Siamo animali sociali

La Fondazione Somaschi, da oltre 500 anni, sull’esempio di San Girolamo Emiliani, offre accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili. Ai Padri Somaschi si sono aggiunti, nel tempo, educatori e volontari e nel 2011 è nata Fondazione Somaschi.

L’uomo si realizza attraverso le relazioni con l’altro e questo aspetto sta alla base di ogni tipo di azione pedagogica orientata in primo luogo alla persona.

Nasciamo e ci muoviamo nel mondo, fin da piccoli, con la necessità di creare reti e legami formali e informali che ci permettano di realizzare i nostri obiettivi di vita, personali, lavorativi,… Risulta quindi impensabile procedere e raggiungere risultati senza che ognuno possa concorrere con il proprio bagaglio di esperienze, strumenti e risorse.

Chi lavora nel sociale conosce molto bene la parola “rete”, che in senso stretto e professionale può essere definita come l’insieme di servizi che hanno in carico la persona che per un motivo o per l’altro si trova a dover affrontare anche un momento della vita di enorme complessità. Di uguale importanza parliamo di “rete” anche riferendoci a un contesto più informale, famigliare, amicale e di supporto interpersonale.

Sarebbe tuttavia da interrogarsi su diversi aspetti: in primo luogo la rete informale dovrebbe essere considerata di pari importanza a quella formale. Non è sufficiente infatti fornire strumenti se poi l’individuo si trova a gestirli nella propria solitudine e abbandono. La cura dell’individuo nella sua totalità, che tende a un concetto di benessere, non può prescindere dalla cura del contesto e dalle relazioni in cui poi si trova inserito; quante volte ci siamo resi conto che la solitudine danneggia le persone, ancora di più di un problema economico o di mancanza di risorse concrete.

Il concetto di rete non deve però essere solo la somma di professionisti e istituzioni che mettono in campo servizi, risorse e strumenti, che mantengono il proprio campo di intervento e la specifica responsabilità, bensì si dovrebbe sempre più tendere a considerarsi come un corpo unico che interagisce per raggiungere la forma migliore di supporto in ottica di lavoro condiviso e progettualità.

In un mondo in cui la solitudine e l’individualismo sono alla base delle problematiche psicosociali di una persona, diventa questo il focus centrale nell’intervento di rete e di attenzione e cura.

Martina Ziglioli
Responsabile Casa Rifugio Antigone
Fondazione Somaschi Onlus

L’esperienza della rete nel Centro Diurno Diffuso di Arimo

Arimo è una cooperativa sociale fondata nel 2003. Accoglie e accompagna verso l’autonomia lavorativa, abitativa, relazionale, emotiva, adolescenti in difficoltà. Gestisce comunità e appartamenti educativi per neomaggiorenni e per genitori e figli, realizza percorsi per l’inserimento lavorativo e attività di consulenza e formazione pedagogica.
Le sue attività sono tutte ispirate dal proposito di rompere il cerchio di un destino già scritto da contesti sociali emarginanti o da esperienze di fallimento e sopruso, per ristabilire diritti e per promuovere nei giovani il senso di responsabilità verso se stessi e verso la comunità.

Come Arimo abbiamo sempre considerato fondamentale, a livello educativo, il rapporto con la realtà – e dunque con la rete delle possibili relazioni territoriali – in quanto promotore di trasformazione e cambiamento. La dimensione sociale, quella della vita reale, è fondamentale per realizzare progetti che riescano a intercettare bisogni e problematiche degli adolescenti, agevolando o sbloccando il loro processo evolutivo,

In questa direzione, abbiamo ideato e stiamo sperimentando da qualche anno un servizio innovativo di presa in carico dei ragazzi a rischio di marginalità, servizio che nel lavoro di rete ha il punto di forza della sua visione e azione pedagogica: il Centro Diurno Diffuso – CDD (avviato all’interno del progetto Tra Zenit e Nadir sulla giustizia riparativa, finanziato da “Con i Bambini”).

Il nostro intento è quello di fare sintesi tra la non residenzialità dell’azione educativa e un’idea di intervento diurno e diffuso sul territorio, realizzato in un ambito sociale, attraverso un lavoro svolto con il coinvolgimento di una pluralità di attori.

Felipe

Felipe è uno dei molti ragazzi accolti. È arrivato da noi quando aveva diciassette anni. Nato in Italia, di origine sudamericana. Alto, forte, dava un’impressione di grande potenza fisica, alla quale però corrispondeva una altrettanto marcata fragilità e vulnerabilità interiore. È stato segnalato al nostro Centro dal Servizio sociale del Tribunale per i Minorenni di Milano.

Aveva commesso un reato pesante, una rapina aggravata, e aveva trascorso diversi mesi al carcere minorile Beccaria, prima di ricevere un provvedimento di messa alla prova.

Era stato disposto un collocamento in comunità. Felipe ha provato il dispositivo comunitario per due volte, senza riuscire a reggerlo. Si è fatto espellere entrambe le volte, mettendo in atto comportamenti aggressivi, rendendosi responsabile di illeciti, scatenando risse e rifiutando regole. Provocava gli educatori, rispondeva male, scappava, faceva costante uso di cannabinoidi, risultando sempre positivo ai test. La comunità educativa, in altre parole, non era lo strumento adatto per promuovere un suo recupero e raggiungere l’obiettivo pedagogico e giuridico della messa prova.

Perché il Centro Diurno Diffuso per Felipe

Felipe se ne andava dalla comunità e tornava a casa. La sua famiglia non poteva garantire da sola un presidio educativo. Il nucleo familiare, in quel momento, viveva in un contesto di housing sociale.

Felipe era una testa calda, se si può dire così. Un fratello maggiore in carcere, una sorella più grande con problemi psichiatrici e un fratello minore con una diagnosi di autismo. Una situazione molto difficile. Il padre un ingombrantissimo assente, lo ha anche cacciato di casa, insieme alla mamma, costringendoli per un periodo a vivere di espedienti.

La madre è una donna con grandi problemi di gestione del quotidiano. Felipe con lei ha un rapporto simbiotico. Hanno affrontato insieme le difficoltà più estreme.  Il legame di co-dipendenza con la madre era troppo forte perché Felipe potesse accettare il collocamento in comunità. Ha messo in atto tutto quello che era in suo potere per far fallire il progetto e tornare a casa da lei, unico tra i fratelli in grado di aiutarla, il solo che potesse “salvarla” – e lei, da parte sua, faceva affidamento su questo.

Il percorso di recupero stabilito dal Tribunale aveva bisogno di uno strumento diverso, più flessibile e allo stesso tempo più forte, per agganciare e sostenere la motivazione di Felipe. Il ragazzo doveva sentirsi non vincolato da una struttura così rigida come la comunità e vivere da protagonista le nuove esperienze che doveva affrontare. Su questo bisogno di autonomia si può far leva, educativamente, per generare responsabilità.

L’avvio del progetto

Felipe ha espresso da subito il bisogno di lavorare. Lavorare, guadagnare. Ha espresso anche il desiderio di riprendere a studiare. Ci ha poi spiegato che aveva commesso reati solo per soldi, spinto dal bisogno di un periodo di stenti, con la madre disoccupata.

Felipe aveva un grosso problema di gestione della rabbia e delle emozioni, una cosa su cui tutti gli attori coinvolti nel suo progetto hanno da subito iniziato a lavorare.

Il percorso

Il percorso di Felipe presso il nostro Centro è iniziato con un orientamento, sia sulla parte scolastica che su quella lavorativa. Mentre era rinchiuso al Beccaria, aveva partecipato a un corso di caffetteria. Dichiarava ambizioni molte alte, voleva addirittura diventare medico. Ma abbiamo deciso di partire da lì, dall’attività di barista, per vedere come avrebbe reagito.

Abbiamo trovato un esercizio adatto a lui, con un titolare molto presente, una figura caratterialmente importante per affidabilità, senso di sicurezza. Speravamo che Felipe si agganciasse a lui. All’inizio con le figure maschili aveva un grosso problema di fiducia, ma con quell’uomo è entrato subito in una relazione positiva. Un tirocinio che doveva durare due mesi in realtà è proseguito per sette mesi. Quel locale è stato una sorta di porto sicuro per il ragazzo.

La rete e i primi cambiamenti di Felipe

La rete di persone e organizzazioni che hanno lavorato con Felipe era composta dagli operatori istituzionali e da quelli attivi sul territorio. Il Servizio sociale, la psicologa, il Sert, gli educatori domiciliari, la scuola, gli imprenditori dei tirocini e noi del Centro. Tutti fortemente coinvolti nel progetto e in relazione tra loro.

All’inizio c’era anche un professore di riferimento nella scuola che Felipe aveva voluto tentare, un istituto a indirizzo commerciale, progetto poi abbandonato perché quella scuola era troppo impegnativa per poter essere gestita contemporaneamente al lavoro. Ora è iscritto a un corso da barman, ha sostenuto un colloquio per un nuovo tirocinio in un locale, questa volta sostenuto da una borsa lavoro. Con la prospettiva di essere finalmente in grado di aspirare a un’assunzione stabile.

Come funziona la rete

Il regista è sempre l’assistente sociale. Periodicamente facciamo degli incontri con tutti gli attori coinvolti, per avere uno sguardo sul ragazzo da prospettive differenti, valutare i risultati, ridefinire gli obiettivi. È uno scambio molto positivo.

Sentiamo regolarmente l’educatrice domiciliare, la psicologa, ovviamente l’assistente sociale e il datore di lavoro. Ci aggiorniamo costantemente. L’assistente sociale guida un progetto comune che viene portato avanti su più fronti. Ci confrontiamo con la psicoterapeuta. Che cosa sta emergendo? Quali sono le difficoltà che Felipe riporta e che potrebbero avere un valore anche rispetto al lavoro, alla scuola? E per il servizio domiciliare, invece: quali sono i temi legati alla famiglia che stanno emergendo? E quali sono i temi del lavoro, della scuola che possono essere connessi agli altri aspetti del percorso?

Inizialmente Felipe non realizzava la gravità di quello che aveva fatto. Non esprimeva minimamente né rimorso né senso di colpa. Non aveva la capacità di mettersi nei panni della vittima.

A un certo punto, però, entrando in relazione con altre persone, sia a scuola che, soprattutto, al lavoro, ha iniziato a riflettere e maturare. Sul posto di lavoro sono sorti momenti di confronto sulla reciprocità: quando fai qualcosa a qualcuno, devi pensare che quell’altro potresti essere tu.

È stato un punto di partenza che ha permesso a Felipe di iniziare a immaginare se stesso in altri ruoli, oltre a quello che aveva da sempre avuto. Questo sforzo di mettersi nei panni degli altri ha dato i suoi frutti, gli ha permesso di immaginare cosa significa avere a che fare con una persona che si approfitta della tua debolezza e, questo, lo ha portato a ripensare anche al suo ruolo nei contesti di marginalità che lo avevano portato al reato.

Tra poco andrà a lavorare in un nuovo bar. Gli è piaciuto molto il titolare, un ragazzo che si è fatto da solo. Abbiamo scelto per lui aziende guidate da persone che possono fargli un po’ da esempio. Persone che hanno messo su un locale da soli, non con i soldi di famiglia. Si sono date da fare, hanno fatto sacrifici per arrivare dove sono. Felipe è uscito dal colloquio dicendo: “Pensa che bello se un giorno io riuscirò ad aprire il mio locale e tu potrai portarmi dei ragazzi messi male come me, per fare delle esperienze e cambiare vita”.

Sempre sul piano della riparazione, Felipe all’inizio ha svolto attività di volontario con i ragazzi disabili al CRH. Ha fatto un accompagnamento ai ragazzi disabili, lui che ha un fratello disabile e una sorella con disagio psichico. Ha capito da subito che proprio per questo era importante che lo facesse.

Forse adesso sarebbe anche pronto a un incontro di riparazione con la vittima.

Tutto questo, siamo convinti, è il frutto di un dispositivo come il CDD che non si occupa solo di lavoro, di scuola, di orientamento, ma integra tutte le varie componenti che riguardano il percorso evolutivo di un giovane autore di reato, inserendolo in un tessuto sociale nuovo, fatto di relazioni significative. Affrontiamo la fragilità interiore con la psicoterapia e, allo stesso tempo, interveniamo sulla gestione della rabbia iscrivendolo a un corso di boxe. Gli effetti delle varie componenti del percorso e delle azioni dei diversi attori della rete si riversano sulle altre.

Felipe da poco ha fatto il passaggio agli appartamenti per l’autonomia. Il suo obiettivo ora è stabilizzarsi sulla parte lavorativa. Una volta che ci sarà riuscito, capiremo se ci sono margini per riprendere anche il percorso scolastico.

Il rapporto sviluppato sul territorio, in una relazione senza filtri con la realtà, ci ha consentito di vedere Felipe in forma molto libera, e a lui di vedere in modo molto libero noi e gli altri protagonisti del suo percorso. Sta facendo un’esperienza diretta del senso migliore della vita sociale, gettando le basi per quando dovrà viverci in piena autonomia.

Alberto Dal Pozzo, responsabile della comunità Terzo Spazio e del Centro Diurno Diffuso di Arimo

Lia Ferrario, tutor per l’autonomia di Arimo

La forza generativa dei legami: l’esperienza del lavoro in rete nel territorio di Sondrio

Partita dal contrasto ai processi di emarginazione negli anni ’80, Cooperativa Lotta è cresciuta, ha attraversato le sfide e le novità dei cambiamenti sociali e del welfare regionale e nazionale diventando una realtà multiforme che interviene nei settori delle dipendenze e consumi giovanili, salute mentale, disabilità, protagonismo giovanile, vulnerabilità sociale, maltrattamento, infanzia, immigrazione e tratta degli esseri umani, scuola, Hiv, penale minorile, esecuzione penale interna ed esterna.

Un piccolo raggio di sole cambia la temperatura e Giovanni se ne accorge subito. La notte è stata più fredda del solito. Con un po’ di resistenza si dirige verso il Drop-in. Non ci è mai stato. Gli è stato consigliato la sera prima da un ragazzo dei City Angels. Appena entra viene accolto da Patrick, l’operatore che gli offre un caffè e gli fa compilare diverse carte. Doccia calda. Maddalena, l’a.s. del Drop-in sente Margherita del Centro di Prima Accoglienza e fortunatamente c’è un posto. Questa sera si dorme al caldo.

Stazione di Sondrio, novembre, ore 16:30, 8 gradi celsius. Dal treno proveniente da Milano Centrale – perennemente in ritardo – scende Precious, 29 anni, nigeriana con la numerosa famiglia al seguito: Alvin di 3 anni, Melody di 5, Andrew di 6 e… un pancione di ormai 7 mesi. Precious si fa strada tra le persone che si accalcano per salire controllando a fatica i bimbi, rapiti dalla curiosità. Tre giorni dopo il telefono di Graziella (operatrice di Cooperativa Lotta) squilla. È l’assistente sociale del Comune di Sondrio, che le comunica di avere un caso da presentarle, e le chiede se sia possibile fare una valutazione come ente anti tratta. In pochi minuti racconta di Precious, arrivata in un pomeriggio autunnale a Sondrio.

La donna con i figli si è presentata in Questura per chiedere aiuto: non ha residenza in Italia, non sa dove dormire e cosa dare da mangiare ai suoi bambini, ha speso i suoi ultimi soldi per fuggire dalla Spagna e da un marito violento per tornare dopo molti anni in Italia, luogo dello sbarco e della richiesta di asilo. Dopo accesso in Pronto Soccorso per un piccolo problema del figlio piccolo, la famiglia è stata ospitata in via emergenziale presso un albergo. Claudia, l’assistente sociale, mi dice che una rete di aiuto sta iniziando a muoversi: la Croce Rossa sta provvedendo alla consegna dei pasti mentre il Centro Aiuto alla Vita fornisce i pannolini. I bisogni sono molti ma urgente è la necessità di ascolto per poter capire come aiutare al meglio queste persone. Iniziano quindi una serie di colloqui con Precious, emergono molte cose: un’infanzia disperata e interrotta, un viaggio dove viene venduta e sfruttata sessualmente…

La rete si allarga: Precious e i bambini conoscono la mensa sociale Immensa della città. Nasce il quarto figlio, la donna e i figli entrano in accoglienza di housing sociale, il progetto anti tratta la tiene agganciata territorialmente e continua il lavoro condiviso dell’équipe allargata in rete.

“Caffè?”

Max si avvicina al “ragazzo” brizzolato che da qualche giorno gira attorno alla stazione ma che non ha mai incontrato nelle uscite con l’Unità Mobile. Andrea non è di tante parole ma con il passare dei giorni si apre. È tornato in valle dopo anni di eccessi con alcool e sostanze. Poi la forte depressione…

Pronto, Giuliana? C’è un posto al container della Croce Rossa? C’è un ragazzo che avrebbe bisogno per qualche giorno perché vive in strada”.

Andrea è molto preoccupato perché non riesce a trovare un lavoro. Max lo accompagna al Centro Servizi Contrasto Povertà e qui le operatrici lo aiutano ad individuare un’offerta di lavoro che potrebbe fare al caso suo. Andrea non esita: invia il curriculum e dopo alcuni giorni inizia un lavoro… Andrea sa che il percorso sarà in salita ma sa anche che potrà frequentare il Drop-in quando ne sentirà il bisogno e potrà rivolgersi all’assistente sociale dell’Ufficio di Piano che ha conosciuto negli ultimi mesi. Sa di non essere solo.

Negli ultimi anni il territorio dell’Ambito di Sondrio e in particolare del Comune ha visto aumentare il numero di situazioni di emarginazione che necessitano di attenzione e cura. Parallelamente – grazie anche alla specificità territoriale – si è creato un sistema in cui le collaborazioni e gli scambi tra organizzazioni che si occupano delle povertà, risulta quotidiano, seppure necessita sempre di coordinamento e continua manutenzione affinché le azioni messe in campo siano continuative ed efficaci. Grazie alle risorse del PrInS – Progetti Intervento Sociale (risorse PON iniziativa REACT-EU) le realtà dell’ambito hanno lavorato alla costituzione di un Centro Servizi per il Contrasto alle Povertà. Le organizzazioni che lavorano sui temi della marginalità si stanno trovando con regolarità per costruire interventi che vanno oltre l’emergenza e si stanno organizzando in sottosistemi reticolari che si occupano delle varie necessità (alimentari, relazionali, sanitarie, grave emarginazione). Si sta implementando un sistema strutturato che collabora nella programmazione condivisa di servizi rivolti alla grave marginalità in modo integrato. Sul territorio si è sviluppato un sistema coeso e integrato tra sociale e socio-sanitario e tra pubblico e privato sociale. Enti, Cooperative e Associazioni stanno contribuendo, con azioni che permettono di mappare il fenomeno, sperimentare un sistema di pronto intervento sociale di aggancio di persone con problematicità diversificate per poi avviare interventi di presa in carico integrato tra vari soggetti.

Il lavoro da fare è ancora molto ma grazie alla fitta rete territoriale e alle alleanze costruite si sta facilitando le relazioni tra utenza/servizi/opportunità del territorio agevolando la gestione delle situazioni critiche, favorendo la circolarità delle informazioni tra gli enti ed evitando la duplicazione di interventi. Seppur la sfida sia sempre più impegnativa, ci si adopera quotidianamente nella lotta contro le emarginazioni.

Quanto basta per Vera

QuBì è un progetto per l’attivazione di reti territoriali di prossimità a sostegno delle famiglie povere con figli minorenni, nato a fine del 2018 in 23 quartieri periferici di Milano.

Le reti QuBì sono state finanziate per cinque anni da diverse Fondazioni, principalmente da Cariplo e Vismara. Dato il successo dell’esperienza, il Comune di Milano ha scelto di subentrare alle Fondazioni nel rapporto con le reti QuBì ormai consolidate ed ha avviato una co-progettazione per implementare questa esperienza, traghettandola dalla dimensione dei quartieri a quella dei Municipi cittadini.

La Cooperativa Sociale Diapason, da sempre attiva nel territorio del Municipio 9, è stata per cinque anni referente della Rete QuBì di Niguarda, attualmente è capofila della rete QuBì del Municipio 9. La storia che raccontiamo è solo un esempio di quello che può fare una rete di prossimità per migliorare i percorsi di vita delle persone in difficoltà.

La storia di Vera

Quando Vera arriva in Italia dalla Colombia nel 2016 è incinta, la sua speranza è di trovare una casa e un lavoro, così che suo marito Carlos e Kevin, il figlio di lui, possano raggiungerla al più presto. Vera ha un foglietto con le indicazioni: si tratta di una mappa per raggiungere Jenny, un’amica disposta ad ospitarla per un paio di settimane, che la mette in contatto con il Centro d’Ascolto della Parrocchia del suo quartiere.

Qui conosce Betta, una volontaria che le dà una mano a trovare subito lavoro come badante a casa di un anziano e le fornisce per i primi tempi un aiuto molto concreto. L’anziano presso cui Vera inizia a lavorare si chiama Mario e si trova bene con lei, perché si prende cura di lui e gli fa compagnia. Anche Vera si trova bene con Mario, perché lui le dà un tetto e un lavoro, ma soprattutto la tratta bene.

Dopo i primi mesi Carlos arriva a Milano insieme al figlio Kevin e poco dopo Carlos, Vera e Kevin vanno a vivere insieme in una stanza presso un connazionale. Nello stesso periodo nasce Jessica, ma le cose col marito non si mettono bene: quando litigano lui diventa aggressivo e anche il rapporto con Kevin è difficile, lui è ormai grande, la conosce poco e non la rispetta.

In breve tempo Vera si separa e rimane sola con la bambina; fortunatamente c’è Mario che può ospitare lei e Jessica. Tra loro tre si stabilisce un buon rapporto, Mario, Vera e la figlia sperimentano un periodo di serenità, Mario è accudito e non si sente più solo, Vera e Jessica si sentono accolte e al sicuro.

Mario, seppur non vecchissimo, è molto malato e viene a mancare nel giugno del 2022. A questo punto il periodo fortunato si interrompe nuovamente.

Subito dopo il funerale Vera viene cacciata di casa dai parenti di Mario, che la lasciano senza un tetto e non le riconoscono nemmeno una liquidazione. Vera e la bambina vagano, ospiti temporanee di conoscenti, ma non c’è spazio per loro, al punto che finiscono a dormire in una tenda canadese sul balcone di un lontano parente, che non permette loro nemmeno l’uso del bagno.

La vita si fa dura per Vera che si arrangia come può e lava la biancheria nei bagni dei bar del quartiere; in questo momento così difficile, senza casa e senza lavoro, con una neonata da crescere, Vera chiede nuovamente aiuto a Betta del Centro d’Ascolto, che per prima cosa le offre un sostegno alimentare ed economico, poi la mette in contatto con la rete QuBì del suo quartiere e con il Servizio Sociale.

La fortuna di incontrare QuBì

La rete QuBì del territorio offre a Vera un sostegno attraverso le diverse competenze: i Custodi Sociali come sempre mettono in campo tutte le proprie conoscenze, per un caso fortunato le trovano una soluzione abitativa temporanea nell’appartamento di un Parroco disponibile in un territorio limitrofo, in questo modo Vera trova una casa senza dover subito pagare l’affitto.

Contemporaneamente, la rete di prossimità di Associazione Ipazia viene a conoscenza della situazione e per prima cosa accoglie Jessica nel Coro, poi attraverso i propri volontari offre a Vera due contratti di lavoro per un impegno complessivo di 25 ore settimanali che le permettono di rinnovare il permesso di soggiorno.

L’Operatrice di Prossimità integra gli aiuti con le risorse del progetto, offre cure dentistiche e visite mediche per Jessica, infine attraverso il Fondo di Quartiere la bambina viene iscritta alle attività estive di nuoto: chi la conosce dice che per lei è una grande gioia.

Betta nel frattempo ha ottenuto per Vera un gratuito patrocinio per far causa alla famiglia dell’anziano da cui lavorava: da poco Vera ha vinto la causa! La famiglia le deve 13.000 € che verranno versati in rate da 400 €.

Per completare il quadro, dobbiamo aggiungere che Jessica ha molte difficoltà di apprendimento, la valutazione della UONPIA sarà comunicata a giorni alle insegnanti della bambina, la piccola parla male mischiando diverse lingue e dialetti ed è così in difficoltà che non è sufficiente farla partecipare a un normale doposcuola. Vera si trova inoltre in difficoltà ad organizzarsi per lavorare quando la figlia è a casa da scuola per malattia o per le festività: anche in questo caso gli aiuti per ora sono arrivati casualmente (e magicamente!) da persone della rete, ma non è garantito che si potrà sempre trovare una soluzione…  Vera sta riprendendo i contatti con Carlos, le operatrici la spingono a chiedergli di assumersi la propria parte di responsabilità per sostenere la figlia.

La situazione di Vera non è del tutto risolta, ma grazie alla rete è stato tracciato un sentiero percorribile.  Vera e la figlia hanno incontrato persone capaci di utilizzare la rete e le risorse del territorio per prendersi cura di loro, e questo è il successo di QuBì.

Educatori: il punto di forza di Novo Millennio

La bellezza del lavoro in Alba Chiara è tanta: sono in Novo Millennio da 7 anni e ho scelto di rimanervi perché il suo operato sposa appieno la mia visione di educazione. Alba Chiara ha come obiettivo quello di accompagnare le ragazze nel proprio percorso di vita, in modo che siano in grado di vivere in società in autonomia.

Una buona parte di lavoro educativo è dedicata a far vivere loro la propria adolescenza, una tappa fondamentale della vita, alla scoperta di chi si è e di chi si vuole essere, che troppo spesso le nostre ragazze hanno dovuto un po’ saltare perché cresciute molto in fretta per le situazioni che sono state loro messe davanti.

Un aspetto che secondo me definisce la bellezza del nostro lavoro è che facciamo conoscere alle nostre ospiti delle figure adulte sane. In Alba Chiara, in particolare, lavoriamo sull’aspetto della consapevolezza: la vita è fuori dalla Comunità, quindi certamente si vive insieme e si condivide buona parte della quotidianità, però invitiamo tanto le ragazze anche a vivere esperienze fuori, andare con gli amici, fare sport, fare corsi di disegno, di arte, di equitazione,…

Un aspetto molto positivo per un’operatrice di Novo è proprio quello di sentirsi in una grande famiglia, tutti ti danno una mano quando ce n’è bisogno e quando si può essere utili. L’équipe educativa è il cuore di ogni servizio e ho avuto la fortuna in questi anni di lavorare con colleghi con cui ho condiviso assolutamente i valori e le metodologie educative.

Valeria Autieri – educatrice di Alba Chiara, Comunità residenziale per adolescenti femmine

Il 9 maggio del 2013 ho iniziato a lavorare in Arconauta per una sostituzione di maternità. Quando sono arrivata quello che mi ha colpito veramente era il clima familiare e l’accoglienza che ho ricevuto da tutti.

La cosa molto importante nel nostro lavoro è il tempo che si dedica ad ascoltare e osservare i ragazzi per valorizzarli e per capire quali sono i loro punti di forza e il loro potenziale, in modo da mettere in luce la loro bontà.

Ecco, una cosa che mi piace da sempre è quando facciamo il giro con il pulmino e incontriamo le loro famiglie. Lo facciamo ogni giorno: incontriamo le famiglie, ci scambiamo due chiacchiere e raccontiamo come è andato il figlio o la figlia e cosa ha fatto di bello.

Mi sento emozionata nel pensare un po’ agli anni trascorsi. È un bel posto. Con i ragazzi si sta proprio bene ed è bello vederli diventare grandi dopo un percorso in Arconauta.

Evangelia Kekou – educatrice di Arconauta, Centro diurno per adolescenti e giovani con disabilità.

Io sono Daniela e lavoro in Novo Millennio da ormai 5 anni presso il Centro StellaPolare e nel Progetto Le Case. Prima di lavorare qui avevo svolto un’esperienza differente come educatrice, ma ho voluto provare a sperimentarmi su altri Servizi per trovare nuovi stimoli e un posto diverso che mi permettesse di conoscere le persone, non solo nella quotidianità, ma anche negli aspetti più creativi come permettono le attività svolte in StellaPolare.

Ho scelto questo lavoro perché l’idea di affiancare le persone nel loro percorso di vita mi gratifica e mi dà molti stimoli.

Un aspetto importante è la creazione di una relazione che non è solo educativa, ma si trasforma, perché ci sono delle situazioni strutturate e altre destrutturate, come possono essere un pranzo o un’uscita. Ricordo quando partecipavo agli incontri di Web Radio per conoscere il Territorio oppure incontravo nuovi gruppi di lavoro, magari di altre Cooperative o realtà. La vacanza è un’altra situazione dove ci si mette un po’ a nudo, e questo vale sia per gli operatori che per gli ospiti, ci si conosce proprio su aspetti molto differenti.

Secondo me, un educatore deve avere la capacità di saper ascoltare e quindi la pazienza di “empatizzare”, perché queste sono le cose fondamentali. Non sempre ci si riesce, è un po’ una sfida, però se si trova la chiave giusta si può fare un bel lavoro con la persona.

Novo Millennio cerca di rispondere in modo diretto alle reali esigenze delle persone e del Territorio, realizzando Progetti e Servizi mirati alla costruzione di una Società inclusiva e solidale.

Il lavoro educativo è il cuore pulsante dell’attività sociale e da 20 anni permette di contribuire al raggiungimento di traguardi importanti quali uguaglianza sociale, culturale, solidarietà e inclusione.

Daniela Ghilotti – educatrice di Progetto Le Case, appartamenti di Residenzialità leggera per adulti con storia di disagio psichico e di StellaPolare, Centro diurno per la salute mentale.

Novo Millennio nasce su ispirazione di Caritas Ambrosiana e di Monza per rispondere ai bisogni della Comunità, con l’obiettivo di porsi come collegamento con il Territorio, dando ascolto alle sue necessità. La Cooperativa costruisce luoghi di incontro e di scambio, poiché crede che l’individuo, in quanto parte di una comunità, possa diventare attore di partecipazione sociale e del processo di trasformazione positiva dei rapporti umani. La Cooperativa ha quattro aree di intervento: Area Socio-Educativa, Area Salute mentale, Area Disabilità e Inclusione ed Area Stranieri, a cui corrispondono circa 35 tra Servizi e Progetti. Novo Millennio cerca di rispondere in modo diretto alle reali esigenze delle persone e del Territorio, realizzando Progetti e Servizi mirati alla costruzione di una Società inclusiva e solidale. Il lavoro educativo è il cuore pulsante dell’attività sociale e da 20 anni permette di contribuire al raggiungimento di traguardi importanti quali uguaglianza sociale, culturale, solidarietà e inclusione.

Cercatori di bellezza

Fatica, complessità e continua ricerca, sono state le prime parole emerse nella descrizione e nei racconti dei protagonisti del lavoro educativo, nello specifico degli educatori di EduLab, un centro diurno educativo per adolescenti con fragilità familiari.

Da queste parole, e in questa cornice, ci piace paragonare il lavoro dell’educatore a quello di un cercatore d’oro, un cercatore di bellezza che trascorre la maggior parte del suo tempo con le mani immerse nell’acqua e nella terra, alla ricerca di piccole pepite, di frammenti che, seppur piccoli, diventano preziosi per il progetto di vita del minore.

Ad EduLab l’agire quotidiano, le routine e i gesti ripetitivi che costituiscono la giornata, sono l’effettiva cornice pedagogica che si cerca continuamente di creare, rimodulare e strutturare con un’utenza abituata a vivere senza confini, punti cardine, senza argini. È all’interno di questo dispositivo, che ci piace definire “creativo”, in cui gli educatori cercano di posizionare riti e certezze tra complessità e incertezza, che si può provare l’emozione di un ritrovamento.

Ecco dunque che Claudio, dodicenne con una ‘predilezione’ all’azione istintiva e impulsiva, si affida all’educatrice di riferimento dicendo: “Lui mi sta dando davvero fastidio e so che poi rischio di arrabbiarmi e non controllarmi, ma non voglio rovinare l’amicizia, se mi aiuti glielo diciamo?”; o Eric, inserito a causa di un forte ritiro sociale, durante un incontro con assistente sociale e genitori chiede inaspettatamente di non chiudere il suo percorso al Centro perché: “Sono gli unici giorni in cui vivo”.

Far affiorare quindi particolarità positive spazzate via spesso dal fiume di disagio e di fragilità in cui sono immersi i ragazzi è la vera bellezza del lavoro educativo! Un lavoro fatto di pazienza e dedizione, sì, ma anche di affondi creativi, riti di bellezza e ritrovamenti inaspettati.

Quella della Cooperativa La Sorgente è dal 1984 una storia fatta di storie. Un percorso a tappe, ognuna contrassegnata da tante storie che si intersecano e germogliano producendo nuove fruttuose diramazioni a sostegno dei più fragili.

Anticipiamo fiducia

Per noi tutto serve, ma è solo una persona motivata, un esperto di vita e di amore, un testimone che può convincere un fratello a cambiare modo di esistere“, don Leandro Rossi, Socio Fondatore Cooperativa Sociale Famiglia Nuova

La bellezza del lavoro sociale per noi di Famiglia Nuova si sostanzia nella possibilità che abbiamo di essere riferimento per le persone che accogliamo: lo diventiamo soprattutto quando riusciamo ad anticipare fiducia. L’operatore sociale lavora alla costruzione della relazione d’aiuto, creando presupposti per un rapporto umano reciprocamente fidato, e affidandosi. Deve credere per primo, e convintamente, alla capacità dell’altro di affrancarsi da condizioni di fragilità, senza lasciarsi condizionare da precedenti fallimenti in altri percorsi di recupero, può infatti essere sempre la volta buona e va afferrata al volo, anche quando le “carte” non depongono a favore di un qualche successo.

L’operatore di Famiglia Nuova tiene il fuoco del suo operare sulla persona, non sul sintomo.

In Famiglia Nuova, nell’ambito delle residenzialità, come strumento per il trattamento e la riabilitazione dalle patologie di abuso, dipendenza da sostanze legali e illegali e di forme di dipendenza come il gioco d’azzardo problematico, nei servizi di accoglienza per minori stranieri non accompagnati o per migranti adulti, donne senza fissa dimora, nelle attività di formazione e qualificazione professionale e di accompagnamento al lavoro, le équipe di operatori generano processi relazionali indispensabili per una possibile ridefinizione, sia individuale che sociale dell’utente, attraverso progetti migliorativi della qualità della vita, e la valorizzazione delle risorse, talora residuali, per supportarli ad affrancarsi dalla propria vulnerabilità, implementando le loro competenze personali potenziate da esperienze lavorative e sociali rigenerative.

L’operatore sociale può essere la voce di chi ha perso, o non ha mai saputo chiedere, l’esigibilità dei propri diritti provando a ripristinare, contestualmente, la loro identità di cittadini.

È un lavoro sfidante, che spossa, ma appaga molto. È un insieme continuo di occasioni per trovare un senso profondo in ciò che dobbiamo aver scelto di fare, non si può fare lavoro sociale in modo residuale: accorgerci degli altri, ascoltare i racconti a volte stentati e prolissi, ricchi di informazioni che ci permettono di conoscerci meglio, responsabilizzare le persone che devono essere protagoniste, non comprimarie, delle loro vite, necessita di molta attenzione e passione. Stare con l’altro permette a noi di reggere, se lui sta in piedi sono più forte anch’io. Portare bellezza (il video è qualche riga più in basso) nella vita di persone che hanno vissuto scarto e pregiudizio e brutture di vario genere è prezioso. L’arricchimento che ne deriva accresce l’importanza sociale e spirituale dell’operatore.

I successi, a volte limitati nel lavoro sociale, possono essere entusiasmanti: una casa dignitosa, una stabilizzazione dei rapporti famigliari, un corso di agricoltura sociale che apre a un’attività lavorativa reale, un progetto di recupero dalle dipendenze andato a buon fine che può ricondurre a una certa autonomia, non hanno prezzo di scambio.

Come operatori nel lavoro sociale dobbiamo tendere a questi risultati, anche quando mancano risorse, a volte di ogni tipo.

Operatore

di Giusy Palumbo, da Glossario Fragile, Legacoopsociali, definizione da preferire a educatore, guida, tutor…

La parola spiegata: chi opera, chi compie determinate azioni, chi crea, esegue, fa. Operatore è una parola di movimento, che riconduce sempre ad una dimensione del fare. L’operatore non sta mai fermo, il pensiero sembra escluso in favore del solo agire. C’è una vitalità che seduce, un richiamo all’atto creativo che ci ricorda la lezione di Joseph Beuys per cui “ogni uomo è un artista”. L’operatore interviene sulla realtà, la modifica, la trasforma.

La parola raccontata: la dimensione dell’operare che più ci convince è nella relazione con l’altro. L’operatore nelle cooperative sociali opera con e per l’altro, in termini di accudimento, assistenza, vicinanza, mutualismo. È l’altra faccia dell’utente”, sta nella stessa fragilità, con un ruolo di cura e attenzione, sta a fianco, accompagna, impara.

Operatore è una parola che ci piace, la preferiamo ad educatore, guida o tutor dove la posizione si pone dominante, di un vaso che riversa verso l’altro, perché qui ad operare, in senso più artistico che clinico, si è sempre almeno in due.

E a pensarci bene c’è una parola che basta a restituire tutto il senso: cooperatore.

Rotte di rottura

Quotidianamente, nel mio ondeggiante lavoro educativo, incrocio e attraverso moltissimi volti adolescenti. Volti rivolti talvolta al cielo, talvolta alla terra, talvolta al proprio naso, certe volte alla cerniera delle proprie felpe in cui si incappucciano per sembrare piccoli e invisibili o ancora verso i lacci delle loro scarpe con i quali non si rendono conto di inciampare. Altre volte rivolgo il mio dialogo di sguardi a chi, alzando gli occhi, ricerca la sfida in nome di quell’accanita lotta che lo accompagni a diventare adulto.

Mi imbatto in inesperti soldati corazzati che fingono di saper maneggiare spade e armature, ma così goffi e incapaci di intercettare l’Altro che affrontano adulti che si mostrano draghi, ma che in fondo sanno che sarà uno scontro tra paure. Quelle stesse che poi, lontano dalla polvere della battaglia, occorrerà rimaneggiare e trasformare.

Quella corazza coriacea che, come educatori e operatori sociali, si desidererebbe pugnalare e infrangere subito, ma la cui rottura avviene improvvisamente e non per nostra volontà; assordante e lacerante come tuoni di porte che sbattono, come i pugni supersonici che frantumano pareti, come cellulari le cui comunicazioni vengono volontariamente interrotte da un lancio in lungo il cui fischio continua a riecheggiare; lascia ogni volta attoniti e smarriti.

In quelle crepe interiori e reali ho più volte soggiornato domandandomi quale sentiero percorrere al termine di quell’affannante sosta: ho maledettamente imprecato per l’ennesima anta divelta, per l’ennesimo specchio i cui riflessi sono stati mandati in frantumi, ho obbligato a ripulire, ho punito e rimproverato, ma infine, al termine delle furie, ho finalmente dischiuso il mio sentire all’udire i loro: Cheppalle-che rottura, o qualsiasi loro forma più volgare espressa impulsivamente da tutti questi cavalieri inesistenti.

“Navigo sulle argille di vecchie paure,

da fuori sembro sano,

ma all’interno ogni giorno dentro il mio corpo frano.

I demoni tirano

dal basso, sono tutta creta, neppure una pianta,

un sasso.” (Franco Arminio, 2021, Cedi la strada agli alberi. Tea, Milano.)

A quelle rotture, oggi, a distanza di tentativi, sbagli e anche buone riuscite, vorrei riconsegnare un significato trasformativo e pedagogico provando a dare qualche interpretazione alla domanda in cui ogni volta mi imbatto: che cosa combiniamo con questi cocci che ritroviamo a terra?

La domanda è molto più concreta di ciò che può apparire.

Di fronte ad una sedia in frantumi, ad un buco nel muro, ad un telefono esploso e sfasciato, come ci comportiamo? Ne gettiamo i pezzi? Li lasciamo a terra? La facciamo ripagare e scontato il debito sarà tutto come prima? Li chiudiamo stretti stretti in un sacco nero e passiamo subito al rimprovero o la punizione? Prendiamo la colla trasparente e li ricomponiamo nascondendo ogni traccia di quei frantumi?

In questo marasma di scelta, vale la pena ritornare sulla parola rompere, sulle sue analogie ed usi. Tra i sinonimi di rompere, il dizionario Treccani suggerisce: decomporre – disgregare, scomporre, smembrare, smontare, spaccare. Se affondiamo le radici nel contesto della matematica si parla spesso di far esplodere un problema, per arrivare alla sua risoluzione, nelle relazioni umane quando qualcuno ha ottenuto un successo lo si incoraggia con un Ehi, hai spaccato! – e ancora – quando si desidera ardentemente uscire dai binari prestabiliti e non scelti, si tenta di rompere gli schemi. Quanta energia, desiderio, sogno, sta racchiuso nella distruzione sognante di un bambino di fronte al suo uovo di cioccolato ripieno di qualsivoglia sorpresa?!

Tutto sembra rimandare ad una sorta di riduzione, alla necessità di disossare, di scovare la parte più piccola dell’intero, al ritrovarne radici, all’essenza, al cuore delle cose stesse.

Dissociarsi dall’idea di ogni rottura come pura distruzione, significa scegliere a nostra volta di spezzare quel legame apparentemente inscindibile dell’adolescente arrabbiato che rompe il mondo per il piacere di distruggerlo e avvicinarsi alla necessità di comprendere i significati dei suoi gesti.

Non sarà forse un grido dall’allarme allo struggente bisogno, talvolta, di comprendere e di conoscere, per riorientarsi? Significa aprire orizzonti di crescita per affrontare al meglio la sfida della complessità.

Il lavoro educativo attraverso le immagini

La bellezza del mio lavoro l’ho scoperta e vissuta nelle piccole cose di ogni giorno. Alla sera, quando ormai tutto è in silenzio e le luci si spengono entri nelle camere per augurare la buonanotte e vedi qualcuna che è ancora sveglia e pensierosa.

Mi chiede di sedermi accanto a lei e mi racconta che i rapporti con il suo ragazzo in questo periodo sono un po’ faticosi ponendomi anche qualche domanda.

Dentro di me sorgono diversi pensieri: “Perché chiede aiuto proprio a me che ormai sono un’adulta?”. “Perché si sta fidando?”. Fermo le domande in testa e decido di ascoltare le sue parole che racchiudono fatica, tristezza, paure, dubbi e interrogativi.

In quel momento mi rendo conto che non mi sta chiedendo i massimi sistemi o dei trattati filosofici sull’amore. Con molta semplicità e delicatezza provo a rispondere alle sue domande. Mi ringrazia e ci diamo la buonanotte.

Esco dalla camera e mentre mi dirigo verso la mia, ripenso a quanto appena successo e mi accorgo che la semplicità e la relazione sono degli strumenti straordinari. Così, piano piano, giorno dopo giorno, si cresce insieme: loro con te e tu con loro!

Giulia

L’associazione Agathà onlus è nata dall’incontro della passione educativa di due istituzioni della Chiesa di Bergamo: il Patronato San Vincenzo e le Suore Sacramentine. A questa sinergia si aggiunge la Cooperativa Sociale L’impronta che partecipa attivamente alla gestione e allo sviluppo dei progetti dell’associazione. Dal 2011 sono stati avviati progetti e servizi rivolti a minori, neomaggiorenni e donne in difficoltà: la comunità educativa, i progetti diurni di comunità, gli alloggi per l’autonomia e l’housing educativo. Le case di Agathà sono luoghi di protezione, sviluppo e crescita dove le ragazze trovano attenzione e cura ma anche richiesta di impegno.

Tunisicità nella bergamasca

Come operatrice di territorio del progetto SAI per l’inclusione dei Minori Stranieri Non Accompagnati ho la fortuna di cercare e vivere con i ragazzi delle esperienze formative e ricreative sul territorio di Bergamo per trovare insieme a loro possibilità concrete di integrazione e realizzazione dei loro percorsi di crescita ed educativi.

Una fortuna immensa perché nei momenti di svago, gioco, conoscenza di contesti nuovi e messe alla prova da parte dei ragazzi posso assistere ai quei difficili processi di incontro tra persone con background culturali diversi, storie ed età diverse, aspettative e sogni diversi: il momento dell’incontro è criptico, ci si studia, si cerca di capire dove posizionarsi rispetto all’altro e noto che i ragazzi stranieri cercano di capire anche cosa si pensa di loro, quale idea o giudizio ci si fa basandosi sull’apparenza.

Io personalmente trovo affascinante questo studiarsi per capirsi e poi con pazienza forse anche accettarsi e includere (quando l’incontro ha successo!): in quei momenti di incontro capisco quanto sia importante avere il coraggio di mettersi in relazione, a prescindere dalla provenienza, dalla religione, dalla cultura e dal colore della pelle.

Ritrovo la bellezza negli incontri tra il tutore e il minore, due soggetti che imparano a conoscersi e relazionarsi, arrivando a volte a supportarsi a vicenda; la relazione tra il ragazzo e il suo educatore di riferimento è un rapporto generatore di emozioni forti per entrambi, positive o negative che siano, ma sicuramente sincere e con l’obiettivo del sostegno e della cura.

L’incontro tra un ragazzo tunisino e l’anziano bergamasco alla festa di quartiere è un altro esempio di incontro che trovo bellissimo, tramite sguardi scrutanti e poche parole ho assistito a uno scambio spontaneo, basato su un interesse reciproco vero, un momento che mi fa dire che la cura è anche questo: interesse per l’altro, un attimo in cui ci si sente ascoltati, non per forza capiti, quell’attimo sfuggente in cui qualcuno mi vede, non perché sono diverso ma perché sono li di fronte a lui, un allegro e sorridente A. in tutta la sua “tunisicità”.

Più che un lavoro di cura il mio è un percorso da costruire insieme, vedo la bellezza nella reciprocità del rapporto che cerco di costruire con ognuno di loro, i momenti in cui B. riesce a trasmettermi tutta la sua forza e resilienza, le confessioni intime del sensibile K., le risate a crepapelle che mi fa fare O., gli ammonimenti di S. quando non mantengo la posizione formale di operatrice; sono tutti questi momenti che rendono il mio lavoro bellissimo e soddisfacente, nonostante la fatica di tutti i giorni nell’affrontare i problemi legati all’immigrazione nel nostro paese (documenti, possibilità abitative, lavorative,…) sapere che si creano legami, anche brevi, di supporto e cura reciproca mi fa sentire bene e mi fa vedere la bellezza di lavorare nel settore in cui ci si prende cura gli uni degli altri.

Chiara Barcella, educatrice della cooperativa sociale AEPER

Ad AEPER rendiamo concreta la solidarietà realizzando attività educative, sociali, sanitarie, culturali e d’inserimento lavorativo orientate ai bisogni delle persone, alla prevenzione del disagio, all’accoglienza e al reinserimento sociale. Obiettivo è l’inclusione di chi è in situazione di svantaggio nella vita di tutti i giorni, coltivando una cultura capace di valorizzare la persona anche nelle sue fragilità. Promuoviamo l’accoglienza, lo sviluppo, l’autonomia personale, l’integrazione sociale e il benessere nella comunità locale, con particolare attenzione a tutti coloro che vivono la fragilità e il disagio.

Esperienze che raccontano la bellezza del lavoro sociale

Il mio lavoro in comunità inizia circa 3 anni e mezzo fa e si tratta della prima esperienza lavorativa nell’ambito del lavoro sociale.

Ci si confronta ogni giorno con tante realtà diverse ognuna ricca di vissuti ed esperienze personali. Tra queste, fragilità e problematiche da affrontare e da smussare.

La particolarità di questo lavoro sta nel prendere per mano le persone che richiedono aiuto e accompagnarle giorno dopo giorno, passo dopo passo, nel percorso che han deciso di intraprendere. Significa fare in modo che non si sentano sole, fare in modo che sappiano che c’è qualcuno pronto ad ascoltarle e a supportarle: si costruisce un legame di crescita reciproca e di fiducia.

L’educatore non cambia le persone, tanto meno la vita delle persone, non fornisce soluzioni e non risolve i problemi, bensì ascolta, comprende, sostiene, rimprovera, nell’obbiettivo che le persone ritrovino il senso della vita e riescano ad apprezzare la loro esistenza così com’è per poter scrivere nuove storie.

La soddisfazione arriva quando ritrovano speranza e sorriso, quando iniziano a crederci e si rimettono in gioco nella speranza di ritrovare serenità e voglia di vivere in maniera sana e non autodistruggente. È lì che ci si sente realizzati, quando fanno le valigie per tornare a casa, terminato il percorso e, commossi ti abbracciano, ti stringono la mano e, salutandoti, ti dicono “Mi mancherai!”.

Lluvia, 28 anni, operatrice

Maggio 2023

Ho iniziato a lavorare in comunità parecchi anni fa crescendo all’ombra degli insegnamenti di don Redento e del mio primo responsabile. Ho imparato tanto da loro sia a livello professionale che personale, e per questo li ringrazierò sempre nelle mie preghiere che arrivano fin lassù.

Quando qualcuno mi domanda che lavoro svolgo, rispondo che lavoro in una Comunità della Cooperativa di Bessimo, e immancabilmente mi sento rivolgere questa domanda: ma quanti ragazzi “si salvano” dopo aver fatto un percorso comunitario?

Beh, se c’è una cosa che ho capito in tutti questi anni di lavoro a Capo di Ponte è che io educatrice non sono e non mi sentirò mai il salvatore di nessuno.

I ragazzi che si affidano a noi, che imparano a fidarsi di noi, iniziano il loro nuovo cammino di vita. Noi li accompagniamo stando al loro fianco con l’ascolto, con una parola al momento giusto, con un sorriso, con un rimprovero, con un consiglio, con una pacca sulla spalla dopo che hanno pianto pensando al loro passato… Poco importa quanto possa durare il loro percorso, se giorni, mesi o anni. L’importante è che tutte le cose buone imparate o riscoperte in Comunità diventino tesoro da investire giorno dopo giorno.

Quindi ciò che gratifica il mio lavoro di educatrice non è l’essere una ragioniera” che conta chi si salva e chi no dopo essere stato nella nostra Comunità. Ma ciò che veramente ha valore è quel GRAZIE detto con il cuore di chi continua a camminare, questa volta coraggiosamente da solo, al termine del percorso comunitario.

Battistina, operatrice

La mia esperienza nella comunità di Capo di Ponte è stata breve ma intensa!

6 mesi passati a concentrarmi sulle mie fragilità senza farmi deconcentrare dai problemi che la convivenza crea. Ho partecipato attivamente ai gruppi cercando di essere sempre me stesso. Ho creato così dei rapporti che mi hanno consentito di considerare la comunità “Casa Mia”.

Ho trovato molta umanità negli operatori ed un giusto compromesso tra ironia e serietà.

Quindi, ad oggi, mi trovo ad affrontare la vita reale senza quell’inquietudine di fondo che mi ha sempre destabilizzato e fatto ricadere parecchie volte!

Per questi motivi, quando sono in difficoltà, cerco di pescare nella memoria tutti gli insegnamenti o addirittura far due parole telefonicamente. Un abbraccio a tutto lo Staff!

E. B., utente

Da magma sono diventato forma. O almeno, ogni giorno conquisto un pezzo in più di me. Un giorno alla volta, un istante alla volta.

A marzo 2022 ho iniziato questo percorso (dopo che 3 anni prima ne avevo finito uno di 1 anno e mezzo) e sinceramente non sapevo da dove iniziare se non da me. Le parole degli operatori mi dicevano: fidati e tutti i tuoi credo cadranno e ti aiuteremo a ricostruirti come un puzzle. Io ci ho creduto! Non ho mai avuto dubbi (ma quello di credere nel lavoro di professionisti è un mio pregio). Il viaggio non finisce mai.

Ho affrontato la depressione, perché la prospettiva di non riuscire più ad uscire da questo delirio di inesistenza non usciva da me, mi sentivo condannato. E invece no! Sono qui ancora a raccontare che quei rapporti compromessi per la sostanza, se sei astinente si possono recuperare e tenere. La noia si può anche vivere in modo adeguato e le frustrazioni possono anche non mandarci fuori di testa, se prese con le dovute emozioni.

È difficile rendere in parole un cambiamento. Ma so che per renderlo possibile, devo stare lontano dalle droghe e poi tutto il resto è possibile.

La comunità ha vari step: dipende da quanto vuoi veramente superare gli obbiettivi a te proposti. Io li ho voluti affrontare al massimo, pensando che fosse l’ultima spiaggia. Ed è così che ho iniziato a vedere la possibilità di farcela e l’ho afferrata!

F. D., utente

La Cooperativa di Bessimo è una cooperativa sociale che opera dal 1976 prevalentemente nel campo del recupero e reinserimento di soggetti tossicodipendenti. La prima comunità è stata aperta da don Redento Tignonsini, sacerdote bresciano rientrato da sette anni di missione africana, in una casa della parrocchia di Bessimo di Rogno (BG), piccolo comune all’inizio della Valle Camonica da cui la Cooperativa ha preso il nome. La comunità, rivolta inizialmente all’emarginazione giovanile e adulta, si è col tempo indirizzata verso il fenomeno della tossicodipendenza, che prendeva piede in quegli anni nel territorio bresciano.