Il lavoro educativo attraverso le immagini

La bellezza del mio lavoro l’ho scoperta e vissuta nelle piccole cose di ogni giorno. Alla sera, quando ormai tutto è in silenzio e le luci si spengono entri nelle camere per augurare la buonanotte e vedi qualcuna che è ancora sveglia e pensierosa.

Mi chiede di sedermi accanto a lei e mi racconta che i rapporti con il suo ragazzo in questo periodo sono un po’ faticosi ponendomi anche qualche domanda.

Dentro di me sorgono diversi pensieri: “Perché chiede aiuto proprio a me che ormai sono un’adulta?”. “Perché si sta fidando?”. Fermo le domande in testa e decido di ascoltare le sue parole che racchiudono fatica, tristezza, paure, dubbi e interrogativi.

In quel momento mi rendo conto che non mi sta chiedendo i massimi sistemi o dei trattati filosofici sull’amore. Con molta semplicità e delicatezza provo a rispondere alle sue domande. Mi ringrazia e ci diamo la buonanotte.

Esco dalla camera e mentre mi dirigo verso la mia, ripenso a quanto appena successo e mi accorgo che la semplicità e la relazione sono degli strumenti straordinari. Così, piano piano, giorno dopo giorno, si cresce insieme: loro con te e tu con loro!

Giulia

L’associazione Agathà onlus è nata dall’incontro della passione educativa di due istituzioni della Chiesa di Bergamo: il Patronato San Vincenzo e le Suore Sacramentine. A questa sinergia si aggiunge la Cooperativa Sociale L’impronta che partecipa attivamente alla gestione e allo sviluppo dei progetti dell’associazione. Dal 2011 sono stati avviati progetti e servizi rivolti a minori, neomaggiorenni e donne in difficoltà: la comunità educativa, i progetti diurni di comunità, gli alloggi per l’autonomia e l’housing educativo. Le case di Agathà sono luoghi di protezione, sviluppo e crescita dove le ragazze trovano attenzione e cura ma anche richiesta di impegno.

Tunisicità nella bergamasca

Come operatrice di territorio del progetto SAI per l’inclusione dei Minori Stranieri Non Accompagnati ho la fortuna di cercare e vivere con i ragazzi delle esperienze formative e ricreative sul territorio di Bergamo per trovare insieme a loro possibilità concrete di integrazione e realizzazione dei loro percorsi di crescita ed educativi.

Una fortuna immensa perché nei momenti di svago, gioco, conoscenza di contesti nuovi e messe alla prova da parte dei ragazzi posso assistere ai quei difficili processi di incontro tra persone con background culturali diversi, storie ed età diverse, aspettative e sogni diversi: il momento dell’incontro è criptico, ci si studia, si cerca di capire dove posizionarsi rispetto all’altro e noto che i ragazzi stranieri cercano di capire anche cosa si pensa di loro, quale idea o giudizio ci si fa basandosi sull’apparenza.

Io personalmente trovo affascinante questo studiarsi per capirsi e poi con pazienza forse anche accettarsi e includere (quando l’incontro ha successo!): in quei momenti di incontro capisco quanto sia importante avere il coraggio di mettersi in relazione, a prescindere dalla provenienza, dalla religione, dalla cultura e dal colore della pelle.

Ritrovo la bellezza negli incontri tra il tutore e il minore, due soggetti che imparano a conoscersi e relazionarsi, arrivando a volte a supportarsi a vicenda; la relazione tra il ragazzo e il suo educatore di riferimento è un rapporto generatore di emozioni forti per entrambi, positive o negative che siano, ma sicuramente sincere e con l’obiettivo del sostegno e della cura.

L’incontro tra un ragazzo tunisino e l’anziano bergamasco alla festa di quartiere è un altro esempio di incontro che trovo bellissimo, tramite sguardi scrutanti e poche parole ho assistito a uno scambio spontaneo, basato su un interesse reciproco vero, un momento che mi fa dire che la cura è anche questo: interesse per l’altro, un attimo in cui ci si sente ascoltati, non per forza capiti, quell’attimo sfuggente in cui qualcuno mi vede, non perché sono diverso ma perché sono li di fronte a lui, un allegro e sorridente A. in tutta la sua “tunisicità”.

Più che un lavoro di cura il mio è un percorso da costruire insieme, vedo la bellezza nella reciprocità del rapporto che cerco di costruire con ognuno di loro, i momenti in cui B. riesce a trasmettermi tutta la sua forza e resilienza, le confessioni intime del sensibile K., le risate a crepapelle che mi fa fare O., gli ammonimenti di S. quando non mantengo la posizione formale di operatrice; sono tutti questi momenti che rendono il mio lavoro bellissimo e soddisfacente, nonostante la fatica di tutti i giorni nell’affrontare i problemi legati all’immigrazione nel nostro paese (documenti, possibilità abitative, lavorative,…) sapere che si creano legami, anche brevi, di supporto e cura reciproca mi fa sentire bene e mi fa vedere la bellezza di lavorare nel settore in cui ci si prende cura gli uni degli altri.

Chiara Barcella, educatrice della cooperativa sociale AEPER

Ad AEPER rendiamo concreta la solidarietà realizzando attività educative, sociali, sanitarie, culturali e d’inserimento lavorativo orientate ai bisogni delle persone, alla prevenzione del disagio, all’accoglienza e al reinserimento sociale. Obiettivo è l’inclusione di chi è in situazione di svantaggio nella vita di tutti i giorni, coltivando una cultura capace di valorizzare la persona anche nelle sue fragilità. Promuoviamo l’accoglienza, lo sviluppo, l’autonomia personale, l’integrazione sociale e il benessere nella comunità locale, con particolare attenzione a tutti coloro che vivono la fragilità e il disagio.

Esperienze che raccontano la bellezza del lavoro sociale

Il mio lavoro in comunità inizia circa 3 anni e mezzo fa e si tratta della prima esperienza lavorativa nell’ambito del lavoro sociale.

Ci si confronta ogni giorno con tante realtà diverse ognuna ricca di vissuti ed esperienze personali. Tra queste, fragilità e problematiche da affrontare e da smussare.

La particolarità di questo lavoro sta nel prendere per mano le persone che richiedono aiuto e accompagnarle giorno dopo giorno, passo dopo passo, nel percorso che han deciso di intraprendere. Significa fare in modo che non si sentano sole, fare in modo che sappiano che c’è qualcuno pronto ad ascoltarle e a supportarle: si costruisce un legame di crescita reciproca e di fiducia.

L’educatore non cambia le persone, tanto meno la vita delle persone, non fornisce soluzioni e non risolve i problemi, bensì ascolta, comprende, sostiene, rimprovera, nell’obbiettivo che le persone ritrovino il senso della vita e riescano ad apprezzare la loro esistenza così com’è per poter scrivere nuove storie.

La soddisfazione arriva quando ritrovano speranza e sorriso, quando iniziano a crederci e si rimettono in gioco nella speranza di ritrovare serenità e voglia di vivere in maniera sana e non autodistruggente. È lì che ci si sente realizzati, quando fanno le valigie per tornare a casa, terminato il percorso e, commossi ti abbracciano, ti stringono la mano e, salutandoti, ti dicono “Mi mancherai!”.

Lluvia, 28 anni, operatrice

Maggio 2023

Ho iniziato a lavorare in comunità parecchi anni fa crescendo all’ombra degli insegnamenti di don Redento e del mio primo responsabile. Ho imparato tanto da loro sia a livello professionale che personale, e per questo li ringrazierò sempre nelle mie preghiere che arrivano fin lassù.

Quando qualcuno mi domanda che lavoro svolgo, rispondo che lavoro in una Comunità della Cooperativa di Bessimo, e immancabilmente mi sento rivolgere questa domanda: ma quanti ragazzi “si salvano” dopo aver fatto un percorso comunitario?

Beh, se c’è una cosa che ho capito in tutti questi anni di lavoro a Capo di Ponte è che io educatrice non sono e non mi sentirò mai il salvatore di nessuno.

I ragazzi che si affidano a noi, che imparano a fidarsi di noi, iniziano il loro nuovo cammino di vita. Noi li accompagniamo stando al loro fianco con l’ascolto, con una parola al momento giusto, con un sorriso, con un rimprovero, con un consiglio, con una pacca sulla spalla dopo che hanno pianto pensando al loro passato… Poco importa quanto possa durare il loro percorso, se giorni, mesi o anni. L’importante è che tutte le cose buone imparate o riscoperte in Comunità diventino tesoro da investire giorno dopo giorno.

Quindi ciò che gratifica il mio lavoro di educatrice non è l’essere una ragioniera” che conta chi si salva e chi no dopo essere stato nella nostra Comunità. Ma ciò che veramente ha valore è quel GRAZIE detto con il cuore di chi continua a camminare, questa volta coraggiosamente da solo, al termine del percorso comunitario.

Battistina, operatrice

La mia esperienza nella comunità di Capo di Ponte è stata breve ma intensa!

6 mesi passati a concentrarmi sulle mie fragilità senza farmi deconcentrare dai problemi che la convivenza crea. Ho partecipato attivamente ai gruppi cercando di essere sempre me stesso. Ho creato così dei rapporti che mi hanno consentito di considerare la comunità “Casa Mia”.

Ho trovato molta umanità negli operatori ed un giusto compromesso tra ironia e serietà.

Quindi, ad oggi, mi trovo ad affrontare la vita reale senza quell’inquietudine di fondo che mi ha sempre destabilizzato e fatto ricadere parecchie volte!

Per questi motivi, quando sono in difficoltà, cerco di pescare nella memoria tutti gli insegnamenti o addirittura far due parole telefonicamente. Un abbraccio a tutto lo Staff!

E. B., utente

Da magma sono diventato forma. O almeno, ogni giorno conquisto un pezzo in più di me. Un giorno alla volta, un istante alla volta.

A marzo 2022 ho iniziato questo percorso (dopo che 3 anni prima ne avevo finito uno di 1 anno e mezzo) e sinceramente non sapevo da dove iniziare se non da me. Le parole degli operatori mi dicevano: fidati e tutti i tuoi credo cadranno e ti aiuteremo a ricostruirti come un puzzle. Io ci ho creduto! Non ho mai avuto dubbi (ma quello di credere nel lavoro di professionisti è un mio pregio). Il viaggio non finisce mai.

Ho affrontato la depressione, perché la prospettiva di non riuscire più ad uscire da questo delirio di inesistenza non usciva da me, mi sentivo condannato. E invece no! Sono qui ancora a raccontare che quei rapporti compromessi per la sostanza, se sei astinente si possono recuperare e tenere. La noia si può anche vivere in modo adeguato e le frustrazioni possono anche non mandarci fuori di testa, se prese con le dovute emozioni.

È difficile rendere in parole un cambiamento. Ma so che per renderlo possibile, devo stare lontano dalle droghe e poi tutto il resto è possibile.

La comunità ha vari step: dipende da quanto vuoi veramente superare gli obbiettivi a te proposti. Io li ho voluti affrontare al massimo, pensando che fosse l’ultima spiaggia. Ed è così che ho iniziato a vedere la possibilità di farcela e l’ho afferrata!

F. D., utente

La Cooperativa di Bessimo è una cooperativa sociale che opera dal 1976 prevalentemente nel campo del recupero e reinserimento di soggetti tossicodipendenti. La prima comunità è stata aperta da don Redento Tignonsini, sacerdote bresciano rientrato da sette anni di missione africana, in una casa della parrocchia di Bessimo di Rogno (BG), piccolo comune all’inizio della Valle Camonica da cui la Cooperativa ha preso il nome. La comunità, rivolta inizialmente all’emarginazione giovanile e adulta, si è col tempo indirizzata verso il fenomeno della tossicodipendenza, che prendeva piede in quegli anni nel territorio bresciano.

Costruttori di cultura e comunità

Ho incontrato la cooperativa Il Calabrone partecipando al Servizio Civile Universale, non conoscevo il mondo del sociale dal punto di vista lavorativo, ma dopo un anno qui ho scelto di rimanere perché ho trovato una ricchezza di progetti e azioni innovative, un ambiente di lavoro accogliente, dinamico e stimolante, dove si creano relazioni significative con i colleghi.

Ho scoperto un nuovo modo di lavorare, diverso da quello che immaginavo e per come intendevo io il lavoro. Qui ho capito che le priorità sono le persone, i loro bisogni ed esigenze, il senso delle cose, poi vengono i risultati e gli obiettivi prefissati, quelli si possono sempre rimodulare e ripensare, perché sono proprio i risultati e gli obiettivi che si adattano da persona a persona e non viceversa. Un approccio molto diverso dall’ottica imprenditoriale, ma che per me è il valore aggiunto del nostro lavoro.

Qui al Calabrone mi occupo di orientamento all’Informagiovani. Mi piace il rapporto diretto che riesco ad avere con il singolo ragazzo, soprattutto quando si riesce a coltivarlo nel tempo, creando un punto di riferimento e fiducia. Quel che più mi permette di crescere personalmente e professionalmente è proprio l’incontro di ogni giorno con persone diverse, che provengono da contesti diversi e che portano necessità e bisogni differenti. Questa varietà non ti permette mai di annoiarti, ti fa scoprire e conoscere cose sempre nuove e imparare ad adattarsi a differenti situazioni.

La bellezza del lavorare per le politiche giovanili consiste nello stare a contatto con i giovani e le nuove generazioni: vederli, parlarci e sentire le loro opinioni ti permette di poter dare loro consigli e aiuti concreti, di rimanere aggiornati sulle loro esigenze, aiutarli a trovare le soluzioni migliori per loro. Non diamo risposte ma offriamo contesti e strumenti per l’autonomia, per fare in modo che i giovani trovino la propria strada, con una nuova consapevolezza di sé e di ciò che li circonda.

Nonostante pochi anni d’età di differenza mi rendo conto che c’è bisogno di confronto diretto con loro, perché le visioni sono già molto distanti.

Elisa Baruzzi

I gesti inaspettati ci sorprendono e lasciano il segno

Da quando ero piccola ho sempre saputo che avrei lavorato nell’ambito del sociale, a contatto con le persone, e ho scelto sin da subito un percorso di studi che mi permettesse di realizzare questo mio desiderio.

Ho fatto diverse esperienze: a scuola con la disabilità, poi con le dipendenze e la tutela minori; oggi lavoro nell’ambito della giustizia e sento che è l’ambito in cui desidero lavorare davvero. Per me la giustizia ha un grande valore, sono molto sensibile alle ingiustizie sociali e voglio lavorare affinché si risolvano.

Mi sento una persona fortunata e sento di poter avere un ruolo nel rimettere in circolo questa fortuna, lavorare nel sociale penso sia un modo per farlo. L’ambito che più mi piace della psicologia è quello sociale e di comunità, a cavallo tra il lavoro psicologico e quello educativo. Mi è sempre piaciuta l’idea di lavorare in un gruppo, l’equipe è la mia dimensione: c’è una grande ricchezza di punti di vista sulle persone che incontriamo e la complessità delle persone richiede una complessità di sguardi umani e professionali.

Questo lavoro mi permette di stare a contatto con le storie delle persone che sono l’aspetto per me più significativo nell’ambito del sociale.

Una cosa importante me l’ha insegnata una ragazza che viveva in una comunità per minori. Era conosciuta come poco sincera, inaffidabile e manipolatoria. In un momento di litigio con un altro ragazzo io subito non ho creduto a quel che mi stava dicendo. Quando poi il ragazzo ha ammesso di essere stato lui a provocarla mi sono resa conto di essere rimasta incastrata nei pregiudizi su di lei che, in lacrime, mi ha detto che ero l’ennesima persona che non le credeva. Quello sguardo e quelle parole mi hanno insegnato tanto, è stato un errore che, ancora oggi, mi aiuta a tenere sempre a mente di entrare in relazione con gli altri ogni volta in modo libero e nuovo, cercando di non farmi influenzare da altro se non la relazione che in quel momento si crea. Ammettere di aver sbagliato e chiederle scusa, mi ha permesso di creare con lei una relazione nuova, di fiducia.

Spesso incontro le persone in una fase difficile della loro vita, in cui provengono da vissuti negativi, e nel mio lavoro cerco di creare condizioni affinché avvengano incontri significativi, che possono cambiare l’esistenza delle persone immettendo nuova speranza.

Il lavoro nel sociale è bello anche perché sa sorprenderti, soprattutto se non smetti di credere nella parte migliore di ciascuna persona, anche quando è nascosta. Ho seguito un gruppo di minorenni autori di reato in un percorso sul tema della legalità, un’esperienza sfidante, in particolare, con uno dei ragazzi: molto provocatorio e difficile da ingaggiare nelle nostre proposte. Durante l’incontro finale, davanti alla sua assistente sociale, ha ringraziato me e la mia collega dicendo che: “Ci stava, è stato bello e voi siete state brave perché con noi non è facile, ci vuole pazienza”.

Lavorare con le persone è bello e faticoso, non ti fa mai sentire arrivato: c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare e scoprire, non si finisce mai di crescere. È un lavoro di equilibrio che va continuamente costruito: il nostro agire per loro e con loro ha dei confini, noi facciamo delle proposte, creiamo delle occasioni, è poi l’altro a decidere se accoglierle o meno. Questo permette di convivere e superare il senso di impotenza che nasce di fronte alle situazioni complesse, riconoscendo la responsabilità di entrambi: la mia come operatrice, quella dell’altro come protagonista della sua vita.

Erica Serlini

Raccontare il mondo del sociale per ridare valore

Mi piacciono i racconti, le storie, le sfumature di significato delle parole; già ai tempi del liceo scrivevo per il giornalino d’istituto e sognavo di poter continuare a farlo anche nel mio lavoro. Ho studiato scienze della comunicazione con la convinzione che non avrei voluto lavorare per un’azienda e occuparmi di marketing o pubblicità per alimentare il desiderio di acquistare beni anche superflui e incentivare il consumismo sfrenato. Dovevo trovare un’alternativa.

Con il Servizio Civile ho scoperto il mondo delle cooperative e qui ho trovato quel che cercavo: mettere la comunicazione al servizio delle persone e della comunità, per informare, sensibilizzare, far conoscere servizi e progetti utili, per raccontare storie di vita che pochi conoscono perché sono le storie di chi vive ai margini, di chi si trova in condizioni di fragilità, ma soprattutto storie di azioni belle e concrete che aiutano la comunità a crescere, ad avvicinare le persone, risolvere un poco le disuguaglianze e costruire un futuro migliore per tutti.

Quando parlo del mio lavoro mi sento orgogliosa di quel che faccio perché anche se non sono direttamente a contatto con le persone che la cooperativa aiuta è come se il lavoro dei miei colleghi fosse anche un po’ il mio. Ascolto le loro storie, il lavoro che fanno ogni giorno e lo trasformo in un racconto che possa dare valore ai loro gesti, anche quelli che dopo tanti anni per loro sono ormai i più scontati e banali ma che hanno invece ancora un grande impatto.

Non smetto mai di imparare: ogni volta che parlo con un collega che si occupa di un’area diversa scopro qualcosa in più, capisco meglio il loro lavoro e apro il mio sguardo sul mondo, cercando un modo efficace e semplice per comunicarlo a chi non è un addetto ai lavori, traducendo termini tecnici e procedure complicate in una narrazione alla portata di tutti.

È delicato parlare di fragilità e non è sempre facile riuscire a comunicare il valore di ciò che stiamo facendo, ma le parole giuste nella giusta forma hanno la capacità di avere un effetto dirompente e smuovere emozioni e portare a prendere posizione rispetto a dei temi.

Credo che il mio lavoro sia complementare a quello che fanno educatori, psicologi e operatori in cooperativa, serve ad ampliare l’efficacia delle loro azioni attraverso la condivisione di risultati e buone prassi, a far crescere consapevolezza su problemi e difficoltà nel territorio per fare in modo che si creino reti di sostegno e si smuovano ulteriori azioni per dare risposte collettive.

Francesca Bertoglio

Come cooperativa Il Calabrone da sempre lavoriamo accanto alle persone per costruire un futuro desiderabile per tutti, perché la bellezza del lavoro sociale sta proprio nel mettere le persone e i loro bisogno al centro del nostro pensiero e del nostro agire.

Siamo una varietà di professionisti che cooperano ogni giorno per promuovere il bene comune e l’integrazione sociale dei cittadini, con particolare attenzione a chi sta attraversando un periodo di disagio, per promuovere la cultura del prendersi cura dell’altro, dell’accoglienza delle diversità e della giustizia: ingredienti fondamentali per costruire una comunità coesa e solidale.

In un incontro la delicata bellezza di una professione

La giornata è grigia, l’eccezione in un’estate torrida. Quel pomeriggio noi quattro, ciclisti amatoriali, pensiamo solo a pedalare per arrivare alla fine della tappa.

Noto una donna che inizia a sbracciarsi, cercando la nostra attenzione. Si chiama Louise, avrà una sessantina d’anni. Appare tranquilla, ma ha bisogno di aiuto: la ruota posteriore è sgonfia e non riesce a cambiarla.

Decidiamo di darle una mano. In quel momento Louise dice una frase che mi colpisce: “Mercì! Che fortuna! Ho un’intera équipe a disposizione”.

Come un lampo, la parola équipemi ricorda il lavoro educativo che prevede, infatti, una prima scelta importante: fermarsi.

Proprio come accadeva in comunità, quell’ora trascorsa insieme mi ha coinvolta, conducendomi a ricordare l’elemento tipico dell’educatore: il contatto con l’altro.

Quel pomeriggio riusciamo a sistemare la bici di Louise.

Non so onestamente quanta strada Louise abbia fatto una volta che ci siamo salutati. Forse è arrivata fino a casa, forse solo alla tappa successiva. Ma sappiamo che è ripartita, esattamente come noi, e questo non può né deve essere mai considerato un dettaglio.

E quindi alla fine, nella similitudine di quel pomeriggio, il pensiero è stato che il lavoro educativo si esprime con la competenza e, soprattutto, attraverso il più grande amore per l’altro, la cura e la scelta dell’incontro.

La delicata bellezza del lavoro educativo è che questo esprime l‘infinito e l’istante, il gesto e la traiettoria. In poche parole, la vita.

Roberta Sabbatini, operatrice Arché

Fondazione Arché Onlus accompagna i bambini e le famiglie vulnerabili nella costruzione dell’autonomia sociale, abitativa e lavorativa offrendo servizi di supporto e cura. Attraverso l’impegno di volontari e operatori, favorisce la cura dei legami familiari più fragili e lo sviluppo di una comunità più coesa e matura. Perché crede che l’azione del singolo possa contribuire alla realizzazione di una cittadinanza attiva e solidale.

Tante foto per mostrare la bellezza della diversità!

Quando è stato chiesto a Cosper di dare un contributo sulla bellezza del lavoro educativo abbiamo pensato, guardandoci in faccia durante una riunione d’équipe tra responsabili d’area, di rilanciare in prima battuta a tutti i nostri colleghi l’idea in stile brainstorming: “Se ti dico la bellezza del lavoro educativo tu a cosa pensi?“. Qualcuno ha mandato un’e-mail, qualcuno ha scritto sulla sua lista broadcast di WhatsApp, qualche telefonata, uno spunto nell’équipe di sede.

Così, a sentimento.

Cosper è una rete di relazioni e la diversità è ricchezza. Nei giorni successivi abbiamo raccolto le risposte, condiviso degli spunti, qualcuno più filosofico qualcun altro più esperienziale. Quello che ci ha colpito è stata la varietà di immagini, di frame, di pensieri, di citazioni… Era così difficile fare sintesi, rischiando di perdere l’immediatezza di tanti contributi. Poi una collega, unendo tutti i puntini dei nostri pensieri aggrovigliati, se ne è uscita con: “Beh, ma mostriamogliela così come ci è tornata indietro, questa bellezza! Scegliamo le foto delle nostre attività, i volti che possiamo pubblicare, e vediamo cosa dicono, l’effetto che fa.

Ecco, fa questo effetto.

Cosper è una cooperativa sociale nata dalla fusione di tre storiche cooperative: Ginestra, Iride e Prontocura. Diamo risposte concrete ai bisogni delle persone, offrendo servizi per i minori e le loro famiglie, gli anziani e le persone non autosufficienti, creando reti di supporto sul territorio di Cremona.

Il valore dei piccoli passi

Forse è arrivato il momento in cui tutto diventa buio e non ci sarà più posto per vedere la luce e i colori.

Forse il mondo sta correndo in una direzione che non è quella che abbiamo sempre sperato.

Forse il domani è sempre più pericoloso e tremendamente terribile.

Forse la bellezza sta svanendo e non c’è più posto per dirsi “ne vale la pena”.

Forse siamo “a corto di bellezza”. Forse non possiamo più sostenere che “la bellezza salverà il mondo”.

Dico forse perché tra le pieghe sottili di un mondo autocentrato, individualista e consumista rimane un piccolo porto che raccoglie e accoglie storie e narrazioni che navigano controvento, controcorrente. Zattere ricolme di uomini e donne che continuano incessantemente a… sperare.

Si vuole credere speranzosi che «la bellezza salverà il mondo» non in quanto visionari, ma in qualità di educatori, interessati al dover essere, a progettare nuove modalità di vita, ad orientare l’azione verso la costruzione di mappe sempre più ambiziose, impegnati a favorire forme di dialogo in cui vi possa essere sviluppo umano e progresso sociale mediante il confronto, la condivisione e lo scambio di significati.

La bellezza, allora, per me, esiste, resiste e continuerà fino a quando saremo in grado di dichiararci “tutori di speranza”, qualunque sia il luogo o il progetto in cui chiamati a rispondere. In questa dichiarazione sta la potenza della bellezza del lavoro educativo. E i “forse” rimarranno, ma i porti si moltiplicheranno.

Giulia, educatrice per Fondazione Somaschi Onlus

La parola educare può essere accostata a servire e accompagnare: l’educatore c’è, notte e giorno, e questa presenza è la più tangibile testimonianza che è unicamente un lavoro di passione. Incontrare tante persone con le proprie culture, tradizioni, caratteri ed interessi diversi mi affascina e coinvolge: scoprire le molteplici varietà è sempre un arricchimento.

Amo questo lavoro perché mi permette di scontrarmi ogni giorno con la libertà dell’altro che è caratterizzata da tante sfumature di colori e ciò mi obbliga a spostare la mia posizione per avvicinarmi a loro.

Elena, educatrice per Fondazione Somaschi Onlus

Il bello di fare l’educatrice è un insieme di petali profumati. È non annoiarsi mai: c’è sempre un imprevisto, un nuovo ingresso, una chiamata da gestire, una sorpresa.

È crescere nella capacità di ascoltare, assaporare l’attesa che fa maturare scelte importanti. È cadere, sbagliare, sentirsi fallite. È scoprire a posteriori che il percorso finito bruscamente ha lasciato segni importanti perché ha permesso all’altrə di sentirsi vistə, accoltə, ascoltatə anche quando dicevamo cose scomode.

È valorizzare i piccoli passi, riscoprire se stesse insieme alle persone con cui lavoriamo, imparare da loro e dalla vita.

Elisa, educatrice per Fondazione Somaschi Onlus

La Fondazione Somaschi, da oltre 500 anni, sull’esempio di San Girolamo Emiliani, offre accoglienza e aiuto alle persone più vulnerabili. Ai Padri Somaschi si sono aggiunti, nel tempo, educatori e volontari e nel 2011 è nata Fondazione Somaschi.

Il viaggio di Elia

Sono responsabile dal 2007 di Casa di Camillo, una struttura residenziale per adolescenti della Cooperativa Sociale Arimo. Gli ospiti che ho seguito da quel momento, con una responsabilità quindi a tutto tondo sul loro percorso educativo, in particolare quelli accolti tra il 2007 e il 2012, hanno oggi una trentina d’anni, e rappresentano un’occasione di grande interesse per riflettere sull’efficacia e sulle criticità del lavoro educativo residenziale.

Qualsiasi evoluzione sia avvenuta nelle loro storie di vita, questi uomini hanno oggi una sufficiente distanza dall’esperienza avuta da ragazzi, tanto da poterla condividere con maggiore lucidità critica. L’intensità di quello che hanno vissuto è tale che occorre un sufficiente distacco emotivo per una giusta rielaborazione. È la stessa cosa che accade in generale per l’adolescenza, una fase di così rapido cambiamento che ogni tentativo di fissarla mentre è in atto diventa una fotografia mossa.

A caldo e nel breve termine dalla loro conclusione, i percorsi dei ragazzi sono sovraccarichi di emozioni, le loro e quelle degli educatori, delle informazioni e delle osservazioni accumulate, dei tanti documenti prodotti a partire dal confronto tra i vari operatori e le diverse professionalità coinvolte; sono gravati dalla forza degli eventi accaduti in comunità o segnalati, che i ragazzi non mancano mai, per natura, di offrire, a sancire tappe e scadenze, fino alla conclusione della loro permanenza in comunità.

Alcuni ospiti – devo dire che negli anni sono stati molti – con i loro tempi e modi ci tengono a mantenere un contatto costante con noi a posteriori. Colpisce il rispetto di ognuno, qualsiasi sia stata la qualità percepita dell’esperienza vissuta in comunità, o il bisogno che sta dietro alla richiesta di ritrovarsi con gli educatori. Non è a mio parere legato a una particolare persona cercata o alla nostalgia per il luogo, credo che sia una forma di accettazione di quanto è accaduto allora, quando vivere la comunità rappresentava un trauma o una fatica, un punto di domanda su sé stessi e sugli adulti. Tornare da noi è un modo di riconoscersi a posteriori e di pensare che quel momento difficile aveva un senso, uno scopo che andava oltre la fatica di doverlo affrontare. Poi l’affetto fa la sua parte, non voglio confonderlo con la gratitudine, non ne sarei affatto lusingato: c’è piuttosto il piacere di riassaporare insieme la condivisione di una parte di vita, del quotidiano, del conflitto e di alcuni momenti di quel tempo così stupido ed eroico che per ognuno è patrimonio di racconti divertenti, memoria di persone oggi lontane, delle proprie scoperte.

Se qualche volta capita di pensare all’esperienza comunitaria come a un ottuso tentativo di “riparazione” di un oggetto di lavoro, ogni storia lo smentisce. Il nostro non è un ostinato tentativo di risoluzione degli odiosi e sanguinanti limiti di quella che non deve essere vista come una macchina in panne, ma come l’organismo più complesso e resistente su questa terra. Un adolescente in difficoltà. È straordinario vedere che questi uomini hanno fatto di loro quel che volevano o potevano, e che il nostro potere limitato risiede in quello che siamo riusciti ad offrire, senza spocchia, cercando di essere generosi e credibili.

Che sia cura o tutela, che siano semplici esperienze nuove e felici o anche strumenti educativi banali ma fondamentali, non importa. La proposta educativa deve essere onesta e alla portata di ciascuno, non uno standard ma una reciproca scoperta. Gli impegni presi reciproci e rigorosi – e devono contemplare margini d’errore e cambiamenti di rotta. Sembra facile a dirsi.

Ognuno di questi uomini che tornano a trovarci mi stupisce, sono felice di riconoscere che spesso non avrei potuto immaginare sviluppi così sorprendenti dei loro percorsi di vita durante il periodo comunitario. Da educatori ipotizziamo successi e pronostichiamo ricadute o recidive, siamo capaci di caricare i ragazzi di aspettative e giudizi. È umano, sono il primo a farlo, ma è un tentativo di interpretazione priva di fondamento, come le previsioni del tempo sul lungo periodo. I ragazzi che accogliamo non possono essere misura del nostro valore professionale espresso con delle prestazioni. È una operazione, questa, che spesso porta al disinvestimento o alla frustrazione. Questi uomini sono i ragazzi di allora, senza tutta quella energia e imprudenza, senza il bisogno di sfidare i grandi o chiederne l’attenzione con gesti impulsivi. Si sono arrangiati, sono maturati e hanno dovuto scegliere e confrontarsi con dure realtà prive di tutela e rimboccarsi le maniche in qualche modo. Mi piace ascoltarli e chiedere di quel tempo, sono curioso.

Ora, con la distanza del tempo trascorso e con gli strumenti che hanno sviluppato, portano delle valutazioni di cui faccio tesoro perché contengono critiche e riconoscimenti più equilibrati, che sono utili per chi esercita un potere così importante, delicato, come quello del lavoro educativo.

Alcuni hanno recuperato stimoli ricevuti e affrontato problematiche allora intoccabili, per immaturità o dolore. Questo mi fa pensare che alcuni obiettivi importanti che vediamo alla portata dei ragazzi che seguiamo, magari lo sono in relazione alle loro capacità ma ancora precoci in rapporto al loro sviluppo personale.

Ci sono, tra questi uomini che tornano a trovarmi, quelli che un tempo sono stati i miei campioni, perché erano abili e svelti, anche nella capacità di adattarsi e di cogliere opportunità, appagando il mio bisogno di vedere risultati. Per esperienza, tuttavia, so bene che le competenze nell’elaborazione di un passato doloroso e nell’investire nel progetto educativo, non sempre corrispondono alla scelta faticosa di confrontarsi davvero con i propri fantasmi. Adeguarsi efficacemente alle richieste della comunità può illudere di riuscire ad evitarli.

Elia, del quale voglio in particolare raccontare qui, fa parte di questi uomini che hanno avuto un percorso nella nostra comunità e che sono rimasti in contatto. Non interessa né è utile parlare qui nello specifico della sua storia di adolescente, perché per alcuni versi somiglia a tante altre, pur con tutte le sue unicità, e, soprattutto, perché so bene che il periodo trascorso con noi è un’esperienza che non può dirci chi è oggi, anche se integrata con il resto, quanto è avvenuto prima e dopo. È di per sé un successo, certo, ma tutto il resto l’ha fatto da solo, scegliendo, cercando una strada, via via maturando quello che è oggi; e anche per lui, di certo, come per ognuno, le possibili future sconfitte comporteranno nuove riflessioni.

Mi interessa invece individuare aspetti della sua storia che possono sembrare ordinari, ma credo ugualmente importanti perché sottolineano il suo desiderio di stare bene e possibilmente sempre meglio, obiettivo di fondo e desiderio che abbiamo per i nostri utenti. Un esempio anche per tutti noi, credo, in questa direzione.

Elia ha accettato la fatica ma rivolta a un obiettivo preciso, senza la rassegnazione ottusa di spenderla male, passivamente. È stato capace di rinunciare alla sicurezza che i nostri limiti e sbagli spesso ci offrono, solo perché le sofferenze conosciute sembrano preferibili a quelle ignote. Ogni volta che in questi anni l’ho rivisto, Elia mi è sembrato onesto nel guardare avanti, con la sana preoccupazione di dover valutare le sue incompetenze per migliorarsi. Mi spiego: per progredire bisogna investire su ciò che non abbiamo.

Come operatore, credo che i ragazzi sappiano bene quanto valiamo, come di quanto siamo mancanti; Elia non dimentica di farmi notare come mi conosca bene, da sempre. Oggi in modo meno provocatorio, e io l’ho sempre ripagato con la stessa sincerità. Certo, quando era un ragazzo avevo la responsabilità enorme di essere per lui un riferimento solido, senza abusare del mio potere per difendermi o confermare il mio ruolo. Credo che gli adolescenti apprezzino, più delle nostre qualità, l’accettazione serena delle nostre mancanze, la sicurezza e correttezza nel contenere e riparare all’impatto degli sbagli inevitabili che facciamo.

Elia sta per fare il giro del mondo in bici, un’impresa romantica, per cui ha lavorato come un asino, un asino coraggioso. Quello che mi piace, ogni volta che mi parla di un suo progetto, è che non ha mai il sapore dell’impresa improvvisata, da sognatore. Mi descrive tutte le possibili difficoltà, le spese, senza sembrare scoraggiato. Non dà per scontato di farcela o che sia facile o solo bello, credo che abbia anche il timore, umano e sottovalutato, di fare una brutta figura.

Fare il giro del mondo è quel genere di impresa affascinante che tutti vorremmo fare, e che rimane una fantasia, diventando un rimpianto. Per mille validi e castranti e autoassolutori motivi.

E il fatto che un mio ospite antico stia mettendo in piedi questa avventura, potrebbe essere occasione di alimentare la solita retorica rassicurante e fasulla che dice: stupido è chi lo stupido fa; in altre parole, il racconto che con l’impegno tutti ce la possono fare.

Le condizioni per realizzare qualcosa di bellissimo e coraggioso sono molte e metterle insieme è un’opportunità rara e alla portata di chi è fortunato, capace, organizzato, coraggioso e ambizioso. Il che non esclude affatto che abbia avuto bisogno di cure, o vissuto momenti di crisi profonda o commesso errori gravi.

Per me è un’opportunità grande di ripensare alle volte che ho creduto che uno dei miei utenti avesse la strada segnata, un invito a considerare il mio parere solo in relazione a quello degli altri, a riconoscermi incerto o incompetente quando inevitabilmente accade. Un ulteriore stimolo ad ascoltare davvero i ragazzi, che non vuol semplicemente dire disporsi all’attenzione ma, piuttosto, non darli per scontati perché, tanto, tutto quello che hanno da dire lo riporteremo alle relazioni, ai reati, alle diagnosi, alle prassi.

E, personalmente, la scelta di Elia di investire in un desiderio grande e farsene carico, mi fa interrogare su quanto io sarei in grado di farlo oggi, con l’obiettivo di non guardare al mio futuro e a me stesso con pregiudizio, o peggio con rassegnazione. Una bella “lezione” a parti invertite.

Luca Natili, responsabile della comunità Casa di Camillo

P.S. Le fotografie sono state scattate da Elia durante i suoi viaggi.

Arimo è una cooperativa sociale fondata nel 2003. Accoglie e accompagna verso l’autonomia lavorativa, abitativa, relazionale, emotiva, adolescenti in difficoltà. Gestisce comunità e appartamenti educativi per neomaggiorenni e per genitori e figli, realizza percorsi per l’inserimento lavorativo e attività di consulenza e formazione pedagogica. Le sue attività sono tutte ispirate dal proposito di rompere il cerchio di un destino già scritto da contesti sociali emarginanti o da esperienze di fallimento e sopruso, per ristabilire diritti e per promuovere nei giovani il senso di responsabilità verso se stessi e verso la comunità.

La bellezza del furgone

Metti un giovedì qualsiasi di novembre. Stai seduta alla scrivania, la faccia dentro il PC. Arriva il corriere sudamericano con i pacchi delle bombolette spray. Indugia mentre scarica gli scatoloni. Non ha fretta, stranamente.

“Io vi conosco”, dice. “Mi avete aiutato qualche anno fa. Sono stato da voi per un po’ di tempo, mi avete aiutato ad avere i documenti in regola e a trovare un lavoro. Lavoravo in un ristorante, mi piaceva. Poi il ristorante ha chiuso per la pandemia e ora lavoro da solo. Non divento ricco, ma ho quello che mi serve per vivere e sono contento. Senza di voi non so se sarebbe andata bene. Vi voglio ringraziare perché avete fatto cose importanti per me e non so che cosa sarebbe successo senza di voi”.

Josè, Salvador. Maschio, di origine straniera, 35 anni circa, un volto qualsiasi dentro un furgone da padroncino. Avrebbe potuto essere chiunque, una delle tante persone che passa dall’ufficio a consegnare cose a caso che servono sempre; una delle tante persone che vediamo parcheggiate con il furgone in settima fila sui marciapiedi, accostati per effettuare le consegne.

Invece Josè aveva qualcosa di diverso: era stato accolto dalla mia cooperativa, proprio da noi.

Uno come tanti che negli anni sono arrivati, migranti sfruttati sul lavoro, senza diritti, senza documenti, quasi senza speranza, ma con molti sogni.

Truffato per potersi regolarizzare, insieme ad altri 12, era arrivato a seguito di un’indagine della Polizia di stato. Vittima di sfruttamento lavorativo, di estorsione e truffa. Perfetto per essere accolto in un programma di protezione sociale.

È il nostro lavoro, quello di tutti i giorni: accogli le persone, le sostieni per poter avere il permesso di soggiorno perché ne hanno diritto, costruisci con loro un pezzetto di futuro. La scuola di italiano, la formazione professionale, i tirocini, la ricerca del lavoro.

Josè ha avuto pazienza, la pazienza di chi vuole realizzare il suo sogno di vita migliore, il desiderio di poter essere felice senza dover chiedere il permesso, senza dover pagare lo scotto di quelli “nati dalla parte sbagliata del mondo”, per i quali sembra che le opportunità debbano sempre essere condizionate dalle volontà di quelli “nati dalla parte giusta del mondo”.

Ha percorso passo passo la strada del suo sogno; ha aderito ad un progetto concreto, fatto di fatica e impegno, a volte di senso di fallimento, a volte di libertà.

Ce l’ha fatta, a modo suo, con le sue risorse e sfruttando le opportunità che gli sono state messe a disposizione.

Non capita spesso che le persone che abbiamo accolto ricompaiano; quando diciamo “a volte ritornano”, non è un bel ritorno; ritornano quelli che non ce la fanno, che trovano ostacoli che non riescono ad affrontare, ritornano quelli che si sentono fallire.

Questa volta il ritorno è felice: “Vi voglio ringraziare, per le cose importanti che avete fatto per me”. Le parole più belle. Le parole che indicano che quello che fai è utile per le persone, che le persone hanno davvero un’opportunità e che la sanno cogliere, che le sanno dare valore. E a volte il valore che hanno supera di molto quello che noi operatori siamo capaci di immaginare.

Una sera mia figlia intervistandomi per un compito di scuola mi ha chiesto che cosa mi piacesse del mio lavoro.

Questo mi piace, le storie come quella di Josè. Sapere che abbiamo dato un’opportunità a delle persone, che quell’opportunità ha cambiato in meglio la vita di qualcuno, che l’ha fatta svoltare. Che questo lavoro ha un senso.

Un senso di futuro, possibilità e bellezza.

Partita dal contrasto ai processi di emarginazione negli anni ’80, Cooperativa Lotta è cresciuta, ha attraversato le sfide e le novità dei cambiamenti sociali e del welfare regionale e nazionale diventando una realtà multiforme che interviene nei settori delle dipendenze e consumi giovanili, salute mentale, disabilità, protagonismo giovanile, vulnerabilità sociale, maltrattamento, infanzia, immigrazione e tratta degli esseri umani, scuola, Hiv, penale minorile, esecuzione penale interna ed esterna. Lavora nelle aree territoriali di Milano, Monza e Brianza, Varese, Sondrio, Como, Brescia e Piacenza, coniugando le sue pratiche di intervento con i bisogni e le culture operative dei territori, reinterpretando in chiave contemporanea la spinta etica e ideale di costruire la possibilità di diritto di cittadinanza delle persone più vulnerabili e fragili e di dare un contributo alle – e con – le giovani generazioni per un mondo più giusto, equo e sostenibile per tutti.

Storia di Gio

Storia – Background

Ho 33 anni, mi sono laureato nel 2011 in Scienze dell’Educazione e lavoro da 10 anni in servizi nell’ambito della tutela minori.

Descrizione del mio ruolo

Educatore: prendersi cura e avere in testa e nel cuore i ragazzi con cui si lavora.

Citazione utile a capire il contesto in cui operiamo

Voglio una casa
(Lucilla Galeazzi, Christina Pluhar, Marco Beasley, Gianluigi Trovesi & L’Arpeggiata)

Voglio una casa, la voglio bella
Piena di luce come una stella
Piena di sole e di fortuna
E sopra il tetto spunti la luna
Piena di riso, piena di pianto
Casa ti sogno, ti sogno tanto

Voglio una casa per i ragazzi
Che non sanno mai dove incontrarsi
E per i vecchi, case capienti
Che possano vivere con i parenti
Case non care, per le famiglie
E che ci nascano figli e figlie

Penso che un servizio diventi di qualità quando riesce ad avere il calore di una casa. Penso che spesso il Centro diurno Millemiglia abbia raggiunto questo calore e questo obiettivo.

Che cosa mi ha reso felice/utile

Per stare molto tempo insieme a quelli che vengono etichettati “ragazzi difficili” bisogna imparare a divertirsi con loro. Fare l’educatore deve essere quindi un lavoro dove ci si diverte nello stare insieme e nell’affrontare le giornate, i mesi e gli anni.

Sono felice e mi sento utile quando inseriscono un ragazzo/a al centro diurno e ci viene presentato come difficile, impossibile, fastidioso, agitato, maleducato, arrogante, approfittatore, ladro, psichiatrico, apatico… E insieme ai miei colleghi si inizia a fare il lavoro degli archeologi che con il pennellino, pian piano, tirano via tutta la sabbia e fanno tornare alla luce i tesori.

I tesori in questo caso sono le qualità e le passioni che ogni ragazzo ha o trova. Quando, per dirla alla De André, si riesce a portare a galla “una goccia di splendore” mi sento felice e utile.

Smisurata preghiera
(Fabrizio De André)

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
Col suo marchio speciale di speciale disperazione
E tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
Per consegnare alla morte una goccia di splendore
Di umanità di verità

Che cosa mi preoccupa di più

Mi preoccupa il cinismo ed il disinteresse verso le altre persone. Mi preoccupa l’eccesso di burocrazia, i giochi di potere che purtroppo mi è capitato di incontrare anche nella tutela minori. L’eccessiva burocratizzazione e gerarchia rischia di creare un universo parallelo che allontana le persone dai problemi e non aiuta ciascuno a prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

Penso all’adolescenza come una fase di vita dove spesso si è fragili e vulnerabili.

Un mare in burrasca in cui sarebbe auspicabile avere più salvagenti possibili. Mi preoccupa la famiglia mononucleare che si chiude in sé stessa e la frammentazione della rete sociale perché i primi a pagarne le conseguenze sono i più fragili.

Il mio stato d’animo

Complicato

Una situazione che mi sento di condividere

C’era questo ragazzino, che seguivo a casa da qualche mese, che non vedeva il padre, il nonno e la nonna paterni da 10 anni, da quando la madre aveva litigato con il padre. Durante una passeggiata in bicicletta siamo passati nel parco dove, quando aveva quattro anni, veniva portato dal nonno a giocare. In quell’occasione mi ha parlato per la prima volta del padre e del desiderio che aveva di riallacciare i rapporti. Sono stato vicino a lui in tutto il percorso che lo ha portato al riavvicinamento con il padre e i nonni, al primo incontro con loro, ai pranzi settimanali in famiglia e al saluto quando il ragazzo ha deciso di intraprendere un percorso in comunità.

Una storia che mi sento di raccontare

Una sera della scorsa estate ero alla Conad a fare la spesa. Dietro la mascherina della cassiera vedo due occhi familiari che si illuminano quando mi vedono.

Rimango un po’ perplesso e fatico a capire chi è questa donna riccia che mi sorride. Abbassa la mascherina e mi dice con pesante accento bergamasco: “Te sei il Giovanni Birolini, eri il mio educatore quando ero giù al centro diurno! Ma mi riconosci o no? Sono la Fede”. Adesso me la ricordo, anche se ora avrà 24 anni. Penso a quando ne avevo io 24 e facevo l’educatore a ragazzi poco più giovani di me. Lei però è stata la prima utente che ho salutato: dimessa dal servizio perché dopo 6 anni di centro diurno, 14enne, era stata promossa in terza media e sola con le sue gambe sarebbe andata alle scuole superiori.

È stata la prima storia che nel ruolo di educatore ho fatto mia, ho preso a cuore. Ne sono seguite tante e tante altre, a volte penso troppe.

Ogni tanto prima di addormentarmi faccio il gioco di pensare ai nomi di tutti i ragazzi e ragazze, genitori, colleghi, volontari che ho incontrato in questi anni e un po’ mi spavento. Credo però che difficilmente avrei potuto spendere il mio tempo in modo migliore.

Giovanni

Il Consorzio Famiglie e Accoglienza nasce nel 2013 grazie all’unione di tre cooperative che a tutt’oggi rappresentano il cuore pulsante del Consorzio Fa: FAMille, Cascina Paradiso Fa e Fili Intrecciati Fa. Dal 2018 è entrata a far parte del Consorzio anche la Cooperativa Impresa Sociale Ruah. Offriamo servizi di supporto a bambini e madri con figli in situazioni di fragilità, sostegno a ragazzi disabili e reinserimento lavorativo per persone in difficoltà. La sede centrale è a Brignano Gera d’Adda (BG), dove vengono svolte molte delle attività. Inoltre, grazie alle cooperative e alla fitta rete di associazioni che ne fanno parte, operiamo e siamo presenti in tutto il territorio della Bassa Bergamasca e dintorni.