorprendente e faticoso. È come dialogare con un altro mondo,” racconta Erica. Un mondo in cui il tempo è dilatato, la progettualità assente, il futuro evaporato. “Mi sto accorgendo che hanno un senso del tempo e dello spazio completamente diversi dal nostro. Il loro orizzonte si ferma al qui e ora.”

In un contesto in cui guerre, crisi climatiche, instabilità e sfiducia sembrano aver reso il futuro un concetto opaco anche per gli adulti, i NEET rispondono con chiusura, distacco, disincanto. Ma non è per forza una reazione politica consapevole. Non è il cambiamento climatico o l’instabilità globale a preoccuparli, perché questi temi non entrano nella loro quotidianità. Il loro sguardo è concentrato su di sé e sulla propria vita. E spesso anche sulle risposte più rapide ai propri bisogni. Lavori in nero, mal pagati, ma subito accessibili che rischiano di diventare il loro unico progetto di vita.
“Il nostro compito – aggiunge Erica – è cercare di smontare questa visione statica e impoverita di sé. Vederli, ascoltarli davvero, comprendere le loro parole senza pretendere che abbiano il nostro stesso vocabolario. È un lavoro continuo di mediazione tra mondi diversi e spesso anche di traduzione.

Le proposte educative più strutturate, come corsi o percorsi di inserimento, all’inizio non hanno avuto presa. Troppo astratte, troppo lente. Aspettare anche solo qualche mese per vedere risultati concreti sembrava insostenibile. L’atteggiamento era spesso passivo. “Ci siamo chiesti da dove partire. Quale primo passo potevamo offrire per accendere, anche solo per un attimo, il desiderio di mettersi in gioco?”.
Poi un’intuizione: un laboratorio. Un’attività semplice e concreta. E lì qualcosa si è mosso. Alcuni hanno iniziato a partecipare con diffidenza ma in quel piccolo spazio si è aperta una crepa nella loro indifferenza. “Scoprire di avere competenze, di saper fare qualcosa che viene riconosciuto dagli altri, ha avuto un effetto travolgente”, racconta Erica. “Si sono messi in gioco con entusiasmo crescente. Quando ci sono, ci sono davvero. Diventano voraci, non smetterebbero più.”
Arrivare in orario, che può sembrare la più banale delle esigenze, è già una conquista per chi ha molto tempo vuoto davanti a sé; cominciare a rispettare qualche regola può diventare accettabile anziché essere un’intollerabile imposizione.
Una delle esperienze più forti? Un gioco. Una semplice caccia al tesoro senza telefoni, con regole condivise, compiti differenziati, obiettivi comuni. “All’inizio li abbiamo quasi costretti a giocare -ammette Erica-. E ci siamo resi conto che la loro povertà educativa comprendeva anche questo: non erano abituati al gioco. Ma poi si sono divertiti.”
“Alla fine, alla domanda ‘chi me lo fa fare?’ rispondo: è l’unico lavoro che vorrei fare”, dice Erica con un sorriso sincero. Per lei è una questione di giustizia, restituzione e costruzione di senso. “Sono stata fortunata. Ho ricevuto tanto. Ora sento il dovere di rimettere in circolo ciò che ho avuto, perché nessuno dovrebbe delegare ad altri la responsabilità di costruire una società che vede le persone, che si accorge di loro e le tratta con dignità, e non come attrezzature da spostare.

La relazione interpersonale, anche informale, lascia un segno; è importante che tutti possano fare esperienza di gesti di gentilezza, generosità e fiducia”.
Si spiega con un esempio che sembra banale nel nostro mondo di “adultissimi”, come dice lei: una piadina offerta a uno dei suoi NEET senza aspettarsi niente in cambio gli ha suscitato un tale stupore da lasciare un segno, una speranza. Nel futuro, chissà, se ne ricorderà e potrà agire di conseguenza.
Perché l’obiettivo di un educatore appassionato è questo: continuare a esserci nella vita dei ragazzi che incontra, anche solo nel ricordo di un’esperienza che li ha coinvolti.

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogni al centro del nostro pensiero e del nostro agire. Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.

Una promessa per i cooperanti del futuro

Il tema del futuro è già di per sé sfidante, specie se riguarda il variegato, ricco e complesso mondo della cooperazione sociale. La nostra, come molte altre Cooperative, è nata tra la fine degli anni 70 ed i primi anni 80, da un leader carismatico nelle relazioni, profetico nelle visioni, ambizioso nella ricerca della giustizia. Accompagnarla nel domani è un’eredità di cui costantemente ci chiediamo se saremo all’altezza. Pensare al futuro quindi porta con sé, inevitabilmente intrecciata, la fortissima nostalgia di una storia passata che soprattutto si è caratterizzata per la capacità, talvolta irriverente, certamente coraggiosa, di sfidare un sistema di servizi spesso in ritardo nel formulare risposte ai bisogni dei più deboli.

Famiglia Nuova si è da sempre contraddistinta per la capacità di proiettarsi nel futuro, costruendo, un giorno alla volta, un pezzo di mondo interiore ed esteriore che valesse la pena di essere abitato, da ciascuno di noi, operatori, operatrici e persone accolte nei nostri servizi. Abbiamo provato a farlo e continueremo a provare, insieme, senza divise che distinguano chi è l’uno e chi è l’altro.

Guardare al domani ci impone quindi di non fermarci, di non spegnere il desiderio e la capacità immaginifica che da sempre ha disegnato i servizi a partire dall’osservazione e dall’ascolto attento dai bisogni sociali e sanitari dei tempi diversi che abbiamo abitato.

Sentiamo il dovere di tramandare la storia della nostra Cooperativa perché possa accendere la passione nella scoperta di ciò che è possibile, anche quando considerato utopia. Tramandare le radici di un pensiero profetico che, attraversando i luoghi ed i tempi della nostra storia, può ispirare i giovani cooperatori e le giovani cooperatrici che scelgono di camminare con noi. Dobbiamo saper infondere in loro la stessa nostalgia di futuro che ha illuminato ogni giorno il nostro presente, in un moto creativo e progettuale attraverso cui credere, con fondamento di certezza, che le speranze di giustizia sociale, bellezza e rispetto della persona in quanto tale, si possono realizzare. Per costruire, una persona alla volta, una ragionevole felicità.

E come conciliare tanta speranza con la dura e sfidante realtà del lavoro sociale, spesso sottopagato, bistrattato, poco valorizzato, financo contrastato?
Offrendo molto di più di un posto lavoro, anche se di lavoro si tratta. Accogliendo chi inizia a lavorare in Cooperativa scegliendo la persona, prima ancora che la competenza di studi e di esperienza professionale, ponendoci in ascolto per valorizzare sguardi che ci possano arricchire di chiavi di lettura nuove e sorprendenti sui bisogni sociali che siamo chiamati a rispondere, e accompagnando con l’esperienza l’attraversamento delle fatiche che il nostro lavoro comporta.

Tutto ciò senza dimenticare che spetta a noi, operatori ed operatrici sociali di oggi, il compito di chiedere in tutti i modi, con tutti i linguaggi, e in tutte le sedi, il valore della dignità del lavoro sociale, anche in termini di adeguamento del riconoscimento economico che merita. Perché, se c’è una cosa che ci stanno insegnando le giovani generazioni di cooperatori e di cooperatrici, è di non vivere il nostro lavoro come un sacrificio, preservandosi e preservandoci dal rischio dell’autoreferenzialità.
Per proteggere chi verrà domani dal rischio di spegnere le passioni e credere che “non valga la pena”.

La cooperativa sociale Famiglia Nuova dal 1981 si occupa di vulnerabilità e fragilità degli adulti, anche attraverso attività di qualificazione lavorativa, di servizi specialistici per le dipendenze, di risposte educative e scolastiche per giovani e minori. Famiglia Nuova da 45 anni rivolge attenzione, capacità di ascolto e cura agli utenti, ai loro familiari, ai soci, ai dipendenti, ai clienti, impegnandosi costantemente per soddisfare i loro bisogni, perseguendo, come Cooperativa Sociale e con spirito laico, il miglioramento della qualità della vita, sostenendoli nella realizzazione del loro potenziale.

Un impegno per persone e ambiente

CreAzioni Migranti è un progetto di Sartoria Sociale che attraverso la creatività e il lavoro artigianale cerca di tessere nuove traiettorie di crescita, integrazione e libertà.

È un luogo basato sulla collaborazione e le relazioni, in un ambiente di scambio e connessioni. Un atelier per imparare e conoscere, uno spazio dove è possibile cucire abiti dai colori allegri ma anche aggiustare drammi interiori, in cui donne fragili e con storie travagliate alle spalle, con le loro mani, dimostrano a sé stesse e al mondo che c’è la speranza per ripartire e crearsi un futuro con prospettive nuove.

La ciclofficina La Gare des Gars di Cosper si trova invece alla stazione degli autobus cittadina ed è un luogo di lavoro, formazione, incontro e promozione di attività sociali.

Tra le azioni de La Gare des Gars è prevista la sperimentazione delle consegne a domicilio della spesa di frutta e verdura tramite delivery sociale in cargo bike.

L’ obiettivo per il futuro è quello di esercitare una riduzione del danno dal punto di vista energetico e dell’inquinamento.

Cosper è una cooperativa di tipo A e B che opera su tutto il territorio della provincia di Cremona con la finalità di offrire risposte alle famiglie attraverso una filiera di servizi educativi e assistenziali, di natura sanitaria e sociosanitaria che possano garantire una presa in carico globale della persona, attraverso un approccio integrato ai suoi bisogni e fragilità.

Scoprire una passione per esprimere sé stessi. Marco e la radio

Qual è il senso delle attività che si progettano per i ragazzi accolti nelle nostre comunità, se non quello di far scattare in loro una scintilla, un’ambizione, un senso di fiducia, al di là del dolore che hanno vissuto e che li ha portati da noi?

Quella scintilla è qualcosa che si accende dentro di loro, ma è anche uno spazio nuovo che possono intravedere nel mondo: un luogo da coltivare e far crescere mentre loro stessi crescono. Un futuro, una speranza di vita diversa. I progetti nascono per offrire questa occasione, attraverso un percorso di formazione, un tirocinio, un’attività di volontariato o la realizzazione di un’installazione nel segno dell’arte e della bellezza. E ciò che accade in questi momenti è sempre imprevedibile anche per gli operatori che li accompagnano. Va oltre le aspettative, ridefinisce in meglio gli obiettivi. I protagonisti di questa sorpresa sono sempre i giovani.

È successo anche quest’anno, con un percorso di formazione dedicato alla produzione di un podcast e alla conduzione di una radio online, quella che un tempo si sarebbe definita una radio “libera”.

Il programma prevedeva la preparazione dei testi, del palinsesto e di un’intervista, oltre all’acquisizione delle tecniche comunicative di base per improvvisare una diretta, intervallata dalla scelta di brani musicali adatti e coinvolgenti.

Le attività proposte non avevano solo un carattere di intrattenimento, ma miravano all’espressione di sé, alla curiosità verso gli altri, al racconto del proprio passato e anche alla costruzione del futuro desiderato.

In tutti i giovani che hanno partecipato -in un gruppo misto composto da ospiti delle comunità e da ragazzi del territorio- la scintilla si è accesa. Per alcuni in modo particolarmente intenso.

Marco, per esempio, è riuscito a emozionare sé stesso e tutti gli adulti coinvolti. Ha 19 anni, una passione per i dispositivi elettronici, i quadri elettrici e le attività di riparazione: racconta con entusiasmo la soddisfazione che prova quando riesce a rimettere in funzione un apparecchio rotto. Ma è anche affascinato dal mondo fantasy, dai fumetti e dagli anime, un universo sempre più diffuso tra gli adolescenti.

Il laboratorio di radio e podcast gli ha offerto l’occasione di unire queste passioni e di mettersi alla prova in attività dal forte valore relazionale, comunicativo e creativo. Ha così deciso di assumere all’interno della radio il ruolo di tecnico del suono: una sfida e un’opportunità che, insieme all’esperienza di tirocinio svolta in una fumetteria, gli hanno permesso di conoscersi meglio e di entrare in confidenza con altri ragazzi.

Alla radio Marco si è appassionato alla logistica e alla registrazione dei podcast, trovando il suo spazio tra mixer e microfoni, e oggi la radio non potrebbe più fare a meno di lui.

Il percorso formativo gli ha fatto rileggere in modo nuovo certe sue inclinazioni e predisposizioni, mostrandogli come possano essere valorizzate nel mondo.

Se gli si chiede del futuro, Marco si immagina in viaggio per il mondo con un camper, una ragazza e un cane. Finora ha viaggiato solo con l’immaginazione, attraverso i fumetti e i giochi di ruolo online. Ma la voce di uno speaker alla radio -che si muove oltre i limiti del quotidiano e porta con sé chi ascolta- è diventata per lui un nuovo tassello di questo grande viaggio che lo attende: il futuro da giovane autonomo, al di fuori della comunità.

Giulia Grisolia, Educatrice della comunità
Casa di Camillo, di Arimo Cooperativa Sociale

Arimo è una cooperativa sociale che accompagna adolescenti e giovani adulti in difficoltà. Si prende cura di loro, costruendo insieme percorsi educativi personalizzati verso l’autonomia, la responsabilità e nuove possibilità di futuro. Con una rete competente, contesti sicuri e oltre vent’anni di esperienza, Arimo è uno spazio di pensiero e un centro di eccellenza nella proposta educativa per gli adolescenti.
Fondata nel 2003, ha avviato e gestisce tre comunità educative per adolescenti, nove alloggi per l’autonomia per giovani adulti e quattro per genitore-figli. Offre servizi di progettazione educativa territoriale, di accompagnamento all’autonomia e di inserimento lavorativo, laboratori formativi ergoterapeutici e consulenza pedagogica per genitori di adolescenti. Inoltre garantisce un servizio di spazio neutro e svolge attività di ricerca, informazione, formazione e divulgazione attraverso il progetto editoriale UbiMinor, supervisione, consulenza e formazione a operatori.

Costruire Prossimi Futuri

Immaginare il futuro non è mai stato semplice. Negli ultimi anni, segnati da crisi globali, pandemie e cambiamenti sociali accelerati, questa sfida è diventata ancora più evidente. Noi scegliamo di affrontarla insieme.

Ingranaggi: scoprire la forza dell’interdipendenza

Gli ingranaggi sono il primo passo verso il futuro: come in un grande orologio, ogni meccanismo funziona solo perché entra in relazione con gli altri. Così è per la società: nessuno si salva da solo, e questa consapevolezza è diventata ancora più chiara negli anni della pandemia.
Il festival ci ricorda che il bene può essere solo comune, e che la convivenza va manutenuta con cura, giorno dopo giorno con sforzo, capacità di ascolto, mediazione e soprattutto apertura all’altro. Durante gli incontri di questa tappa, i racconti di operatori sociali, famiglie e cittadini hanno fatto emergere quanto la vita di comunità sia fatta di piccole alleanze quotidiane. Ogni sguardo e gesto di aiuto diventa un componente dell’ingranaggio che permette al tutto di funzionare.

Abbiamo lavorato sul tema della comunicazione e della mediazione, mostrando come la diversità non sia un ostacolo ma una risorsa indispensabile per immaginare società future più eque e resilienti. Abbiamo proiettato il film “Io capitano” per ricordarci le radici delle traiettorie che tessono le nostre comunità, costruite da ingranaggi, in cui la forza è nella relazione e mai nell’isolamento.

Lieviti: la fragilità come terreno fertile di incontro

Se gli ingranaggi sono il sistema che ci tiene insieme, i lieviti sono ciò che permette la trasformazione. Invisibile, piccolo, apparentemente fragile ma, se incontra le condizioni giuste, il lievito fa crescere la vita, la ossigena e la amplifica. Allo stesso modo, le fragilità condivise diventano luoghi di incontro e di futuro.

Nelle giornate dedicate a questa parola chiave, la riflessione è partita dal riconoscere la vulnerabilità come esperienza universale: tutti, prima o poi, viviamo momenti di fatica, transitori o permanenti. Non sempre sono malattie diagnosticate; spesso sono crepe che ci rendono più umani, spazi dove può nascere la cura reciproca.

La serata con Telmo Pievani, filosofo della scienza e divulgatore, è stata uno dei momenti più intensi del festival. Con parole semplici ma profonde, Pievani ha ricordato come la fragilità non sia un difetto da nascondere, ma una condizione naturale di ogni forma vivente che permette lo scatto evolutivo, proprio in una specie come la nostra, quella dell’Homo Sapiens, che nasce bisognosa di tutto e, proprio per questo, è estremamente propensa all’apprendimento. È la fragilità che ci rende capaci di cooperare, di prenderci cura, di trovare senso nell’incontro.

In un mondo che spesso esalta la competizione e la performance, questa riflessione diventa rivoluzionaria: la vulnerabilità può essere generativa, capace di creare legami che trasformano.

A dare concretezza a queste parole è stato il laboratorio sul tempo della cura con Marie Moise, filosofa e attivista, che ha invitato i partecipanti a interrogarsi su come viviamo e condividiamo il tempo della cura. Prendersi cura di sé e degli altri non è solo un dovere morale ma un atto di cittadinanza, un modo per abitare il mondo insieme. Dal laboratorio sono emerse immagini e pensieri che raccontano una comunità capace di rallentare, di osservare i bisogni reciproci e di trasformare la fragilità in energia sociale.

In questo senso, i lieviti del festival non sono metafore astratte, bensì esperienze reali di attenzione e prossimità che, come il lievito in un impasto, lavorano silenziosamente predisponendo la capacità di cambiamento.

Mappe: imparare a navigare l’imprevisto

Il viaggio di PROSSIMI FUTURI si è infine concluso a Bergamo con la terza parola chiave: mappe.
Viviamo in un’epoca di mutamento continuo: crisi climatiche, innovazioni tecnologiche, conflitti globali e cambiamenti sociali rapidi hanno reso evidente che le vecchie mappe non bastano più. Le coordinate con cui eravamo abituati a leggere il mondo si scompigliano e serve il coraggio di disegnare nuove mappe nuove.

Ma come se ne costruiscono di nuove in un territorio che cambia di continuo?
Durante il festival è emersa la necessità di fare domande coraggiose, aperte, capaci di accogliere la complessità senza cercare risposte rigide. L’imprevisto non va solo temuto, ma compreso e abitato, come possibilità di crescita e di immaginazione. La professoressa Nausicaa Pezzoni, con il suo lavoro sulle città e gli immaginari dei migranti di primo approdo, ha sollecitato la riflessione rispetto al sapere integrare vissuti e sguardi altri, talvolta periferici, che sfidano le prospettive consuete e allargano la possibilità di vivere gli spazi urbani.

In questo percorso, lo sguardo dei più giovani è stato fondamentale.
Ragazzi e ragazze hanno partecipato a laboratori creativi e riflessivi, portando la loro capacità di sognare un futuro ancora abbondante di possibilità. Le loro mappe non sono solo geografiche, ma emotive e sociali: disegnano reti di cura, visioni ecologiche, desideri di giustizia e inclusione dove la differenza è riconosciuta e accolta.

PROSSIMI FUTURI ha dimostrato che tracciare mappe non è mai un gesto individuale: serve il contributo di tutti, perché il futuro è uno spazio condiviso in cui ogni scelta personale abbia risonanze collettive e in cui il bene comune germogli nello spazio.

È stato un esercizio di immaginazione collettiva che ha dato voce a chi lavora ogni giorno nelle comunità e messo in dialogo esperti e cittadini appartenenti a generazioni diverse. In un mondo che cambia rapidamente, PROSSIMI FUTURI lascia la certezza che ogni domani possibile nasce dall’attenzione al presente e dalla capacità di costruire insieme.

È questa la filosofia di PROSSIMI FUTURI, il festival promosso dal Gruppo AEPER, che ha attraversato la provincia di Bergamo tra il 2024 e il 2025, come un viaggio collettivo, toccando luoghi, comunità e storie differenti. Un percorso fatto di incontri, riflessioni e laboratori, guidato da tre parole chiave che disegnano un sentiero condiviso verso il domani: ingranaggi, lieviti e mappe.

Oltre il carcere, oltre la disuguaglianza

Per un welfare che studia, cura e costruisce futuro: il ruolo del terzo settore e l’esperienza di Fondazione Arché.

I bambini e le bambine non dovrebbero mai stare negli istituti penitenziari. Punto”.
C’è un luogo dove si incontrano tutte le disuguaglianze che attraversano il nostro tempo: il carcere. Un luogo fisico, ma anche simbolico, in cui il disagio sociale viene confinato, nascosto, e molto spesso condannato due volte. Non è un caso se i detenuti sono, in grande maggioranza, persone con una storia di marginalità economica, educativa, affettiva. Non è un caso se le donne in carcere sono per lo più vittime prima ancora che autrici di reato. E non è un caso, soprattutto, se tra quelle mura vivono ancora bambini: figli di madri detenute, ai quali è negato il diritto più elementare, quello di crescere in un ambiente libero, sano e accogliente.

Per questo, parlare di carcere significa trattare del cuore delle politiche sociali, mettere al centro il tema del futuro: il futuro delle persone, delle comunità, del welfare stesso. La domanda principale non deve essere solo “cosa fare per chi è in carcere?” ma piuttosto: “Quale tipo di futuro stiamo rendendo possibile per le persone private della libertà
e per i loro figli?”

Secondo il XXI Rapporto di Antigone il sistema carcerario italiano è in grave sofferenza. I detenuti sono oltre 62.000 a fronte di una capienza reale di poco più di 47.000 posti, con un tasso di sovraffollamento nazionale del 132,6%, che supera il 200% in istituti come San Vittore a Milano e Canton Mombello a Brescia. Questo significa celle strette, assenza di privacy, spazi comuni inadeguati e, più di tutto, assenza di prospettive.

Le operatrici di Arché impegnate in Cascina Cuccagna in un progetto dell’Area Carcere

A questa situazione si aggiunge la fragilità del sistema trattamentale: molte persone detenute non hanno accesso a percorsi formativi, educativi o lavorativi. In questo vuoto si inserisce l’altro dato drammatico del 2024: ben 91 suicidi in carcere, una persona ogni quattro giorni. Un numero mai raggiunto prima, che racconta il grado di solitudine, angoscia e disperazione che si vive dietro le sbarre.

Come Fondazione Arché, insieme ad altre realtà del CNCA, abbiamo incontrato più volte questa realtà. Operando con donne e bambini negli istituti penitenziari abbiamo visto con i nostri occhi quanto sia difficile progettare un domani per chi è privato della libertà. Eppure è proprio lì, in quel punto apparentemente morto, che bisogna seminare il futuro.

Tra i nodi più delicati c’è quello della genitorialità reclusa. In Italia le madri detenute con figli piccoli possono accedere agli Istituti a Custodia Attenuata per Madri (Icam) pensati per garantire una detenzione meno impattante sui bambini. Ma questi istituti sono ancora troppo pochi, mal distribuiti sul territorio, spesso carenti di servizi strutturati.

Eppure un bambino che cresce in carcere, per quanto accompagnato, è un bambino che vede compromesso il suo sviluppo. È un’infanzia privata della possibilità di esplorare liberamente, di costruire relazioni al di fuori del perimetro ristretto di un’istituzione. Un bambino che rischia di interiorizzare come “normale” un contesto che normale non è.

Per questo, Fondazione Arché ha scelto di intervenire non solo con progetti educativi e relazionali, ma anche con una forte presa di parola pubblica. Crediamo che ogni intervento sociale debba essere anche uno sguardo sul futuro. Perché accompagnare una madre in carcere significa anche contribuire alla possibilità di un’esistenza diversa, più libera, più giusta, per lei e per suo figlio.

Nel solco del pensiero di Carlo Maria Martini, che ci ha insegnato che la carità non deve mai umiliare chi la riceve, ma deve restituire dignità, come Arché abbiamo scelto di accompagnare il nostro agire con lo studio delle cause. Non si combattono le disuguaglianze solo con l’assistenza: bisogna comprenderle, analizzarle, restituirle alla dimensione politica, sistemica, culturale.

Con questo spirito che è nato il volume “Madri detenute – dal lavoro educativo in carcere alla ricerca sociale sociopolitica”, pubblicato nel 2025 da La Vita Felice e scritto da Valentina De Fazio, educatrice di Arché. Il libro, frutto di anni di esperienza diretta, raccoglie dati, testimonianze e riflessioni su cosa significa essere madri in carcere oggi in Italia ed è soprattutto un documento che guarda al futuro, offrendo piste di trasformazione reali, concrete, necessarie.

Il futuro del welfare non potrà basarsi su modelli assistenzialisti, frammentari o emergenziali.

Serve un cambio di paradigma, un welfare che progetti, che sappia lavorare insieme alle istituzioni e che sia capace di immaginare un’alternativa, anche dove oggi sembra impossibile.

Il terzo settore, in questo, ha un ruolo decisivo: essere spazio di pensiero e di proposta, non solo di esecuzione. Serve una nuova stagione di coprogettazione, in cui le realtà sociali siano riconosciute come portatrici di visione. E poi serve il coraggio di prendere scelte radicali.

Una politica penale davvero orientata al futuro dovrà ridurre drasticamente il ricorso alla detenzione per reati minori, investire in misure alternative, rafforzare gli Icam -che sono comunque un modello ampiamente superabile- e le comunità educative, formare personale educativo e psicosociale all’interno delle carceri. Non per “buonismo” ma perché è l’unico modo razionale e umano per interrompere il ciclo dell’esclusione.

Il carcere, oggi, è uno dei principali produttori di recidiva, dato che si aggira intorno al 70%. Dove non c’è fiducia, progettualità, accompagnamento, non può esserci futuro.

“Può capitare a chiunque, anche a voi, di finire in galera. Al contrario, è probabile che non vi capiti affatto. Tuttavia, anche se non andrete dentro, c’entrate. C’entriamo tutti”. Lo scriveva Adriano Sofri, ricordandoci che la responsabilità è sempre collettiva.

Se vogliamo un futuro diverso per le persone più fragili, dobbiamo iniziare oggi con scelte, parole e azioni. Come Arché, continueremo a muoverci su questa linea sottile tra cura e pensiero, tra intervento concreto e riflessione sociale. Perché ogni madre, ogni bambino, ogni persona che ha sbagliato, abbia diritto a essere pensata non per quello che è stata, ma per ciò che può diventare.

Solo così, costruiremo un welfare all’altezza delle sfide future, che non escluda, non umili, ma accompagni le persone con fiducia nel domani.

Simone Zambelli
Assistente Sociale

Fondazione Arché nasce nel 1991 su ispirazione di padre Giuseppe Bettoni, e si prende cura di bambini e famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura a Milano, a Roma e a San Benedetto del Tronto. A Milano, attraverso Casa Carla a Porta Venezia e Casa Adriana a Quarto Oggiaro, e a Roma, attraverso Casa Marzia, ospita mamme e bambini con problematiche legate a maltrattamenti, immigrazione, disagio sociale e fragilità personale e offre alloggio temporaneo a nuclei familiari in difficoltà attraverso i suoi appartamenti. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce il sostegno dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura.

Da un’esperienza educativa a una responsabilizzante

APS I Tetragonauti è un’associazione formata da un gruppo di persone, professionisti e volontari, con competenze e titoli curricolari in ambito educativo pedagogico ed esperienza marinaresca. Scopo dell’Associazione è realizzare interventi e progetti socio-educativi rivolti a minori in situazione di disagio, di difficoltà e a persone con disabilità: singoli, gruppi e istituzioni che a vario titolo si occupino di problematiche ad essi attinenti.

Reti che si rinnovano per aiutare Marco a immaginare un futuro diverso

“Avevo provato un progetto in un maneggio, ma fare tutti i giorni quindici chilometri in bicicletta sotto il sole estivo era un problema, e poi ero terrorizzato dai cavalli, non ne avevo mai visto uno prima. Allora ho provato con i “100 giorni” in mare“, ma non ci avevo riposto tanta speranza. Pensavo: perché in tutta Italia dovrebbero accettare proprio me?”.

A parlare è Marco (n.d.: nome di fantasia), un ragazzo proveniente dal circuito penale minorile, alle spalle una storia familiare e personale travagliata e il desiderio di guardare al futuro con una nuova prospettiva. Si riferisce all’esperienza socio-educativa di tre mesi in barca a vela per adolescenti con un passato difficile organizzata da I Tetragonauti A.P.S., a cui lui ha partecipato grazie al progetto “A scuola per mare”, co-finanziato da Con i Bambini Impresa Sociale. Francesca, psicologa di Centro Koros A.P.S., associazione di Catania e partner di progetto, spiega come Marco è stato selezionato. 

“Marco ha origini straniere, proviene da un piccolo paesino in provincia di Palermo, un contesto di estrema povertà educativa e aveva commesso dei piccoli reati. Per questo l’Ufficio Servizi Sociali Minori ce lo aveva segnalato. Di solito cerchiamo di conoscere a fondo i ragazzi, gli educatori de I Tetragonauti vengono sul territorio e facciamo due mesi di preparazione per avvicinarli all’esperienza. In questo caso non c’è stato il tempo, quindi abbiamo chiesto consiglio alla direttrice del centro professionale per elettricisti che Marco stava frequentando e lei ci ha assicurato che nell’ultimo anno Marco era molto cambiato”.

È la storia, questa, di una collaborazione tra vari servizi di welfare e associazioni socio-educative che operano in diversi contesti sul territorio nazionale e che hanno lavorato assieme per dare una nuova prospettiva di vita a Marco.

“Arrivava da un territorio senza stimoli ed era consapevole che il suo problema principale era proprio il suo paese. Aveva voglia di scappare, ma non aveva mai avuto gli strumenti per farlo, né per immaginarsi un futuro diverso”, racconta Agnese, educatrice de I Tetragonauti.

Quando con Francesca (Centro Koros) dalla Sicilia ha preso prima il treno e poi l’aereo, per lui tutto è stato una prima volta. Parlava solo in dialetto, ma dopo una settimana in barca si relazionava già in italiano (ma anche in romano, ricorda Francesca) con gli altri ragazzi dell’equipaggio.

Quando è salito a bordo non sapeva nuotare, all’inizio nemmeno provava a fare il bagno ed era a disagio quando c’era bel tempo, poi lo ha fatto prima col salvagente, poi con la muta… Dopodiché ha iniziato un corso di immersione conseguendo il brevetto OVD.

Si è reso conto così che anche le cose che non conosceva potevano essere affascinanti. Non aveva mai letto un libro, ma sulla Lady Lauren, la barca de I Tetragonauti, c’è una piccola biblioteca e partendo dai libri per bambini ha iniziato a leggere, arrivando a pensare che “i libri sono come la droga, quando inizi non riesci più a smettere”.

“La più grande sfida dei 100 giorni – ricorda lui – è stata non fumare canne. Smettere di punto in bianco è stato difficile, ma mi ha aiutato che in barca c’è sempre qualcosa da fare per tenersi in movimento, anche solo cambiare il sapone nel bagno”.

Gli operatori de I Tetragonauti e di Centro Koros ricordano quanto fossero preoccupati per il suo ritorno in Sicilia. Inizialmente aveva ripreso ad andare a scuola e spesso aiutava il padre della sua nuova ragazza lavorando come barman. “Questo lo aiutava a non ubriacarsi” dice Francesca, “e ad immaginarsi nel mondo del lavoro”, spiega Agnese: “La sua difficoltà era accettare che il lavoro potesse essere anche faticoso, per questo in passato lo hanno affascinato attività magari illegali, ma poco affaticanti”.

Dopo qualche mese dal suo ritorno a casa Marco ha manifestato nuovamente il desiderio di lasciare la Sicilia e una nuova rete si è messa in moto per proporgli una nuova esperienza, più responsabilizzante, in occasione dell’ultima parte della sua messa alla prova da minorenne. La collaborazione decennale tra I Tetragonauti e Centro Koros ha permesso loro di pensare per Marco a un progetto individualizzato, con un calendario ben definito. 

Durante i 100 giorni di navigazione Marco aveva avuto modo di sviluppare una curiosità per il mondo della nautica, mettendosi a disposizione del comandante e cercando video su YouTube nell’ora in cui era permesso utilizzare il cellulare. In occasione della sua messa alla prova avrebbe continuato a nutrire questo interesse lavorando, durante la settimana in un cantiere nautico e svolgendo attività ricreative con i volontari de I Tetragonauti nel week-end.

Dopo le prime reticenze Marco ha colto l’opportunità. Oggi spiega che rispetto ai “cento giorni” la difficoltà più grande è stata per lui non avere più un educatore che ti dice, per esempio, di non bere. “Prima avevo dei limiti – dice – mentre ora cerco di tenere da solo dei limiti mentali”.

Oggi Marco cerca ancora di autogestirsi, perché grazie al successo dell’iniziativa, una volta terminata la messa alla prova per i reati commessi da minore, si è deciso di replicare la proposta per una nuova messa alla prova adulti per reati commessi prima di iniziare il suo percorso di navigazione. Koros e I Tetragonauti hanno quindi collaborato questa volta sia con UDEPE (l’Ufficio esecuzione generale esterna per adulti), che ha convalidato il progetto, sia con La Nave di Carta A.P.S., partner storico del territorio di La Spezia. 

Il mio obiettivo in cantiere è imparare più cose possibili – spiega – come si cambia un rubinetto, come funziona una barca, i vari tipi di vela, i nodi, ci sta un po’ di tutto… qui un po’ da tutti c’è da imparare, grazie a Francesca (n.d.: psicologa di Koros), ora mi spingo a parlare e raccontare cose, grazie a Marco (n.d.: de La Nave di Carta), so fare i nodi nautici, grazie a Massimo (n.d.: comandante de I Tetragonauti) ho imparato le differenze dei fondali”.

Agnese, de I Tetragonauti, spiega che nel corso del mese trascorso su Oloferne, la barca de La Nave di Carta, Marco ha svolto lavori di routine in cantiere, ma ha anche accompagnato studenti e ragazzi con disabilità durante escursioni giornaliere. La difficoltà più grande è stata per lui proprio la conoscenza quotidiana di nuove persone, perché ha sempre avuto difficoltà a relazionarsi con gli altri. Orgoglioso oggi di raccontare la sua storia, lui stesso ricorda la fatica ad aprirsi nei momenti di condivisione durante i “cento giorni”. In quell’occasione, durante la settimana di navigazione integrata prevista, aveva anche conosciuto ragazzi non vedenti e relazionarsi con loro era stato per lui una novità. 

Finito il mese con Nave di Carta Marco trascorrerà l’estate nuovamente con I Tetragonauti, svolgendo lavori su Inae (la nuova barca dell’associazione) e navigando con ragazzi con sindrome di down. Non ne ha mai conosciuti prima d’ora, una nuova avventura si prefigura all’orizzonte!

Fare rete come cura delle relazioni di comunità

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogno al centro del nostro pensiero e del nostro agire. Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.

Abbiamo a lungo riflettuto su cosa vuol dire “fare rete” per noi della Cooperativa Calabrone. Molte sono le domande legate a questo tema che ci poniamo nel nostro lavoro quotidiano: come facciamo in modo che le reti che costruiamo siano durature, superino i tempi contingentati di un progetto, riescano ad incidere significativamente sul territorio?

Anticipiamo che non abbiamo risposte certe, ma alcuni dei progetti a cui abbiamo contribuito in questi ultimi anni ci hanno permesso di mettere in campo sperimentazioni promettenti.

Vorremmo partire da due di questi progetti per provare ad offrire alcune riflessioni più generali: DAD Differenti Approcci Didattici (finanziato da Impresa Con i Bambini e Fondazione Cariplo, con capofila Fondazione della Comunità Bresciana), esperienza nata durante la pandemia di Covid 19 per affrontare la dispersione scolastica, e Tra Zenit e Nadir (finanziato da Impresa Con i Bambini, con capofila Istituto Don Calabria e partner CNCA), percorso di promozione della cultura riparativa.

Per alcuni versi questi due progetti sono molto diversi tra di loro: il primo riguarda l’ambito della formazione, mentre il secondo si rivolge ai minori autori di reato. Nonostante ciò, abbiamo rintracciato alcuni elementi comuni che ci interrogano sul nostro ruolo e su cosa significa “fare rete”.

Innanzitutto sono entrambi progetti che riguardano i giovani, se pure da prospettive diverse. In questi tempi in cui l’individualismo è culturalmente egemone si rischia di tornare a considerare il disagio giovanile come il frutto dei comportamenti devianti dei singoli, ma i ragazzi e le ragazze si nutrono in realtà di un contesto complesso che comprende i rapporti tra pari, quelli con gli adulti, con il territorio, con le istituzioni e quelli mediati dalla rete.

Intervenire dunque in questo contesto impone un approccio sistemico, dove gli accompagnamenti individualizzati si intrecciano con il confronto e la formazione rivolta a genitori, insegnanti, istituzioni per trovare nuovi modi di relazionarsi.

Un altro rischio, quando si affrontano tematiche legate ai giovani, è quello di un paternalismo implicito e involontario. Ecco che qui entriamo nel primo aspetto qualitativo del “fare rete”: i/le giovani non possono essere semplicemente utenti e fruitori di un servizio; se vogliamo che il nostro intervento duri e sia incisivo, allora devono essere partecipi e promotori della trasformazione. Dunque, il primo polo della rete non possono che essere loro, non come attori passivi del processo, ma come protagonisti. All’interno del progetto DAD uno degli assi portanti degli interventi è stato quello di valorizzare l’autonomia, la presa di responsabilità dei ragazzi e delle ragazze all’interno dei laboratori, degli Hub territoriali e delle scuole. Questo approccio ha permesso che le reti informali virtuali e reali tra giovani crescessero, si rafforzassero, trovando un loro spazio di azione pubblica comune. Non solo: l’accumulo di saperi, punti di vista e posture maturate nel rapporto con gli operatori e le operatrici, con le istituzioni ed il territorio più in generale ha contribuito alla durata di alcune esperienze nate in seno a DAD e proseguite dopo la fine del progetto.

Dunque, fare rete a volte vuol dire comprendere che è necessario aprire spazi di possibilità in cui le relazioni esistenti possano emergere e/o nuove relazioni possano costruirsi.

Ma il ruolo dell’adulto, degli operatori e delle operatrici, delle istituzioni e del territorio non scompare, anzi. Se i ragazzi e le ragazze sono al centro del nostro agire è l’intera comunità che deve prendersi carico della cura delle relazioni nuove che costruiamo. Nel progetto Tra Zenit e Nadir consideriamo il reato che il minore compie come una ferita per tutta la collettività, di cui la comunità è allo stesso tempo vittima e responsabile. Il lavoro di promozione della giustizia riparativa che facciamo vuole tendere a ricucire questa ferita, questo strappo. È un lavoro per certi versi culturale, atto a far comprendere che i comportamenti agiti dai ragazzi e dalle ragazze non sono slegati dal contesto in cui questi avvengono e dunque anche il lavoro di cura e di reinserimento non riguarda solo gli educatori ed i giovani coinvolti, ma l’intero territorio di riferimento. È qui dunque che diventa urgente un nuovo concetto del fare rete”, uno sguardo sistemico, dove i poli da attivare non sono solo quelli delle associazioni e delle cooperative che si occupano di giustizia riparativa. Crediamo che se è il territorio, la società nel suo intero a prendersi carico del minore autore di reato allora il rischio di una recidiva dopo il percorso di reinserimento sia molto minore; se favoriamo lo sviluppo di relazioni sociali e reti di supporto formali e informali forse riusciamo ad intervenire almeno in parte non sul fenomeno in sé, ma sulle sue cause.

Il fare rete, dunque, deve essere un atto trasformativo che interroga i nostri metodi di intervento, di cooperazione e confronto. All’interno di DAD i differenti approcci che abbiamo costruito non sono stati unicamente quelli educativi, ma anche nelle relazioni tra gli enti che partecipavano al progetto, che hanno colto la sfida di mettere in discussione metodi, relazioni e punti di vista non più in una dinamica competitiva, ma collaborativa e cumulativa di esperienze, saperi e domande diverse.

In conclusione, fare rete per noi oggi è favorire l’emersione e lo sviluppo di relazioni, di incontri, di possibilità e dunque di progetti, interventi e sguardi sulla realtà che siano trasformativi e che durino nel tempo, arrivando a marciare sulle proprie gambe.

Il potere delle vulnerabilità

Fondazione Arché Onlus accompagna i bambini e le famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce la cura dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura.

L’importanza del lavoro di rete per il benessere delle comunità

“È un super potere essere vulnerabili” canta Vasco Brondi, e queste parole risuonano profondamente quando si pensa all’importanza del lavoro di rete nel settore sociale. La vulnerabilità, spesso vista come una debolezza, può diventare una forza se supportata da una rete solida e interconnessa di enti e persone. Come Fondazione Arché, attraverso le nostre comunità mamma bambino, cerchiamo di rappresentare questa visione, dimostrando come il lavoro di rete possa trasformare vite e comunità.

Nel terzo settore il lavoro di rete tra vari enti è cruciale. La collaborazione tra organizzazioni non profit, istituzioni pubbliche, servizi sanitari, enti locali e altri attori del sociale crea un tessuto di supporto che amplifica l’efficacia degli interventi. Questo approccio collaborativo permette di affrontare le sfide sociali in modo più completo e integrato, rispondendo meglio alle esigenze complesse delle persone.

Ad esempio, nel contesto delle comunità mamma bambino gestite da Arché, il lavoro di rete con i servizi sociali garantisce che le madri e i loro bambini ricevano supporto continuativo e personalizzato. La cooperazione con le scuole, i servizi sanitari e altre organizzazioni del territorio facilita l’accesso a risorse essenziali e promuove il benessere complessivo delle famiglie coinvolte.

Oltre alle reti formali tra enti, le reti informali giocano un ruolo altrettanto cruciale. I legami di amicizia, familiari e di vicinato offrono un sostegno emotivo e pratico che completa l’intervento degli operatori professionali. Queste reti informali aiutano a costruire una comunità solidale, dove le persone si sentono connesse e supportate non solo da istituzioni, ma anche da relazioni personali significative.

In questo contesto il ruolo del volontariato emerge come fondamentale. I volontari non solo offrono tempo e competenze, ma creano anche legami umani preziosi, contribuendo a costruire un senso di appartenenza e comunità. Le storie delle mamme ospiti delle comunità Arché testimoniano spesso quanto queste relazioni possano essere trasformative.

Un esempio significativo della potenza del lavoro di rete è rappresentato dal recente caso di Anaya, una giovane madre africana di 23 anni. Anaya è arrivata a Milano dopo essere stata vittima della tratta. Accolta inizialmente in un centro Caritas in provincia di Lodi, è poi entrata in una Comunità di Fondazione Arché grazie ai Servizi Sociali comunali.

Appena arrivata in Comunità, Anaya era totalmente sfiduciata, e manifestava un comportamento aggressivo sia nei confronti delle altre mamme che degli educatori. Tuttavia, grazie all’assiduo lavoro di rete, Anaya ha iniziato un percorso di trasformazione che l’ha portata a crescere una maggiore fiducia in sé stessa e negli altri, pur mantenendo un carattere non semplice. Parallelamente, sua figlia Jamila, di 8 anni, che inizialmente non parlava e a tavola si limitava a indicare le posate, è stata seguita da un Servizio pubblico di neuropsichiatria infantile, ricevendo anche un prezioso supporto nei compiti da una nostra storica volontaria. Il ruolo dei volontari si è rivelato fondamentale nel garantire a Jamila un sostegno continuativo e personalizzato, aiutandola a diventare molto più socievole.

Parallelamente, una nostra educatrice ha fornito ad Anaya un importante supporto nel percorso di formazione e successivamente nella ricerca di un lavoro. Questo ha permesso ad Anaya di ottenere un impiego stabile in un laboratorio dolciario, un traguardo che ha recentemente festeggiato con la firma di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Contestualmente, Jamila ha ottenuto una promozione a pieni voti, segno del suo grande impegno e delle cure ricevute.

Questo successo è il risultato di un’efficace rete socioeducativa, dove diversi soggetti hanno collaborato sinergicamente per supportare Anaya e Jamila nel loro percorso verso l’autonomia. Ogni ingranaggio di questa rete, dalle istituzioni ai volontari, ha giocato un ruolo cruciale, dimostrando come l’unione di forze e competenze diverse possa davvero fare la differenza nella vita delle persone.

Il lavoro di rete, sia formale che informale, costruisce un welfare societario e comunitario che rende le città luoghi più coesi e solidali. Questa costruzione di solidarietà avviene sia nei piccoli centri che nelle grandi città come Milano, che, pur nella sua vastità, è un insieme di quartieri che possono diventare comunità vive e interconnesse.

Dalla Maggiolina a Quarto Oggiaro, due quartieri meneghini, l’esperienza di Arché dimostra che è possibile creare reti di supporto efficaci e umane anche in un contesto urbano complesso. La vulnerabilità, come suggerisce Vasco Brondi, diventa così un punto di forza quando viene accolta e sostenuta da una rete di relazioni solide e collaborative.

Il lavoro di rete è essenziale per costruire una società più giusta e inclusiva. Le reti tra enti del terzo settore, servizi sociali, volontariato e legami informali tra persone contribuiscono a creare un welfare comunitario che rende le città luoghi più accoglienti e solidali. Vorremmo esserne testimoni, superando gli egoismi che purtroppo ancora incrostano anche il terzo settore, dimostrarlo con il nostro impegno quotidiano, mostrando che insieme si può fare, davvero, la differenza.

Simone Zambelli
Fondazione Arché

Tante foto per mostrare la bellezza della diversità!

Cosper è una cooperativa sociale nata dalla fusione di tre storiche cooperative: Ginestra, Iride e Prontocura. Diamo risposte concrete ai bisogni delle persone, offrendo servizi per i minori e le loro famiglie, gli anziani e le persone non autosufficienti, creando reti di supporto sul territorio di Cremona.

Lavorare in rete significa fondarsi sul senso di corresponsabilità che deve accomunare i soggetti che incontrano e si interfacciano con le famiglie, in particolare quelle vulnerabili. Per questo è fondamentale progettare in modo che le famiglie non si sentano frammentate tra i vari servizi, bensì accompagnate in modo integrato da tutti gli attori del territorio che hanno un compito rispetto al loro sostegno.

Il confronto continuo costruisce relazioni funzionali rispetto ai progetti di vita delle famiglie e la comunità deve essere intesa come una trama (rete) di servizi che mette a disposizione risorse per mobilitare i potenziali o interrompere cicli di svantaggio sociale.